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	<title>Misteridiassisi.it &#187; Età Moderna</title>
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		<title>IL VINCOLO ESTERNO-8</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 03:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>
		<category><![CDATA[IL VINCOLO ESTERNO-8]]></category>

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		<description><![CDATA[IL VINCOLO ESTERNO E LE RAGIONI DELLA DEBOLEZZA DELL’ITALIA Un saggio politico di Emilio Diodato *** 1* Emilio Diodato è un giovane e brillante professore associato dell’Università degli Stranieri di Perugia, corso di Relazioni Internazionali, docente di Scienza politica. Ha pubblicato molti articoli e saggi, tra cui: Introduzione alla comunicazione internazionale (2003); Lessico politico (2007); [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2016/03/Il-Vincolo-Esterno.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-836" alt="Il Vincolo Esterno" src="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2016/03/Il-Vincolo-Esterno-460x600.jpg" width="460" height="600" /></a></p>
<p align="CENTER"><span><i><b>IL VINCOLO ESTERNO E LE RAGIONI DELLA DEBOLEZZA DELL’ITALIA </b></i></span></p>
<p align="CENTER"><span><i><b>Un saggio politico di Emilio Diodato </b></i></span></p>
<p align="CENTER">
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>1*</b></span><span style="font-size: large;"> Emilio Diodato è un giovane e brillante professore associato dell’Università degli Stranieri di Perugia, corso di Relazioni Internazionali, docente di Scienza politica. Ha pubblicato molti articoli e saggi, tra cui: </span><span style="font-size: large;"><i>Introduzione alla comunicazione internazionale</i></span><span style="font-size: large;"> (2003); </span><span style="font-size: large;"><i>Lessico politico</i></span><span style="font-size: large;"> (2007); </span><span style="font-size: large;"><i>Che cos’é la Geopolitica</i></span><span style="font-size: large;"> (Editore Carocci 2011). Più recente </span><span style="font-size: large;"><i>Il vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;"> – </span><span style="font-size: large;"><i>Le ragioni della</i></span><span style="font-size: large;"><i>debolezza italiana</i></span><span style="font-size: large;">, saggio di 156 pagine di testo e ricca bibliografia, </span><span style="font-size: large;"><i>Mimesis Edizioni</i></span><span style="font-size: large;">, Milano 2014, Collana diretta da Salvatore Vaccaro e Pierre Dalla Vigna. Ed è un dotto e acuto</span><span style="font-size: large;"><i> “studio sui fattori esterni che influenzano la politica in Italia”. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tema di grande attualità, e di interesse immediato, giacché quest’ultimo lavoro di Diodato </span><span style="font-size: large;"><i>si pone l’obiettivo di spiegare le ragioni della debolezza del Paese, quindi farsene una ragione.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ‘scienza politica’, risalente a Machiavelli, si nutre anche di geopolitica, sebbene si discuta se quest’ultima sia vera scienza, oppure una disciplina o un paradigma. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Gli interessi scientifici di Diodato vanno dalla politica vera e propria alla geopolitica, dalle relazioni internazionali allo studio dei fattori interni della politica nazionale in ambito storico. Il “caso Italia” avrebbe un carattere </span><span style="font-size: large;"><i>leopardiano</i></span><span style="font-size: large;">, il cui </span><span style="font-size: large;"><i>pessimismo</i></span><span style="font-size: large;"><i>rappresenterebbe una categoria ancora valida per capire il Paese e le influenze che subisce dall’esterno</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Fra le teorie disponibili</i></span><span style="font-size: large;"> – aggiunge Diodato – </span><span style="font-size: large;"><i>c’è quella del “vincolo esterno”</i></span><span style="font-size: large;">. Politica nazionale, geopolitica e vincoli internazionali sono i punti di riferimento </span><span style="font-size: large;"><i>per lo studio delle</i></span><span style="font-size: large;"><i>disfunzioni economiche del sistema politico italiano</i></span><span style="font-size: large;">, oggi quanto mai evidenti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Il vincolo</i></span><span style="font-size: large;"><i>europeo</i></span><span style="font-size: large;">, che ha rilevato il posto del precedente </span><span style="font-size: large;"><i>vincolo atlantico</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>è quel legame che obbliga oggi</i></span><span style="font-size: large;"><i>l’Italia a rispettare i parametri europei della moneta unica </i></span><span style="font-size: large;">(l’Euro). Diodato si rifà nell’Introduzione alle parole di Guido Carli, già Governatore della Banca Italia, e poi Ministro del Tesoro nell’ultimo Governo Andreotti (1992). In un suo libro, </span><span style="font-size: large;"><i>Cinquant’anni di politica italiana</i></span><span style="font-size: large;">, pubblicato poco prima della sua morte, avvenuta a Spoleto il 23 aprile 1993, Carli aveva spiegato che la scelta politica del vincolo esterno, derivante dal Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, era stata fatta “</span><span style="font-size: large;"><i>sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati a loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese</i></span><span style="font-size: large;">”. Tale giudizio negativo rifletteva il clima di Mani Pulite, </span><span style="font-size: large;"><i>che fra il settembre 1992 e l’aprile del 1993 stava travolgendo, come un fiume in piena, il sistema politico italiano</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Carli era stato uno dei massimi fautori di Maastricht. Nel dicembre del 1990 fu costretto &#8211; obtorto collo &#8211; ad accettare le dimissioni di Mario Sarcinelli, che non era d’accordo, dalla Direzione generale del Tesoro, per via di un prestito all’Algeria e all’Unione Sovietica imposto dal socialista Gianni De Michelis, allora Ministro degli Esteri. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il Fondo Monetario Internazionale considerava a rischio questi due paesi. Il prestito economico era una forzatura di carattere politico. Questo esempio pone in luce la divergenza tra dati tecnici e valutazioni di ordine politico. Nel 1991 Carli cercò invano di dimettersi. La Democrazia Cristiana di Andreotti si opponeva apertamente alla sua politica di rigore nei bilanci pubblici. E nonostante il tema, arduo e scottante, della riforma delle pensioni a ragione di nuove esigenze di contenimento della spesa, culminato nel 1995 con la legge Dini, Carli rimase al suo posto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La politica di bilancio avrebbe però trovato un robusto freno nella prospettiva in itinere dei vincoli esterni che stava maturando al tavolo dei negoziati per l’Unione monetaria europea. Insomma, il vincolo europeo, anche per Guido Carli, sarebbe stato l’unico strumento </span><span style="font-size: large;"><i>per poter imbrigliare gli istinti animali della società italiana e del ceto politico che la rappresentava</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel libro di memorie di Carli, raccolte da Paolo Peluffo poco prima della sua morte, si spiegava che il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;">” aveva già salvato l’Italia almeno tre volte: nel 1947, con l’adesione al sistema monetario internazionale a seguito degli accordi di Bretton Woods; quindi con l’adesione al sistema monetario europeo nel 1979; infine, nel 1992, col trattato di Maastricht. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Diodato apre il suo saggio su questo singolare scenario storico: dal pessimismo leopardiano (il </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso sopra lo stato presente dei costumi italiani</i></span><span style="font-size: large;"> – anno 1824), a quello di Guido Carli. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In modo affine, se “</span><span style="font-size: large;"><i>gli usi e i costumi in Italia”</i></span><span style="font-size: large;"> (1824) oppure “</span><span style="font-size: large;"><i>gli istinti animali</i></span><span style="font-size: large;"><i>della società italiana”</i></span><span style="font-size: large;"> (correndo, invece, l’anno 1993). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ da vedere se, in effetti, le due firme d’autore, Giacomo Leopardi e Guido Carli, si riferiscano, invero, al medesimo fenomeno: l’Italia preunitaria, poco dopo il Congresso di Vienna, ma già carbonara; e l’Italia moderna di fine millennio, quella della “Partitocrazia” e di “Tangentopoli”. Di sicuro, il “</span><span style="font-size: large;"><i>fattore K</i></span><span style="font-size: large;">” di Alberto Ronchey (in </span><span style="font-size: large;"><i>Chi vincerà in Italia? &#8211; La democrazia bloccata, i comunisti e il fattore K </i></span><span style="font-size: large;">– Mondadori 1982) non poteva essere indovinato, circa un secolo e mezzo prima, da Giacomo Leopardi. Pare, inoltre, che Carli non vi abbia mai fatto cenno. Eppure le ragioni della debolezza italiana non dipenderebbero da ritardi storici e culturali, da “</span><span style="font-size: large;"><i>usi e costumi</i></span><span style="font-size: large;">” storici perniciosi, ma piuttosto da quanto è accaduto, continuando nel tempo, dalla fine del 1943 a oggi. Va però chiarito a dovere che non è questa la tesi di Diodato, altre le cause, ed è bensì la nostra personale opinione, stimolata dalla lettura critica del saggio in questione. </span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>2* </b></span><span style="font-size: large;">Il </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso</i></span><span style="font-size: large;"> di Leopardi del 1824 presentava già la geniale intuizione </span><span style="font-size: large;"><i>in nuce</i></span><span style="font-size: large;"> dell’importanza della geopolitica. La geopolitica è lo studio delle motivazioni geografiche che influenzano l’azione politica (dizionario Devoto-Oli). E’ una scienza che studia i rapporti tra la geografia degli Stati e la loro politica, ed è lo studio dei rapporti tra i dati naturali della geografia e la politica degli Stati. Come sia, uno dei massimi cultori di geopolitica nel primo Novecento è stato Karl Ernst Haushofer (1869 – 1946), il cui pensiero influenzò assai il nazismo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Diodato non lo cita, ma si rifà a Carl Schmitt, famoso giurista cattolico nazista, dall’ottobre del 1933 professore di diritto pubblico a Berlino. L’Ottocento è stato essenzialmente il secolo liberale, mentre il Novecento, “</span><span style="font-size: large;"><i>Il</i></span><span style="font-size: large;"><i>secolo breve</i></span><span style="font-size: large;">” (la definizione è di Eric Hobsbawm), è l’epoca del duplice disastro bellico mondiale, ma anche della modernità più avanzata (caratterizzata dall’atomo e dal progresso di tutte le scienze). L’industrializzazione ottocentesca produsse ex se il marxismo, il “</span><span style="font-size: large;"><i>secolo breve</i></span><span style="font-size: large;">” ne costatò il fallimento storico e morale, con Stalin e con il crollo dell’Unione Sovietica. In Italia il “</span><span style="font-size: large;"><i>fattore K</i></span><span style="font-size: large;">” esteso (K sta qui per </span><span style="font-size: large;"><i>Kommunizm</i></span><span style="font-size: large;"> in lingua russa), ha condizionato quasi tutto l’arco del Novecento italiano, prima col fascismo e poi, in età repubblicana, con l’impraticabilità di ogni forma di “compromesso storico” (da Togliatti a Berlinguer, fino alla svolta nominale della “Bolognina”). Fu quindi la sorpresa della discesa in campo di Berlusconi, e, oggigiorno, Napolitano e Renzi, attualmente il nuovo Presidente ‘triste’, ai massimi vertici dello Stato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non si addiceva, al clima mediterraneo, il gelo siberiano. Cadde il muro di Berlino, crollò l’Unione delle Repubbliche Sovietiche (il colpo di piccozza che in Messico eliminò Trotsky, lasciò una macchia rossa indelebile sul cranio di Gorbaciov). Le due “Germanie” si riunirono. Domanda: chi ne ha pagato il costo economico? Prima del crollo del regime sovietico c’erano due “Europe”: quella dell’ovest e quella dell’est. Oggi c’è una sola Europa, anche se la Russia di Putin non ne fa parte. Il trattato di Roma del 1957 istituiva la Comunità Europea, sotto l’ombrello americano della Nato (1949). Dovrebbe essere questo il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo atlantico</i></span><span style="font-size: large;">”cui si riferisce Diodato, oggi aggiornato nel “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;">” dell’Unione Europea, il cui formarsi ed evolversi in una certa maniera, è derivato da un lungo processo. Dapprima in un modo che potremmo definire condizionato, poi in maggiore libertà di scelte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il trattato di Maastricht risale al 7 febbraio 1992. Potremmo dunque dire, con una perfetta tempistica. Torniamo pure al saggio di Emidio Diodato, che attiene, in bene o in male, al “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;">”condizionante. “</span><span style="font-size: large;"><i>Vincolo europeo</i></span><span style="font-size: large;">” con la moneta unica, l’Euro, e vincolo forte sui bilanci nazionali e sulla politica economica di ciascun Paese membro (ma con l’Inghilterra monarchica, a governo laburista oppure liberale alla Adam Smith, che ha preferito conservare la sua sterlina). La nuova Europa degli Stati Membri è un bel pasticcio, ha un suo volto economico, ma il suo aspetto politico è ambiguo, variegato e multiforme (dipende da ciò che definiremmo “politico”: un’ecumene organizzata e stabile, con tratti comuni marcati, oppure un insieme estemporaneo, accozzato alla bella e meglio?). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leopardi teneva in conto le grandi </span><span style="font-size: large;"><i>nazioni d’Europa</i></span><span style="font-size: large;"> – Francia, Spagna, Inghilterra, Russia, Germania, Paesi Bassi – per un’Italia che ancora non c’era: </span><span style="font-size: large;"><i>tutti sanno con Orazio</i></span><span style="font-size: large;"> (Odi, III, 24, 35-36) </span><span style="font-size: large;"><i>che leggi</i></span><span style="font-size: large;"><i>senza i costumi non bastano</i></span><span style="font-size: large;">. Una nazione, l’Italia, ma ancora non uno Stato: lo divenne soltanto nel 1861. Leopardi si riferiva alla Nazione, ai costumi strani e radicati di un popolo parlante quasi la stessa lingua. La Costituzione Repubblicana del 1947 parlerà, poi, di </span><span style="font-size: large;"><i>Nazione</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>Stato</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>Patria</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>Repubblica democratica </i></span><span style="font-size: large;">- virgola -</span><span style="font-size: large;"><i> fondata sul</i></span><span style="font-size: large;"><i>lavoro</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>ordinamento giuridico</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>rapporti civili </i></span><span style="font-size: large;">e di</span><span style="font-size: large;"><i> rapporti etico-sociali</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>rapporti economici</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>famiglia casa e risparmio</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>scuola</i></span><span style="font-size: large;">, di </span><span style="font-size: large;"><i>libertà, di sicurezza sociale </i></span><span style="font-size: large;">e </span><span style="font-size: large;"><i>istruzione pubblica</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>solidarietà sociale </i></span><span style="font-size: large;">ed </span><span style="font-size: large;"><i>eguaglianz</i></span><span style="font-size: large;">a, di </span><span style="font-size: large;"><i>rapporti politici</i></span><span style="font-size: large;">, di assetto bilanciato dei poteri, di organi di giustizia e di controllo, di </span><span style="font-size: large;"><i>autonomie locali</i></span><span style="font-size: large;"> (sciagurata riforma costituzionale D’Alema nel 1999), di </span><span style="font-size: large;"><i>tasse e tributi</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Di tutto la Costituzione ha detto, e ha prescritto, meno che sul principio della “parità del bilancio”. Sono dunque 139 articoli inutili, perché il mostruoso buco di bilancio – il debito pubblico enorme – ha compromesso l’Italia del presente e quella del futuro. L’arte della politica non ha altro spazio, oggi, che per tentare di governare l’enorme “buco nero” ingoia- tutto, sotto i dettami di “Bruxelles” e di “Straburgo”, </span><span style="font-size: large;"><i>direttive</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>regolamenti</i></span><span style="font-size: large;">, e i rigidi vincoli della Banca Centrale Europea (Bce). Sul tavolo verde della politica dell’Unione a Bruxelles la posta e parimenti le fiches è il monte del risparmio degli italiani, ma con un sistema bancario forse disfatto oppure traballante e aleatorio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo europeo</i></span><span style="font-size: large;">” è consistito, anzitutto, nella conversione della lira in euro: le pensioni già assegnate si ridussero in Italia del 50% nel loro potere di acquisto, questa la più grande tassa occulta storicamente pagata dagli italiani, a ragione del valore di cambio. Circa 1937 lire per un euro: il tasso di cambio già inglobava lo stato precario dell’economia Italia e il peso del debito pubblico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’Unione europea è il frutto della seconda guerra mondiale che fu la prosecuzione della prima. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il trattato istitutivo del 1957 – Trattato di Roma – insieme con altri accordi internazionali, aspirava alla Comunità Europea, oggi formalmente Unione di Stati Europei. Ma in una forma politica ibrida e incerta, di natura economica e monetaria, e con 21 lingue diverse: una Babele, un artificio costruito sulle esigenze economiche di un preteso mercato unico europeo – cioè il crollo delle barriere doganali e delle frontiere nazionali, con libera circolazione di uomini e di merci – e una formula giuridico istituzionale innovativa che lascia in sospeso la sovranità nazionale dei singoli Stati membri. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dal Sacro Romano Impero sotto Carlo Magno – all’Unione (mercantile) europea dopo il crollo del blocco sovietico e la fine della guerra fredda. Dalla crisi di Berlino Ovest nel 1948 – al Patto Nato. Dal Trattato di Roma – 1957 – al Patto di Maastricht nel 1992. Tempi moderni che si rincorrono: si può forse ignorare o passare sotto silenzio il “</span><span style="font-size: large;"><i>fattore K</i></span><span style="font-size: large;">”, esteso all’Europa intera? Quanto valeva per l’Europa geografica divisa in due blocchi, ha continuato a valere fino a oggi per l’Italia, nonostante l’abiura al marxismo. Da noi l’ex P.c.i. non si è mai dissolto, come in Francia e in Spagna, ha soltanto cercato di mutare etichetta. Integre ne sono rimaste la mentalità, l’antropologia, il sistema. Ed è la sostanza che conta, mentre l’ideologia tradizionalmente consolidata, aliena da effettive rotture col passato e da veri ‘</span><span style="font-size: large;"><i>mea culpa’</i></span><span style="font-size: large;">, può trovare altri ripari, puramente nominali, proseguendone indenni </span><span style="font-size: large;"><i>il</i></span><span style="font-size: large;"><i>costume e gli usi</i></span><span style="font-size: large;">, realtà antropologicamente radicate nel ceto di classe. I fatti lo indicano, chi benedisse i carri armati sovietici, legittimi apportatori di libertà in Ungheria, nel 1956, è “Presidente della Repubblica”. E’ lecito dunque presupporre una ‘repubblica popolare’, oggi che si respira un’aria avvilita e un clima paradossale. Certe regole si conservano nei loro effetti materiali che appunto le dichiarano. Povertà di massa, in Italia, e crisi di sistema. Tutta colpa di Berlusconi, che avrebbe confuso l’azienda con lo Stato, oppure il danno veniva da lontano, remote le sue cause? </span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>3*</b></span><span style="font-size: large;"> L’Unione Europea si basa sul mercato, e su direttive e regolamenti per materia. Ed è, in pratica, un sistema neo feudale, dove il ruolo dell’</span><span style="font-size: large;"><i>Imperatore </i></span><span style="font-size: large;">è dato &#8211; al centro del sistema &#8211; dall’Unione, mentre i vari </span><span style="font-size: large;"><i>Regni</i></span><span style="font-size: large;"> conservano una loro sovranità, essenzialmente limitata al prelievo fiscale e all’ordine pubblico interno, ripartendosi – com’è avvenuto dal 1970 in Italia – in espressioni territoriali minori, come le Regioni, oppure i Land, i Dipartimenti o le Contee. In Italia, il sistema a piramide rovesciata delle c.d. autonomie locali, incontrollati centri di spesa, non dotati di risorse fiscali proprie, entrate necessarie per l’asserita “autonomia”, ma con disparità di trattamento tributario, che oggi varia da chilometro a chilometro di superficie nazionale, è stata aldilà di ogni dubbio una delle cause preponderanti di spesa pubblica incontrollata e improduttiva, di abusi sistematici e di enormi sperperi, rappresentando tale assetto, garantito dalla Costituzione, ma attuato con molto ritardo, la localizzazione e il radicamento del sistema politico spartitorio, e, per quanto concerneva un granitico partito d’antan, non ancora rimasto orfano di padre e di madre, anche la base necessaria per il consolidamento, ovviamente condizionate nel suo esercizio, del potere in ambito politico ed economico, oltre che sociale e sindacale. Il sistema feudale europeo, in queste amare parole, ed è probabilmente la verità, ha in Italia la corrispondenza perfetta in scala discendente: da Bruxelles si arriva alle Regioni (con ‘ambasciate’ in Europa: questa la prassi concreta), e dalle Regioni si passa agli ordini minori. Lo “Stato” è all’ultimo posto, in fondo: nell’art. 114 della Carta Costituzionale riformata nel 1999 prima vengono i Comuni (e le Comunità montane per sottinteso), poi le Province, le Città metropolitane, e le Regioni (ora le Province dovrebbero essere eliminate). Questa è la “Repubblica Italiana” fondata sulle autonomie locali. In modo affine, l’Italia – dal 1999 – si presentava su misura: da ‘Bruxelles’ a ‘Matera’. Che sarebbe mai accaduto con l’Eurocomunismo di Berlinguer? Se stiamo ai giri di parole e alle utopie, i fatti scompaiono. Se analizziamo i fatti, sono le parole a rivelare, adesso, altre intenzioni: quelle del partito unico, quelle dell’illusione tramontata. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’euro è la moneta condivisa, governata dal mercato comune, e dal mercato internazionale: il mercato interno di ciascuno Stato membro ne è condizionato, e mentre l’Europa unita consiste nell’euro, è ovvio che i vari Stati vi si siano vincolati (con la resistenza accanita di alcuni paesi nord europei). Il controllo dell’Euro e della stabilità monetaria è affidato alla Bce. Assegnata la moneta unica, è stata così definita, precisata e commisurata la ‘ricchezza’ comparabile di ciascuno Stato membro, e con ciò anche il suo rango economico. Non varia, tra Sato e Stato, il valore e il potere di acquisto dell’Euro, varia invece la ricchezza e la disponibilità monetaria: gli Stati membri meno floridi hanno minori disponibilità e salari più bassi. Gli Stati membri con un forte debito pubblico calcolato oggi in Euro sono i più esposti: tra l’altro, non possedendo più una loro moneta nazionale, non sono più in grado di svolgere manovre economiche ricorrendo alla svalutazione o alla rivalutazione. Il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;">” costringe gli Stati membri europei alla virtù unitaria, all’emulazione positiva. Mentre l’enorme debito pubblico dell’Italia (ma anche di altri Stati), li confina alla periferia, e li impaccia nelle loro politiche interne. Lo standard economico italiano era di tipo europeo, paragonabili i salari e i livelli della produzione. Ciò significava, dovendo ormai parlare al passato, che l’economia in sé dell’Italia – trasformatrice per sua natura – reggeva bene la competizione dei mercati, rispetto ai costi di produzione, sia per qualità che per il margine di valore aggiunto, mentre gli apparati pubblici nazionali e locali, centri di spesa incontrollata, derogavano rispetto ai compiti istituzionali, gravando pesantemente sul sistema produttivo, sperperando risorse e creando progressivamente nel tempo un debito pubblico immane, a fronte del quale non c’è mai stata un’adeguata risposta economica di tipo keynesiano nei moltiplicatori di reddito. Finché non è avvenuto ciò che era inevitabile: il risveglio nel mercato dei titoli del debito pubblico e lo spread. Il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;">” non è un correttivo ortopedico, per l’Italia, ma una sanzione. L’Europa dei mercati ha decretato ufficialmente lo stato di debolezza e di non ‘credibilità’ del sistema italiano, e il rigore imposto da Bruxelles nei conti pubblici italiani (da qui il Governo tecnico di Mario Monti), era una sanzione (rispetto alla quale i governi politici trovano utile temporeggiare e non esporsi direttamente: da qui la misura o impronta d’unità formale del Governo Letta, che non ha tenuto, anche politicamente, e attualmente, col nuovo Governo Renzi, il duplice problema, aggravato della crisi istituzionale, che è anche costituzionale, dei conti pubblici e dell’economia interna. La crisi è totale, la sua lunga scia temporale comprende il “sistema Italia” nella sua interezza. Riguarda tutta la Nazione, non è risolvibile, se non con drastiche riforme globali e il massimo impegno a tutti i livelli, riconoscendo i segni concreti della realtà quale è, spogliandosi una volta per sempre del condizionamento ideologico e di inveterate abitudini di potere, di pessima prassi burocratica, atteggiamenti anchilosati, costumi corrotti, calcoli elettorali sconcertanti: il sistema politico italiano è tarlato e fradicio, il sistema economico è stato gravemente indebolito e compromesso da una sequenza storica errori politici madornali, la cui causa prima si radicava nella demagogia e nelle illusioni, nella loro alternanza di contrasti e nel mantenimento dello status quo. Le opposizioni di recente formazione, non ancora inserite al potere e dedite alla protesta sistematica, sono nate e cresciute come reazione di sentimenti comuni e diffusi rispetto al fallimento organico di certi sistemi partitocratici, che pretendevano di sopravvivere a se stessi. “Tangentopoli” è stata la fase iniziale di questo malessere, innescata con malizia e per necessità, che a più di venti anni di distanza, aldilà dei misfatti personali, si è finalmente rivelato per ciò che era sempre stato: la crisi generale della politica italiana, dovuta al “fattore K”, la sua instabile stabilità forzata tra utopie universalistiche e reazioni di equilibrio interno e internazionale. Lacerazioni, contrasti, errori reciproci. Forzature, doppi giochi, consociativismo, bipolarismo. Ha vinto col nuovo Millennio il Mercato europeo, la cattiva politica interna italiana ha pagato il suo conto in sospeso, troppo a lungo rinviato, con l’oste esigente della Storia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Macerie e dissoluzione. Il “governo del territorio” (indigeribile formula verbale per i puristi della democrazia), si è ridotto ai continui disastri ricorrenti: bastava ripulire gli argini di fiumi, secondo le sane leggi d’inizio del secolo scorso. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ma fiumi di parole, sempre quel il politichese nostalgico, sperperi d’ogni genere. Corruzione, criminalità organizzata, improvvisazione, follia, incompetenza e inefficienza, deresponsabilizzazione e collegialità. Anche il bel Paese, l’Italia antica robusta e paziente, s’è schiantato come la “</span><span style="font-size: large;"><i>Quercia</i></span><span style="font-size: large;">” del Pascoli: </span><span style="font-size: large;"><i>pur era</i></span><span style="font-size: large;"><i>grande</i></span><span style="font-size: large;">. Il male interno, che però veniva da lontano, agì in modi differenti: ci furono un ‘prima’ e un ‘dopo’. Da che cosa fummo ‘liberati’, se gli stessi ‘liberatori’ non erano uomini ‘liberi’, immuni da affini errori? Che la storia d’Italia nel “Novecento”, quello vero, non il film di Bertolucci, si riduce a un contrasto che non ha eliminato il progresso, bensì l’ha favorito, salvo lo strazio bellico, ma quando si passò alla sua disciplina costituzionale, in forma di democrazia di numero, anziché di scelta migliore per tutti, fu allora l’inizio della fine. Il ciclo si è ormai compiuto, il declino dell’Italia è un dato di fatto. Le Repubbliche popolari dell’Est si sono affacciate all’Europa, assetate di libertà, meno cariche di vizi e di triste obsolescenza: le attende un tempo nuovo. A scoppio ritardato qui ha agito lentamente il medesimo virus non debellato. Non c’è molto altro da capire. Un excursus più ampio di storia patria è francamente inutile giacché dal 1945 in poi l’Italia è rinata, si è poi addormentata, ed è morta nel sonno della ragione. Magari, è stata pure avvelenata. E’ superfluo e inutile cercare spiegazioni là dove difettano, trascurando i dati reali dl declino. La ragione del debito pubblico italiano è la spiegazione vera degli </span><span style="font-size: large;"><i>usi e dei costumi</i></span><span style="font-size: large;"> avariati, delle colpe e dei responsabili. La Costituzione del 1947 non prevedeva il principio della parità di bilancio, lo Stato non è un’impresa commerciale, ci si può indebitare, ma chi paga? Pagano sempre i più poveri. Mentre “la ricchezza delle nazioni” è o sarebbe Stato più Mercato, ed è ordine nei conti pubblici, equità fiscale, promozione economica, ed è rispetto vero e assoluto dei singoli cittadini e solidarietà sociale anche nei termini oggettivi del diritto dovere al lavoro e alla partecipazione. Non è utopia parolaia, oppure violenza, ma è prassi virtuosa. Finalmente gli Italiani l’hanno capito, ma potrebbe ormai essere troppo tardi. Non sono in discussione le persone, i cui sforzi d’azione e d’impegno politico dopotutto appaiono sinceri, ma i criteri di riferimento e i modelli d’ispirazione. L’arte del buon governo si fonda sulla conoscenza effettiva della natura intrinseca dei problemi nazionali e sulla capacità di risolverli con efficienza persuasiva e capacità d’esempio. Occorrono capacità autentiche e somma onestà, ma si potrebbe seriamente dubitare, a buona ragione, che la ‘democrazia’ italiana sia strutturalmente capace di operare selezioni di merito circa la propria classe politica di mestiere, retribuita con denaro pubblico, e facilmente portata ad abusi di potere. L’infezione dei ‘partiti’ ha a propria volta una causa, e non è cosa di ieri. Il rivoluzionario o il conservatore professionista è divenuto un burocrate nella sua struttura d’appartenenza, quindi un politico preselezionato, imposto ed eletto su basi demagogiche. La società civile è rimasta pressoché estranea, la politica è divenuta un mestiere, anche se non sempre a lungo metraggio, come in passato, in specie in questi ultimi periodi d’instabilità e di cambiamenti illusori d’apparato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le ragioni della debolezza italiana in politica estera (filo-mediterranea per via del petrolio e di taluni sbocchi di mercato) e in politica interna sono prese in esame da Diodato negli ultimi due capitoli del saggio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’analisi tocca molti aspetti e si conclude nel dato ormai certo che la stagione del </span><span style="font-size: large;"><i>vincolo atlantico</i></span><span style="font-size: large;"> è tramontata (un riferimento all’epoca della Democrazia Cristiana e della doppia Europa), nonostante permanga ancora il Patto atlantico ( concepito nel 1949 in funzione anticomunista rispetto all’ex blocco sovietico). </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: large;"><i>In Europa ha preso forma una diversa linea di tendenza imperiale: un’unione politico-monetaria fra nazioni imparentate</i></span><span style="font-size: large;">”. Altro panorama e poi una politica nuova. Se Pasolini aveva potuto scrivere – </span><span style="font-size: large;"><i>Alla mia nazione</i></span><span style="font-size: large;"> – questi versi: </span><span style="font-size: large;"><i>Sprofonda in questo bel mare, libera il mondo&#8230;</i></span><span style="font-size: large;">, l’Italia odierna ha a che fare – oggi – su due versanti politici e geografici differenti: quello europeo e quello mediterraneo. Presa d’assalto dai barconi degli emigranti a causa della perenne crisi politico-economica mediorientale, deve guardare all’andamento delle Borse, ai mercati internazionali, alla globalizzazione, alla propria obsolescenza interna con disoccupazione crescente e malessere endemico dell’economia. Le ragioni di queste gravi difficoltà derivano da una lunga somma di errori e di traviamenti. La crisi nazionale è anche politica, consistente nel fallimento istituzionale. L’opinione pubblica ne è consapevole, con un giudizio sintetico intuitivo, più che attraverso un’analisi capillare e documentata, rispetto agli innumerevoli buchi di memoria che hanno caratterizzato il Paese dal 1970 in poi. Gli anni del piombo e gli anni del fango, tanto per indicare alcuni decenni, non sono stati una bizzarria meteorologica del clima politico, bensì il portato di una serie di aberrazioni progressive inevitabilmente maturate in un dato arco storico. Le premesse di questa lacerazione distruttiva erano presenti già dal 1945, subito dopo la liberazione dell’Italia dal fascismo. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>4*</b></span><span style="font-size: large;"> Le nostre critiche sull’Unione Europa sono grossolane. Appartengono al senso comune, non a un’analisi capillare. Il governo europeo legifera mediante direttive e regolamenti, su oggetti di competenza esclusiva oppure concorrente, mediati dal Trattato, con forme bizantine la cui capillarità è talvolta ridicola. Ogni Stato membro cerca di arrangiarsi come può (le truffe comunitarie sono all’ordine del giorno). Mentre l’euro ha la sua Banca Centrale con sede in Germania a Francoforte – potere reale sommo perché rivolto al controllo dell’euro e alla stabilità dei prezzi – la politica economica dell’Unione Europea segue i rapporti di forza del momento: ed è l’economia monetaria dell’Unione, più che la primazia dell’arte della politica, nell’indistinto democratico dove convivono e coesistono anche degli antichi e pericolosi germi politici o virus del passato. La Costituzione europea è incolore e insapore: atea come il suo mercato. </span><span style="font-size: large;"><i>Deus ex</i></span><span style="font-size: large;"><i>machina</i></span><span style="font-size: large;"> l’Euro, con i simboli nazionali: ognuno degli Stati membri lo ha ‘rivestito’ con i suoi propri ‘miti’. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quanto potrà durare l’unione monetaria europea? E quali sarebbero gli aspetti salienti, e le conseguenze negative, della rottura dell’Unione o di una misura a due velocità dell’euro, con paesi virtuosi da un lato e i paesi poveri dall’altro, perché fortemente indebitati? L’Europa politica è convenzionale, ed è persino innaturale: l’Europa del mercato unico è una realtà razionale, tuttavia minata dalla presenza di Stati deboli perché fortemente indebitati e con economie interne in crisi, di cui l’Italia è l’espressione più rilevante. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tanto più rilevante e accentuato il pericolo generato dal caso italiano nel momento presente, quando la crisi mondiale del 2008 si era già manifestata con riflessi europei durante la prima presidenza della Repubblica di Giorgio Napolitano ed è stata oggi ereditata in termini europei legati allo spread con i bond tedeschi dall’attuale Governo Renzi (con Presidenti di Camera e Senato provenienti dal Pd, erede post comunista del Pci): vale a dire al culmine delle aspirazioni di potere nazionale, finalmente raggiunto d’un partito politico un tempo governato da Mosca, nonostante le esperienze alterne e per certi versi assai discutibili dell’alternanza bipolare, che sarebbe un errore definire come “seconda Repubblica” con la discesa in campo di Berlusconi (in tal senso Diodato, da cui dissentiamo). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La cartina ‘politica’ di tornasole ha fornito la sua risposta cromatica: che lo si voglia accettare o meno dipende dalla capacità di illusione, e di elusione, ‘sui’ e ‘dai’ dati storici. La storia come proclama ad alta voce e la vicenda reale non coincidono. Le ragioni vere del contrasto interno nella politica italiana dal dopoguerra ad oggi dipendono ancora dalla lotta di classe almeno nel senso di una sostituzione di ceti e di soggetti di potere. L’allontanamento ovvero la latitanza delle c.d. “teste d’uovo” dall’agone politico nazionale, salvo i governi tecnici di breve durata che tuttavia non hanno mai saputo esprimere una vera qualità all’altezza del compito, dà la misura esatta dei mali della “democrazia” in Italia: il numero non è diretta manifestazione di scelte ottimali, i partiti – oggi pressoché scomparsi – hanno preferito la demagogia alla serietà, nei partiti politici o loro rimasugli dopo una certa epoca che possiamo dire esaurita dal 1970 in poi, non hanno trovato collocazione gli esponenti migliori della cultura e della società civile avanzata (Oriana Fallaci mise il dito nella piaga infetta nei suoi ultimi libri all’inizio del nuovo millennio). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La società civile, che sorse dalla </span><span style="font-size: large;"><i>polis</i></span><span style="font-size: large;"> greca, è comunque un frutto mercantile del </span><span style="font-size: large;"><i>greco mare</i></span><span style="font-size: large;"> Mediterraneo. Sua immagine, secondo Diodato è il cerchio. La </span><span style="font-size: large;"><i>civitas</i></span><span style="font-size: large;"> romana si fondava, invece, sulle virtù stesse dei </span><span style="font-size: large;"><i>cives</i></span><span style="font-size: large;">, ma poi calarono i barbari in Occidente, e in seguito furono i liberi comuni (e i banchieri fiorentini durante e dopo le Repubbliche marinare). Il fiorino del giglio, e l’aquila imperiale, che era una “Emme” prodigiosa per Dante Alighieri. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ma lasciamo il lettore direttamente alle prese col saggio di Emidio Diodato che contiene un excursus storico su stato e democrazia in Italia. Siamo quasi a un passo dall’età liberale dopo le lunghe doglie della Storia e il pericolo del dominio islamico prima di Lepanto. Con la pace di Westfalia (24 ottobre 1648), si concludeva la guerra europea dei trent’anni, tra cattolici e protestanti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Il Leviatano</i></span><span style="font-size: large;"> di Hobbes, teorico del potere assoluto, risale al 1651. In Inghilterra era in atto una rivoluzione che opponeva il parlamento al re. Hobbes, filosofo inglese, ritornò in Inghilterra dall’esilio volontario a Parigi, sotto Cromwell. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Semplici evocazioni nei meandri della storia d’Europa. In Italia, da Dante a Machiavelli (Diodato fa volentieri a meno di Dante). Dal sogno dell’impero universale, al </span><span style="font-size: large;"><i>Principe</i></span><span style="font-size: large;">. Alla conservazione e durata di uno Stato presiede la virtù collettiva, per la sua fondazione occorre la virtù di un singolo. “Virtù,” per Machiavelli, non ha nulla dell’omonima nozione cristiana. Sempre la Chiesa Cattolica, fondata da Pietro e radicata a Roma, la Chiesa che fu l’erede ideale dell’impero romano (un impero ‘criminale’?): ovvero la </span><span style="font-size: large;"><i>pax Augusti</i></span><span style="font-size: large;"> (ma gran falsario il Papato, con la pretesa donazione di Costantino, imperatore a metà tra Oriente e Occidente, mezzo cristiano e mezzo assassino). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La storia moderna è questa. In specie, se rivisitata dal lato nostrano, il “Paese dei Vitelli”, col famoso ‘digamma omerico’. Dall’Italia antica dei </span><span style="font-size: large;"><i>municipia</i></span><span style="font-size: large;"> romani, alle terribili calate dei barbari. E l’Italia dei Comuni. Poi le Signorie e le Dominazioni straniere. Finalmente l’Italia unitaria sabauda, con i “</span><span style="font-size: large;"><i>Fratelli</i></span><span style="font-size: large;">-</span><span style="font-size: large;"><i>coltelli</i></span><span style="font-size: large;">” d’Italia. Dal “</span><span style="font-size: large;"><i>Va pensiero</i></span><span style="font-size: large;">” all’Inno di Mameli, passando per l’Internazionale: “</span><span style="font-size: large;"><i>Viva il</i></span><span style="font-size: large;"><i>comunismo e la libertà</i></span><span style="font-size: large;">”, entità tra loro non conciliabili, contrabbandate per il paradiso in terra dei lavoratori. La storia si vendica, gli errori si sommano. Passano i decenni e si consumano invano le occasioni di crescita e di progresso. Del resto il dramma storico della democrazia in Italia è quello dei servi storici della gleba e dei nuovi consoli. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>5*</b></span><span style="font-size: large;"> Leopardi era conscio che il principio sommo delle Nazioni è la stessa società civile. </span><span style="font-size: large;"><i>Le dette nazioni</i></span><span style="font-size: large;"> – oltre </span><span style="font-size: large;"><i>il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri bisogni</i></span><span style="font-size: large;"> – </span><span style="font-size: large;"><i>hanno quel genere più particolare di società che consiste nel commercio più intimo degli individui</i></span><span style="font-size: large;"> – insomma la cultura, il sapere, la società civile depositaria delle migliori esperienze e delle più nobili aspirazioni (per il marxismo-leninismo stalinista la civiltà borghese da abbattere e da sostituire con la dittatura del proletariato). </span><span style="font-size: large;"><i>Negli italiani</i></span><span style="font-size: large;"> Leopardi notava sopratutto </span><span style="font-size: large;"><i>la mancanza di società</i></span><span style="font-size: large;">. Eppure il movimento ideale “carbonaro” che portò infine all’Unità d’Italia sotto la provinciale e subalpina monarchia sabauda, seppe nutrirsi di elevati valori: i teatri lirici raccoglievano, nel bel canto, ogni aspirazione civica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Gli italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi.</i></span><span style="font-size: large;"><i>Poche usanze che possano dirsi nazionali</i></span><span style="font-size: large;">, bensì </span><span style="font-size: large;"><i>provinciali o municipali</i></span><span style="font-size: large;">, insomma locali, </span><span style="font-size: large;"><i>seguite</i></span><span style="font-size: large;"> soltanto </span><span style="font-size: large;"><i>per assuefazione</i></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><i>Lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto delle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada&#8230;</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Secondo Leopardi</span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia.</span></i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il che equivarrebbe secondo Diodato al pessimismo politico di un Guido Carli già Governatore della Banca d’Italia </span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">sugli appetiti animali della società italiana lasciati al loro naturale</span></i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">sviluppo</span></i></span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La tesi di Diodato andrebbe dimostrata, prima di stabilire un paragone diretto tra il 1824 e il 1993. Molta acqua corse sotto i ponti.</span><span style="font-size: large;">Non è detto che il “popolo” – altro concetto costituzionale – coincida con la società civile se quest’ultima non è cresciuta bene nel proprio seno nazionale: la trilogia di Oriana Fallaci, dopo l’attentato alle due torri del 2001, esprimeva il rimpianto per le </span><span style="font-size: large;"><i>virtù</i></span><span style="font-size: large;"> professe della società borghese italiana improntata al miglior spirito liberale. Alla classe politica italiana del dopoguerra è forse mancato quello stesso spirito unitario e preunitario, ha fatto difetto una vera cultura (costumi e usanze rette), oppure è stata travolta dal </span><span style="font-size: large;"><i>populismo</i></span><span style="font-size: large;"> sicché, la democrazia, divenne demagogia in senso aristotelico? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Diodato avrebbe dovuto porsi di fronte al problema storico, sociologico e politico del “fattore K” esteso, la teologia atea della “falce e del martello”, lo stalinismo di un Togliatti, nel 1943 sbarcato in Napoli da un ‘sommergibile’ sovietico. Senza il fattore K la storia d’Italia sarebbe stata differente: in meglio, e non in peggio. Avemmo avuto la socialdemocrazia e l’alternanza: non lo scontro politico-sociale, i “blocchi contrapposti” e la </span><span style="font-size: large;"><i>conventio</i></span><span style="font-size: large;"><i>ad escludendum</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sarebbe stata un’Italia differente, avremmo avuto una Costituzione meno ibrida e di compromesso, e, comunque, una pratica costituzionale ed istituzionale molto più corretta. Il delirio ideologico, fomentato da teorici storicamente falliti, non avrebbe imbarbarito il costume politico e le usanze parlamentari. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E ci saremmo risparmiati gli “anni del piombo”, e poi gli “anni del fango” (ed è ampiamente noto e assodato, nei fatti, che Tangentopoli è continuata a peggiorare fino a oggi a ragione degli abusi ‘democratici’ spalmati su tutto il “territorio”, definizione di sapore feudale con prassi dispotica affidata alla “nomenklatura” di rango minore, come appunto nel caso dell’Umbria, dal 1945 a oggi, terra antica, in cui le attese della ‘liberazione’ sono un dato conclamato sia nel capoluogo regionale, che negli altri centri urbani dove la sinistra ha creato enormi buchi e dissesti madornali). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Gudo Carli si esprimeva da economista. La sua esperienza politica finale fu episodio alquanto limitato. La Banca d’Italia era il luogo privilegiato da cui poter osservare le vicende nazionali da Luigi Einaudi in poi: la parità col dollaro nel 1948, il centro sinistra nel 1963 con Nenni, la stagione delle grandi riforme economico-sociali del Paese nonostante il rigurgito provvisorio del governo Tambroni, e malgrado la Gladio e il Generale De Lorenzo. Ogni società storica ha i suoi appetiti. La partitocrazia, non regolamentata, era conseguenza diretta del “fattore K”, il sindacalismo era andato ben oltre la sua funzione fisiologica e necessaria, postulando variabili indipendenti: i partiti politici creavano eccezioni in serie, violando o aggirando leggi e principi formali, e fomentando – ovunque – il </span><span style="font-size: large;"><i>particulare</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Conseguenze l’inflazione a due cifre, che si scaricava sulla scala mobile, appiattendo le retribuzioni e annullando la meritocrazia, il malessere di fabbrica, l’eurocomunismo verbale e il così detto “compromesso storico”, il ‘pansindacalismo’, lo Statuto dei lavoratori, il conflitto permanente, la spartizione. Il “delitto Moro” sanciva – nel 1978 – l’impossibilità del “compromesso storico” sotto l’ombrello della Nato, e le testate nucleari sovietiche nell’Europa dell’est. Anziché dichiarare con chiarezza il fallimento storico ed economico dell’ideologia marxista si preferiva giocare con le parole – </span><span style="font-size: large;"><i>La terza via</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>l’eurocomunismo</i></span><span style="font-size: large;"> – lasciando in sospeso il corretto giudizio sui fatti con espressioni e definizioni ingannevoli. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il 1992 apriva un capitolo nuovo, per l’Italia ‘post comunista’ e per l’Europa. Era crollato l’impero sovietico, era caduto il muro di Berlino, ma si aprivano altre crepe, per l’Italia, che ne erano la conseguenza. L’Unione Europea si ritrovava – intatta e soddisfatta – nel libero bacino di mercato degli Stati membri, inseguendo il sogno di una vera e propria unione politica di Stati, anziché un compromesso giuridico formale tra “Stati” e “Mercato”; non l’unione politica, nonostante il venir meno dell’Unione Sovietica, e la riunificazione della Germania. L’Europa è troppo diversa da nord a sud. E nemmeno una vera unione economica di Stati, giacché non sono sufficienti l’euro e il mercato comune, per singoli apparati economici nazionali non ancora integrati e in competizione tra loro anche a ragione delle stesse condizioni politiche interne (il caso Italia è paradigmatico su questo versante). L’Unione Europea avrebbe senso soltanto in condizioni di omogeneità politica, col paradosso che il c.d. “eurocomunismo” ne sarebbe stata una formula possibile, se in definitiva ciò avesse significato socialdemocrazia, però con la garanzia della piena efficienza del sistema economico liberale e di mercato (c.d. capitalismo etico). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 2008 ci fu una crisi globale dell’economia, la cui cause furono studiate da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia (autore de </span><span style="font-size: large;"><i>Il ritorno dell’economia della depressione</i></span><span style="font-size: large;">, Garzanti 2009). Il “grande crac” del 2008 riproponeva gli “spettri” della crisi di Wall Street nel 1929. Il capitalismo monetario, lo svincolo finanziario dalle regole di controllo, è una sciagura. Mentre i mali italiani consistono – sopratutto – nell’incapacità tecnica e nella corruzione generalizzata della classe politica, nella disorganizzazione del Paese, nella fragilità economica, nel declino culturale indotto, a parte la dipendenza energetica e la carenza di materie prime in una Nazione trasformatrice per vocazione. “Paese” in senso organizzativo, e “Nazione” come insieme culturale. “Popolo” in senso democratico, se la democrazia in misura “costituzionale” fosse effettivamente lo strumento più adatto a far emergere forze nuove ed effettive capacità nell’interesse comune. Ma in Italia è in crisi anche l’assetto costituzionale, che reca in sé i segni opposti di una vecchia lacerazione politica e del compromesso tra opposti. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>6* </b></span><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>politica</i></span><span style="font-size: large;"> non è una </span><span style="font-size: large;"><i>scienza</i></span><span style="font-size: large;">, sebbene un carattere scientifico abbia comunque il suo linguaggio, almeno in senso storico, filosofico e giuridico. Piuttosto, si tratta di un’arte, quella del </span><span style="font-size: large;"><i>Buon governo</i></span><span style="font-size: large;">. Come in fisica quantistica, anche in politica predominano fattori statistici non di natura meccanica o causale, di cui però è necessario tener conto come </span><span style="font-size: large;"><i>sussidio</i></span><span style="font-size: large;"> per l’</span><span style="font-size: large;"><i>arte di</i></span><span style="font-size: large;"><i>governo</i></span><span style="font-size: large;"> (Ettore Majorana, </span><span style="font-size: large;"><i>Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze</i></span><span style="font-size: large;"><i>sociali</i></span><span style="font-size: large;">, scritto ‘postumo’). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il tramonto storico di un’illusione di tipo materialista – volgare materialismo dialettico – ha dimostrato, nell’ultimo arco del Novecento, che era infondata la </span><span style="font-size: large;"><i>ratio </i></span><span style="font-size: large;">scientifica di quella politica di sinistra che pretendeva di abolire il mercato, anziché cercare di disciplinarne gli eccessi egoistici. L’Europa di oggi ha preferito puntare sul mercato, piuttosto che sulla politica in senso stretto. E si è trattato, in buona sostanza, del fallimento dell’ideologia pura, per il trionfo delle regole di gestione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’euro ha creato il mercato unico europeo e ha segnato, nel mercato, il superamento degli Stati nazionali e della politica di frontiera che li caratterizzava in precedenza. L’ibridazione europea ha trasformato la politica in attività di gestione, ha allargato l’orizzonte del </span><span style="font-size: large;"><i>Buon governo</i></span><span style="font-size: large;"> senza preconcetti di natura ideologica. </span><span style="font-size: large;"><i>Il Buon Governo</i></span><span style="font-size: large;"> è una raccolta di articoli e di scritti divulgativi di Luigi Einaudi (Laterza 1973, due volumetti), un grande economista piemontese di stampo liberale, che fu Governatore della Banca d’Italia dal 1945 al 1948, e poi Presidente della Repubblica, succeduto a Enrico De Nicola, dal 1948 al 1955. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il mercato globale è la massima espressione omogenea delle singole virtù nazionali. L’economia di mercato, e il parallelo governo della moneta unica, costituiscono oggi la massima espressione, la stessa ragion d’essere dell’Unione Europea, senza alcuna certezza </span><span style="font-size: large;"><i>scientifica</i></span><span style="font-size: large;"> nella prassi di gestione; del resto, l’economia e il mercato non seguono regole scientifiche, certe a priori, ma dipendono da fattori vari e fluttuanti: le singole realtà nazionali, le scelte in sede comunitaria, il vincolo della moneta unica, le materie prime, i fattori tecnologici della produzione e dell’innovazione, ecc. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Una competizione economica tra gli Stati membri nell’ambito di regole date, un assetto d’insieme, tendenzialmente rivolto all’omogeneità, ma in pratica caratterizzato dalla presenza di squilibri economici o da ritardi storico-sociali di carattere regionale che, se non risolti a tempo opportuno, e in modo conveniente, finiscono per compromettere la prosecuzione del sistema. La politica non è una vera scienza, ma al massimo uno studio, una teoria circa i fini e i mezzi. Scienza non è l’economia, a ragione di fattori imponderabili. Il crollo di un’illusione, quella del marxismo, ha tarpato le ali a infondate pretese di onniscienza su inconsistenti fondamenta ideologiche, ma al contrario ha finito per ridurre la politica a mercato: l’Europa unita e il Mercato europeo. Il prezzo di uno sforzo comune d’integrazione politica, non ancora realizzatasi, è oggi l’alea congenita del mercato economico. Di questo occorrerebbe tenere conto rispetto al succo fondamentale del saggio di Emidio Diodato sul “vincolo esterno”, se non siamo stati eccessivi andando oltre il segno. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Con </span><span style="font-size: large;"><i>La ricchezza delle nazioni</i></span><span style="font-size: large;"> di Adam Smith, s’inaugurava in Inghilterra il 9 marzo 1776 la grande stagione dell’Europa nuova, liberale e mercantile, durante l’illuminismo e il secolo degli Stati assoluti. In America – e poi in Francia – fu “rivoluzione”. Vennero Napoleone e il Congresso di Vienna nel 1815. Fu la “restaurazione”, preteso equilibrio transitorio rispetto agli squilibri europei. Il pensiero liberale fondato sull’analisi economica di Smith conteneva i germi fecondi della rivoluzione industriale e della modernità. Il ruolo dello Stato consiste nel freno agli abusi capitalistici, l’arte del “buon governo” sta nel coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale. Sulle ideologie totalizzanti vinse il mercato; ma il mercato non è mai fine a se stesso: ed è per questa precisa ragione che alcune risoluzioni dell’Onu hanno parlato di “</span><span style="font-size: large;"><i>capitalismo etico</i></span><span style="font-size: large;">” in sintonia col diritto dei popoli alla vita e al progresso. [Dovremmo dunque dire: </span><span style="font-size: large;"><i>Populorum progressio,</i></span><span style="font-size: large;"> secondo l’insegnamento della Chiesa Cattolica, a fronte delle esigenze di libertà e dignità per tutti gli esseri umani del pianeta Terra, </span><span style="font-size: large;"><i>l’aiuola che ci fa tanto feroci</i></span><span style="font-size: large;">]</span><span style="font-size: large;"><i>. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il saggio di Diodato si articola lungo un percorso che tende al discorso </span><span style="font-size: large;"><i>scientifico</i></span><span style="font-size: large;">, prendendo a oggetto il caso Italia. Dipende dai presupposti, sui quali si potrebbe discordare. Quali sono le vere ragioni – o cause – dell’innegabile “</span><span style="font-size: large;"><i>debolezza italiana</i></span><span style="font-size: large;">”? Il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo europeo</i></span><span style="font-size: large;">” è un rimedio oppure un aggravio? Si deve parlare di una funzione </span><span style="font-size: large;"><i>ortopedica </i></span><span style="font-size: large;">– quanto all’Italia – o invece di una ‘palla al piede’ per l’economia italiana in crisi? Il dibattito pro o contro l’Europa è aperto a soluzioni estreme quali la fuoruscita dall’euro caldeggiata da alcuni partiti politici minori ma rappresentativi del malessere. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>7*</b></span><span style="font-size: large;"> Nell’introduzione del saggio si certifica </span><span style="font-size: large;"><i>un deposito di ritardi storici</i></span><span style="font-size: large;">. “</span><span style="font-size: large;"><i>La premessa teorica e</i></span><span style="font-size: large;"><i>metodologica</i></span><span style="font-size: large;">” (Capitolo I) consiste nel distinguere tra </span><span style="font-size: large;"><i>scienza politica</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>potere nazionale</i></span><span style="font-size: large;">, e </span><span style="font-size: large;"><i>politica estera</i></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><i>Non è possibile considerare la politica come affare separato dall’economia</i></span><span style="font-size: large;"> (questo il limite del pensiero politico di Machiavelli sottolineato da Diodato: </span><span style="font-size: large;"><i>Il principe</i></span><span style="font-size: large;"> vide la luce nel 1513, quando ormai erano note e praticate le rotte per l’America). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Definire la </span><span style="font-size: large;"><i>politica</i></span><span style="font-size: large;"> non è cosa semplice. Diodato distingue il caso del “</span><span style="font-size: large;"><i>cerchio</i></span><span style="font-size: large;">” da quello del “</span><span style="font-size: large;"><i>vettore</i></span><span style="font-size: large;">”. Il “</span><span style="font-size: large;"><i>cerchio</i></span><span style="font-size: large;">” racchiude un’area delimitata, lo spazio storico della “</span><span style="font-size: large;"><i>civitas</i></span><span style="font-size: large;">” con i suoi “</span><span style="font-size: large;"><i>cives</i></span><span style="font-size: large;">”. [Ma ci sarebbe anche </span><span style="font-size: large;"><i>La Civitas Dei</i></span><span style="font-size: large;"> di sant’Agostino, perché no?, che nel pensiero religioso medievale divenne la “nuova Gerusalemme”, distinta dal mercato d’Egitto e di Babilonia: nella “pace di Dio con gli uomini”, è il </span><span style="font-size: large;"><i>De bono pacis</i></span><span style="font-size: large;"> di Magister Rufinus, 1173, la vicenda morale della storia umana abiura al mercato d’Egitto, sopraffattore, schiavista, negatore della libertà, ma può accettare con una certa disinvoltura lo scambio, il mercato di Babilonia, dove non è compromessa l’etica, bensì sono realizzati gli interessi pratici umani nel gioco commerciale]. Là dove – invece – la politica è “</span><span style="font-size: large;"><i>vettoriale</i></span><span style="font-size: large;">”, cioè dinamica, protesa verso una metà, non è dato scorgere tutto l’insieme, come sarebbe nello spazio chiuso di un Comune medievale delle “arti e dei mestieri”, ma si avverte una data ‘spinta’ e la sua stessa ‘direzione’: le tensioni, che accompagnano questa ‘forza’, si aprono ai tempi nuovi, si sviluppano dal presente verso il futuro esattamente come un vettore meccanico. Forza vettoriale significa anche un risultato unitario, come somma o prodotto di vettori (questa l’immagine dell’Unione Europea?). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La modernità politica si realizzò in Europa quando si liberarono le forze sociali e produttive. L’excursus di Diodato si diparte, per l’Italia, dal pensiero politico di Machiavelli (“ragionare di politica in assenza di uno Stato”), per allargarsi al tema generale dello Stato moderno: da Bodin a Hobbes, da Benjamin Constant a Carlo Marx (1848). Passando da Locke a Smith. Su fino all’epoca fascista – Carl Shmitt fu uno dei massimi teorici del nazismo col principio contrapposto di </span><span style="font-size: large;"><i>amicus-nemicus</i></span><span style="font-size: large;">, per cui la “politicità” è immune da categorie morali o estetiche, ed è persino estranea all’economia, essendo un concetto originario di fronte allo ‘stato’ e alla ‘giuridicità’. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il campionario di concetti teorici mobilitati da Diodato è vasto e articolato. Non è compito nostro una chiosa. Basta leggere il libro. Occorre – tuttavia – fare un accenno sommario, a proposito dell’interconnessione tra l’Introduzione e il Primo capitolo, con i capitoli successivi: cioè </span><span style="font-size: large;"><i>Stato e Democrazia in Italia</i></span><span style="font-size: large;"> (Capitolo II, excursus storico); </span><span style="font-size: large;"><i>Considerazioni sulla politica estera in Italia</i></span><span style="font-size: large;"> (Capitolo III); </span><span style="font-size: large;"><i>Il</i></span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno e la politica estera: quali conseguenze per la democrazia</i></span><span style="font-size: large;"> (Capitolo IV finale). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’idea fondamentale del libro si radica nel rapporto tra crisi interna italiana e il vincolo europeo derivante dall’accordo di Maastricht. Si svolge anche l’analisi teorica, cioè in termini generali, tra ciò che chiamiamo “politica interna” e ciò che invece rappresenta la “politica internazionale” degli Stati nazionali, che in termini strettamente economici si traduce, poi, in equilibrio interno tendenziale e in scambi internazionali specializzati (prodotto interno lordo – bilancia commerciale – saldo tra importazioni ed esportazioni – solidità dei conti pubblici – efficienza dello Stato-apparato – equilibrio politico – garanzie e sufficiente credibilità sul piano internazionale – competitività sui mercati – ricerca avanzata – dotazioni di beni di risorse e di materie prime). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La politica nazionale influisce sull’economia, a sua volta l’economia nazionale e internazionale reagiscono sull’andamento stesso della politica interna: si dovrebbe registrare un equilibrio virtuoso, regolato dall’arte di governo, ma in Italia ciò non si è verificato. Anzi, lo squilibrio è divenuto sempre più pesante, fino a condizionare in radice la composizione governativa: dal governo Berlusconi a Monti, da Monti a Letta, e da Letta al Governo Renzi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Una crisi, un ribaltone, senza ricorso alle urne. E’ stato lo “spread” – il differenziale di resa tra i bond italiani e tedeschi salito alle stelle – a far saltare il Governo Berlusconi. Berlusconi non aveva inasprito la pressione fiscale: in ciò è consistito il fallimento politico del suo ultimo governo nell’estate del 2011. E’ subentrato un governo tecnico, il Governo Monti, che con una tassazione esasperata, richiesta dall’Europa per rimettere a posto gli interessi sull’enorme debito pubblico italiano, ha finito per scontentare partiti politici ed elettorato. E’ stato il fallimento di Bersani (vecchio PD?), per tre volte consecutive: prima con Berlusconi, poi con Letta, infine con Renzi (una crisi interna a un vero partito di maggioranza?). L’analisi di Diodato vola alto, col dubbio che egli preferisca ignorare i fatti e le loro cause, oppure che lo scrivente sia totalmente fuori strada. Ad ogni modo, sembra a noi troppo facile quella diagnosi impolitica, neutrale, scientifica e asettica che alla fine pretenderebbe di stringere un legame tra Giacomo Leopardi e Guido Carli individuando i mali italiani nel ritardo storico, in usi e costumi obsoleti, anziché nel “fattore K” esteso, secondo noi purtroppo ancora attivo nella politica italiana, nascosto com’è nelle macerie storiche della politica nostrana. Il Governo Renzi si regge sull’appoggio diretto di una frazione minoritaria dell’opposizione che era già l’ex maggioranza elettiva. Forse è democrazia avanzata, oppure si tratta di un’aberrazione politica e costituzionale. Tanto è vero che la Costituzione non è più, almeno nel senso che la Carta fondamentale del 1947 non ha retto ai tempi. </span></p>
<p align="JUSTIFY">‘<span style="font-size: large;">Paradosso per paradosso’, il paese reale è un buco nero. Mentre ancora si balla sulla tolda, la nave è già quasi sott’acqua. Se nel dopoguerra l’Italia fu ricostruita – </span><span style="font-size: large;"><i>Il miracolo economico</i></span><span style="font-size: large;"> – subito dopo fu sfasciata (il 1969 è stato l’anno dell’inversione). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno europeo</i></span><span style="font-size: large;">”, dovuto al mercato comune e alla moneta unica, con l’Euro ha finito per condizionare in modo diretto la politica interna italiana. In realtà si tratta di un vero condizionamento economico, di fronte al quale non sono più ammessi “bluff” politici o margini di manovra interna di ‘politica economica’ stretta: ricorso alla svalutazione, manovre sui tassi di cambio, aumento della spesa pubblica, pseudo riforme di facciata, bensì l’aumento di pressione fiscale e perfino la possibilità di prestiti forzosi come ultima tappa d’arrivo dello sfascio della finanza pubblica allargata. L’impoverimento di massa ne è lo specchio, se non fosse già che lo stesso sistema economico-produttivo è in crisi profonda. Il ritardo storico e i pessimi costumi italici hanno oggi questo volto e questa dimensione, che non è frutto di inadeguatezza endemica, ma conseguenza terribile di una distruzione o dissoluzione interna praticata con raro accanimento autolesionistico [Tangentopoli fu un epifenomeno, un anello della catena dei mali il cui ceppo non parlava la lingua dl sì]. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’adesione dell’Italia all’Europa imponeva una politica del rigore e un adeguamento agli standard europei. I “</span><span style="font-size: large;"><i>ritardi storici del Paese</i></span><span style="font-size: large;">” erano ormai di pubblico dominio nella loro cruda evidenza. Ed era la radiografia del sistema economico interno al collasso, nell’impossibilità di rimediare con manovre di aggiramento e con i soliti pannicelli caldi. L’enorme debito pubblico crescente è, per se stesso, la manifestazione certa di un tenore di vita non più consentito dall’economia reale, sebbene i risparmi degli italiani coprano col loro ammontare la voragine. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>8* </b></span><span style="font-size: large;">Il secondo aspetto emergente, il più grave, è la perdita di capacità del sistema produttivo italiano, oggi generalmente in crisi per ragioni specifiche interne, indipendenti da processi o andamenti negativi di carattere internazionale che possano fungere da alibi congiunturale. Lo scialo ha creato enormi sprechi, mentre il sistema stava perdendo il suo potenziale. I ritardi storici dell’Italia sono derivati dalla pessima politica interna, affetta da rivalità, deliri ideologici e crisi politiche ricorrenti, il tutto si è assommato nello sfascio, di cui la finanza pubblica ha continuato, per decenni, a esibire un diffuso, capillare e orrendo ‘campionario’ di malefatte, nell’insensibilità – o effettiva impotenza? – dell’elettorato. L’Europa ha messo in luce questi mali; ormai è allarme rosso, ma le ragioni del traviamento dipendono in buona sostanza dal “fattore K” esteso, che ha continuato a far danni anche dopo il crollo del blocco sovietico, a differenza di altri paesi europei che hanno fatto in tempo a recuperare la socialdemocrazia, avversata e criminalizzata in Italia dalla presenza di forti scorie, ancora attive e fortemente condizionanti, di ‘stalinismo’ reale in un grande partito di massa, trapiantato da Togliatti. L’elettorato italiano è stato condizionato dallo scontro e poi dal mancato incontro. Col senno del dopo, comune ai più, s’è visto che la logica egemonica del P.C.I. ha continuato a rimanere attiva e condizionante anche dopo la svolta inevitabile della “Bolognina”. Il contenuto non è mutato, cambiando più volte l’etichetta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Anche il Governo Renzi è un governo ‘comunista’, condizionato – com’è – dalle antiche scorie del Partito unico. Se c’è una cosa che può durare più a lungo rispetto al cambiamento, questa è la mentalità acquisita, l’atteggiamento ideale di una prospettiva ovvero una tendenza di massa, rivoluzionaria e messianica, dunque lacerante, entrata in circuito a suo tempo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La sinistra italiana è rimasta ‘comunista’ nella sua sostanza, nonostante il verdetto negativo della storia: il certificato “ritardo culturale” italiano presenta questa precipua caratteristica, inconfessabile e più volte negata, ma resa evidente da fatti e da comportamenti in perfetta linea con la vecchia matrice ideologica. Queste macerie effettive non solo hanno ingombrato il cammino, hanno inquinato persino il linguaggio, ma hanno preteso la modernità, hanno osato presentarsi come il vertice dei diritti umani e della libertà, hanno assunto un valore dogmatico e confessionale al contrario, sicché la presunta “parità di genere”, neologismo artificioso e artificiale che pretende per sé un significato universale, non solo è un’aberrazione lessicale, ma in sostanza offende addirittura il ruolo specifico della femminilità, ed è uno dei temi più roboanti chiamati enfaticamente in causa dalla nuova sinistra, apparentemente senza più radici, come schermo per eludere tematiche assai più importanti e vitali nel dibattito politico attuale. Il ruolo della donna nella società moderna culmina sempre, a parità piena di diritti, ma in condizioni differenti, nella funzione maternale, senza la quale non staremmo qui a disquisire se l’acqua pura dà da bere o se il sole scalda in mondo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ‘rabbia’ è un atteggiamento premiabile? Alla vecchia ‘rabbia’ della sinistra storica, cioè il vecchio P.C.I., si è sostituita quella moderna del Movimento 5 Stelle. Un congresso in seduta permanente di grandi tecnocrati del progresso e della modernità liberatrice ha accompagnato l’Italia dal dopoguerra a oggi, dopo la tragedia morale e politica del fascismo. Ecco i risultati: Grillo che fa le bucce ai comunisti, le fa anche a Berlusconi, e i neo-comunisti al potere, senza elezioni. [Se in Italia ogni cosa, alla fine, non attingesse solennemente al ridicolo e alla farsa, dovremmo sospettare una sorta golpe ‘democratico’ da repubblica popolare dell’est: ma è invece la vicenda reiterata dell’</span><span style="font-size: large;"><i>uomo</i></span><span style="font-size: large;"><i>qualunque</i></span><span style="font-size: large;"> e del </span><span style="font-size: large;"><i>sonno della ragione</i></span><span style="font-size: large;"> : </span><span style="font-size: large;"><i>A governare le Nazioni non è la volontà dei</i></span><span style="font-size: large;"><i>più ma l’Intelletto</i></span><span style="font-size: large;"> – la frase che è di Hegel, ha una sua precisa e cronometrica corrispondenza nel progresso tecnologico moderno che ‘governa’ e ‘regola’ attualmente il mondo, nel bene e nel male, senza distinzioni geografiche tra nord a sud del pianeta o tra est e a ovest, come insegna la Cina ‘comunista’, un </span><span style="font-size: large;"><i>gatto</i></span><span style="font-size: large;"> capace di prendere </span><span style="font-size: large;"><i>i topi</i></span><span style="font-size: large;"> semplicemente perché il ‘comunismo’ è scomparso, sostituito da un capitalismo diffuso e imponente, sempre più modernizzato]. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’Europa unita di oggi se la ride del comunismo d’antan, ha messo alle spalle il suo passato politico lacerato, ambiguo e contraddittorio, e fa mercato ed è attentissima alla ricchezza e al benessere. L’Italia milita oggi in serie B, e potrebbe ancora retrocedere. La realtà è questa, la dimensione europea attuale ridicolizza lo ‘sciocchezzaio’ nazionale, e mentre gli italiani hanno perduto il lavoro, incapaci di trovarlo altrove, qui sbarca in massa l’Africa del Nord e come affermò la Fallaci è stata perduta la “</span><span style="font-size: large;"><i><b>guerra dei ventri</b></i></span><span style="font-size: large;">”. Le condizioni non potrebbero essere peggiori mentre si disputa e si litiga su tutto ciò che non conta nulla, e si continua a sbagliare in economia. L’apparato industriale italiano è ormai decotto, il sistema Italia – che è fallito – potrebbe rispecchiarsi nella vicenda </span><span style="font-size: large;"><i>Alitalia</i></span><span style="font-size: large;"> e nel naufragio riprovevole della </span><span style="font-size: large;"><i>Costa Concordia</i></span><span style="font-size: large;"> sugli scogli dell’isola del Giglio. Immagini efficaci di un disastro annunciato da decenni o di un’emorragia grave rispetto alla quale la politica militante nelle Istituzioni ha fatto da tampone, presumendo per incapacità di saper trovare le cure adatte. Non si può negare che i fatti erano imprevedibili, i piloti della nave – loro per primi – hanno generato occultamente gli scogli del naufragio. Non c’è politica senza economia, così come non c’è economia senza la saggezza politica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il </span><span style="font-size: large;"><i>vincolo europeo</i></span><span style="font-size: large;"> ne ha messo finalmente in luce i guasti. Se con Enrico Berlinguer si parlava di </span><span style="font-size: large;"><i>eurocomunismo</i></span><span style="font-size: large;"> e di </span><span style="font-size: large;"><i>terza via</i></span><span style="font-size: large;">, a distanza di alcuni decenni, anziché al crollo verticale del partito unico in Occidente, si è assistito alla sua politica aggregante, alla sua scalata al potere, alle sue metamorfosi non di sostanza, alla continua rincorsa ai vertici, a riforme sbagliate e nefaste (un vasto campionario), fino a che il vecchio comunista migliorista Giorgio Napolitano è divenuto Presidente della Repubblica. [E’ un vero paradosso: se, in Germania, si fosse avuto un Presidente o un Cancelliere ‘ex nazista’, ravvedutosi?]. Oggi sono ‘comunisti’ (quale altra etichetta possibile?) anche i due Presidenti delle Camere e il Capo attuale del Governo. Se non è questo un “en plein”, di che si tratterebbe? La vittoria politica formale della sinistra ex Pci in Italia è avvenuta durante gli ultimi anni di crisi e di vincoli europei. Non è un caso. Così come il guasto economico che ne è la conseguenza. Fu politica, ma non buon governo. Non fu scienza dei fini e dei mezzi, bensì </span><span style="font-size: large;"><i>ideologia</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>illusione</i></span><span style="font-size: large;">: il mercato ignora simili quisquilie, le sue regole ferree sono quelle della moneta unica. L’Italia è oggi costretta a pagare il conto all’oste. Un debito pubblico enorme e la dissoluzione storica di un paese non così alieno e sprovveduto nel tempo che fu, quando alla direzione dello Stato c’erano forze politiche sane, gli Einaudi e i De Gasperi, e la farsa paesana si limitava ai romanzi di Guareschi, senza tragedie collettive. </span><span style="font-size: large;"><i>La</i></span><span style="font-size: large;"><i>Storia d’Italia</i></span><span style="font-size: large;"> di Indro Montanelli è un documento esemplare in questo senso. E non importa se Guareschi finì in carcere per punto preso, in un processo penale per diffamazione, su presunti scritti di Mussolini, causatogli da De Gasperi. Il </span><span style="font-size: large;"><i>25 aprile</i></span><span style="font-size: large;"> del 1945 fu un atto di </span><span style="font-size: large;"><i>liberazione</i></span><span style="font-size: large;"> grazie agli Alleati Occidentali. Chi ha creduto che il </span><span style="font-size: large;"><i>comunismo</i></span><span style="font-size: large;"> fosse il suggello e il vertice della Libertà, si è dovuto ricredere. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’opposizione comunista contribuì paradossalmente alla ricostruzione morale e materiale del Paese nel dopoguerra, il potere ‘comunista’ lo ha poi dissolto: sentenza amara, ma del tutto corrispondete ai fatti e misfatti della politica italiana. </span><span style="font-size: large;"><i>ll passato di un’illusione</i></span><span style="font-size: large;"> non è soltanto il titolo di un saggio di Francois Furet del 1995, ma </span><span style="font-size: large;"><i>l’idea comunista nel XX secolo</i></span><span style="font-size: large;"> anche in Italia è stata la causa dei mali presenti: mentre le economie dei vari paesi dell’Est filosovietico, oggi Stati membri dell’Unione Europea, si sono scrollate di dosso un giogo opprimente e stanno crescendo con ritmo veloce, a ciò è corrisposto il declino italiano. Il modello di riferimento ideologico non è stato abbandonato, rispuntando fuori ogni volta. Lo stesso ‘berlusconismo’ – alias il partito-azienda – ne è stato una conseguenza dal 1994. E se Indro Montanelli, chiudendo la sua </span><span style="font-size: large;"><i>Storia d’Italia</i></span><span style="font-size: large;"> col volumetto su </span><span style="font-size: large;"><i>L’Italia dell’ulivo</i></span><span style="font-size: large;"> (1995 – 1997), nella ‘postfazione’ impiegò queste parole: </span><span style="font-size: large;"><i>il congedo l’ho preso negli ultimi tempi dalla stessa Italia, un Paese che non mi appartiene più e a cui sento di non più appartenere</i></span><span style="font-size: large;">, pur non dicendo bene di Berlusconi, intese tuttavia prendere le distanze dal disastro morale, che più che </span><span style="font-size: large;"><i>corruzione</i></span><span style="font-size: large;">, è stato il naufragio delle idee e delle vere competenze. Oriana Fallaci aveva ragione: non c’è classe politica all’altezza, per il perseguimento del bene comune, se si pone al di fuori dei valori fondanti, propri del pensiero liberale e delle sue istituzioni responsabili. In altre parole, l’Italia è rimasta in piedi fino a quando c’è stata una classe borghese, ben pensante e rispettosa dei valori civili e morali, capace di azioni intelligenti, ed ha cominciato a vacillare, fino a corrompersi, quando si cominciò a delirare nel sonno della ragione tra gli </span><span style="font-size: large;"><i>anni del piombo</i></span><span style="font-size: large;"> e gli </span><span style="font-size: large;"><i>anni del fango</i></span><span style="font-size: large;">. Certi errori si pagano cari, in specie se hanno inciso profondamente sul tessuto ‘sociale’ e su quello ‘economico’, non costituendo un alibi valevole, le buone intenzioni non accompagnate da sani riferimenti e non essendo sufficiente la buona volontà senza chiarezza d’idee e competenze vagliate. Come detto, l’oste alla fine del pasto ha presentato il conto da pagare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Prime vittime i ceti deboli, e, con essi, l’intera classe lavoratrice, comprensiva del ceto medio. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>9* </b></span><span style="font-size: large;">Vincoli esterni, “</span><span style="font-size: large;"><i>ortopedici e salvifici</i></span><span style="font-size: large;">”? Certamente lo furono gli accordi di Bretton Woods nel 1947 e l’adesione nel 1979 al Fondo monetario internazionale. La politica internazionale non può non ricercare i sani equilibri. Vedremo, tra breve, in che cosa consistettero. Ma l’adesione, nel 1992, al Trattato di Maastricht, creò un vincolo esterno rivelatore di malefatte ed errori, e mise in luce un sistema nuovo, costringente alla virtù, che per i paesi fuori regola è sanzione, costrizione ed emarginazione. Il </span><span style="font-size: large;"><i>fiscal compact</i></span><span style="font-size: large;"> prevede adesso 50 miliardi di euro all’anno per 20 anni. Il ‘genocidio’ ai danni delle nuove generazioni è stato già consumato all’interno, insieme ad altre folli contraddizioni, come l’invecchiamento della popolazione attiva, il non ricambio, la tassazione estrema, lo strozzamento economico. Non è la Grecia, ogni paese ha il suo esito, ma l’Italia di un tempo, ormai non c’è più: lo dimostrano chiaramente i dati macroeconomici comparati, la retrocessione generalizzata esibita dai vari indicatori di buona salute pubblica, in senso morale e materiale. L’ottava nazione industriale del mondo – un grande paese per storia e civiltà – è stata retrocessa e respinta verso i paesi poveri del terzo mondo, anche se il dramma non si è ancora consumato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Con l’unità sabauda il paese crebbe, cercò un posto al sole, volle dignità europea, cercò di industrializzarsi e di colmare certi ritardi storici. Esisteva, nel bene e nel male, una classe dirigente. Le Università di un tempo erano serie. C’era spazio per il futuro, che fu occupato dal fascismo, dopo la prima guerra mondiale. Un grande equivoco. Risorgeva lo spirito nazionale, l’Italia era uno Stato europeo, nonostante il regime – farsesco e velleitario – del </span><span style="font-size: large;"><i>Duce</i></span><span style="font-size: large;"> usurpatore. Ed era una risposta interna alla minaccia comunista, un male causato da un altro male. Nel 1936 era scoppiata la rivoluzione in Spagna. L’Europa si era voltata a destra. La Repubblica di Weimar era stata un fallimento. E in Germania scalò Hitler il potere. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Questa la tragedia Europea di due guerre “mondiali” fratricide e irrazionali, la seconda conseguenza della prima, le cui cause remote si collocano nel ritardo dei principali Stati europei rispetto agli argomenti del pensiero liberale. Oggi l’Unione Europea è una competizione di Stati rispetto al mercato, è dotata di una moneta unica, manca di un esercito, non svolge una politica internazionale, il suo Inno è quello della Gioia (un sogno o una dimensione fertile?). </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>10*</b></span><span style="font-size: large;"> Gli italiani di un tempo lavoravano duro. Il popolo cresceva, ancorché estraneo alla vera partecipazione democratica e alle sue rappresentanze (l’economia corporativa era l’unica forma ammessa). Il pur triste dopoguerra fu un quasi miracolo: si vide che il Paese poteva riprendersi grazie allo spirito di sacrificio e agli aiuti economici americani, nonostante la povertà e le umiliazioni. La forza di una nazione consiste nel realismo e nella capacità di adattamento, virtù che non sono mai mancate nella lunga e martoriata storia d’Italia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il tempo che fu, quello più recente dalla liberazione al miracolo economico, ebbe due massimi protagonisti: Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. Il primo liberale, e il secondo cattolico. L’uno piemontese, e l’altro del Trentino, nato sotto l’Impero austro-ungarico. Questi due furono gli uomini della Provvidenza vera. Einaudi salvò la lira e De Gasperi salvò politicamente l’Italia. Togliatti salvò se stesso. Eppure l’Italia fu una democrazia, fondata sul lavoro, grazie alla sinistra. La logica dei blocchi contrapposti e della guerra fredda non solo produsse l’idea politica dell’Europa unita, ma anche lo slancio dell’Occidente verso la modernizzazione e l’integrazione. Tra nazioni vincitrici e paesi europei sconfitti sorse un patto necessario, condizionato dal pericolo rosso e dalle false democrazie dell’Est. Lezione salutare, con una forte ripresa dei processi tecnologici produttivi aggiornati e dell’accumulo per investimenti, giacché il sapere organico depositato storicamente nell’Europa libera era il presupposto invisibile e non immediato del progresso civile e del benessere. La politica democratica rappresentativa fu in grado di liberare tutto il suo potenziale rispetto alle necessità della ricostruzione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nell’economia moderna la moneta gioca un ruolo essenziale. Le origini del corso forzoso del sistema monetario sono identificabili nell’immenso sforzo compiuto dai vari Stati che parteciparono al primo conflitto mondiale. Prima della guerra del 1914-1918, il </span><span style="font-size: large;"><i>gold standard</i></span><span style="font-size: large;"> regolò per un secolo gli scambi internazionali: l’oro fluiva e rifluiva, scrupoloso termometro delle economie reali, da un Paese all’altro. Dopo il 1918 tutti i paesi, anche quelli neutrali, ad eccezione dell’America, furono costretti ad abbandonare il vecchio assetto. Il gold standard fu abbandonato perché gli Stati avevano bisogno di molta, di troppa moneta, per poter pagare le enormi spese militari. Pertanto le emissioni di carta moneta furono enormemente superiori alla quantità d’oro corrispondente che sarebbe servita per cambiare la moneta. Quando la popolazione, impaurita dall’aumento di prezzi, si recò agli sportelli bancari per cambiare le banconote in oro, poiché si supponeva che questo avesse perduto o stesse per perdere il potere di acquisto, come invece era accaduto o stava accadendo per la carta moneta, i vari Stati furono costretti, per difendere la loro riserva aurea, a dichiarare il corso forzoso. Ciò sollevava la Banca centrale dall’obbligo della conversione dei biglietti in oro, costringendo i privati ad accettarli in pagamento. Se si fossero rifiutati, si sarebbe tornati al baratto. Si era dunque spezzato il legame fra merce-oro e i documenti che tale merce rappresentavano. Non esisteva più una relazione tra oro e banconote; la moneta a corso forzoso poteva circolare soltanto entro i confini nazionali; il valore della carta moneta diventava mutabile e capriccioso, variabile e non dominabile, diminuendo progressivamente qualora non vengano fatte emissioni successive. Il valore della carta moneta veniva a dipendere esclusivamente dalla fiducia a essa assegnata dal pubblico. L’inflazione consiste nell’eccessiva emissione di carta moneta. Il governo oculato della circolazione monetaria diventava un potente strumento economico. Il sistema del </span><span style="font-size: large;"><i>gold exchange standard</i></span><span style="font-size: large;"> consisteva nella libera conversione delle monete rispetto a una moneta base (ad es. il dollaro). A Bretton Woods, una cittadina americana dello stato del New Hampshire, nel 1944 furono assunti accordi nell’ambito di una conferenza internazionale, alla quale parteciparono 44 stati, volti a favorire la ripresa al termine del conflitto. In particolare fu dato avvio a una sistema monetario fondato sul dollaro e sull’oro, in un sistema di convertibilità delle monete e di stabilità dei cambi. L’Italia, la Germania e il Giappone, furono associate al sistema dopo la guerra. Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, trasformando profondamente il meccanismo posto in essere con gli accordi di Bretton Woods. Il protagonista italiano del vincolo esterno salutifero ed ortopedico di Bretton Woods fu Luigi Einaudi, mentre De Gasperi, rompendo con i comunisti, ottenne i benefici economici del piano Marshall. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1979, anno non facile nella politica italiana del dopo Moro, quando si profilava la c.d. solidarietà nazionale tramite astensione e appoggio esterno, l’Italia aderì al sistema monetario europeo – c.d. serpentone. Il Fondo Monetario Internazionale, istituito a Bretton Wods ed entrato in vigore nel 1947, favoriva la cooperazione internazionale in campo monetario e l’eliminazione delle restrizioni nelle valute estere, onde facilitare i pagamenti multilaterali. Ogni membro è tenuto a consultare il Fondo Monetario qualora intenda svalutare o rivalutare la moneta nazionale. Il Sistema Monetario Europeo (Sme), in vigore dal 13 marzo 1979, legava i rapporti di cambio tra le monete dei paesi europei, con lo scopo di creare in Europa una zona di stabilità monetaria mediante il rafforzamento delle politiche monetarie nazionali. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Rispetto al serpente monetario che l’ha preceduto, lo Sme disponeva d’un meccanismo di tassi di cambio ancorato all’Ecu – unità di conto europea – che serviva a definire i tassi centrali delle valute (la parità di ogni moneta era regolata in Ecu). Ogni moneta europea non poteva oscillare in più o in meno del 2, 25 % rispetto alla parità. Come ben si vede erano queste le tappe progressive dell’Unione Europea di Stati Membri e del mercato comune europeo con l’adozione definitiva dell’Euro. Col nuovo millennio il panorama si è completato. Il cambio della lira in euro ha risentito dello stato reale dell’economia e del debito pubblico nel nostro paese. La moneta unica è il nuovo “vincolo esterno”, derivante dalle esigenze fondamentali dell’Europa unita, che non è uno Stato federale, ma un’unione “sui generis” di Stati, che non hanno perduto il loro “status” internazionale, ma l’hanno condiviso in un vincolo. Nessuno degli Stati membri ha cessato nella sua personalità giuridica di diritto interno e di diritto internazionale, ma ciascuno di essi ha messo in comune la propria realtà, attraverso un sistema che propone, in termini moderni, un assetto affine al sistema feudale. L’Europa degli Stati membri è anche l’Europa minore dei singoli stati e delle loro regioni o parti di territorio nazionale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Una bella confusione, nelle variegate gerarchie costituzionali. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>11*</b></span><span style="font-size: large;"> I caratteri essenziali di uno Stato consistono in un </span><span style="font-size: large;"><i>territorio</i></span><span style="font-size: large;">, in un </span><span style="font-size: large;"><i>popolo</i></span><span style="font-size: large;">, e in </span><span style="font-size: large;"><i>ordinamento giuridico</i></span><span style="font-size: large;">, originario e sovrano, da cui deriva un governo. La divisione dei poteri – il criterio di Montesquieu – è un elemento pressoché necessario di legalità intrinseca. Lo Stato moderno è costituzionalmente democratico e rappresentativo ed è a sovranità popolare. Gli Stati europei possiedono in genere tali caratteristiche, ma l’Unione Europea, nascente da un patto di adesione, non ha – e non potrebbe nemmeno avere – questo complesso di caratteri, essendo una manifestazione non immediata e non originaria della organizzazione statale: in questo senso è una traslazione derivata di poteri pubblici su base consensuale. Il cemento dell’Unione Europea è il mercato comune, fondato sull’euro. L’economia organizzata ha una dimensione politica derivata, di secondo grado, corrispondente al Trattato. Quest’ibrido giuridico non ha alcuna base nazionale, nessuna identità linguistica, ha in comune alcune salienti vicende storiche, ma appartiene alla storia, e alle sue antiche vicende, come modello del tardo impero romano d’Occidente, con sede a Treviri. Le diverse identità culturali hanno in comune la radice cristiana dell’impero romano dopo Costantino, e condividono anche il ruolo storico più recente dell’Occidente europeo, rispetto all’Est russo-asiatico. L’Unione Europea è un portato della seconda guerra mondiale e rappresenta il volto dell’Europa moderna rispetto al resto del pianeta. Come in tutte le unioni di Stati, le identità nazionali vengono preservate e conservate, ma le rispettive economie interne non possono godere del privilegio dell’autonomia, in contrasto con l’unione fondante. All’unità economica tendenziale, regolata dal centro, non corrisponde nessun’altra caratteristica se non la buona volontà. Anzi, l’esperienza comune dell’euro ha messo in luce Stati forti e Stati deboli, innescando un potenziale conflitto interno di interessi intrecciati, a fronte di alcune carenze strutturali, come la Banca Centrale, e i suoi limitati poteri di intervento nel caso di crisi economiche nazionali. La competizione si pone in contrasto con l’equilibrio generale: il caso della Germania è assai significativo, a prescindere da ogni giudizio di merito. La distinzione tra politica interna e politica internazionale si assai assottigliata, ma ne rimangono vive e pulsanti le ragioni interne, in contrasto tendenziale con l’unione. E’ terminata la sovranità monetaria degli Stati membri. Gli Stati europei hanno rinunciato non tanto alle loro monete nazionali quanto alla possibilità di prendere a prestito denaro dalla loro Banca centrale. </span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>12*</b></span><span style="font-size: large;"> Diodato (Capitolo I) distingue tra </span><span style="font-size: large;"><i>imperium </i></span><span style="font-size: large;">(= coazione politica), </span><span style="font-size: large;"><i>consensus</i></span><span style="font-size: large;"> ( = legittimità politica), e </span><span style="font-size: large;"><i>dominium</i></span><span style="font-size: large;"> (= organizzazione di forze economiche e produttive). Ma non basta definire le tre dimensioni tradizionali del potere. La ricchezza semantica della lingua inglese consente di cogliere tre aspetti diversi della “politica”: </span><span style="font-size: large;"><i>politics</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>polity</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>policy</i></span><span style="font-size: large;">. Si può avere allora una visione in 3D. La </span><span style="font-size: large;"><i>politics</i></span><span style="font-size: large;"> emerge nella distinzione tra politica interna e politica estera. La </span><span style="font-size: large;"><i>polity </i></span><span style="font-size: large;">concerne l’organizzazione politica. La </span><span style="font-size: large;"><i>policy</i></span><span style="font-size: large;"> attiene alla fase delle decisioni politiche come atti di potere amministrativo. Questi concetti tornano utili per definire i compiti dell’Unione Europea e il ruolo sottoposto degli Stati membri. Qui non interessa, in sede di modesta recensione, approfondire gli aspetti storici dello Stato italiano, e neppure fare accenno alle dottrine politiche di Machiavelli, di Hobbes (</span><span style="font-size: large;"><i>Il Leviatano</i></span><span style="font-size: large;">), di Montesquieu ecc. Le ragioni del presente convocano in giudizio la cattiva politica italiana, che è sotto gli occhi di tutti, e le cause del disastro economico e sociale, che non può dirsi inatteso, ma lungamente covato – e infine partorito – tra lotte politiche velleitarie, riforme peggiorative, devastazione giuridica e istituzionale, rispetto alle quali gli sprechi e le furfanterie hanno un valore assai minore, nonostante l’opinione che queste ultime siano state le cause della dissoluzione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I termini forti dello specchio della realtà nazionale ed europea non dipendono da un eccesso critico, ma dal grado effettivo del disastro in Italia, che il </span><span style="font-size: large;"><i>vincolo europeo</i></span><span style="font-size: large;"> ha fatalmente snidato dall’ombra delle coperture interne dei partiti e dei raggruppamenti politici. I mali vengono sempre da lontano, le loro cause hanno agito per decenni nel sonno della ragione, partorendo mostri. Non era difficile fare previsioni nefaste: l’abitudine a delegare la propria realtà umana alle ideologie e alle formule astratte, ai gruppi e ai potentati, ha vanificato i diritti &#8211; doveri di cittadinanza responsabile, ed è ormai tardi. L’inflazione democratica ha annullato l’esercizio critico, le immunità garantite dal potere hanno azzerato le forme di controllo e di contrasto. </span><span style="font-size: large;"><i>Gli usi e i costumi </i></span><span style="font-size: large;">degli italiani, legati al quieto vivere, tanto si sa che il potere è sempre sporco, si sono ridotti alla pazienza e all’estraneità impotente: al sapere facendo finta di non vedere. Votare inseguendo meccanicamente un rito inflazionario. L’interesse nazionale, certamente, è stato eluso e vilipeso dai giochi di potere. L’egemonia politica è avvenuta in democrazia – oggi alternanza – a danno dei cittadini e delle categorie produttive. Dobbiamo inoltre aggiungere gli orpelli formali del potere accanto ai rimasugli d’ideologia militante. Distrutto lo Stato. Prima sono stati rimossi in scala nazionale, ma poi moltiplicati in scala locale, gli enti inutili. Distrutta la scuola. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nullificata la formazione professionale affidata alla burocrazia regionale. Imbastarditasi la pubblica amministrazione con la falsa privatizzazione del rapporto di lavoro e una bugiarda separazione di sfere di responsabilità tra dirigenti amministrativi e politici. I principi costituzionali di efficienza e d’imparzialità dell’azione amministrativa sono venuti meno, soprattutto a livello locale, nella confusione di ruoli e competenze. La burocrazia non fa economia. L’economia ha bisogno di regole nazionali e equa tassazione. Il localismo ha riprodotto un nuovo sistema feudale interno. Sono stati moltiplicati i centri di comando. E’ stato il caos organizzato, con la costante deviazione dai criteri di merito e di responsabilità. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Carte false prebende arbitrarie, gettoni di presenza, permessi sindacali, eserciti di sfaccendati ‘politicizzati’, premi di produzione. Il sovvertimento ab imis dell’ordinamento giuridico. La distruzione del sistema giudiziario. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le repubbliche ‘sanitarie’, il regionalismo pervasivo e saccheggiatore. Gli sprechi e gli abusi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’impotenza, dall’altro lato l’intolleranza mascherata di falso modernismo. Dirigismo e burocrazie. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nostalgie sovietiche e pratiche correnti d’interesse spicciolo. Un sottobosco di oscenità, di miserie morali: inani cori di protesta. Regole troppo rigide sul lavoro. Riforme sbagliate. Il sistema corrente degli abusi. Prime vittime l’economia produttiva e l’innovazione creatrice. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un sistema previdenziale smodato e folle. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Una pressione tributaria oppressiva e un fisco da terzo mondo. L’antropologia del “fattore K”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La pochezza ideologica, le vuote formule da litania laica. Una larga fetta dell’Italia si basava su queste ‘convenzioni liturgiche’, mentre sparivano le arti e o mestieri, e la società civile perdeva vigore o si corrompeva nello stile laborioso di un tempo che fu. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un sistema creditizio, tra l’irragionevole e il putrescente, senza blasone: adesso, invece, il sano rimpianto della vecchia banca di un tempo. Il sistema giuridico delle cooperative e dell’artigianato, che sostituiva artificialmente, in scala ridotta, l’industria e il commercio, con l’agricoltura in abbandono. La politica ovunque, onnivora e inefficiente. La piramide rovesciata delle c.d. autonomie locali: prima i Comuni e per ultimo lo Stato (e il discutibile ruolo delle Province, ma anche l’inutile esistenza delle Regioni ordinarie o a statuto speciale, che di colpo andrebbero commissariate per evitare l’immane spreco). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Chi dava l’assalto allo Stato borghese, non ne tollerava l’unità ideale, e volle pertanto la frantumazione dello Stato nelle autonomie locali sottoposte agli esponenti territoriali del partito unico. I ‘soviet’ italiani si basavano su una ‘nomenclatura’ di tipo feudale, il territorio era il luogo da conquistare ‘castello per castello’, per dare la scalata al potere. Il “governo del territorio” è un’espressione paradigmatica di questa protervia politica, rivolta al potere incontrastato. Il PCI di Togliatti, chiamato da Stalin alla scalata “democratica” in Italia sul modello affine delle Repubbliche popolari dell’Est europeo, anziché votarsi alla rivoluzione armata, impossibile in Occidente, cambiò stile, e infine mutò etichetta, per non cessare di sostanza: l’ideologia occulta, anche dopo il crollo dell’Unione sovietica, è rimasta tale e quale, conformemente alla prassi. La prassi “democratica”, in effetti, ha comportato la lenta scalata al vertice da parte della sinistra post-comunista, almeno per logoramento, ma ciò è avvenuto quando il sistema si era già schiantato. Il debito pubblico immane e il disastro politico-sociale che ha trovato espressione altrettanto concreta nella disarticolazione o distruzione economica e produttiva del Paese, col depotenziamento dei gangli vitali della Nazione, oggi sanciscono chiaramente la diversità del “caso Italia”. L’imbarbarimento nazionale, dovuto all’inefficienza e all’incapacità cronica di un’ideologia pseudo scientifica, nefasta nei risultati ma nobile nelle sue motivazioni ideali, è il risultato netto di decenni di storia ‘democratica’ italiana, contrassegnata da lotte insane di potere, da scioperi, e da slogan verbali urlati nei cortei della protesta organizzata. A costo del ridicolo, il “caso Italia” è persino tragico. Lo è senz’altro in prospettiva, nonostante i grandi sacrifici delle masse lavoratrici. Si è arrivati a tassare la casa e il risparmio, e persino l’occupazione, pur di far rientrare i conti, dei bilanci pubblici sfondati, nei parametri dell’Unione europea. Il </span><span style="font-size: large;"><i>fiscal compact </i></span><span style="font-size: large;">- 50 miliardi di euro all’anno per 20 anni &#8211; indica oggi la portata di questo dramma, posto comunque che già almeno un paio di generazioni di giovani italiani è stata mandata al macello. Al mancato ricambio lavorativo (</span><span style="font-size: large;"><i>turn-over</i></span><span style="font-size: large;">) si è aggiunta la massiccia presenza di manodopera non qualificata da parte di lavoratori extracomunitari, col venir meno delle arti e dei mestieri tradizionali che erano di grande perizia. Ed è già questo dato una rappresentazione drammatica dello sfascio a livello micro economico e sociale. Il capitalismo liberale non produce effetti di questo genere. Siffatte conseguenze derivano dal blocco e dai condizionamenti ideologici di altra natura politica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Attualmente in Italia un robusto e protervo partito di minoranza relativa, già legato a schemi inefficienti e storicamente superati, riveste i massimi incarichi istituzionali dopo una guerra di religione durata per decenni e le grandi rivolte sindacali d’un tempo. La democrazia, oggi, ha partorito anche l’antidoto protestatario del grande partito di protesta e d’opposizione che è stata la sinistra del P.c.i. – Il movimento 5 stelle – generando un blocco istituzionale, tanto litigioso e rivale, quanto inutile e controproducente. La Costituzione del 1947 è superata, mentre buona parte di essa è stata smantellata nella prassi o si rivelata contradittoria. Non per questo è lecito parlare di “prima” e di “seconda Repubblica”, in tal caso con Berlusconi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In realtà non c’è mai stata una vera Repubblica, né mai la Costituzione del 1947 ha potuto manifestare in positivo i suoi sperati effetti. La ‘non’ Repubblica, almeno nel senso di mancata partecipazione democratica, organica, responsabile e solidale, è stata il dato permanente degli ultimi decenni, e il suo ‘non essere’ è dipeso dalle voglie egemoniche del partito unico e dalle strategie di dissuasione rispetto al vero pluralismo (elusione dei principi d’ordine e di rispetto giuridico delle regole fondanti la società civile). Non dipese dai costumi pessimi e dalle cattive abitudine storiche degli Italiani, ma dal conflitto post bellico tra massimi sistemi e dalla logica della guerra fredda. Una parte della Russia Sovietica si trovava in Italia, al confine con i paesi dell’Est (la Jugoslavia di Tito, non importa se non allineata rispetto al regime sovietico ortodosso). Il comunismo professo in Italia è stato il fattore condizionante. Se si accetta questa premessa si può allora rileggere in modo diverso il saggio di Diodato sul “</span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno e le ragioni della debolezza italiana”. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>12 * </b></span><span style="font-size: large;">I due ultimi capitoli del saggio fanno riferimento alla </span><span style="font-size: large;"><i>politica estera italiana</i></span><span style="font-size: large;"> e al </span><span style="font-size: large;"><i>vincolo esterno</i></span><span style="font-size: large;">, ponendo il problema di eventuali conseguenze sulla democrazia del Paese. Prima di affrontarne l’analisi critica, trovo utile ricordare due titoli di Alberto Arbasino: </span><span style="font-size: large;"><i>Un paese senza</i></span><span style="font-size: large;"> (1980) e </span><span style="font-size: large;"><i>Paesaggi italiani con zombi</i></span><span style="font-size: large;"> (1998). L’Autore ha descritto e rappresentato l’Italia democratica nei suoi tragici, comici e repellenti panorami interni, conseguenza diretta dell’ideologia professata dal P.c.i. e poi dall’ex P.c.i. Identico “panorama” di Zombi quello in cui ai mali sociali e politici del capitalismo in forme scorrette e aberranti, si assommavano i mali pratici del ‘comunismo reale’ che si è cercato di innestare nel nostro Paese, che oggi è un “Paese senza”, deprivato della sua identità e della stessa appartenenza patria. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tragedie verbali: quelle – appunto – del parlato comune invalso, cioè il “politichese”, con i suoi luoghi comuni supini e i palesi ‘non senso’, tragedia di civiltà. Grande affresco grottesco, e realistico, della dimensione italiana, impazzita e vernacolare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il dopo Pasolini, e il Pasolini unilaterale di </span><span style="font-size: large;"><i>Scritti Corsari</i></span><span style="font-size: large;">. Non scordiamo le “Brigate rosse”, figlie di “Soccorso rosso”. Il delirio derivava da vecchi linguaggi e dalla ‘grandezza filologica’ dello stalinismo. Ed è così che si spiega il caso Italia nel suo excursus dal 1945 a oggi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La politica estera dell’Italia filo-atlantica e filo-mediterranea era realista: il mercato europeo e il petrolio. Questo spiega anche il caso Mattei. La globalizzazione è venuta dopo, prima c’era la guerra fredda, e in Italia era presente il più grande partito comunista dell’Occidente libero. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Secondo Diodato </span><span style="font-size: large;"><i>la politica estera italiana deve essere studiata in considerazione di tre</i></span><span style="font-size: large;"><i>fattori</i></span><span style="font-size: large;">: la collocazione geopolitica, la posizione nel sistema internazionale (rango e ruolo), il grado di tensione o di mutamento internazionale (l’adeguamento, nella nostra interpretazione). Segue l’analisi storica della politica internazionale dell’Italia dal dopoguerra a oggi. </span><span style="font-size: large;"><i>Il vincolo esterno ha assottigliato la distinzione tra</i></span><span style="font-size: large;"><i>politica interna e politica internazionale</i></span><span style="font-size: large;">, anche se l’Unione Europea non ha competenze di politica internazionale, a ragione del fatto che è un’unione “consensuale” di Stati sovrani con presunte affinità reciproche, che però di fatto mancherebbero oppure che non hanno un loro vero centro accumunante oltre il dato storico dell’esperienza comune dell’Europa cristiana alto medievale e medievale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’Unione europea è necessariamente un vincolo di moneta unica e di mercato comune. Questo vincolo a nostro giudizio ha inevitabilmente messo in luce le contraddizioni interne dell’Italia come sistema pubblico (con un debito enorme) e come sistema economico indebolito vieppiù dai contrasti politici. La sanzione meritata è quella della retrocessione dell’Italia come potenza (politica internazionale) e come potenza industriale (crisi economica). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La massiccia disoccupazione giovanile, la fuga di capitali d’investimento, la crisi produttiva sono i caratteri tipici del declino, così come il modesto caso dei due “marò” trattenuti da alcuni anni in India senza processo, rappresenta tangibilmente anche il naufragio della ‘credibilità’ sul piano internazionale del nostro Paese. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Scrive Diodato (pag. 139) che </span><span style="font-size: large;"><i>nel corso della seconda Repubblica</i></span><span style="font-size: large;"><i>si è smarrita in Italia l’idea della razionalità dell’opinione pubblica, fondamento dell’impianto democratico moderno. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non siamo d’accordo sulla formula di “prima” e “seconda Repubblica”, per cui – al limite – il Governo Renzi sarebbe dunque il preludio a una “terza” Repubblica. La Repubblica è sempre quella: non attuata la sua “democrazia” razionale, a ragione del “fattore K”, ancora presente e attivo nonostante tutto. Il profilo reale di un Paese che voglia dirsi “moderno” si coglie dalle virtù nazionali, dalla sua organizzazione efficiente. Il danno è stato fatto, in Italia ha trionfato un modello sbagliato, che ha prodotto un’antropologia inadeguata. Il ‘berlusconismo’ è stata una conseguenza, non la causa (altrimenti la maggioranza non l’avrebbe votato). Valgono invece le parole profetiche con cui Indro Montanelli chiudeva la sua voluminosa e illuminata Storia d’Italia, con L’Italia dell’Ulivo: </span><span style="font-size: large;"><i>L’anomalia durerà – quale ne sia lo schieramento al potere – finché dureranno in Italia non solo regole imperfette avvolte da una giungla di cavilli, ma un costume politico bizantino, allergico alla chiarezza. Un costume che ci propina la quasi-crisi, le quasi- maggioranze. E non c’è rimedio. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Oggi non c’è altro rimedio allo sfascio, se non con enormi sforzi di concordia e di chiarezza razionale, con una vera presa d’atto delle ragioni effettive del fallimento. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Diodato definisce la propria analisi sul vincolo esterno europeo accentuando la definizione di una politica estera capace di </span><span style="font-size: large;"><i>partecipazione qualificata</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>corrispondente all’interesse generale</i></span><span style="font-size: large;"><i>del paese</i></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><i>Volare basso, fare gruppo per salire di quota, tornare giù se non ci sono le condizioni. </i></span></p>
<p><span style="font-size: large;">Va da sé che la concordia interna è la prima condizione “sine qua non” e che dunque – questo lo aggiungiamo noi – si debba porre fine all’ideologia del logoramento, e con ciò alla presunta primazia del partito storico rispetto alla realtà certa dei fatti concreti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’Europa moderna non è </span><span style="font-size: large;"><i>eurocomunista</i></span><span style="font-size: large;">, si accontenta di essere e di rimanere una “espressione liberal-sociale”, il </span><span style="font-size: large;"><i>lib</i></span><span style="font-size: large;"> &#8211; </span><span style="font-size: large;"><i>lab,</i></span><span style="font-size: large;"> come appunto dovrebbe essere. Ammesso poi che l’Unione Europea possa durare, poiché non è una vera unione politica, ma un mercato di moneta unica, dove la concorrenza economica tra Stati membri è la regola certa, con la possibilità di una differenziazione o discriminazione tra il nord e il sud di questa realtà giuridica consensuale, improntata all’Inno della Gioia del grande compositore tedesco Ludwig van Beethoven, nato a Bonn nel 1770 e morto a</span> Vienna nel 1827.</p>
<p align="CENTER">
<p align="CENTER">***</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quale conclusione dare a questo mio commento molto personale, a margine di un saggio di “geopolitica” preciso e interessante</span>? <span style="font-size: large;">Oswald</span> <span style="font-size: large;">Spengler [1880 – 1936] pubblicò il suo capolavoro nel 1918 – 1919, Benedetto Croce lo recensiva nel 1920. Era appena terminata la prima tragica guerra mondiale. Venti anni dopo quel conflitto proseguirà nella seconda guerra mondiale, peggiore della prima, ma da qui nasceranno due eventi: la guerra fredda e la nuova Europa. Accogliendo il pensiero di Goethe., Spengler affermerà che la il mondo e la storia non sono un meccanismo ma un organismo: quindi, il declino e il crollo delle civiltà è un fatto mortale, come ne era stata vitale la cresciuta. Cosa ci aspetta? L’Occidente scristianizzato non ha disposizione una vera morale, tra Scilla e Cariddi le Sirene hanno intonato il loro canto mortale, Ulisse il greco avrà la saggezza necessaria per salvare sé e suoi compagni? Ma ritornerebbe la lezione interrogativa di Diogene, il cinico: dov’è l’Umanità e chi è l’Uomo? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Una grande risposta c’era già stata duemila anni fa: l’Uomo dei dolori. Un Uomo vero, accanto al Padre Suo e a tutti Fratelli. Averlo dimenticato è pena da espiare. Dico certamente anche per me, ma qui rivolto ai giovani cuori palpitanti d’ansia, nella Città sacra di Francesco e di Chiara. </span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i><b>CHE LA MORTE SECUNDA NOL FARA’ MALE</b></i></span><span style="font-size: large;">. BEATI QUELLI CHE ODONO LA VOCE DELLA GIUSTIZIA E DELLA MISERICORDIA. NON C’E’ &#8211; NON CI SARA’- PACE SENZA PROPORZIONE TRA GLI ESSERI UMANI, RISPETTO ED AMORE. </span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Arcangelo Papi – Assisi 2016 </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER">
<p>&nbsp;</p>
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		<title>COME FINIRA&#8217; IN ITALIA?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2016 14:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Ho ripreso in mano un libro di Alberto Ronkey,Atlante Ideologico, Garzanti 1973, pagine 371. Trascrivo Atlantis di W. H. Auden [riportata da Ronkey come incipit al libro].  Being set on the idea  Of getting to Atlantis You have discovered, of course,  Only the Ship of Fools is Making the voyage this year, As gales [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Ho ripreso in mano un libro di Alberto Ronkey,</span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Atlante Ideologico</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, Garzanti 1973, pagine 371. Trascrivo </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Atlantis</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"> di W. H. Auden [riportata da Ronkey come incipit al libro]. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Being set on the idea </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Of getting to Atlantis</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>You have discovered, of course, </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Only the Ship of Fools is</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Making the voyage this year,</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>As gales of abnormal force </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Are predicted, and that you</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Must  therefore be ready to</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Behave absurdly enough</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>To pass for one of The Boys</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>At least appearing to love </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Hard liquor, horseplay and noise.    </i></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Fissa in testa l’idea</span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Di raggiungere Atlantide</span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Hai ugualmente scoperto </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Che soltanto la Nave dei Pazzi</span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Farà il viaggio quest’anno</span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Perché bufere d’insolita violenza </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Sono previste, e tu devi </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Perciò essere pronto </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">A comportarti piuttosto assurdamente </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Così da passare per uno dei Ragazzi</span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Mostrando se non altro di amare </span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">I liquori forti, gli scherzi grossolani e il chiasso. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Il motivo della nave dei folli o dei gaudenti era di casa, nelle Fiandre del &#8217;400. La barca, detta &#8220;azzurra&#8221;, fu celebrata nel 1413 da Jacob van Oestvoren. Bosch usò la leggenda in alcuni suoi dipinti, Sebastian Brant pubblicò in tedesco, nel 1494 [</span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Narrenschiff</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">], e in latino un poema. L&#8217;esaltazione somma della nave dei folli si trova in Erasmo da Rotterdam [</span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Elogio della follia</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, 1509]. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: x-large;">* E l’Italia? </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>LA STORIA FALSA</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2016 14:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>
		<category><![CDATA[LA STORIA FALSA]]></category>

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		<description><![CDATA[LA STORIA FALSA Metropolitana sotterranea di Mosca! Metropoltana! Costruita a vantaggio dei lavoratori. Non a vantaggio dei padroni! &#160; &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; &#160; VIVIAMO, SENZA NEANCHE L’ODORE DEL PAESE, A DIECI PASSI DI DISTANZA NON SENTONO LE VOCI, E OVUNQUE CI SIA SPAZIO PER UN MEZZO DISCORSO SALTA SEMPRE FUORI IL MOTANARO DEL CREMLINO. &#160; LE SUE [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER">
<p align="CENTER">
<p align="CENTER"><span>LA STORIA FALSA</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>Metropolitana sotterranea di Mosca!</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>Metropoltana!</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>Costruita a vantaggio dei lavoratori. </i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>Non a vantaggio dei padroni!</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>VIVIAMO, SENZA NEANCHE L’ODORE DEL PAESE,</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>A DIECI PASSI DI DISTANZA NON SENTONO LE VOCI, </i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>E OVUNQUE CI SIA SPAZIO PER UN MEZZO DISCORSO</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>SALTA SEMPRE FUORI IL MOTANARO DEL CREMLINO. </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>LE SUE DITA DURE SONO GRASSE COME VERMI,</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>LE SUE PAROLE ESATTE COME FILI A PIOMBO.</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>AMMICCANO NEL RISO I SUOI BAFFETTI DA SCARAFAGGIO,</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>BRILLANO I SUOI STIVALI.</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>HA INTORNO UNA MARMAGLIA DI DUCETTI DAGLI ESILI COLLI</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>E SI DILETTA DEI SREVIGI DI MEZZI UOMINI.</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i><b>CHI</b></i></span><span style="font-size: large;"><i> MIAGOLA, </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>CHI</b></i></span><span style="font-size: large;"><i> STRIDE, </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>CHI</b></i></span><span style="font-size: large;"><i> GUAISCE</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>SE LUI SOLO APRE LA BOCCA O ALZA IL DITO. </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>FORGIA UN DECRETO DOPO L’ALTRO COME FERRI DI CAVALLO </i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>E A </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>CHI</b></i></span><span style="font-size: large;"><i> LO DA’ NELL’INGUINE , A </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>CHI</b></i></span><span style="font-size: large;"><i> FRA GLI OCCHI, SULLA FRONTE O SUL MUSO. </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>OGNI MORTE E’ UNA FRAGOLA PER LA BOCCA</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>DI LUI, OSSETA DALLA LARGHE SPALLE. </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"><i>Osip Mandel’stam </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;">* A questi versi contro Stalin si ispirò Adriano Guerrini nel 1975: </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>LA STORIA</b></span></p>
<p align="CENTER">
<p><i>La storia è poco più che l’elenco delle sventure, </i></p>
<p><i>dei delitti, delle follie degli uomini.</i></p>
<p>Gibbon</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>CHI ERA PERSEGUITATO, APPENA POTEVA DIVENIVA PERSECUTORE</p>
<p>CHI CHIEDEVA PER SE’ LA LIBERTA’, POI LA NEGAVA AGLI ALTRI</p>
<p>CHI RIFIUTAVA LA CENSURA, PRESA UNA REDAZIONE, CENSURAVA</p>
<p>CHI LEGGEVA LIBRI, PURE NON SAPEVA COSA FOSSE IL DISSENSO</p>
<p>CHI SAPEVA BRUNO E GALILEO, CREDEVA FOSSERO COSE PASSATE</p>
<p>CHI SAPEVA VOLTAIRE, IGNORAVA CHE L’INFAME E’ IMMORTALE</p>
<p>CHI ERA PRETE ROSSO, ODIAVA UN PRETE VESTITO DI NERO</p>
<p>CHI CREDEVA IN GESU’, IMPRIGIONAVA TORTURAVA E MACELLAVA</p>
<p>CHI CREDEVA NEL SOCIALISMO, FACEVA LE STESSISIME COSE</p>
<p>CHI AVEVA INDETTO MACELLI , CURAVA LIBRI SULLA TOLLERANZA</p>
<p>CHI DICEVA DI VOLER SERVIRE, IN REALTA’ INTENDEVA GUIDARE</p>
<p>CHI GUIDAVA GLI UOMINI, ERA SEMPRE UN MANGIATORE D’UOMINI</p>
<p>CHI SI CREDEVA ASTUTO, NON SI OCCUPAVA DEGLI ANTROPOFAGI</p>
<p>CHI SAPEVA PARLARE AGLI ALTRI, NON SAPEVA MAI ASCOLTARE</p>
<p>CHI SAPEVA ASCOLTARE, RACCOGLIEVA STIMA E COMPATIMENTO</p>
<p>CHI ERA COLTO, CREDEVA CHE CULTURA FOSSE LITE DI PARTE</p>
<p>CHI PARLAVA DI UN UOMO NUOVO, PARLAVA MOSTRANDO LE ZANNE</p>
<p>CHIPARLAVA DI IMPEGNO, COLTIVAVA IN REALTA’ SOLO ODIO</p>
<p>CHI ERA MORALMENTE INDIGNATO, DETESTAVA LA PAROLA DOVERE</p>
<p>CHI VIVEVA PER L’INTERESSE, SI COPRIVA DI NOBILI PAROLE</p>
<p>CHI AVEVA CREDUTO, PENSAVA DI LIBERARSI CAMBIANDO FEDE</p>
<p>CHI SCRIVEVA &lt;&lt; <i>ANARCHIA!</i> &gt;&gt;, LAVORAVA PER LO STATO ASSOLUTO</p>
<p>CHI VIVEVA TRA I LUPI, NON TEMEVA PER LA SUA LIBERTA’</p>
<p>CHI STUDIAVA STORIA, CREDEVA NEL DISEGNO DEL BENE FINALE</p>
<p>CHI COMANDAVA E CHI OBBEDIVA, TUTTI, NUTRIVANO FIDUCIA</p>
<p><b>CHI ERA LUPO CHI VOLPE CHI PECORA, POCHISSIMI GLI UOMINI. </b></p>
<p align="CENTER">
<p><span style="font-size: large;"><i>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O giovani di oggi, mandati al macello, ricordatevi della “storia falsa” e di che cosa sono gli uomini: lupi, volpi e pecore; ma non siate i “pochissimi”. Diventate tanti </span><span style="font-size: large;"><b>uomini veri</b></span><span style="font-size: large;">! Non vi fate ingannare. </span><span style="font-size: large;"><i><b>E’ dando che si riceve</b></i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>LA SCOMPARSA DI MAJORANA (SOLUZIONE TELEGRAFICA)  MODALITA’ DELLA SCOMPARSA</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2015 14:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>
		<category><![CDATA[LA SCOMPARSA DI MAJORANA (SOLUZIONE TELEGRAFICA) MODALITA’ DELLA SCOMPARSA]]></category>

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		<description><![CDATA[Fotomontaggio – Paragone con l’uomo della nave (1950) e i fratelli Salvatore e Maria Majorana (1960) LA SCOMPARSA DI MAJORANA (SOLUZIONE TELEGRAFICA) MODALITA’ DELLA SCOMPARSA &#160; 1* Ettore Majorana è sparito all’età di 32 anni, nel 1938, verso la fine del mese di marzo: è questo il dato di fatto. Da allora sono trascorsi 77 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-size: small;"><b>Fotomontaggio – Paragone con l’uomo della nave (1950) e i fratelli Salvatore e Maria Majorana (1960)</b></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>LA SCOMPARSA DI MAJORANA (SOLUZIONE TELEGRAFICA) </b></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>MODALITA’ DELLA SCOMPARSA</b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><b>1*</b> Ettore Majorana è sparito all’età di 32 anni, nel 1938, verso la fine del mese di marzo: è questo il dato di fatto. Da allora sono trascorsi 77 anni. Siamo nel 2015. Se fosse vissuto, oggi avrebbe avuto 109 anni (era nato il 5 agosto 1906 a Catania). Nonostante recenti rivelazioni circa la sua sorte e le indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Roma dall’aprile 2011 [agli inizi di febbraio del 2015 il caso è stato archiviato], non è stato possibile chiarire le ragioni di quella scomparsa e sapere con certezza qualcosa di definitivo sulla sua sorte.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Fu una scomparsa per lettera</span>. Vittime i suoi famigliari che lo cercarono inutilmente. Quali le ragioni e che fine fece?</p>
<p align="JUSTIFY">Suo <span style="text-decoration: underline;">allontanamento volontario</span>, ventilando per iscritto intenzioni di suicidio, ma evitando di impiegarne il termine crudo ovvero di parlare esplicitamente di morte? Una finzione, una messinscena dolosa e preordinata? Suicidio, omicidio, rapimento, ritiro in un convento, fuga dal mondo?</p>
<p align="JUSTIFY">Quale il <span style="text-decoration: underline;">movente</span>, il desiderio, l’intenzione o lo scopo per cui Ettore Majorana non solo stava sacrificando se stesso, annullandosi, scomparendo dalla circolazione, abbandonando dopo meno di tre mesi una prestigiosa cattedra universitaria in fisica teorica, fortemente voluta e ottenuta per eccezionali meriti scientifici (<i>per l’alta fama di singolare perizia</i>), ma anche compromettendo i suoi famigliari, creando lui per primo uno scandalo che avrebbe potuto evitare e precipitando all’improvviso i suoi cari nell’angoscia e nello sconforto?</p>
<p align="JUSTIFY">Un <span style="text-decoration: underline;">inesplicabile silenzio</span>, <span style="text-decoration: underline;"><b>dopo</b></span> aver fatto sapere che sarebbe ritornato &#8211; <i><b>domani</b></i> &#8211; là da dove si era allontanato due giorni prima, quel venerdì 25 marzo del 1938, scrivendo due lettere: una ad Antonio Carrelli, il direttore dell’Istituto di Fisica Sperimentale a Napoli, spedita per posta ordinaria; e l’altra &#8211; <i><b>Alla mia Famiglia</b></i> – lasciata nella stessa <i><b>stanza</b></i> dell’albergo Bologna, in via Depretis <span style="text-decoration: underline;"><b>72</b></span>, dove aveva fissato <i><b>provvisoriamente</b></i> la <i><b>residenza</b></i> anagrafica dal 23 febbraio, avendo prima cambiato almeno tre alberghi nell’arco di 33 giorni, rinunciando a <i>pensioni</i> familiari di cui aveva avuto gli <i>indirizzi</i> da una <i><b>infermiera</b></i> (22 gennaio).</p>
<p align="JUSTIFY">Accadde <i><b>in fine di settimana</b></i> (parole finali della lettera scherzosa alla madre del <span style="text-decoration: underline;">9</span> marzo, appena due settimane prima). Giorni cruciali: venerdì 25, sabato 26, e <b>domenica</b> <span style="text-decoration: underline;"><b>27</b></span> marzo (domenica è il ‘giorno del sole’, sia in inglese che in tedesco).</p>
<p align="JUSTIFY">La <i><b>scomparsa</b></i> – così siamo costretti a chiamarla, con la sua stessa definizione, si trattasse di sparizione volontaria o di morte – avvenne <span style="text-decoration: underline;">da</span> Napoli, venerdì <span style="text-decoration: underline;">25</span> marzo, e le ultime notizie di Ettore sono del giorno <span style="text-decoration: underline;">26</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Sabato 26 marzo Ettore faceva sapere che <i><b>il mare</b></i> lo aveva <i><b>rifiutato</b></i> e che sarebbe ritornato <i><b>domani</b></i> all’albergo Bologna. Forse ritornò a Napoli; forse nemmeno andò a Palermo, da dove – però – giunsero <span style="text-decoration: underline;">due telegrammi</span> urgenti e <span style="text-decoration: underline;">una lettera espresso</span> su carta intestata di un <span style="text-decoration: underline;">Hotel</span> che all’epoca si doveva chiamare Albergo per disposizione di legge (nella guida Turing del 1937-38 così difatti si chiamava: Grande Albergo Sole).</p>
<p align="JUSTIFY">Una terza e ultima lettera era giunta a Carrelli da Palermo, <span style="text-decoration: underline;">domenica mattina</span>, preceduta il giorno prima da un <i><b>telegramma</b></i> urgente, in cui Majorana faceva presente al Carrelli di non dare credito alla lettera di venerdì 25 marzo, imbucata a Napoli. Nulla per la <i>Famiglia</i>, del resto all’oscuro di tutto. Questo il testo del telegramma: <i><b>Non allarmati Alt Segue lettera</b></i>.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;"><b>Connettendo il testo del telegramma per Carrelli alle due lettere a lui indirizzate il 25 e il 26 marzo è già possibile risolvere in forma autentica il giallo della scomparsa. E’ sufficiente impiegare come chiave la parola “sole”</b></span>. Ecco perché stiamo parlando di <span style="text-decoration: underline;">soluzione telegrafica</span>, anche se c’è molto di più. Al limite sarebbe bastato il suggerimento di una sola frase mentale: <span style="text-decoration: underline;"><b>due numeri di telefono</b></span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 21 marzo 1938, <i><b>lunedì</b></i>, cadeva l’equinozio di primavera. Quel giorno Ettore avrebbe dovuto <i>sbrigare</i> a Napoli <i>alcune faccende </i><i><b>all’anagrafe e altrove</b></i>. Per questa ragione inviava <i><span style="text-decoration: underline;"><b>un telegramma</b></span></i> a suoi a Roma perché non lo aspettassero sabato sera 19 marzo, che però era festa nazionale. La carta intestata della lettera espresso pervenuta domenica mattina giorno 27 marzo a Carrelli da Palermo col traghetto postale della notte tra sabato 26 e domenica 27 marzo (arrivo a Napoli all’alba, ore 5.45) era ornata da un <span style="text-decoration: underline;"><b>sole</b></span> radioso che spuntava a est e da <span style="text-decoration: underline;"><b>due numeri di telefono</b></span> (<i><b>G</b></i><i>rand</i><i><b> H</b></i><i>otel</i><i><b> S</b></i><i>ole</i><i><b> – P</b></i><i>alermo</i> appartenente a Vincenzo Sole: telefoni 11.748 – 17.672).</p>
<p align="JUSTIFY">Con un <span style="text-decoration: underline;">altro telegramma</span>, per l’albergo Bologna di Napoli, Ettore affermava che sarebbe ritornato <i><b>lunedì</b></i>. Intanto, tenessero chiusa la sua <i><b>stanza</b></i>. Qui aveva lasciato una brevissima lettera d’addio, <i>Alla mia famiglia</i>: [...] <i><b>Dopo </b></i><i>ricordatemi, </i><i><b>se potete</b></i><i>, </i>[<i>...</i>] <i>e perdonatemi</i>. Con Carrelli aveva parlato di <i><b>scomparsa</b></i> e per la famiglia parlava di <i><b>lutto</b></i>. Sempre il 25 mattina, si era recato in Istituto e aveva consegnato alla allieva Gilda Senatore una cartella contenente il testo autografo delle sue lezioni, dicendole frettolosamente queste esatte parole, ripetute due volte: <i><b>Poi ne</b></i> <i><b>parleremo</b></i>, <i><b>poi ne parleremo</b></i>. Qui risuonava la parola “Palermo” (basta togliere una <b>e</b>).</p>
<p align="JUSTIFY"><b>2*</b> Perché Majorana aveva scelto il traghetto notturno per Palermo? Da Napoli salpavano quotidianamente altre navi: per esempio il Castellon, battente bandiera tedesca e diretta a Catania come primo scalo. E perché il disegnino a stampa di un sole all’alba, che spuntava da una specie di ponticello – a forma di spalletta ricurva impiegata dai sarti dell’epoca per stirare le giacche – e da due numeri di telefono in bella evidenza?</p>
<p align="JUSTIFY">L’Albergo Sole si trovava a circa due chilometri dal porto di Palermo ed era molto vicino alle Poste e Telegrafi e ai Telefoni di Stato. Perché scrivere anziché telefonare? Carrelli era munito di utenza telefonica domestica. A Roma i Majorana avevano il telefono in casa. Il padre di Ettore (morto nel 1934 di grave malattia: Ettore portò a lungo il lutto) era stato un ottimo ingegnere telefonico. Se ci si fa caso, quel <i><b>se potete</b></i> (<i>ricordatemi se potete</i>), equivale a Poste e Te(legrafi). Il giorno 25 marzo – che potremmo assumere come quello della scomparsa – c’è un <i><b>poi </b></i>orale con due <i><b>dopo</b></i> messi per iscritto: <i><b>Dopo</b></i> <i>ricordatemi, se potete</i> e <i>possibilmente</i> <i>anche </i><i><b>dopo</b></i> (prima lettera per Carrelli).</p>
<p align="JUSTIFY">Il 25 marzo, verso le ore 17, lo scomparso aveva abbandonato il suo albergo di Napoli, il Bologna, pagando il conto e lasciando tutte le sue cose in stanza. Indossava un <span style="text-decoration: underline;">soprabito</span> grigio ferro e un <span style="text-decoration: underline;">cappello</span> marrone. Aveva con sé una rilevante <span style="text-decoration: underline;">somma di denaro</span> (gli stipendi maturati da dicembre e non riscossi in precedenza) e il <span style="text-decoration: underline;">passaporto</span> valido soltanto <span style="text-decoration: underline;">per i paesi europei</span> in scadenza ad agosto del 1939. L’albergo Bologna, dove si era stabilito da oltre un mese, dopo averne cambiati almeno tre, scartando la possibilità più economica e forse più confortevole di un pensionato di tipo familiare, distava appena dieci minuti a piedi dal molo Beverello da cui &#8211; verso le 22.30 &#8211; sarebbe salpato quella sera il traghetto notturno della Società Tirrenia diretto al porto di Palermo.</p>
<p align="JUSTIFY">In queste due lettere del 25 marzo Majorana <span style="text-decoration: underline;">non</span> forniva <i><b>dettagli</b></i>. Era un congedo, un addio: salutando e chiedendo perdono. Il giorno dopo – da Palermo – faceva sapere di non aver consumato il suicidio (<i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i>) <i><span style="text-decoration: underline;"><b>e</b></span></i> che &#8211; dunque &#8211; sarebbe rientrato subito a Napoli (<i>ritornerò</i> <b>domani</b> <i>all’albergo Bologna</i>), rimanendo <i><b>a disposizione </b></i>(di Carrelli)<i><b> per ulteriori dettagli</b></i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Majorana avrebbe alloggiato in albergo – il Sole – ma per poche ore (se ripartì da Palermo in nave, la sera stessa alle 19.30). E’ singolare che in seguito non ne sia stata accertata la presenza a Palermo in base al cartellino alberghiero (tali riscontri non pare che siano stati fatti, presumendosi l’arrivo di Ettore a Palermo dalla lettera e dai due telegrammi: in ogni caso un altro avrebbe potuto essere al suo posto, sebbene col suo consenso e con la sua stessa necessaria collaborazione, agendo poi a Palermo su atti autografi già predisposti).</p>
<p align="JUSTIFY">Nessuno ha spiegato l’espressione melodrammatica <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i>, che accennando ora al mancato suicidio, tuttavia in nulla sembra distinguere <i><b>il caso</b></i> di Ettore come <i><b>differente</b></i> da quello di <i><b>una ragazza</b></i> dei drammi di H. Ibsen (<i>ragazza ibseniana</i>). Ma basta inserire come chiave una parola di 6 lettere iniziante con H e menzionata due volte da Ettore nelle lettere del 1938 (il 23 febbraio e il 2 marzo) per risolvere anche per questa via il mistero della scomparsa. Questa la differenza. Lo dimostreremo nel seguito di questo pezzo, fermo restando quanto già pubblicato sul nostro sito.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>3*</b> Ciò che sembrava essere stata una crisi esistenziale – il <i>desiderio</i> di farla finita con la vita: Ettore l’aveva confermato il giorno dopo, sabato 26 marzo, dicendo che <i><b>il mare</b></i> lo aveva <i><b>rifiutato</b></i> <i><b>e</b></i> che dunque (?) sarebbe subito rientrato a Napoli, <i><b>domani all’albergo</b></i><i> </i><i><b>Bologna</b></i><b>, </b><i><b>viaggiando forse</b></i> con la stessa lettera, con quello <i><b>stesso foglio</b></i> – si trasformò effettivamente in una <i><b>scomparsa</b></i>, come aveva scritto a Carrelli venerdì 25 marzo con la prima lettera.</p>
<p align="JUSTIFY">Mancando il cadavere era impossibile il <i><b>lutto</b></i>. La Famiglia fu costretta a crederlo vivo e a cercarlo, a farlo ricercare dalla Polizia a fini di rintraccio. Ettore stava giocando a nascondino?</p>
<p align="JUSTIFY">Non ricomparve, creando così – con questo suo comportamento – uno <span style="text-decoration: underline;">scandalo</span> che al contrario era perfettamente rimediabile. Mettendo in crisi la sua <i>Famiglia</i> che all’oscuro di tutto non si attendeva un colpo del genere. Dirà la madre che <i>Ettore era stato sempre savio</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Se ci chiediamo il <span style="text-decoration: underline;">perché</span> di questa sparizione o <i>scomparsa</i>, le riposte si limitano alle ipotesi possibili, a prescindere dal movente: 1) fuga volontaria; 2) effettivo suicidio in mare durante il viaggio di ritorno; 3) omicidio (caso esterno, evento involontario); ma è mancato il cadavere, e senza il corpo del morto, non poté nemmeno darsi il <i>lutto</i> (nella lettera lasciata per la <i>Famiglia</i> Ettore <span style="text-decoration: underline;">non</span> voleva che i suoi cari si vestissero <i><b>di nero</b></i>, e se proprio lo avessero voluto, allora che portassero <i><b>pure</b></i><b> </b><i><b>qualche segno</b></i><i> </i><i><b>di </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>lutto</b></span></i><b>, </b><i><b>ma per non più</b></i><i> </i><i><b>di </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>tre giorni</b></span></i>).</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo cercato di descrivere e di sintetizzare i fatti giacché è ai dati effettivi che può seguire una valutazione, mentre l’erronea rappresentazione della realtà sarebbe fuorviante.</p>
<p align="JUSTIFY">Un fatto, apparentemente controverso, è quello del presunto o presumibile viaggio di ritorno in nave da Palermo a Napoli, la notte stessa tra sabato 26 e domenica 27. Erasmo Recami ha cambiato opinione da un’edizione all’altra del suo importante saggio sul caso Majorana, senza una riga di spiegazione. Lo stesso Recami continua a sostenere che la consegna fatta da Ettore di una cartella di manoscritti (le lezioni di fisica teorica) all’allieva Gilda Senatore avvenne giovedì mattina (che era giorno di lezione) e non venerdì 25, il giorno della scomparsa (a quest’ultimo riguardo, il momento temporale della scomparsa rimane un concetto indefinito: dipende dalle intenzioni e dal fatto materiale). Nella lettera per Carrelli diceva <i><b>domani</b></i>, nel telegramma per l’albergo Bologna diceva <i><b>lunedì</b></i>. Avrà forse viaggiato la notte successiva, tra domenica 27 e lunedì 28 marzo? Questa la prima versione di Recami (1991). E’ prevalente la data tra sabato 26 e domenica 27 ma nessun autore ha affrontato questo problema che è connesso al testimone della cabina n. 37, Vittorio Strazzeri, alla permanenza di Ettore a Palermo (per poche ore diurne sabato 26 oppure anche il giorno successivo), e all’allarme che dovrà scattare a Napoli per Carrelli (martedì mattina 29 marzo in teoria Ettore avrebbe dovuto fare lezione).</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante la sovrapponibilità alternativa delle tre accennate ipotesi generali, il modo di questa misteriosa scomparsa o sparizione avvenuta per lettera, e il perché, sono stati oggetto d’interpretazione controversa fin dall’inizio, prevalendo &#8211; ovviamente &#8211; l’ipotesi necessaria, dal lato degli affetti familiari, dell’affannosa ricerca del vivo. I morti si trovano, più difficile è sapere dei vivi che per loro insondabili ragioni siano fuggiti. Ettore non fu più ritrovato: né vivo, né morto. Anche quest’ultima affermazione è stata di recente messa in dubbio (F. Guerra 2012 e S. Roncoroni 2013), ma è stata disattesa dalle indagini avviate nell’aprile del 2011 dalla Procura di Roma.</p>
<p align="JUSTIFY">Il “caso Majorana” è sembrato impenetrabile. Tutte le ipotesi sarebbero ugualmente possibili (E. Klein 2014), sebbene quasi tutte inconciliabili tra loro, mentre secondo la Procura della Repubblica di Roma lo scomparso, tra il 1955 e il 1959, si trovava in Venezuela, a Valencia.</p>
<p align="JUSTIFY">Se così fosse, cadrebbero le ipotesi del suicidio e dell’omicidio, ugualmente anche il caso di morte naturale precoce, e rimarrebbe in piedi l’allontanamento volontario all’insaputa della Famiglia (e senza un passaporto valido per l’America del Sud).</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Perché</span> Majorana aveva fatto scoppiare quello <span style="text-decoration: underline;">scandalo</span> cui poteva facilmente porre rimedio e <span style="text-decoration: underline;">perché</span> agire <span style="text-decoration: underline;">in quella maniera</span> se il desiderio di uno strappo definitivo dalla sua realtà quotidiana, evidentemente non più accettata, poteva essere <span style="text-decoration: underline;">realizzato altrimenti</span>?</p>
<p align="JUSTIFY">Saremmo costretti a credere al <span style="text-decoration: underline;">dramma interiore</span>, all’iniziale proposito del suicidio, e poi a un’altalena di stati d’animo che lo portò infine a disattendere l’enunciata volontà di ritorno al punto di partenza, all’albergo Bologna di Napoli [qui rimanendo <i><b>a disposizione </b></i>di Carrelli <i><b>per ulteriori dettagli</b></i>, per quanto avesse già detto di <i><b>rinunciare all’insegnamento</b></i>].</p>
<p align="JUSTIFY">In questa scomparsa il <span style="text-decoration: underline;">prima</span> e il <span style="text-decoration: underline;">dopo</span> sembrano confondersi, attrarsi reciprocamente oppure separarsi, senza che sia dato intendere i momenti di distanza o di sutura, una linea spezzata oppure al contrario un <span style="text-decoration: underline;">disegno</span> di continuità. <span style="text-decoration: underline;">Ettore ha mentito</span>. Quand’è che avrebbe iniziato a fingere? Da quale momento in poi? E perché avrebbe messo di mezzo gli affetti famigliari?</p>
<p align="JUSTIFY">Quale il movente, se venisse meno in radice la crisi interiore, di carattere strettamente personale, che lo avrebbe indotto a manifestare propositi di suicidio?</p>
<p align="JUSTIFY">C’è forse una traccia remota nelle lettere del 1938, un filo conduttore che possa fornire una spiegazione aldilà delle <span style="text-decoration: underline;">contraddittorie</span> apparenze? C’è <span style="text-decoration: underline;">un filo logico</span> che ricucia la trama e colmi lo iato riunendo in una tetralogia la quart’ultima lettera del 19 marzo con quelle del 25 e 26 marzo, appena la settimana dopo? La situazione sarebbe precipitata in pochi giorni: non più di 5. Prima assicurava che sarebbe rientrato a Roma sabato 26, ed invece il 26 marzo si hanno le ultime sue notizie da Palermo, poi più nulla. Eppure venerdì 25 marzo dobbiamo registrare un <i><b>poi</b></i> e due <i><b>dopo</b></i>. E c’è pure uno schema geografico ben delineato: Roma – Napoli – Palermo, che ripete lo stesso schema concettuale del concorso a cattedre nel 1937.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ il momento di riportare <span style="text-decoration: underline;">la lettera del 19 marzo</span> – sabato: festa nazionale religiosa di San Giuseppe – che per il suo contenuto formale parrebbe inconciliabile con lo strappo o rottura improvvisa della settimana seguente, ma che in realtà contiene cifre importanti e segnali indicativi del contrario (vedremo meglio in seguito in che termini).</p>
<p align="JUSTIFY">Ettore rispondeva al fratello Salvatore, spiegando <i><b>perché</b></i> quel <span style="text-decoration: underline;">sabato sera</span> &#8211; ma era un giorno festivo in cui non aveva fatto lezione ! – non sarebbe rientrato a Roma, <span style="text-decoration: underline;">rinviando a sabato 26</span>.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Napoli, 19.3.1938 – XVI </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Caro Turillo, </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Ho avuto la tua. Per ora non vengo perché </i><i><b>lunedì</b></i><i> ho alcune faccende da sbrigare </i><i><b>all’anagrafe e</b></i><i> </i><i><b>altrove</b></i><i>. Vedrò se è possibile avere il “libretto” per la mamma, ma non vedo come si possa affermare la convivenza perché io ho l’obbligo di prendere </i><i><b>la residenza</b></i><i> a Napoli, anzi l’ho già presa </i><i><b>provvisoriamente</b></i><i> qui in albergo, </i><i><b>alias via Depretis 72</b></i><i>. Vi mando un </i><i><b>telegramma</b></i><i> perché non mi aspettiate </i><i><b>stasera</b></i><i>, ma verrò certamente </i><i><b>sabato prossimo</b></i><i>. Saluti affettuosi</i></p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">Ettore era sincero o mentiva? La questione del libretto riguardava la cassa mutua di malattia per i dipendenti statali, estensibile ai familiari conviventi (e a carico). La madre <span style="text-decoration: underline;">non</span> aveva certo l’intenzione di trasferirsi a Napoli. Quali faccende doveva sbrigare <i><b>lunedì</b></i> (mattina) <i><b>all’anagrafe e altrove</b></i>, se la <i><b>residenza</b></i> anagrafica l’aveva già presa? Lunedì 21 marzo era l’equinozio di primavera. Da Palermo arriverà un sole.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Venerdì Ettore non faceva lezione. Poteva dunque rientrare a Roma e restarci fino al pomeriggio di domenica per rientrare a Napoli la sera. Sabato 19 marzo: all’epoca era festa nazionale religiosa di San Giuseppe lavoratore.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">L’undici gennaio, dopo aver storpiato in <i>Caccemo</i> il cognome del giovane assistente di Carrelli che si chiamava Cennamo e che poi sposerà la Senatore, Ettore faceva anonimo riferimento a un introvabile <i>professore di fisica terrestre</i>, Giuseppe Imbò, e altresì un riferimento al <i>Rettore</i> Salvi.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Carrelli, nominato nelle prime due lettere di gennaio, diverrà infine il perno intorno al quale ruoteranno le ultime due lettere del 25 e 26 marzo e il telegramma urgente che le precedette.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Perché un <i><b>telegramma</b></i> potendo telefonare? Il centralino telefonico si trovava accanto all’albergo Bologna. Lo stesso vale per Palermo, ma qui a maggior ragione: telefonando a Carrelli, Ettore poteva azzerare tutto quanto, spiegare ogni cosa potendo contare sulla massima discrezione. Comunque non c’era bisogno di un’altra lettera, sarebbe bastato un telegramma concepito in altri termini. Ecco perciò che <i><b>telegramma</b></i> è parola chiave di relazione tra la lettera del 19 marzo e i fatti successivi, come lo è pure la parola <i><b>lunedì</b></i>, ripetuta dal secondo telegramma per l’albergo Bologna.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Ettore dice <i><b>stasera</b></i>, mentre nella prima lettera per Carrelli dirà <i><b>questa sera</b></i>.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><i><b>Sabato</b></i> <i><b>prossimo</b></i> sarà invece quello delle ultime notizie, dopo di che la <i>scomparsa</i>.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Non vedendolo ritornare a Roma sabato sera 26 marzo, la Famiglia di Ettore si sarebbe dovuta “<i>allarmare</i>”? Se avessero telefonato quella sera stesa all’albergo Bologna oppure domenica mattina, si sarebbero sentiti dire che Ettore era uscito dall’albergo venerdì pomeriggio, che aveva pagato il conto (lo stipendio di marzo era pagabile il 25 del mese), che nella stanza erano tutte le sue cose (non l’aveva abbandonata), e che sarebbe tornato <i><b>lunedì</b></i>. Se avessero telefonato domenica mattina a Carrelli, il quale sapeva che la mattina di sabato Ettore non aveva fatto lezione, ma aveva ricevuto un telegramma di rassicurazioni alle 11 e una lettera preoccupante alle 14, però superata dal telegramma, certamente Carrelli avrebbe taciuto: la mattina di domenica aveva ricevuto la seconda lettera da Palermo, Ettore aveva avvisato che stava tornando, anche se l’espressione era ambigua: <i><b>ritornerò domani </b></i><i>all’albergo Bologna</i><i><b>, </b></i><i>viaggiando</i><i><b> forse </b></i><i>con questo stesso foglio</i><i><b>. </b></i>Che cosa intendeva Ettore, con <i><span style="text-decoration: underline;"><b>domani</b></span></i> e quel <i><span style="text-decoration: underline;"><b>forse</b></span></i><i> </i>,<i><b> </b></i>se l’arrivo del traghetto al porto di Napoli, all’alba di domenica 27, precedeva il recapito materiale della lettera a Carrelli? Forse sarebbe tornato <i><b>lunedì</b></i> all’alba, come aveva fatto sapere all’albergo Bologna? Il viaggio di ritorno in nave, un traghetto postale, era stato connesso allo stesso viaggiare di quella lettera, di quel foglio su carta intestata. Ciò significava che Ettore doveva prendere il traghetto a Palermo quella stessa sera del 26, mentre la lettera <span style="text-decoration: underline;">forse</span> [forse sì o forse no] poteva essere stata caricata col sacco postale. Ma c’era malizia in quel <i><b>foglio</b></i>, in quelle espressioni, nei tempi (calcolati), e nei modi (arrivo al porto di Napoli alle ore 5.45 di domenica mattina, ‘giorno del sole’).</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Un corpo solo, una tetralogia la lettera del 19 marzo e le altre tre lettere del 25 e 26 marzo <i><b>in fine di settimana</b></i>.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">Nessuna cesura di eventi improvvisi, ma un <span style="text-decoration: underline;">disegno</span>. Ettore mentiva già dal 19 marzo.</p>
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<p align="JUSTIFY">Nessun allarme. La scomparsa di Majorana prendeva corpo da <i><b>lunedì</b></i> mattina che però non era giorno di lezione. Ed è da martedì 29 che se ne costata pienamente il fatto. La mattina del 28 Carrelli aveva cautamente telefonato a Fermi, e sarà Fermi ad avvertire la Famiglia Majorana a Roma, che forse c’era qualcosa a Napoli che non andava bene. Carrelli aveva atteso ancora un giorno, domenica 27, perché all’albergo Bologna gli avevano detto che Ettore sarebbe rientrato <i><b>lunedì</b></i>. Così aveva fatto sapere con un altro telegramma: ma lunedì mattina Ettore non si era fatto vivo all’albergo col traghetto successivo che giungeva al porto di Napoli sempre all’alba. A questo punto Carrelli si era ‘allarmato’ e aveva telefonato a Fermi, a Roma. Con Fermi aveva ottimi rapporti. Fermi a sua volta aveva telefonato alla Famiglia.</p>
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<p align="JUSTIFY">I fratelli di Ettore si precipitarono a Napoli il primo pomeriggio del 28. Il 29 fu fatta alle autorità di polizia una denuncia di scomparsa e di lì a poco inizieranno le ricerche. Carrelli farà seguire una relazione al Rettore. I fatti sono autentici.</p>
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<p align="JUSTIFY">Sarebbe una falsa supposizione ritenere in primo luogo e voler poi far credere che Carrelli avesse incontrato Ettore e che i due si fossero spiegati. Questo genere di equivoci distorce i fatti e si pone in contrasto con la ragione e i documenti. La Famiglia ricercò a lungo e invano lo scomparso. Carrelli riferiva ufficialmente per iscritto al Rettore Salvi quanto a sua conoscenza. Il resto sono fantasie (per esempio che Carrelli conoscesse il convento di Napoli dove Ettore avrebbe ottenuto riparo). Majorana scomparve e non fu più ritrovato. Il <i>caro estinto</i> del 1939 è un equivoco verbale.</p>
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<p align="JUSTIFY">Rimangono alcuni problemi: il viaggio in nave Napoli – Palermo e ritorno; il problema dei biglietti di viaggio e della cabina n. 37 a tre letti dove alloggiarono il prof. Vittorio Strazzeri, un certo “Carlo Price” (un <i><span style="text-decoration: underline;">inglese</span></i> che però parlava il dialetto dell’Italia del sud) e <i>un giovane con tutti i capelli</i> (non confondibile con Price). Il terzo passeggero, il giovane che viaggiava col biglietto di Ettore (a lui riferito nella lista di bordo), sbarcò a Napoli. Giunto il traghetto al porto si persero le tracce di due passeggeri su i tre che avevano occupato la cabina a tre letti (di Price non c’erano tracce precedenti nemmeno a Palermo).</p>
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<p align="JUSTIFY">Strana coincidenza: <span style="text-decoration: underline;">Vincenzo</span> Sole e <span style="text-decoration: underline;">Vittorio</span> Strazzeri. Strazzeri era un docente di geometria all’Università di Palermo, quindi collega di Emilio Segrè. Aveva una figlia sposata in Germania a un medico, che andava a trovare in qualche occasione.</p>
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<p align="JUSTIFY">La testimonianza di Strazzeri (richiesto più volte su Ettore dalla Famiglia e autore di due lettere anche se conosciamo soltanto l’ultima in data 31 maggio) è perplessa. Non era sicuro di aver riconosciuto Majorana in quel giovane con tutti i capelli che aveva viaggiato con lui quella notte nella cabina n. 37 a tre letti; ma era certo che costui era regolarmente sbarcato a Napoli (problema dei biglietti di viaggio). E per il viaggio di andata a Palermo?</p>
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<p align="JUSTIFY">In che notte avrebbe viaggiato Majorana, se andò a Palermo e tornò a Napoli, dove parrebbe che abbia fatto qualche strana, fugace apparizione nei giorni successivi? Il mistero della <i><b>scomparsa</b></i> ingloba almeno il giallo della cabina n. 37. Chi potrebbe credere che tutto ciò <span style="text-decoration: underline;">non</span> sia già stato calcolato e programmato: e da chi, se non da Majorana; e che <span style="text-decoration: underline;">non </span>sia stata una messinscena? Il caso del complotto è assurdo (tra l’altro ne avrebbero dovuto far parte Carrelli, Strazzeri, Segré e Fermi, con Carlo Price).</p>
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<p align="JUSTIFY">La cabina n. 37 di Vittorio Strazzeri fu puntata su i due occupanti: la lista di bordo, col nominativo di Majorana, fu aggiornata all’ultimo momento. La lettera ‘espresso’ che stava viaggiando verso Napoli recava il timbro postale delle ore 18, sabato 26 marzo. Due viaggiatori su tre spariranno nel nulla. Rimane la testimonianza condizionale di Strazzeri. La <i><b>scomparsa</b></i> di Majorana non dipendeva da un complotto a suo danno, un omicidio tombale o un rapimento. Eppure tutto si accumula in un enigma. Se non fosse <i><b>per</b></i> i <i><b>tre giorni</b></i> di <i>lutto</i>, <i><b>non più di tre</b></i>, di cui Ettore diceva nella lettera lasciata in <i>stanza</i> per la <i>Famiglia</i> (il prima e il dopo si rincorrono), non sapremmo del mistero della cabina. Ettore aveva calcolato tutto. Il suo era un caso diverso. Post eventum, i suoi cari dovevano intendere <i><span style="text-decoration: underline;"><b>perché</b></span></i> potesse essere <i><b>differente</b></i> (thema decidendum).</p>
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<p align="JUSTIFY">Questa lettera del 19 marzo come si colloca? E’ estranea ai fatti successivi oppure li precedeva filtrandoli, con l’intento di ammorbidire il trauma famigliare? La risposta è stata inserita nella stessa lettera, nel suo punto cruciale.</p>
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<p align="JUSTIFY">Vedremo il ruolo – verificabile ex post – che a questa lettera del 19 marzo, pur in sede di risposta al fratello Salvatore, era stato assegnato autonomamente dallo scomparente (la messinscena della scomparsa di Majorana ruotava intorno a Carrelli e a giro giocava sistematicamente sul ‘prima’ e sul ‘dopo’ traendone alimento razionale).</p>
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<p align="JUSTIFY"><b>4*</b> Le lettere del 1938, nel breve periodo che va dalla seconda decade di gennaio al 26 marzo, contengono – come il testo delle lezioni consegnate a mano all’allieva Gilda Senatore quella mattina stessa del 25 marzo – una serie di rinvii temporali (ad esempio <i><b>fra tre mesi</b></i> in data 23 febbraio). Il giorno 25 marzo registriamo un <i><b>poi </b></i>orale (alla Senatore) e due <i><b>dopo</b></i> messi per iscritto (prima lettera per Carrelli e lettera <i>Alla mia Famiglia</i>).</p>
<p align="JUSTIFY">La stessa definizione di <i><b>scomparsa</b></i> – <i><b>impr</b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>ovvisa</b></span></i> ma <i><b>che era ormai</b></i> <i><span style="text-decoration: underline;"><b>in</b></span></i><i><b>e</b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>vita</b></span></i><i><b>bile</b></i> / e senza <i><b>un </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>solo</b></span></i><i><b> granello di egoismo</b></i> la relativa <i><b>decisione</b></i> – lascia perplessi. Infine: perché colpire i propri famigliari, essi soltanto, con quel trauma violento, con uno scandalo rimediabilissimo, improvviso e inatteso?</p>
<p align="JUSTIFY">I due momenti della scomparsa sono il <span style="text-decoration: underline;">come</span> e il <span style="text-decoration: underline;">perché</span> (R. Finzi, 2002). Il perché precede e condiziona il come. Perché, dunque, Majorana agì in quel modo?</p>
<p align="JUSTIFY">Il 2 marzo si dichiarava <i><b>contento degli studenti</b></i>. E se il collega Giuseppe Occhialini, di ritorno in nave dal Brasile, il 18 gennaio 1938 sbarcato a Napoli per una breve sosta, avendolo incontrato in Istituto ebbe l’impressione che Ettore meditasse il suicidio: &lt;&lt; <i>C’è chi ne parla e chi lo fa</i> – <i>Se avessi tardato di qualche settimana non</i> mi <i>avresti più incontrato</i> &gt;&gt;, è pur vero che Ettore ne stava ‘parlando’ e che appena quattro giorni dopo chiederà per lettera che il fratello Luciano gli inviasse a mezzo banca la parte liquida dell’eredità paterna quando gli stipendi già maturati in virtù della nomina (dicembre e gennaio) sarebbero stati regolarmente in pagamento il <span style="text-decoration: underline;">27</span>, appena cinque giorni dopo.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Il caso Majorana era un dramma personale, un fatto interiore, una crisi spirituale, oppure è stato il maggior giallo del ‘900, per quanto irrisolto nella parte relativa al dopo conseguente</span>?</p>
<p align="JUSTIFY">Che cosa spinse Ettore, nel marzo del 1938, due settimane dopo l’annessione dell’Austria, di egli cui non parlò, a fare sacrificio di se stesso, della propria carriera, della scienza di cui era portatore, coinvolgendo gli affetti più cari?</p>
<p align="JUSTIFY">Apparentemente non ci sarebbe una soluzione. Soltanto di recente – dall’ottobre del 2010 in poi – il suo caso – un <i><b>caso differente</b></i> – ha ripreso vigore, a seguito di certe rivelazioni (Ettore andò segretamente in Germania) e di altre considerazioni o reazioni successive (il <i>caro</i> <i>estinto</i> del 1939, lettera riesumata ad hoc con ben 73-74 anni di ritardo).</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2012 – 2013 fu affacciata la tesi della morte precoce di Majorana, che sarebbe avvenuta nel <span style="text-decoration: underline;">1939</span>, prima del 21 settembre, a ragione del fatto che la Famiglia richiese, e subito ottenne, l’intestazione di una pia fondazione o borsa di studio per 20 mila lire, a nome del <i>caro estinto</i>, del <i>compianto Ettore</i>, divenuto pubblicamente lo <i>scomparso</i> nella rivista Missioni del mese di novembre di quel’anno, che ne divulgava la notizia. L’importo era stato pagato dalla madre.</p>
<p align="JUSTIFY">Senza il cadavere e senza il certificato di morte. Senza la tomba, senza pietà e memoria funebre della Famiglia. E nemmeno il passaporto dello scomparso. Troppo poco per una prova di morte. Ettore giocò forse a nascondino?</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’aprile del 2011 era stata avviata dalla Procura della Repubblica di Roma un’indagine penale conoscitiva (quale la “notitia criminis” ?), conclusasi con un decreto di archiviazione, il 3 febbraio 2015, col quale &#8211; però &#8211; si asseriva che Ettore Majorana (dopo essere stato in Argentina), nel 1955 si trovava in Venezuela e si faceva chiamare Bini (Bini X, perché pare che non si sia riusciti a conoscerne il nome proprio).</p>
<p align="JUSTIFY">La fotografia di questo Bini non rassomiglia a Majorana (che allora avrebbe avuto 49 anni). La vicenda (scomparso dal 1938) certamente <span style="text-decoration: underline;">non</span> troverebbe spiegazione (il passaporto di Ettore valeva soltanto per i paesi europei e scadeva l’anno successivo).</p>
<p align="JUSTIFY">E’ assurdo ipotizzare (implicitamente) che uno come Majorana si fosse servito di documenti falsi per raggiungere nel 1938 l’America del Sud, col rischio di essere individuato e rimandato a casa. E per quale ragione non aver fornito più notizie? Come si manteneva, che lavoro faceva per vivere? Che senso avrebbe una storia del genere, se non escludiamo l’omosessualità, ma non era questo il caso di Ettore?</p>
<p align="JUSTIFY">La presenza di Majorana oltre oceano, prima in Argentina e poi in Venezuela negli anni ’50, <span style="text-decoration: underline;">toglie il caso di morte</span> (suicidio – omicidio – evento naturale precoce), ma <span style="text-decoration: underline;">includerebbe</span> una tappa intermedia, la presenza segreta di Majorana in Germania durante gli anni della guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">La Procura di Roma ha disatteso il <i>caro estinto</i> del 1939, affacciato con indagini in corso da autori che sovvertivano il principio logico dell’onere della prova, e il morto ammazzato ipotizzato da altri autori che avevano ricamato di fantasia su un presunto complotto o intrigo internazionale. Cadrebbe anche l’ipotesi del ritiro silenzioso in un remoto convento (Sciascia e Zichichi) che era – e rimane a priori – priva di aderenza alla realtà. La Famiglia non seppe più nulla, il che è veramente poco cristiano (oltre che assurdo). Oggi si saprebbe dove avrebbe trovato rifugio e quale la sua tomba. Invece pare che Majorana se ne stesse in America del Sud, ma chissà per quale ragione, all’insaputa dei suoi famigliari che tanto si erano dati da fare per ritrovarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">La sorella Maria – che visse nella stessa casa romana col fratello Salvatore fino alla di lui morte nel 1971, quando erano già defunti il fratello Luciano e la primogenita Rosina coniugata a un tedesco – nel <span style="text-decoration: underline;">1985</span> collaborò direttamente con Erasmo Recami nelle ricerche di Ettore in Argentina. Questo è sufficiente per azzerare il caso del <i>caro estinto</i> nel 1939.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché avanzare ipotesi irrealistiche, prive di riscontro? Perché parlare di suicidio in mare (come Emilio Segré e Bruno Russo)? Un piccolo dettaglio &#8211; <span style="text-decoration: underline;">il cappello</span> – e le stesse parole e i comportamenti di Ettore lo escludano categoricamente. <span style="text-decoration: underline;">Non</span> si trattò di <span style="text-decoration: underline;">scomparsa a bordo</span> nel gergo vigente in tema di Diritto della navigazione. Non era un caso pirandelliano da Fu Mattia Pascal (qualcuno che lascia una giacca e un cappello sulla spalletta di un ponte per far credere di essere morto e rifarsi altrove una vita). C’era molto di più, e <span style="text-decoration: underline;">non</span> c’era <i>un solo</i> <i>granello di egoismo</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessuna delle spiegazioni o ipotesi sulla misteriosa scomparsa sembra poggiare su solide basi razionali e su argomenti o indizi convincenti. Anzi, le ipotesi finora affacciate si scontrano sempre ogni volta col perché originario, comunque determinate, della sparizione.</p>
<p align="JUSTIFY">Non si è mai tenuto conto di un movente adeguato, attagliato alla fattispecie, e poi del passaggio nodale – significativo e determinante – del dolore provocato alla famiglia. Infine, il fatto saliente che certi risultati potevano essere conseguiti altrimenti (ma non la fuga <span style="text-decoration: underline;">segreta</span> in Germania), esclude a priori tutte le ipotesi in cui <span style="text-decoration: underline;">non era necessario</span> dover colpire la Famiglia. Eliminato l’assurdo complotto ai danni di Majorana (ipotesi impensabile, esclusa per primo da Ettore che sapeva ciò che faceva), non resta altro che una fuga segreta, la cui scelta necessaria doveva essere mascherata con un falso caso personale, passando inevitabilmente sul dolore della Famiglia comunque costretta all’idea del vivo mancando il cadavere (fatti di Ettore, furono costretti a concludere amaramente: “Da un certo momento in poi tutto è stato possibile”).</p>
<p align="JUSTIFY">Se s’ipotizza o si postula la <span style="text-decoration: underline;">sottrazione volontaria</span>, bisognerebbe chiarirne il momento o lo scopo: se dolosa e preordinata, oppure dipendente dalla trama spezzata del mancato suicidio.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché Ettore aveva fatto sapere che sarebbe tornato? Se si suppone un evento involontario esterno, un complotto, per spiegare il mancato ritorno e la mancanza del cadavere, non si spiega tuttavia perché Ettore avesse per primo innescato le apparenze di un suicidio per giustificare pro tempore l’assenza dovuta al pericolo percepito e sia poi caduto nel tranello lasciando una lettera a <i><b>lutto</b></i> per i suoi famigliari nella sua <i><b>stanza</b></i> d’albergo anziché un altro messaggio o avvertendo la Polizia. E quando e dove sarebbe stato eliminato, se tornò a Napoli, qui facendo fugaci apparizioni, forse bussando a due conventi e forse intravvisto nel pieno centro della città da un’<i><b>infermiera</b></i> rimasta anonima ma citata nella lettera del 22 gennaio con la quale chiedeva soldi in costanza di stipendio? Nemmeno durante il culmine della acuta forma gastrica di cui cominciò a soffrire nel 1933 in Germania, Ettore ebbe un’infermiera a Roma.</p>
<p align="JUSTIFY">L’<i><b>infermiera</b></i> significava qualcosa; come <i><b>fra tre mesi</b></i>. Lo mostreremo nel seguito. Ettore non soffriva di una malattia inguaribile. Aveva preso servizio e svolto regolarmente le sue funzioni di docente. Nemmeno un raffreddore. Il suicidio o il complotto non hanno alcuna sostanza.</p>
<p align="JUSTIFY">E neanche la fuga dal mondo, lo strappo insensato. Non resta che una fuga segreta di scopo: ma perché una fuga <span style="text-decoration: underline;">segreta</span>, eventualmente in Germania? L’aggettivo qui è sostanza ed è anche necessità. Il <i>caso</i> <i>differente</i> non potrebbe essere quello – affine, non distinguibile – di <i>una ragazza ibseniana</i>, ma una <i>decisione</i> priva di <i>un solo granello di egoismo</i>, come non potrebbe mai essere il suicidio. Bensì, una situazione connessa a una causa di forza maggiore. Ovvero una decisione autonoma, vincolata al segreto. In questa condizione Majorana non poteva agire allo scoperto e non doveva nemmeno informarne preventivamente la Famiglia.</p>
<p align="JUSTIFY">Forzato dal rispetto del vincolo formale, Ettore avrebbe potuto aggirarlo con la sua estrema intelligenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Il segreto della scomparsa passava inevitabilmente attraverso il dramma familiare, come fu difatti. Con la differenza – però – che non c’era un cadavere ed esistevano dei contro messaggi, da cogliere post eventum, perdurando l’inspiegabile silenzio del vivo. La presenza di Majorana in America del Sud può essere spiegata soltanto in questi termini.</p>
<p align="JUSTIFY">Le lettere del 1938 contengono segnali e chiavi razionali. Ciò solo e soltanto per la Famiglia, che era l’unica vittima, tagliando fuori qualsiasi estraneo. La vicenda ha dunque due facce, opposte ma complementari: quella esterna, destinata ad apparire e a creare la situazione di un caso personale, e quella interna che invece spiegava ai propri cari il caso effettivo.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>5*</b> <span style="text-decoration: underline;">Tre lettere</span> (una per la <i>Famiglia</i> – breve e laconica – lasciata in <b>stanza</b>), e <span style="text-decoration: underline;">due</span> <span style="text-decoration: underline;">telegrammi</span>. In due giorni sembra troppo (e <span style="text-decoration: underline;">nessuna telefonata</span>). Prenderemo in esame tali atti di corrispondenza, ponendoci dinanzi al problema alternativo del numero e dei contenuti, alle relazioni, all’eventuale nesso con la lettera di risposta a Salvatore del 19 marzo (già vista), e ai rapporti con le altre lettere del 1938. Ne mostreremo i collegamenti, i segnali inclusi, tenuto conto dello stimolo che proveniva dalla corrispondenza passiva, che se conservata, non è stata mai prodotta.</p>
<p align="JUSTIFY">[<span style="text-decoration: underline;">Prima di scomparire Ettore distrusse le lettere che aveva ricevuto a Napoli o queste lettere furono ritrovate nella sua stanza e conservate</span>? <span style="text-decoration: underline;">Scrisse altre lettere da Napoli, com’è stato asserito, ma non riportando alcun ricordo del loro contenuto? Perché Erasmo Recami era sicuro di averle avute tutte quante da Maria Majorana nel marzo del 1972</span>?].</p>
<p align="JUSTIFY">Non è possibile affrontare in termini razionali il caso Majorana se si pretendesse di fare a meno della corrispondenza in quei mesi. Per esempio, la prima lettera da Napoli in data 11 gennaio è curiosamente priva dell’anno XVI dell’era fascista, invece presente in tutte le altre, e persino nella lettera <i>Alla mia Famiglia</i> lasciata in stanza. In questa stessa lettera si storpiava il cognome dell’assistente di Carrelli [Cennamo - <i><b>Caccemo</b></i>] quando a Majorana, che era sempre molto informato, non poteva certo sfuggire che nel 1937 Il Nuovo Cimento aveva pubblicato un articolo congiunto di Carrelli e Cennamo, appena il mese dopo aver pubblicato (ad aprile) l’ultimo di Ettore sui neutrini.</p>
<p align="JUSTIFY">Subito a seguire, in questa stessa lettera, si diceva: <i><b>Vi è anche un professore di fisica </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>terrestre</b></span></i><i><b> difficile </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>a scoprire</b></span></i>. E ancora:<i> L’albergo “</i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>Napoli</b></span></i><i>” è discreto, con prezzi ragionevoli; così è probabile che vi rimarrò </i><i><span style="text-decoration: underline;">per qualche tempo</span></i>.<b> </b>Molti altri esempi si susseguono. E ciò non derivava dall’occasione epistolare, bensì da libera volontà. Inevitabile la conclusione.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>Le lettere del 1938 presentano in modo fitto una serie univoca di </b><span style="text-decoration: underline;"><b>segnali</b></span><b> convergenti, comprensibili post eventum</b>. <b>Sono caratterizzate da due postulati logici che potremmo chiamare </b><span style="text-decoration: underline;"><b>teorema della </b></span><i><span style="text-decoration: underline;"><b>stanza</b></span></i> (albergo Bologna) <b>e </b><span style="text-decoration: underline;"><b>teorema del </b></span><i><span style="text-decoration: underline;"><b>lutto</b></span></i><span style="text-decoration: underline;"><b> impossibile</b></span> (lettera alla Famiglia). <b>In definitiva, queste lettere contengono in filigrana la verità autentica di Majorana, ovviamente a esclusivo conforto dei suoi famigliari, inserita in modo tale che solo riunendo insieme tutte le lettere, il che avvenne da subito, si potesse in ultima analisi comprendere anche le ragioni del silenzio</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">In forma autentica erano condizioni <span style="text-decoration: underline;">necessarie</span> e <span style="text-decoration: underline;">costringenti</span>. Ne forniremo la spiegazione logica analitica, dimostrando l’autenticità. La parola <i><b>telegramma</b></i> è una delle chiavi – non la sola – e il testo del telegramma per Carrelli, che è assolutamente autentico, quanto le lettere del 1938, è già sufficiente per accertare la verità. Non hanno alcuna validità le altre ipotesi.</p>
<p align="JUSTIFY">Ne ricordiamo l’elenco essenziale:</p>
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<p align="JUSTIFY">fuga immediata in un paese lontano</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">ritiro segreto in un convento</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">gioco a nascondino (vagabondaggio ecc.).</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">suicidio in mare</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">omicidio o rapimento politico</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Ognuna di queste ipotesi viola la logica e le lettere di Majorana.</p>
<p align="JUSTIFY">L’ipotesi del <span style="text-decoration: underline;">complotto</span> si basa sulla mancanza del cadavere di chi aveva fatto sapere che sarebbe ritornato [Ettore si sarebbe allontanato pro tempore, pronto a eliminare la lettera per la sua Famiglia al suo ritorno, oppure questa lettera sarebbe falsa: ma una perizia ne dimostra la perfetta genuinità, nonostante le gratuite affermazioni di chi avrebbe piuttosto interesse ad inquinare oppure abbia agito con leggerezza, come anche dimostrano altre affermazioni che sovvertono fatti e dichiarazioni]. Anche se non può eliminare a priori il caso assolutamente improbabile e del tutto inverosimile di un omicidio a scopo di rapina – Ettore aveva con sé una rilevante somma di denaro, ma gli aggressori avrebbero avuto il tempo di eliminare il corpo – è un vero non senso il caso del complotto, una fantasiosa e fumosa estrapolazione dal dato obiettivo della mancanza del cadavere, introducendo come ipotesi spuria il quod erat demostrandum.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ illegittimo e illogico presumere a cascata una conseguenza certa da una ragione incerta: il cadavere mancante non significa tout court il morto ammazzato e il corpo fatto sparire, ma induce alla fuga del vivo che non si è fatto trovare. Assurdo il comportamento di un genio come Majorana che si sarebbe fatto eliminare temendo un pericolo ma lasciando dietro di sé una lettera a <i>lutto</i>. Certe sciocchezze, compreso la falsità materiale della lettera lasciata in <i>stanza</i> per la <i>Famiglia</i>, non potrebbero trovare credito se appena si scorressero le lettere e si riflettesse con coerenza. La lettera del 22 gennaio, due mesi prima della scomparsa, con la quale si chiedeva la parte liquidità dell’eredità (<i>la mia parte del conto in banca</i>) basta da sola per stabilire che l’ipotesi del complotto è un’invenzione. Al contrario, la richiesta indiretta di denaro tramite il fratello Luciano, quando Ettore annunciava che tra pochi giorni sarebbe venuto a Roma anche se per poche ore, è un segnale: il denaro trasferito da Roma e gli stipendi non riscossi furono prelevati poco prima di sparire. Non perché si fosse profilato un serio pericolo, cui Majorana sarebbe andato incontro non supponendo di doverci lasciare la pelle, ma egli per primo fornendo un alibi perfetto agli (immaginari) assassini. L’ipotesi del complotto è una prova della superficialità con la quale si è guardato al <i><b>caso differente</b></i>.</p>
<p align="JUSTIFY">La stesso può dirsi per il caso del <i><span style="text-decoration: underline;">caro estinto</span></i> che pure trae materia da una lettera di risposta alla Famiglia. A parte il dato sottinteso che Ettore avesse stupidamente giocato a nascondino (quando però aveva fatto sapere che sarebbe tornato), il padre gesuita Caselli, autore di quella lettera [non è stata mai mostrata la richiesta scritta che la originava], non era un medico né ufficiale dell’anagrafe. Quale tremendo segreto avrebbero tenuto nascosto i fratelli di Ettore – Salvatore e Luciano – se a novembre del 1939 la Rivista dei Gesuiti Missioni forniva <span style="text-decoration: underline;">pubblica notizia</span> dell’istituzione della pia fondazione al nome dello <i>scomparso</i>, potendo quel beneficio spirituale – sborsate dalla madre di Ettore 20 mila lire – essere riconosciuto anche a persone viventi? Caos e irrazionalità hanno invaso la vicenda deformandone i contorni. Ed è identica confusione pretendere che Ettore sia fuggito via dalle grinfie di una madre dispotica e che nel 1938 abbia trovato riparo in Argentina viaggiando senza passaporto oppure con documenti falsi. Con affermazioni del genere forse è stata tenuta nascosta una verità segreta, che non poteva essere rivelata, oppure si tratta di sviste logiche?</p>
<p align="JUSTIFY">Come si fa a ventilare che la lettera <i>Alla mia Famiglia</i> possa essere un falso, a sostenere l’idea del complotto internazionale ai danni di Ettore, oppure a pretendere di far credere che Ettore sia morto nel 1939, sovvertendo l’onere della prova e scaricandolo sul malcapitato lettore?</p>
<p align="JUSTIFY">Non sarebbe bastato neppure averne indicato la sepoltura. Una ridda di contraddizioni, una peggiore dell’altra. Ipotesi irrazionali, in reciproco contrasto. La scomparsa di Majorana è già un caso a parte a ragione di tali scempiaggini o dirottamenti dalla realtà.</p>
<p align="JUSTIFY">L’ipotesi <span style="text-decoration: underline;">conventuale</span>, apparentemente avanzata da Sciascia nel 1975, è un altro non senso. Ettore avrebbe giocato a nascondino col mondo della fisica: ma come se avesse rivelato ai suoi cari la sua sorte e le sue decisioni, quando lo cercarono affannosamente per mesi e mesi?</p>
<p align="JUSTIFY">Sciascia – forse – fu volutamente ambiguo avendo rovesciato il “caso”. Forse: ci sono difatti segnali in tal senso nel famoso saggio, molto ben scritto ma di traballanti sembianze in termini razionali. Sciascia accennò incidentalmente a <i>crittografie</i>. E parlò di <i>nere croci</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche il <span style="text-decoration: underline;">suicidio</span> in mare, durante il viaggio di ritorno, è da escludere già in base all’ultima lettera del 26 marzo che contiene un passaggio chiarificatore – al limite ironico – anche su tale ipotesi. Mentre il rifugio segreto in un convento (e si chiariscano i termini: <i>crisi di</i> <i>coscienza</i> – <i>crisi</i> <i>religiosa</i> – <i>visioni mistiche</i>?), non è ipotesi accettabile sul piano razionale. La Famiglia non fu informata.</p>
<p align="JUSTIFY">L’ipotesi generica del <span style="text-decoration: underline;">vagabondaggio</span> pretende di legittimare un ridicolo – e insensato – gioco a nascondino. Il caso di <span style="text-decoration: underline;">fuga all’estero</span>, dovuta all’angoscia di dover ricomparire dopo lo scandalo (rimediabilissimo ma provocato: dunque voluto) non ha senso nel medio o lungo periodo all’insaputa dei famigliari. Una fuga nel 1938, in America del Sud, è altrettanto insensata per via del passaporto e dei permessi di sbarco e di soggiorno (oltre che sul piano esistenziale). Il movente di una madre oppressiva è ridicolo. Ettore a Napoli finalmente viveva da solo né la madre aveva fatto pressioni per stargli accanto, anzi l’esatto contrario (lettera del 19 marzo).</p>
<p align="JUSTIFY">La fuga dalla realtà, lo strappo, la morte precoce, il ritiro religioso, il vagabondaggio, e il complotto politico appartengono agli esercizi di fantasia, se non sono una copertura.</p>
<p align="JUSTIFY">Con le sue lettere e i suoi comportamenti Ettore aveva posto un preciso <i>thema decidendum</i> ai suoi cari escludendo ogni estraneo e per primo Carrelli. La questione consisteva nel <span style="text-decoration: underline;">perché</span> avesse agito in quel modo. Insomma, da quando avrebbe iniziato <span style="text-decoration: underline;">a mentire</span> l’<i>aff.mo Ettore</i>?</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è questa <span style="text-decoration: underline;">la ragione</span> della presenza di <span style="text-decoration: underline;">segnali certi</span> nelle sue lettere, dalla prima all’ultima.</p>
<p align="JUSTIFY">Il <i><b>dopo</b></i> rispetto al momento della scomparsa – il suo <i><b>poi</b></i> materiale – appartengono al piano della realtà, ma dipendono – anche – dall’indirizzo della volontà di Ettore, il movente che lo <span style="text-decoration: underline;">costringeva</span> ad agire in quella maniera passando <span style="text-decoration: underline;">necessariamente</span> attraverso il dramma dei suoi famigliari. E vale insistervi ancora, poiché è quanto avvenne.</p>
<p align="JUSTIFY">La Famiglia fu da lui coinvolta e traumatizzata. Ci sarebbe la possibilità di spiegare tale fatto consequenziale con la teoria del complotto involontario, ma ai fautori di quest’astruseria è sfuggito che tutto quanto era stato già compiuto di prima mattina, non appena il traghetto era giunto a Palermo. Ciò fu determinato e voluto da Ettore, chiudendo il circuito. Il telegramma per Carrelli era assai malizioso: preannunziava non una ma due lettere consecutive. Eliminava vuoti temporali, escludeva il suicidio (il cadavere in alto mare avrebbe comportato il lutto solo a condizione che fosse stata una accertabile ‘scomparsa a bordo’ durante la navigazione).</p>
<p align="JUSTIFY">Il prima e il dopo si rincorrevano. Quando aveva iniziato a mentire? Parlando di <i>lutto</i> o di <i>scomparsa</i>? Che cosa poteva essergli capitato in quegli ultimi giorni? Perché Palermo, dove aveva rischiato di dover andare a insegnare se il concorso non avesse preso una piega diversa, del tutto imprevista? Che Ettore a Palermo avesse cercato Emilio Segré (per telefono?) senza trovarlo poiché fuori sede quel sabato, è un’altra invenzione. Ettore aveva indicato Carrelli (lettera del 22 gennaio: <i><b>Carrelli è tuttora a Roma</b></i>) e adesso gli inviava un’ultima lettera espresso da Palermo, su carta intestata e col globo radioso del sole all’alba, preceduta di un giorno da un telegramma urgente. Tutto ciò perché aveva ricevuto immediate rassicurazioni a Palermo e dunque si accingeva al ritorno a Napoli per eliminare anche la lettera a <i><span style="text-decoration: underline;">lutto</span></i> dopo aver azzerato quella della <i><span style="text-decoration: underline;">scomparsa</span></i> per Carrelli? Questa la teoria del astrusa del complotto.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco perciò una seria di esempi sulle aberrazioni che si sono appiccicate al caso Majorana con pretese di risoluzione. La Famiglia restò coinvolta nello scandalo e nella perdita perché Ettore fu attirato in un tranello a Palermo! Il silenzio dipendeva da un delitto tombale, da un oscuro affare, o complotto internazionale, altrimenti Ettore, al suo ritorno a Napoli, avrebbe eliminato la lettera a <i><span style="text-decoration: underline;">lutto</span></i> e Carrelli avrebbe finalmente ricevuto le spiegazioni &#8211; o <i><span style="text-decoration: underline;">dettagli ulteriori</span></i> &#8211; circa <i>il caso differente</i> : vale a dire, <i><b>perché</b></i> <i>il mare</i> lo avesse <i>rifiutato</i>!</p>
<p align="JUSTIFY">Così ragionando, cioè congetturando un’ipotesi qualsiasi e cercando di farvi rientrare a forza parole e fatti, si è preteso di affrontare l’enigma della scomparsa, per concludere infine (nel 2014), che ogni ipotesi rimarrebbe in piedi. Quindi, anche il <i>caro estinto</i> del 1939 (equivalente al gioco a nascondino), non ha alcun valore. Tra l’altro, questa tesi <span style="text-decoration: underline;">non</span> risolveva il problema della scomparsa, moltiplicando viceversa i misteri.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Perché</span> e <span style="text-decoration: underline;">da quando</span> Majorana iniziò a <span style="text-decoration: underline;">mentire</span>, coinvolgendo in quello scandalo la Famiglia, ma realizzando la <i><span style="text-decoration: underline;">scomparsa</span></i>? C’è una sola spiegazione possibile: che l’abbia fatto apposta.</p>
<p align="JUSTIFY">Il caso esterno del complotto o il caro estinto del 1939 sono aggiunzioni spurie che però tornerebbero comoda a chi altri avesse interesse a inquinare gli interrogativi seri circa la vicenda.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche l’ipotesi conventuale di Sciascia evapora immediatamente davanti alla domanda sul perché aver coinvolto la famiglia in quella disgrazia. I suoi cari lo stavano cercando, mentre Ettore pregava in un romitaggio? Il caso di Sciascia riguarda lo scienziato nucleare e non la persona: ma dopo il 1945 il nascondimento non avrebbe avuto più senso. E la famiglia non ne seppe più nulla. Ettore non mai ricomparso.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi gli aspetti da spiegare, senza dover ricorrere a congetture assurde oppure a ipotesi prive di presupposti di fatto legittimi e possibili. Il convento di Sciascia poteva benissimo essere trasformato in altro romitaggio (in Germania). La conclusione del saggio s’è lasciata scappare sottili venature (<i>nere croci</i> e un monaco <i>olandese</i>, come il fisico Sam Goudsmit).</p>
<p align="JUSTIFY">Ettore Majorana fece e disfece tutto da solo. Il 19 marzo aveva fatto sapere che sabato 26 sarebbe tornato a Roma dai suoi. Mentiva. Poi, all’improvviso, il 25 mattina consegnò una cartella all’alleva Gilda Senatore, contenente le sue lezioni (anche il testo mai ritrovato della lezione di sabato 26 che non tenne). Lo stesso giorno scrive una lettera a Carrelli e abbandona l’albergo Bologna lasciando nella sua stanza una busta contenete un’ultima brevissima lettera per la Famiglia. Il giorno dopo giungono da Palemo due telegrammi, uno per carrelli e l’altro per l’albergo. La mattina del 27 – che era domenica – arriva su carta intestata un’ultima lettera espresso a Carrelli, in cui diceva che sarebbe tornato e invece è la volta che sparisce. Tutto fatto apposta, facendo scoppiare lo scandalo e creando il caso. I famigliari si ritroveranno con le due lettere per Carrelli, da essi trascritte ed infine consegnate, e subito alle prese con la laconica lettera d’addio lasciata in stanza. Seguirà il silenzio e mancherà il cadavere. La Famiglia affannosamente e la Polizia cercheranno di rintracciare il vivo, senza riuscirci.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Perché Ettore avesse fatto così, </span><i><span style="text-decoration: underline;"><b>perché</b></span></i><span style="text-decoration: underline;"> il suo </span><i><span style="text-decoration: underline;"><b>caso</b></span></i><span style="text-decoration: underline;"> fosse </span><i><span style="text-decoration: underline;"><b>differente</b></span></i><span style="text-decoration: underline;"> &#8211; e qui sta il punto! – era il “thema decidendum” da lui posto ai suoi cari, e non a noi estranei, che queste lettere, prima tenute nascoste, abbiamo cominciato a conoscerle soltanto dal 1975</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Non c’è altra possibilità razionale. Se disponiamo di seguito gli inizi di queste ultime <span style="text-decoration: underline;">quattro</span> lettere – dal 19 al 26 marzo &#8211; risalta la risposta: <i>Per ora </i><i><b>non</b></i><i> vengo </i><i><b>perché</b></i><i> </i><i><b>lunedì</b></i><i> ho alcune faccende da sbrigare all’anagrafe e altrove – Ho preso una decisione che era ormai inevitabile – Spero che ti siano arrivati </i><i><b>insieme</b></i><i> il telegramma e la lettera – Ho un solo desiderio: che </i><i><b>non</b></i><i> vi vestiate di nero. </i><span style="text-decoration: underline;">Le lettere del 1938 contengono la soluzione autentica della scomparsa</span>. <i> </i></p>
<p align="JUSTIFY"><b>6*</b> C’è chi ha ipotizzato una fuga dolosa, una messinscena preordinata. Nessuno tuttavia ha spiegato <b>perché</b> sia potuto accadere, qualunque fosse l’ipotesi concreta preferita.</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema logico principale consiste nel fatto che non sarebbe possibile distinguere &#8211; in base alle lettere e ai comportamenti – tra una <span style="text-decoration: underline;">vicenda spezzata in due</span> – il prima e il dopo – e il caso della <span style="text-decoration: underline;">trama unitaria</span> (fuga dolosa o messinscena).</p>
<p align="JUSTIFY">Se i propositi iniziali rivolti al suicidio fossero stati effettivi – <span style="text-decoration: underline;">caso personale della crisi</span> <span style="text-decoration: underline;">esistenziale</span> – allora non si potrebbe parlare di messinscena e di una fuga di scopo, bensì di suicidio immediatamente successivo, oppure di sparizione dovuta a vergogna, all’incapacità di affrontare il dopo. Tuttavia, perché continuare a coinvolgere la Famiglia, per mesi e mesi?</p>
<p align="JUSTIFY">Se invece Majorana volle sparire per una precisa ragione, sottraendosi a tutto e a tutti, in tal caso il movente non può non investire quel tipo di finzione, circa la preponderanza dello scopo perseguito. Coinvolgendo necessariamente la Famiglia per rendere enigmatico il caso.</p>
<p align="JUSTIFY">La congettura del complotto oppure la fuga pirandelliana (in Argentina secondo Recami) si pongono nel mezzo tra i due estremi prefigurati, creando confusione. In realtà si tratta di casi impossibili, così come sono stati profilati. Non c’è alcuna soluzione intermedia tra la vicenda spezzata e la trama unitaria (dolosa e preordinata). Nel primo caso non si spiegherebbe mai il gioco a nascondino. Nel secondo caso occorre una proporzione tra il movente e il sacrificio.</p>
<p align="JUSTIFY">Le ipotesi del primo tipo (un gioco a nascondino) sono irrazionali, le ipotesi del secondo tipo richiedono proporzione e adeguatezza. Non esiste alcun caso esterno, che possa mescolare volontà di azione ed evento involontario. Non è poi soddisfacente la classificazione di chi ha cercato di distinguere tra ragioni o cause di “origine endogena”, di “origine esogena”, e una “scelta volontaria o libera scelta”, nonostante la piena possibilità che sullo sfondo della scomparsa, possa stagliarsi l’energia di fissione del nucleo dell’uranio, di fatto scoperta da Fermi alla fine del 1934, e, comunque, compresa dal chimico tedesco Ida Noddack (articolo critico nei riguardi di Fermi che Majorana sicuramente aveva letto: G. Dragoni). In realtà è possibile parlare soltanto di crisi dell’individuo oppure della scomparsa dolosa di un genio. Al vaglio critico concettuale delle lettere di scomparsa soccombe il caso personale.</p>
<p align="JUSTIFY">La griglia ipotetica della <span style="text-decoration: underline;">scomparsa</span> attiene in primo luogo alla latitanza del vivo oppure al silenzio del morto. Sia nel primo, che nel secondo caso, non può essere introdotta l’ipotesi posticcia del complotto (rapimento oppure omicidio). La vicenda materiale dipende, a sua volta, da una linea spezzata (il mancato suicidio e la latitanza) oppure da una linea continua (messinscena dolosa e preordinata, cioè fuga di scopo). Il caso potrebbe essere stato di natura strettamente personale oppure riguardare invece la sparizione (volontaria) dello scienziato.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli elementi critici già discussi escludono il suicidio consumato, l’omicidio, e la latitanza del vivo a seguito di mancato suicidio. Tagliano via, allo stesso titolo, tutte quelle ipotesi di preordinazione non giustificabili secondo la preponderanza dello scopo o su basi razionali nel breve periodo. Comunque sono da escludere tutti i casi possibili in cui il medesimo risultato di taglio o di sottrazione definitiva fossero conseguibili altrimenti (il gioco a nascondino della latitanza è un non senso). Non rientra in quest’ultima categoria l’ipotesi della fuga segreta in Germania nell’anno 1938 dopo l’annessione dell’Austria (12 marzo). Il 5 novembre 1937, a Berlino, Hitler aveva dettato allo Stato Maggiore le linee segrete della politica militare dello “spazio vitale” che diede origine al secondo conflitto mondiale. Il 5 marzo 1938 era diventato per decreto il capo supremo delle forze armate.</p>
<p align="JUSTIFY">Una fuga segreta di Majorana in Germania è giustificabile a condizione di contatti precedenti (la prova pressoché certa di questi contatti iniziali è contenuta nel finale della lettera a Segrè del 22 maggio 1933 da Lipsia). Negli anni oscuri tra il suo ritorno dalla Germania e il concorso a cattedre del 1937 esistono elementi indicativi circa il proseguimento dei rapporti. Ettore si muoveva liberamente, non è vero che si fosse recluso in casa, e una lettera del 1935 induce a ritenere che possa essere tornato in Germania almeno per un breve periodo.</p>
<p align="JUSTIFY">Majorana sapeva che sarebbe scoppiata la guerra e ammirava la Germania di Hitler (Amaldi e Segrè). Da studente liceale era stato un ultras di destra, una camicia azzurra. Leggeva Il Giornale d’Italia, un quotidiano conservatore, nel luglio 1933 si era iscritto al Pnf ed esaltava l’impresa di Balbo e la sfilata degli avanguardisti a Berlino. Era scettico su Mussolini ed era antimonarchico. Aborriva il capitalismo internazionale (americano). Credeva in una civiltà europea, capofila la sapienza della Germania (purtroppo quella hitleriana). Nel 1938, proposito di Hitler in visita in Italia, a Napoli il 5 maggio, era rimasto indifferente alle leggi di Norimberga (nei termini in cui già trattava della questione razziale nelle sue lettere da Lipsia del 1933). Lo sfruttamento dell’energia nucleare non era una mera ipotesi: se ne parlava già a Firenze nel 1935 (testimonianza diretta di Publio Magini), il brevetto di Leo Szilard era stato ‘secretato’ dalla Marina inglese, Enrico Fermi aveva brevettato a New York (neutroni lenti).</p>
<p align="JUSTIFY">In teoria non mancava nessuno dei presupposti necessari per una <span style="text-decoration: underline;">fuga segreta</span> in Germania di Majorana. La questione dei Sudeti iniziava già nell’aprile del 1938, anche se si concluse in seguito. Quelle zone rivendicate dalla Germania di Hitler erano anche i più ricchi giacimenti di uranio naturale dopo il Congo Belga.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>7*</b> Perché <span style="text-decoration: underline;">colpire la Famiglia</span> in quella maniera se si voleva dare uno strappo al proprio modo di esistere senza nutrire propositi di suicidio? Perché <span style="text-decoration: underline;">creare lo scandalo</span> se le idee di morte erano rientrate? E perché consumare il suicidio, ritardato di una sola notte, se si era fatto sapere per lettera – una missiva di chiarimenti a un estraneo? – che si era decisi a ritornare?</p>
<p align="JUSTIFY">Il suicidio in mare colpiva per due volte la Famiglia che a causa del silenzio avrebbe potuto continuare a sperare. Anzi, se il cadavere non fosse stato ritrovato, ciò finiva per determinare un vulnus permanente, dovuto all’incertezza. Senza il cadavere non si poteva parlare di <i>lutto</i>, e dunque si doveva continuare a cercare di rintracciare il vivo, che doveva essere ritornato a Napoli, al medesimo punto di partenza.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Un abbandono, una fuga dal mondo per una crisi spirituale, uno strappo, un taglio totale dalla propria realtà quotidiana potevano essere conseguiti altrimenti</span>. Perché creare uno scandalo e coinvolgere la Famiglia nel dramma? Perché tanta lucidità in quelle sue lettere, ambigue e volutamente contraddittorie, se Ettore era un genio, e non un folle com’è stato detto (la teoria di un caso Asperger è chiaramente falsa, perché irrazionale rispetto ai modi della scomparsa).</p>
<p align="JUSTIFY">Per giustificare l’abbandono dell’insegnamento sarebbe bastata una certificazione medica: la malattia allo stomaco di cinque anni prima sarebbe stata una ragione sufficiente. L’alternativa è secca: una crisi che portava al suicidio oppure la scomparsa dolosa del fisico d’avanguardia. Un caso personale oppure una messinscena. Ma il caso personale è subito tolto di mezzo da elementi specifici: era evitabile lo scandalo, irrazionale averlo creato; mentre il suicidio in mare, buttandosi dal piroscafo durante il viaggio notturno di ritorno a Napoli, era escluso dalla mancanza di segni di ‘scomparsa a bordo’ (come la presenza del <span style="text-decoration: underline;">cappello</span> o di altri effetti personali e la mancata restituzione del biglietto al momento dello sbarco). Poi, dalla stessa lettera su carta intestata con un sole radioso all’alba, in cui diceva che sarebbe ritornato subito al Bologna, via mare (sic!), infine dall’incongruenza del gesto estremo rispetto ai valori affettivi più cari (che avrebbe dovuto pensare la Famiglia se il cadavere non c’era?), si poteva e si doveva dedurre chiaramente che il suicidio non solo non fosse mai stato consumato, ma anche che i relativi propositi erano fittizi. (Bruno Russo non ha considerato il passaporto, il denaro ecc., ma non ha compreso nemmeno che l’incontro casuale di Occhialini con Majorana, già dal 18 gennaio escludeva ciò che invece era sembrato di capire all’interlocutore: la differenza la fa un povero cappello marrone!). I termini razionali dell’enigmatica <i>scomparsa</i> di Majorana – con modi epistolari e di comportamento che dovranno risaltare per i suoi cari – certamente non potevano adombrare i ventilati propositi di suicidio, rimandato o rientrato, ma provocavano volutamente uno scandalo, assolutamente evitabile, che colpiva due volte la Famiglia. Le ragioni nascoste sono contenute nelle sue stesse ultime tre &#8211; quattro lettere.</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>LE ULTIME TRE LETTERE</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><b>1*</b> Che si tratti di una <span style="text-decoration: underline;">trilogia</span> è evidente. Ciò non toglie che le lettere potevano essere di meno e concepite in termini differenti in caso di effettivi propositi di suicidio, mentre tre lettere, concepite e organizzate intorno a Carrelli e all’albergo Bologna di Napoli, si attagliavano perfettamente alla finzione, a una messinscena preordinata. Ciò è stato intuito da molti autori, ma non si è mai provveduto alla analisi critica di tutte le possibili inferenze. Ci ha provato Luisa Bonolis, nel 2002, trascurando tuttavia il movente per un piano organizzato, per quella partita d’intelligenza: destinata forse a confondere la Famiglia, unica vittima? Scriveva la Bonolis: &lt;&lt; Il puzzle torna in ordine se si presuppone un piano per lasciare nel mistero la propria sorte. Ogni mossa appare predisposta perché una circostanza neghi l’altra, restando tuttavia possibili tutte le congetture, e l’ambiguità o ambivalenza dei messaggi sembra studiata ad arte per autorizzare l’ipotesi di una sofferta incertezza nella scelta &gt;&gt;. Ecco, questo è ciò che appare. Ma la Famiglia non era Carrelli, e Carrelli <span style="text-decoration: underline;">non</span> sapeva ciò che la famiglia sapeva o poteva arrivare a sapere. Ettore aveva proposto alla sua Famiglia la stessa frase – ma col punto interrogativo = <span style="text-decoration: underline;">thema decidendum</span>! – che figurava nella lettera per Carrelli: &#8230;<i><b>perché</b></i><b> </b><i><b>il caso è</b></i><b> </b><i><span style="text-decoration: underline;"><b>differente</b></span></i><b> </b>? <b> </b></p>
<p align="JUSTIFY">In realtà è stata una <span style="text-decoration: underline;">tetralogia</span>, comprensiva della lettera del 19 marzo – che invece sembrava uno sbarramento incolmabile – e legata alle lettere precedenti (segnali in serie). La cesura tra la lettera del 19 marzo e la trilogia del 25 e 26 marzo è soltanto apparenza. Tutto ciò faceva parte integrante di un medesimo programma, noto a Ettore fin dal principio, anche prima del suo trasferimento a Napoli per ricoprire una cattedra di eccezionale importanza e prestigio, che finalmente gli era stata attribuita, dopo un triennio di boicottaggi alle domande di libera docenza su temi d’avanguardia nel mondo della fisica teorica. <span style="text-decoration: underline;">Majorana doveva</span> <span style="text-decoration: underline;">sparire e lui concepì come fare</span>.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Napoli, 25 marzo 1938 &#8211; XVI</i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Caro Carrelli, </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Ho </i><i><b>preso</b></i><i> una decisione che </i><i><b>era</b></i><i> ormai </i><i><b>inevitabile</b></i><i>. Non vi è in essa </i><i><b>un solo</b></i><i> granello di egoismo, ma mi rendo conto delle </i><i><b>noie</b></i><i> che la mia </i><i><b>improvvisa scomparsa</b></i><i> potrà procurare a te e agli </i><i><b>studenti</b></i><i>. Anche per questo ti prego di </i><i><b>perdonarmi</b></i><i>, ma sopra tutto per avere deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a </i><i><b>Sciuti</b></i><i>; dei quali tutti conserverò </i><i><b>un caro ricordo</b></i><i> almeno fino alle </i><i><b>undici</b></i><i> di </i><i><b>questa sera</b></i><i>, e possibilmente </i><i><b>anche</b></i><i> </i><i><b>dopo</b></i><i>. </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>E. Majorana</i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Alla mia Famiglia </i>- Brevissima lettera lasciata in <span style="text-decoration: underline;">stanza</span> con le altre cose<i> </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Napoli 25 marzo 1938 – XVI </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Ho </i><i><b>un solo</b></i><i> desiderio: che non vi vestiate </i><i><b>di nero</b></i><i>. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di </i><i><b>tre giorni</b></i><i>, qualche </i><i><b>segno di</b></i><i> lutto. </i><i><b>Dopo</b></i><i> ricordatemi, </i><i><b>se potete</b></i><i>, nei vostri cuori e perdonatemi </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>aff.mo Ettore </i></p>
<ul>
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<p align="JUSTIFY">Si può notare che nella laconica lettera d’addio per la sua <i>Famiglia</i> (la madre Dorina rimasta vedova nel 1934 e i quattro fratelli: Rosina, sposata a un tedesco, Salvatore, Luciano e Maria), l’<i>aff.mo Ettore</i> annotava l’anno <i>XVI</i> dell’era fascista, omettendo la virgola dopo <i>Napoli</i> e poi il punto finale dopo <i>perdonatemi</i>.</p>
</li>
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<p align="JUSTIFY">Prima il ricordo, <i><b>se potete</b></i>, poi il perdono. L’inverso della lettera per Carrelli.</p>
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<p align="JUSTIFY">Qui parlava di <i>lutto</i>, anche se per non più di tre giorni, ma non ci poteva essere alcun lutto senza il cadavere (che non fu mai trovato). Il giorno 25 marzo si ripetevano un <i><b>poi</b></i> orale (per la Senatore) e due <i><b>dopo</b></i> per iscritto. Ettore si era congedato da Gilda Senatore il 25 mattina, con un <i><b>poi </b></i><i>ne </i><i><b>parleremo</b></i>, ripetuto due volte, in cui la parola <b>Palermo</b> era per così dire evocata. Saluterà per lettera un altro allievo, Sebastiano Sciuti. Perché?</p>
</li>
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<p align="JUSTIFY">La <i>scomparsa impr</i><i><b>ovvisa</b></i><i> era ormai </i><i><b>in</b></i><i>e</i><i><b>vita</b></i><i>bile</i>. E avrebbe creato <i><b>noie</b></i>.</p>
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<p align="JUSTIFY"><i>Un </i><i><b>solo</b></i><i> desiderio</i> – senza <i>un </i><i><b>solo</b></i><i> granello di egoismo.</i></p>
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<p align="JUSTIFY">In queste due lettere del 25 marzo &#8211; che era un venerdì (Ettore faceva<i> </i>lezione di mattina nei giorni pari della settimana: martedì, giovedì e sabato) &#8211; figurano alcuni elementi a dir poco singolari. Sconcertanti per un vero caso di suicidio. Tanto più che lo scomparso aveva con sé denaro, passaporto e sapeva perfino nuotare (fatti certi).</p>
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<li>
<p align="JUSTIFY">In seguito metteremo in risalto altre singolarità e anomalie che incominciano già dalla stessa definizione di <i>scomparsa</i> &#8211; <i><b>impr</b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>ovvisa</b></span></i> ma <i>ormai</i> <i><b>inevitabile</b></i> – e del resto alternativa al <i><b>lutto</b></i> che era ovviamente impossibile senza il cadavere (non rintracciato in terra o in mare), per cui ex post possiamo leggervi (all’interno) la cifra remota di un <span style="text-decoration: underline;">avviso</span> &#8211; &lt; <b>vivo </b>- <b>avviso</b> &#8211; <b>in vita</b> &gt; &#8211; che non sarebbe per nulla casuale (infatti, ambiguità e contraddizioni caratterizzarono questa strana <i>scomparsa</i> per lettera, dopo aver provocato &#8211; lui per primo &#8211; un grosso scandalo, evitabile e rimediabile, colpendo esclusivamente la sua <i>Famiglia</i>).</p>
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<p align="JUSTIFY">Altri segnali sono contenuti nelle due lettere del 25 marzo, ma è sopratutto l’inversione <i><b>scomparsa</b></i> &#8211; <i><b>lutto</b></i> (una anfibologia) a destare attenzione. La <span style="text-decoration: underline;">scomparsa</span> fu quanto la famiglia costatava, con la necessità di avviare tutte le ricerche per il rintraccio, quando il <span style="text-decoration: underline;">lutto</span> non poteva ancora presentarsi. Ettore <span style="text-decoration: underline;">volle</span> creare <i>il caso differente</i> sulla pelle dei suoi cari.</p>
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<p align="JUSTIFY">Il punto essenziale della vicenda consiste nell’andata-ritorno e nella sparizione. La lettera espresso da Palermo, giunta a Carrelli il 27 mattina, recava <span style="text-decoration: underline;">un sole</span>.</p>
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<p align="JUSTIFY">Ettore volle confondere le acque, costrinse i suoi familiari a cercarlo, li mise davanti a un tremendo imprevisto, ma diede loro una speranza.</p>
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<p align="JUSTIFY">Perché agì in qual modo? La risposta sta nel fatto che le stesse lettere del 1938 contenevano parimenti la soluzione autentica della scomparsa, poiché soltanto di <span style="text-decoration: underline;">sparizione dolosa</span> si trattava (faccio rinvio agli altri pezzi già da me pubblicati sul web per quanto concerne gli aspetti remoti nella loro possibile interezza: in questa sede preme invece mettere in luce le linee portanti della soluzione autentica, premesso che la chiave per intendere l’espressione melodrammatica <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i> ne rappresenta la soluzione).</p>
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<p align="JUSTIFY">Il 25 marzo, Majorana consegnò una cartella a Gilda Senatore, terminando con queste parole: <i><b>Poi ne </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>parleremo</b></span></i>E’ falso che abbia detto riparleremo; sarebbe stato un non senso. Lo stesso giorno imbuca una lettera per Carrelli (sopra riportata) e lascia una breve lettera nella stanza (Alla mia Famiglia). Alle ore 17 abbandona l’albergo. Indossava un soprabito grigio ferro e un cappello marrone. Si presume che abbia preso il traghetto della Tirrenia in partenza per Palermo alle 22.30. C’è un buco di 5 ore.</p>
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<p align="JUSTIFY">Da Palermo – sabato 26 marzo – partono due telegrammi urgenti e un’ultima lettera espresso per Carrelli, su carta intestata del Grand Hotel Sole – Palermo, con un sole all’alba e due numeri di telefono. La lettera viaggerà col traghetto, la notte stessa, per essere recapitata a Carrelli – che aveva il telefono in casa – la mattina di domenica 27.</p>
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</ul>
<p align="JUSTIFY"><b>2*</b> Nelle lettere da Napoli nel 1938 e nel corpo delle stesse lezioni (periodo gennaio – marzo) figuravano diversi <span style="text-decoration: underline;">rinvii</span> temporali al futuro. Uno di questi rinvii è contenuto nella lettera del 23 febbraio alla madre: <i>Sono </i><i><span style="text-decoration: underline;">all’albergo Bologna</span></i><i>, </i><i><span style="text-decoration: underline;">via Depretis</span></i><i>, che è abbastanza buono e pulito. Personale quasi tutto bolognese. Ho una stanza discreta; oggi me ne daranno una migliore </i><i><span style="text-decoration: underline;">su via</span></i><i> </i><i><span style="text-decoration: underline;">Depretis</span></i><i>, da cui potrò vedere </i><i><b>fra tre mesi</b></i><i> il passaggio di </i><i><b>Hitler</b></i><i>. </i></p>
<p align="JUSTIFY">Lo scenario stretto della <i>scomparsa</i> ruota intorno alla persona di Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di fisica, e all’albergo Bologna, dove Ettore affermava di aver preso la <span style="text-decoration: underline;"><b>residenza</b></span>: <i>perché io ho l’obbligo di prendere</i> <i><b>la</b></i><b> </b><i><b>residenza</b></i><i> a Napoli</i> (come professore), <i>anzi l’ho già presa </i><i><b>provvisoriamente</b></i><i> qui in albergo, alias </i><i><span style="text-decoration: underline;">via Depretis 72</span></i><i>. </i></p>
<p align="JUSTIFY">Uno zio di Ettore, Quirino Majorana, insegnava fisica sperimentale all’Università di Bologna. Il nonno di Ettore era stato due volte Ministro del Regno nei Governi Depretis. Ettore era a casa sua, al Bologna. Una lettera ufficiale del Ministero recava la destinazione per l’Università di Bologna, corretta a penna con Napoli. Questa lettera era una comunicazione ufficiale diretta a <span style="text-decoration: underline;">Fermi</span> quale presidente della commissione di concorso.</p>
<p align="JUSTIFY">La lettera d’addio per la sua <i>Famiglia</i> fu lasciata in quella stessa <i><b>stanza</b></i> da cui diceva che <i><b>fra tre mesi</b></i> avrebbe visto <i><b>il passaggio di Hitler</b></i>, il<b> </b>5 maggio a Napoli (quel giovedì, ovviamente, non ci sarebbero state lezioni per via della cerimonia).</p>
<p align="JUSTIFY">Hitler &#8211; il 5 maggio &#8211; arriverà in treno da Roma alla Stazione Chiaia e il corteo sfilerà sul lungomare Caracciolo senza passare per via Depretis. Nelle <span style="text-decoration: underline;">acque del golfo</span>, quel giorno assolato (data di morte di Napoleone Bonaparte nell’isola di Sant’Elena) ci fu un’imponente parata navale della marina militare italiana, cui assistettero compiaciuti Hitler e Mussolini.</p>
<p align="JUSTIFY">Ettore, qualche anno prima, aveva fatto accurati calcoli sui rapporti di forza tra le principali flotte mondiali. La sua infanzia (era nato il 5 agosto 1906 a Catania) era stata attraversata dalla immane tragedia della prima guerra mondiale. Da bambino, quando ormai frequentava a Roma le scuole del Collegio dei Gesuiti, aveva scritto alla madre a Catania, chiedendo un libro: <i>Mandami La guerra sul mare</i>. E aveva parlato del Carnevale: <i>Quando verrà il babbo?</i> <i>Tu verrai per Carnevale?</i></p>
<p align="JUSTIFY">Il Carnevale del 1938 iniziò giovedì 24 febbraio, terminando il primo di marzo (martedì), perché l’anno non era bisestile. Il 2 marzo, mercoledì delle ceneri, Ettore rispondeva, su carta intestata dell’Istituto di Fisica Sperimentale (di Napoli), a una cartolina di Giovannino Gentile indirizzatagli a Roma e rinviatagli a Napoli: <i>Tutta Napoli è preparazione per la prossima visita di </i><i><b>Hitler</b></i><i>. </i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>Sabato</b></span></i> <i>riprenderò le lezioni</i> (in realtà quel sabato <span style="text-decoration: underline;">5 marzo</span> non ci fu lezione). <i>Sono contento degli </i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>studenti</b></span></i><i>, alcuni dei quali sembrano risoluti a prendere la fisica sul serio. </i><i><b>Spero</b></i><i> che ci rivedremo presto. </i></p>
<p align="JUSTIFY">Ettore aveva trascorso a Napoli <i>il Carnevale</i>: <i>immaginerai facilmente quali follie</i> – diceva a Gentile. Carrelli, il segretario del concorso, che a Napoli era stato <i><span style="text-decoration: underline;">molto gentile</span></i>, lo vedeva intento a certi studi di cui però non parlava. <span style="text-decoration: underline;">Follia</span> di uno studio eccezionale? Gentile doveva <span style="text-decoration: underline;">immaginare</span> che cosa?</p>
<p align="JUSTIFY">Il 18 marzo 1928 – dieci anni prima – Gentile s’era sfogato per lettera con l’amico Delio Cantimori: &lt;&lt; <i>All’Istituto</i> [di Enrico Fermi a Roma], <i>dove finisco per stare tutto il giorno, sento un po’ di freddo nelle relazioni con gli altri, ebrei e quasi tutti atei: annullano l’umanità nel culto della logica e dell’egoismo. </i><i><span style="text-decoration: underline;">Così diversi da noi</span></i><i>! </i>&gt;&gt;.<i> </i></p>
<p align="JUSTIFY">Giovannino era l’unico vero amico di Ettore nonostante che la partecipazione di quest’ultimo al concorso a cattedre bandito nel 1937 avesse rischiato di rompere il loro rapporto perché era Giovannino Gentile, il figlio del senatore e filosofo di fede fascista, a rischiare l’esclusione dalla terna dei vincitori se Ettore non fosse stato nominato fuori rosa con una procedura specialissima, cosa che avvenne. Ettore era convinto che sarebbe rimasto fuori Giulio Racah (ebreo, poi Rettore dell’Università di Gerusalemme). Credeva che sarebbe riuscito primo Giancarlo Wick (figlio della nota antifascista torinese Barbara Allason). E lui, il secondo, non sarebbe andato a ricoprire la cattedra di fisica teorica a Palermo, che poi era la ragione di quel concorso. Emilio Segrè, dal 1935 in cattedra a Palermo come fisico sperimentale, era riuscito, con l’aiuto di Fermi, a far indire quel concorso per fisica teorica, il secondo in dieci anni, dopo quello del 1926 che avevo portato in cattedra Fermi a Roma, Persico a Firenze, e Pontremoli a Milano. Aldo Pontremoli perirà nel 1928 nel disastro polare del dirigibile “Italia”. La cattedra di Milano rimasta vacante non era stata ricoperta. Nel 1937 sarà attribuita a Gentile.</p>
<p align="JUSTIFY">Si ritenne a priori che Majorana non partecipasse al concorso del 1937, e si può dire – e così dirà Ettore – che la terna era già stata prefissata a tavolino: primo Wick, secondo Racah, terzo Gentile. L’imprevista partecipazione di Ettore, dato per disperso, ruppe il piano (è questa la versione autentica e corretta di questo giallo). Ma Ettore, primo classificato, sarebbe dovuto andare a Palermo da Segrè (altro ebreo). I due si ignoravano dal 1933. Ettore non era stato invitato al matrimonio di Segrè nel 1935 a Roma, in sinagoga, con una ragazza tedesca di ottima famiglia (anch’essa ebrea). C’era stato, con Segré, il precedente acido di una lettera da Lipsia, in data 22 maggio 1933, in cui Ettore parlava bene del nazismo da poco salito al potere in Germania e affrontava la questione ebraica (pur non essendo razzista: <i>sciocca ideologia della razza &#8211; tristemente </i>dominante), e (tuttavia) la assimilava a una specie di <i>operazione chirurgica</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni successivi al 1933 Majorana ebbe sentore dell’imminenza minacciosa di un conflitto catastrofico (come lo era stata la prima guerra mondiale) e continuava a esaltare la Germania che era quella di Hitler. Segrè pubblicherà la lettera di Majorana soltanto per il cinquantenario della scomparsa (marzo del 1988). La lettera era stata considerata (da Edoardo Amaldi) come affondata con l’Andrea Doria (nel 1956). Segrè dirà che Ettore <i>si buttò dal piroscafo</i> la notte stessa del viaggio di ritorno da Palermo. L’ipotesi del suicidio in mare non solo contrasta con le stesse parole di Majorana, ma esclude altre testimonianze (sebbene spiegabili altrimenti). Con Amaldi, Segrè aveva persino ventilato che Ettore avesse contratto la sifilide. Ed anche che la sua vena di fisico teorico fosse scemata. Ettore non aveva fatto parte integrante del gruppo di via Paniperna. Aveva partecipato criticamente ai seminari di Fermi, cui non lo legava una speciale amicizia (anzi c’erano state delle ruggini), e faceva parte a se stesso (era un solitario). Nel 1934 aveva rotto i rapporti. In precedenza la sua abilità geniale era stata ampiamente sfruttata da Fermi e Amaldi (ci sono parole ironiche di Ettore da Lipsia a questo riguardo). Ettore aveva conservato un grande amico: era Giovanni Gentile, ormai in cattedra a Milano.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>3*</b> Il 9 marzo 1938, mercoledì, Ettore scriveva alla madre rassicurandola <i>per la biancheria</i>: <i>Dei </i><i><b>cartelli</b></i><i> affermano con molta enfasi che i servizi di stireria e lavanderia dell’albergo sono inappuntabili. Qui c’è un tempo bellissimo, ideale </i><i><b>per navigare nelle acque del golfo. Come va con lo sport invernale? </b></i></p>
<p align="JUSTIFY">Majorana sembrava di ottimo umore, stava scherzando. Per comprenderlo basta collegare il tono di questa lettera, in cui citava anche la sorella Maria, al contenuto di quella del 23 febbraio: <i>Siete guarite dai vostri </i><i><span style="text-decoration: underline;">due</span></i><i> piccoli </i><i><b>raffreddori</b></i><i>?</i> E’ indubbio che egli si riferisse anche a Maria, l’altra donna di casa, quando la sorella Rosina viveva a Milano sposatasi con un tedesco (Wolfgang Schultze). Il nesso dello <i><b>sport invernale</b></i> – cioè i <b>raffreddori </b>– lega anche <i><b>le acque del golfo</b></i> alla visita di <i><b>Hitler</b></i> a Napoli.</p>
<p align="JUSTIFY">Il sottinteso è molto efficace, se ci si fa caso. “Et-sciii” – cioè lo starnuto – è l’implicita ironia per questo genere di <i>sport</i>, in stile tipicamente majoranesco. Ragion per cui anche i <i><b>cartelli</b></i> dei servizi di lavanderia dell’albergo Bologna finiscono per alludere a <b>Carrelli</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">L’insieme di questi fili quasi invisibili, ma da cogliere ex post, comporta un legame stretto tra le varie lettere: quella del 22 gennaio, in cui Ettore chiedeva la parte liquida dell’eredità paterna in costanza di pagamento per gli stipendi già maturati (giorno 27), fino a quelle di <i>scomparsa</i>, poco dopo aver prelevato il denaro in banca.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel medesimo ordine si dispongono i nessi tra la lettera del 23 febbraio, in cui citava <b>Hitler</b> (le famigerate leggi di Norimberga risalivano alla fine del 1935), e le ultime lettere del 25 e 26 marzo, quelle della <i>scomparsa</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 26 marzo Carrelli ricevette un telegramma urgente da Palermo: <i><b>NON ALLARMARTI ALT SEGUE LETTERA </b></i>(il testo del telegramma è assolutamente certo poiché consacrato in atti ufficiali). Era sabato, quella mattina Ettore non aveva fatto lezione. Il telegramma precedette la lettera del 25 marzo imbucata a Napoli, che arriverà alle 14. Carrelli rimase sorpreso.</p>
<p align="JUSTIFY">Domenica 27 – mattina – perviene a Carrelli una lettera espresso su carta intestata del <i><b>G</b></i><i>rand </i><i><b>H</b></i><i>otel </i><i><b>S</b></i><i>ole – </i><i><b>P</b></i><i>alermo</i> (il servizio postale a recapito manuale funzionava anche di domenica).</p>
<p align="JUSTIFY">Nella sua abitazione a Napoli Carrelli era munito di apparecchio telefonico. La carta intestata recava <span style="text-decoration: underline;">il globo di un sole radioso all’alba</span> e <span style="text-decoration: underline;">due numeri di telefono</span> in bella vista.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la lettera: dopo di che il silenzio (e la scomparsa senza cadavere).</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Palermo, 26 marzo – XVI </i></p>
<p><i>Caro Carrelli, </i></p>
<p align="JUSTIFY"><i><span style="text-decoration: underline;"><b>Spero</b></span></i><i> che ti siano arrivati </i><i><span style="text-decoration: underline;">insieme</span></i><i> il </i><i><b>telegramma</b></i><i> e la lettera. </i><i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i><i> </i><i><span style="text-decoration: underline;">e</span></i><i> ritornerò </i><i><b>domani</b></i><i> </i><i><span style="text-decoration: underline;">all’albergo Bologna</span></i><i>, viaggiando </i><i><b>forse</b></i><i> con questo </i><i><b>stesso foglio</b></i><i>. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana </i><i><b>perché il</b></i><i> </i><i><b>caso è differente</b></i><i>. Sono a tua disposizione per </i><i><b>ulteriori dettagli</b></i></p>
<p align="JUSTIFY"><i>aff.mo E. Majorana </i></p>
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<p align="JUSTIFY">Ettore ancora una volta non mette il punto finale. L’ha fatto soltanto nella prima lettera per Carrelli.</p>
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<p align="JUSTIFY">Le tre lettere del 25 e 26 marzo sono autentiche. Come le altre lettere, che sono nove in tutto, sebbene ci sia un apparente buco epistolare tra le date del 23 gennaio e del 22 febbraio.</p>
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<p align="JUSTIFY">Autentico il testo del telegramma per Carrelli e di un altro telegramma urgente per l’albergo Bologna affinché non entrassero nella <i><b>stanza</b></i>: sarebbe tornato <i><b>lunedì</b></i>.</p>
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<p align="JUSTIFY"><i>Ho </i><i><b>preso</b></i><i> una decisione</i> (venerdì 25 marzo) e <i><b>Spero</b></i><i> che</i> (sabato 26 marzo &#8211; su carta intestata) sono anagrammi.</p>
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<p align="JUSTIFY">La serie degli <i><b>spero</b></i> iniziava con la lettera del 2 marzo (giorno delle ceneri), inviata a Giovanni Gentile, suo collega a Milano. <i><span style="text-decoration: underline;">Spero</span></i><i> che ci rivedremo </i><i><span style="text-decoration: underline;">presto</span></i><i> –</i>così terminava la lettera.<i> </i><i><span style="text-decoration: underline;">Spero</span></i><i> di venire </i><i><span style="text-decoration: underline;">in fine settimana</span></i>, il 9 marzo, scrivendo alla madre, e citando la<i> </i>sorella Maria (nata nel 1912), che oltre alla musica, coltivava la pittura (<i>mi possa </i><i><span style="text-decoration: underline;">presto</span></i><i> mandare la fotografia delle sue opere più famose</i>).</p>
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<p align="JUSTIFY"><i>Verrò </i><b>forse</b><i> dopo Carnevale</i> (il 23 febbraio) &#8211; <i>Viaggiando </i><i><b>forse</b></i><i> con questo stesso foglio</i> (carta intestata del Grand Hotel Sole – Palermo impiegata per l’espresso del 26 marzo).</p>
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<p align="JUSTIFY"><i>Ritornerò </i><i><b>domani</b></i><i> all’albergo Bologna</i> (espresso di sabato 26 marzo). <i>Tornerò </i><i><b>lunedì</b></i><b> </b>(telegramma per l’albergo Bologna).</p>
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<p align="JUSTIFY">Viaggiando in nave &#8211; nella notte tra sabato 26 e domenica 27 marzo &#8211; Ettore sarebbe giunto al porto di Napoli la mattina all’alba di domenica 27 (27 è il rovescino di 72), precedendo il recapito dell’espresso per Carrelli (domenica 27 mattina).</p>
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<p align="JUSTIFY">Avendo il telefono in casa, Ettore poteva chiamare direttamente Carrelli, e spiegarsi.</p>
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<p align="JUSTIFY">Invece gli invia un telegramma che arriva a destinazione sabato mattina alle ore 11.</p>
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<p align="JUSTIFY">Seguiranno, nell’ordine, la prima lettera da Napoli (ore 14 di sabato 26) e la seconda lettera da Palermo (espresso di sabato 26, recapitato a Carrelli domenica mattina).</p>
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<p align="JUSTIFY">Ettore indica quel foglio di carta intestata. Intende rinunciare all’insegnamento e dice di rimanere <i><span style="text-decoration: underline;">a disposizione</span></i> per <i><span style="text-decoration: underline;">ulteriori dettagli</span></i>. Invece scompare. Senza <i>lutto</i>.</p>
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<p align="JUSTIFY"><b>4*</b> Le tre lettere del 25 e 26 marzo sono caratterizzate da molte anomalie sia di tipo formale (che risaltano da sole), sia di tipo logico-concettuale. Anomalo è pure il testo del telegramma per Carrelli riportato poco sopra.</p>
<p align="JUSTIFY">Partendo dal testo del <i><b>telegramma</b></i> – anziché da una telefonata da Palermo che avrebbe chiarito a voce e appianato il <i><span style="text-decoration: underline;">caso</span></i> del provvisorio smarrimento interiore evitando lo scandalo che con grande dolore colpirà <span style="text-decoration: underline;">improvvisamente</span> la <i>Famiglia</i> – con cui Ettore annullava il contenuto della lettera spedita da Napoli il giorno prima e non ancora pervenuta a Carrelli (<i>telegramma e lettera</i> non arrivano mai <i><span style="text-decoration: underline;">insieme</span></i>), rimaneva il sospeso – almeno fino a domenica mattina <span style="text-decoration: underline;">27</span> marzo &#8211; a quale lettera si riferisse: se la prima o la seconda, sebbene non sussista un insanabile contrasto logico. L’incertezza era per Carrelli che ricevuto per primo il telegramma urgente consegnatogli separatamente a mano, e poco dopo la lettera ordinaria in cassetta postale, non sa se deve <span style="text-decoration: underline;">allarmarsi</span> oppure no. Per questa ragione Carrelli verifica subito se Ettore, quella mattina, avesse fatto lezione alle ore 9. No, Ettore non si è presentato.</p>
<p align="JUSTIFY">La lettera del 25 che ha in mano Carrelli è abbastanza ambigua, parla infatti di <i>scomparsa</i>, ma non dice molto di più. Terminava persino con un <i><b>dopo</b></i>: <i>e possibilmente </i><i><b>anche dopo</b></i><i> </i>(dopo le <i>11 di questa sera</i> – venerdì 25 marzo). Non si potrebbe capire la nave. Non c’è alcun riferimento esplicito a un imbarco notturno, <span style="text-decoration: underline;">dopo</span> aver lasciato il Bologna verso le 17 del pomeriggio. C’è un buco di 5 ore. Ma è certamente un addio, con un <span style="text-decoration: underline;">ricordo</span> che potrebbe interrompersi, ma che potrebbe <i><b>anche</b></i> seguitare.</p>
<p align="JUSTIFY">Il <i><b>telegramma</b></i> acquista un senso <i><b>insieme</b></i>: <i>Non allarmarti</i>, non tener conto della mia <i>lettera</i>; che ce ne possa essere un’altra è auspicabile, ma non è cosa certa. Passerà dunque un giorno intero prima che arrivi l’espresso rassicurante da Palermo in cui è manifestato il proposito di suicidio però caduto nel corso della nottata perché &lt;&lt; <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i> &gt;&gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Si comprende &#8211; a questo punto &#8211; che Ettore doveva aver viaggiato sul traghetto postale della Società Tirrenia diretto a Palemo. Ciò che non era chiaro circa la lettera a seguire (<i><b>Segue lettera</b></i>), lo diventa con la seconda lettera per Carrelli, che però aveva il telefono in casa.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’altro telegramma inviato all’albergo Bologna Ettore diceva che sarebbe tornato <i><b>lunedì</b></i> (il 28 marzo). <i><b>Ritornerò domani all’albergo</b></i> <i><b>Bologna</b></i>, non è tornerò <i><b>lunedì</b></i>. Non c’è alcuna possibilità di poter interpretare diversamente: <i><b>viaggiando forse con questo stesso foglio</b></i>. E con questa espressione risaltava la carta intestata <i><b>G</b></i><i>rand </i><i><b>H</b></i><i>otel </i><i><b>S</b></i><i>ole – </i><i><b>P</b></i><i>alermo</i> col disegnino del sole all’alba e con due numeri di telefono. Abbiamo dunque le chiavi: <span style="text-decoration: underline;">sole</span> e <span style="text-decoration: underline;">Hitler</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">La singolarità sul piano logico di quest’ultima lettera espresso è la prima enunciazione: <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i> (dipendeva forse dal mare ‘accettare’ il corpo?). Conseguiva forse dal viaggio di andata in nave, il ritorno a Napoli sempre in nave, immediato o ritardato alla notte successiva? Ciò era posto come conseguenza del rifiuto: <i>Il mare mi</i> <i>ha rifiutato</i> <i><b>e</b></i> (e dunque, e poi) <i>ritornerò </i><i><b>domani</b></i><i> all’albergo Bologna, viaggiando forse </i><i><b>con questo</b></i><i> </i><i><b>stesso foglio</b></i><i>. </i></p>
<p align="JUSTIFY">Ettore ha forse inviato un telegramma non ambiguo a Carrelli, sperando che la lettera da Napoli fosse arrivata prima del telegramma urgente o anche che fossero arrivati insieme?</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia non ha telefonato, quando invece avrebbe <span style="text-decoration: underline;">dovuto</span> farlo. Diceva che sarebbe tornato subito a Napoli, viaggiando di notte. Aveva intenzione di rinunciare <i><b>all’insegnamento</b></i> ma sarebbe rimasto <i><b>a disposizione</b></i> per <i><b>ulteriori dettagli</b></i>. Meglio, aveva rassegnato le dimissioni per iscritto al suo diretto superiore gerarchico.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="text-decoration: underline;">Per risolvere </span><span style="text-decoration: underline;"><b>razionalmente</b></span><span style="text-decoration: underline;"> l’enigma della scomparsa è sufficiente – come abbiamo già accennato – inserire nel testo del telegramma come chiave di traslitterazione la parola </span><span style="text-decoration: underline;"><b>sole</b></span> (ultima lettera da Palermo). Il risultato, facilissimo, è il seguente: <b>Margine altra lettera Alt Un sole </b>– Come mai ci sarei arrivato io soltanto? Ettore, che era un genio, fornisce altrove la firma autentica di questa prima cifratura<b> </b>elementare<b> </b>(qualcuno, evidentemente incapace di ragionare correttamente, ha obiettato che i Majorana avevano adottato, già in passato, un loro codice di comunicazione: spieghi allora perché Ettore non lo avrebbe detto prima!). Ripeto che i contro messaggi sono <span style="text-decoration: underline;">costringenti</span><b> </b>e <span style="text-decoration: underline;">autentici</span> (c’è chi<b> </b>ritiene opinabile la logica stretta!)<b>. </b></p>
<p align="JUSTIFY"><b>5* </b>Nelle tre lettere di scomparsa il ‘prima’ verrebbe chiarito dal ‘dopo’. Ettore si sarebbe imbarcato venerdì sera sul traghetto che da Napoli salpava per Palermo alle 22.30, col proposito di buttarsi in alto mare. Però ha abbandonato l’albergo Bologna verso le 17. Arrivato incolume a Palermo prima telegrafa e poi scrive che sarebbe ritornato a Napoli via mare (i tempi sembrano calcolati con la massima precisione). Il problema se Ettore fosse stato presente o meno sul traghetto, cabina n. 37 a tre posti letto, durante il viaggio di ritorno la notte tra il 26 e il 27 marzo, è irrilevante rispetto alla <span style="text-decoration: underline;">dichiarazione</span> e al <span style="text-decoration: underline;">modo</span> in cui è stata fatta. <i>Ritornerò domani all’albergo Bologna</i>. Alle ore 5.45 di domenica 27 marzo il traghetto della Società di navigazione Tirrenia – Navi T &#8211; era giunto in porto. Prima che la lettera, che aveva viaggiato con la nave diretta a Napoli (sulla quale doveva presumibilmente essere salito Ettore verso le 19 di sabato 26 a Palermo), fosse recapitata a Carrelli. Ettore ha tenuto conto di questa possibilità materiale, effettivamente verificatasi: <i>viaggiando forse con questo stesso foglio</i>; ma non per questo si giustificano le espressioni da lui usate. In primo luogo dire che <i>il mare</i> lo aveva <i>rifiutato</i> era sì un’ammissione d’intenzioni di suicidio, ma lo negavano tacitamente il passaporto – non necessario per la navigazione in acque interne – e la rilevante somma di denaro che aveva con sé, per di più sapendo nuotare (perché togliersi la vita gettandosi in acqua in alto mare, allungando l’agonia?). Aggiungere che il suo era un <i><b>caso</b></i> <i><b>differente</b></i> da quello di <i><b>una ragazza ibseniana</b></i> era incongruente. Ci aveva ripensato e stava tornando a Napoli. <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i> è un’affermazione illogica, un non senso in termini formali. Al ritorno il mare avrebbe accettato o rifiutato di nuovo? Ma Ettore dà per scontato che sarebbe ritornato <i><b>domani </b></i>all’alba a Napoli, cioè domenica 27, giorno del sole, rientrando all’albergo Bologna che aveva lasciato due giorni prima. Ibsen – famoso drammaturgo nato in Norvegia nel 1828 – a una certa epoca della sua vita si era trasferito a Berlino, poi a Roma, infine in Campania. Majorana era come la Donna del Mare, un famoso dramma di Ibsen, oppure il caso era diverso?</p>
<p align="JUSTIFY">E’ un’incongruenza trasferire su carta – la lettera da Palermo con il disegnino del Sole e due numeri di telefono! – certe dichiarazioni che meglio sarebbe stato fossero rimaste nella penna.</p>
<p align="JUSTIFY">Le due lettere da Napoli del 25 marzo sono state vergate con calma, con la stessa penna stilografica, senza alcuna eccitazione psicologica: si potrebbe dire in modo preordinato. La lettera spedita da Palermo è stata scritta col pennino. Ha un tratto più sottile, quasi nervoso.</p>
<p align="JUSTIFY">Nella prima lettera per Carrelli si parlava di <i><b>scomparsa</b></i>, eufemismo per suicidio (<i>Il mare mi ha</i> <i>rifiutato</i>), e nella lettera lasciata in <i><b>stanza</b></i> per la sua <i>Famiglia</i> non si richiedeva il <i><b>lutto</b></i>, tollerando appena <i><b>qualche </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>segno di</b></span></i><i><b> lutto</b></i>, <i>ma per non più di</i> <i><b>tre giorni</b></i>.</p>
<p align="JUSTIFY">“Segno di” potrebbe equivalere a “disegno”. <i>Che non vi vestiate</i> <i><span style="text-decoration: underline;"><b>di nero</b></span></i> <i>potrebbe equivalere </i>a “ordine”<i>. </i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>Se potete</b></span></i> – <i>ricordatemi se potete</i> – potrebbe equivalere a “Poste e Te(legrafi)”.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Grand Hotel Sole si trovava nel centro di Palermo, a circa due chilometri dal porto, ma molto vicino alle <span style="text-decoration: underline;">Poste e</span> <span style="text-decoration: underline;">Telegrafi</span> e ai <span style="text-decoration: underline;">Telefoni</span> di Stato. L’idiosincrasia di Ettore per il telefono è smentita nelle sue lettere da Lipsia del 1933. La carta intestata recava due numeri telefonici.</p>
<p align="JUSTIFY">All’epoca il Grand Hotel si chiamava Grande Albergo (Guida Turing 1938) e apparteneva a <span style="text-decoration: underline;">Vincenzo</span> Sole (si chiamava <span style="text-decoration: underline;">Vittorio</span> il testimone del viaggio di ritorno nella cabina n. 37 a tre letti: il prof. Vittorio Strazzeri, docente di geometria all’Università di Palermo, quindi collega di Emilio Segrè, che a Palermo insegnava fisica sperimentale dal 1935).</p>
<p align="JUSTIFY">Sembra fatto apposta. Mancherà il cadavere ma la Famiglia sarà costretta a prendere atto della lettera lasciata in stanza, in quella stessa stanza dell’Albergo Bologna che Ettore aveva indicato nella lettera del 23 febbraio. In via Depretis, dove affacciava la stanza, non sfilerà il corteo di Hitler in visita a Napoli tre mesi dopo (<i><b>fra tre mesi</b></i> = &lt; Fermi resta &gt;).</p>
<p align="JUSTIFY">Sembra che Ettore abbia fatto fugaci ricomparse a Napoli nei giorni successivi, tanto che ci sarebbe la testimonianza dell’<b>infermiera</b> anonima del 22 gennaio, che gli aveva dato alcuni <i>indirizzi per pensioni</i> non utilizzati, perché egli continuerà a cambiare alberghi, stabilendosi infine al Bologna, proprio in quella <i><span style="text-decoration: underline;"><b>stanza</b></span></i>in cui sarebbe dovuto ritornare <i><span style="text-decoration: underline;"><b>domani</b></span></i> (domenica 27) o <i><span style="text-decoration: underline;"><b>lunedì</b></span></i> 28 (<span style="text-decoration: underline;">domani</span> nella lettera per Carrelli, <span style="text-decoration: underline;">lunedì</span> nel telegramma per il Bologna).</p>
<p align="JUSTIFY">Questi giri di parole determinano <span style="text-decoration: underline;">due postulati logici</span>: il teorema della <i><b>stanza</b></i> già indicata preventivamente il <span style="text-decoration: underline;">23 febbraio</span> e il teorema della impossibilità <span style="text-decoration: underline;">a priori</span> del <i><b>lutto</b></i>, inconciliabile quale anfibologia col concetto di <i><b>scomparsa</b></i> eufemisticamente intesa come morte, venendo a mancare il cadavere. Il ‘dopo’ riportato al ‘prima’ chiudeva il circuito dell’informazione remota in presenza di <span style="text-decoration: underline;">altri segnali convergenti</span>. I destinatari dell’<span style="text-decoration: underline;">informazione remota post eventum</span>, <span style="text-decoration: underline;">necessitata dal silenzio</span> (thema decidendum), ovviamente erano <span style="text-decoration: underline;">solo e soltanto i famigliari</span>, a conoscenza di tutte le lettere del 1938. Carrelli, intorno alla cui persona avevano ruotato le altre comunicazioni, era tagliato fuori. Il giro delle informazioni in filigrana si apriva e poi si richiudeva con la lettera <i>Alla mia Famiglia</i> lasciata lì in attesa in quella <i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i> dell’<i><span style="text-decoration: underline;">albergo</span></i> <i><span style="text-decoration: underline;">Bologna</span></i> (globo all’alba).</p>
<p align="JUSTIFY">Oggi quasi ogni giorno c’è qualcuno che scompare. Il fenomeno è molto più frequente che non in passato. Può trattarsi di una fuga volontaria, di un omicidio (caso esterno ovvero fatto involontario), oppure di un caso di suicidio. In caso di morte, quasi sempre si ritrova il corpo, salvo dover riconoscere il cadavere. Il caso della fuga, vale a dire l’allontanamento volontario dal proprio domicilio non fornendo più notizie di sé, è normalmente un fatto tacito. Il suicidio è in genere spiegato con una lettera, con un messaggio di addio. La <i>scomparsa</i> di Majorana senza il cadavere fu un evento clamoroso. Perché colpire la Famiglia <span style="text-decoration: underline;">tre volte</span>: con lo scandalo, col dramma affettivo, con l’incertezza? Tre lettere e due telegrammi per un suicidio mancato o non accertabile sono veramente troppi. Tolto di mezzo il non luogo o non essere del caso esterno involontario, non rimane altro che la fuga preordinata. Per spiegare tutta quanta la vicenda occorrerebbe conoscere il come, il dove, il quando, e il perché (causa o movente).</p>
<p align="JUSTIFY">Gli elementi materiali indicano un falso proposito di suicidio (denaro, passaporto, saper nuotare). Il complotto esterno a suo danno non poteva rientrare nel <i>caso differente</i> per come Ettore lo aveva già manifestato in atti precedenti. Pertanto si fa largo da sola l’ipotesi della <span style="text-decoration: underline;">fuga dolosa</span>. In concreto, i segnali convergenti, disseminati nelle lettere del 1938 (già dalla prima lettera da Napoli in data 11 gennaio), indicano chiaramente questa intenzione e la loro stessa presenza stabilisce la necessità dell’aver agito in quella maniera come fonte d’informazione. La scomparsa era necessaria e inevitabile, un fatto che <span style="text-decoration: underline;">non</span> poteva essere rivelato prima alla Famiglia, ma soltanto dopo: <span style="text-decoration: underline;">a ragione del silenzio</span>.</p>
<p align="JUSTIFY">Nella prima lettera in data 11 gennaio mancava l’annotazione dell’anno XVI dell’era fascista ed erano presenti anomalie e allusioni. Il 22 gennaio Ettore aveva chiesto la parte liquida dell’eredità, in costanza di pagamento dello stipendio mensile. Parlava di una <i>infermiera</i> e della possibilità di trasferirsi in una pensione familiare. C’è un vuoto epistolare di un mese: dal 23 gennaio al 22 febbraio. Roma e Napoli distavano poche ore di treno. Il 23 febbraio fa sapere di essersi trasferito all’albergo Bologna (dove rimarrà), e che proprio <i><span style="text-decoration: underline;">oggi</span></i> gli daranno <i><span style="text-decoration: underline;">una stanza migliore su via Depretis</span></i> (quella <i>stanza</i>). Il 9 marzo scherzava allegramente. E’ sottinteso il collegamento stretto con la lettera del 23 febbraio. Il nesso passa dai raffreddori stagionali. Il nome di <i><span style="text-decoration: underline;">Hitler</span></i> (<i>fra tre mesi</i>) si collega alle acque del <i>golfo</i> (<i>un</i> <i>tempo bellissimo</i>, <i>ideale per navigare nel golfo</i>). Allo stesso tempo questa lettera scherzosa anticipava il nome di <i>Carrelli</i> (<i><span style="text-decoration: underline;">cartelli</span></i><i> dei servizi di stireria e lavanderia</i>), guardando in avanti. Il 2 marzo, lettera a Gentile, era iniziata la serie degli <i><span style="text-decoration: underline;">spero</span></i>. Parole che si ripetono. La lettera del 19 marzo <span style="text-decoration: underline;">non</span> è lo spartiacque tra il prima, improntato a normalità, ed il precipitare drammatico dei giorni dopo. Le ultime tre lettere del 25 e 26 marzo e i due telegrammi di sabato 26 contengono altrettanti segnali, ma era quanto occorreva per suscitare lo scandalo. Si provi a togliere via il superfluo e si vedrà che rimarrebbe intatta la possibilità del suicidio, ma perché dunque lo scandalo non fu evitato? <i><b>Preso</b></i> e <i><b>spero</b></i> sono anagrammi testuali. <i><span style="text-decoration: underline;">Spero</span></i> trionfa (ripetuto tre volte). Parole che si riallacciano: per esempio <i><b>lunedì</b></i> e <i><b>telegramma</b></i>. Aver ignorato questa griglia ha comportato tutti i fraintesi circa la <i><b>scomparsa</b></i> senza il cadavere.</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>LE PROVE</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><b>1*</b> Napoli, venerdì mattina. E’ il 25 marzo 1938: incontro voluto da Majorana in Istituto, con la giovane, bella e bionda allieva Gilda Senatore (un tipo nordico), per consegnarle una cartella di manoscritti. E un rapido congedo, ripetuto due volte, a buona memoria (tipicamente femminile) di quella studentessa, il cui nome non sarà ricordato nella lettera che lo stesso giorno Majorana inviava al Direttore dell’Istituto Antonio Carrelli, qui con un saluto per Sebastiano Sciuti, un altro allievo: &lt;&lt; <i><span style="text-decoration: underline;"><b>Poi</b></span></i><i><b> ne </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>paleremo, poi</b></span></i><i><b> ne </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>parleremo</b></span></i> &gt;&gt;. Le carte presero un giro vizioso, ma l’incontro avvenne esattamente nei termini accennati. Ettore consegnava le lezioni. La Senatore non scorderà quelle stesse parole, e le ripeterà fedelmente decenni dopo. Majorana le disse esattamente così: <i>Poi ne parleremo</i>, e non ‘poi ne ri-parleremo’. Non avrebbe avuto senso giacché non ne avevano “parlato”. Ettore indicava due studenti: Gilda Senatore e Sebastiano Sciuti. E su <span style="text-decoration: underline;">carta intestata</span> dell’Istituto di fisica sperimentale aveva scritto la lettera del 22 gennaio alla madre e la lettera del 2 marzo a Giovannini Gentile.</p>
<p align="JUSTIFY">Consegnava all’allieva il testo lezioni (dalla n. 6 alla n. 22, quest’ultima per sabato 26 marzo, lezione che non sarà ritrovata, ma che la Senatore era sicura che ci fosse). Queste lezioni sono un capolavoro di didattica avanzata. L’ultima lezione fu tenuta la mattina di giovedì 24 marzo. Riguardava il principio d’indeterminazione di Heisenberg. Sabato 26 marzo non farà lezione.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ scomparso da quel venerdì 25 marzo, <i><span style="text-decoration: underline;">in fine di settimana</span></i>, verso le ore 17. Il resto lo abbiamo già visto. Era consapevole delle <i><span style="text-decoration: underline;"><b>noie</b></span></i> che sarebbero derivate a <i>Carrelli </i>e agli <i>studenti.</i></p>
<p align="JUSTIFY">Poiché la <i>scomparsa</i> è racchiusa tra due <span style="text-decoration: underline;">anagrammi</span> (<i>Ho </i><i><b>preso</b></i><i> una decisione che era ormai inevitabile – </i><i><b>Spero</b></i><i> che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera</i>) siamo autorizzati in linea di principio a ritenere possibile e valido questo strumento di cifratura ‘contestuale’, almeno per gli <i><b>ulteriori dettagli a disposizione</b></i> (ultime parole di Majorana).</p>
<p align="JUSTIFY">Le parole di Majorana dette a Gilda Senatore, non solo evocavano <span style="text-decoration: underline;">Palermo</span>, il che è singolare assai; ma dicevano di più, con un triplice anagramma: <b>Palermo per noie</b> – <span style="text-decoration: underline;"><b>e</b></span><b> il mare propone</b> – <b>Napoli per eremo. </b></p>
<p align="JUSTIFY">C’è stato qualcuno che pur di sostenere che Majorana fosse uno stupido qualsiasi (omicidio -rapimento), oppure un idiota sapiente (un caso Asperger), ha preferito negare che un genio come lui – con capacità eccezionali di calcolo mentale rapidissimo (integrali complessi risolti a mente in circa trenta secondi) – non fosse capace di anagrammarsi. Si dirà, però, che gli anagrammi non recano la firma (sarebbero casuali), e che non sono una soluzione accettabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Vero in teoria, falso in concreto. La soluzione autentica della scomparsa, filigranata nelle stesse lettere, tutte autentiche, in una scomparsa per lettera a danno esclusivo dei famigliari, è quanto la Famiglia si sarebbe dovuta attendere a causa dell’inspiegabile silenzio.</p>
<p align="JUSTIFY">Le lettere contenevano segnali in serie e due postulati logici: <span style="text-decoration: underline;">il teorema della stanza</span> e <span style="text-decoration: underline;">il teorema del lutto impossibile</span> mancando il cadavere. Ciò era essenziale. I <i><b>dettagli ulteriori</b></i> furono forniti tramite anagrammi. Questi anagrammi sono firmati.</p>
<p align="JUSTIFY">Una prima ‘firma’ è già presente nel triplice anagramma (concettuale) delle parole dette e ripetute venerdì mattina alla signorina Senatore in Istituto. Si tratta di <i><span style="text-decoration: underline;"><b>noie</b></span></i> e di quella <span style="text-decoration: underline;"><b>e</b></span> (già sopra sottolineata): <i><span style="text-decoration: underline;"><b>e il mare</b></span></i><b> propone</b> &#8211; Vedi rispettivamente la prima e la seconda lettera a Carrelli. Le <i><b>noie</b></i> che sarebbero venute da Palermo (abbandonava l’insegnamento), e il non senso di <i><b>Il mare mi ha rifiutato </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>e</b></span></i> (dunque) <i>ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. </i>Majorana stava chiarendo con ironia solita – a chi della Famiglia se lo fosse chiesto – che andare a tornare da Palermo a Napoli, per chiudersi poi in un eremo (Napoli), era sciocco (sciocco come il complotto immaginario o il <i>caro estinto</i> del 1939).</p>
<p align="JUSTIFY">Nella lettera del 19 marzo (festa nazionale religiosa) figuravano la scusa delle faccende da faccende da sbrigare <i><b>all’anagrafe e altrove</b></i>, per cui <i><b>un telegramma</b></i> di rinvio. Anagrafe e telegramma compongono ana-gramma<i> </i>(capo e coda). Preso tutto insieme, il risultato è questo ‘anagramma’: &lt; <b>Telegrafo un anagramma e levare l’alt</b> &gt;. <i> </i>L’anagramma telegrafico di <i><b>Non</b></i> <i><b>allarmarti Alt Segue lettera </b></i> è &lt; <b>Margine altra lettera Alt Un sole</b> &gt;. Cioè, togliendo l’alt, <b>Margine </b><span style="text-decoration: underline;"><b>altra</b></span><b> lettera </b><span style="text-decoration: underline;"><b>un sole</b></span>. Carrelli ricevette prima il telegramma, poi alle ore 14 del sabato 26 marzo la prima lettera da Napoli, infine domenica 27 mattina la seconda e ultima lettera da Palermo, su carta intestata (<i>questo stesso foglio</i>). La dicitura <b>G</b>rand <b>H</b>otel <b>S</b>ole – <b>P</b>alermo (seguendo l’ordine delle maiuscole) restituisce &lt; <b>Ger. H. Stella Polare mondo &gt; </b>(Germania hitleriana). <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i> diventa:<b> &lt; Ma mai rifiuto a Hitler &gt;</b>. Una sequenza impressionante. Parole chiave <b>sole</b> e <b>Hitler</b> (sole svastica). Per cui la prima frase della seconda &#8211; o <span style="text-decoration: underline;">altra lettera</span> &#8211; per Carrelli da Palermo:<b> </b><i><b>Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera </b></i> impiegando come chiave la parola <i><span style="text-decoration: underline;">sole</span></i> della carta intestata di quello <i><span style="text-decoration: underline;">stesso foglio</span></i> contiene la <span style="text-decoration: underline;">firma</span> autentica: &lt; <b>Il </b><span style="text-decoration: underline;"><b>sole</b></span><b> che resta a lato lettera </b><span style="text-decoration: underline;"><b>presenti i miei veri anagrammi</b></span> &gt;. Provate a togliere l’avverbio <i>insieme</i> da quella frase considerando che il <i>telegramma</i> per Carrelli, che revocava la lettera già inviatagli da Napoli in data 25 marzo, era urgente. Non riuscireste a trovare un anagramma con la parola sole che possa autenticarlo ab interno. Adesso è un po’ più chiaro perché Majorana abbia impiegato la carta intestata, quello &lt;&lt; <i>stesso</i> <i>foglio</i> &gt;&gt;. Che sia stato costretto a impiegare anagrammi – pur con tutti i rischi che quest’operazione comporta – si spiega da sé, contestualmente a una falsa rappresentazione con le medesime parole messe per iscritto.</p>
<p align="JUSTIFY">&lt;&lt; <i>Ho preso una decisione che </i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>era</b></span></i><i> ormai inevitabile</i> &gt;&gt;. Non c’è altra possibilità: si trattava della decisione dolosa e preordinata di scomparire, e non di uccidersi. La prima lettera da Napoli era priva dell’anno XVI dell’Era (fascista). L’<i><b>infermiera</b></i> adombra l’era Fermi (in era Fermi). <i><b>Fra tre mesi</b></i> (il rinvio temporale contenuto nella lettera del 23 febbraio nella quale si affacciava Hitler) significa &lt; <b>Fermi resta</b> &gt; (fra tre mesi). <i><b>Tre giorni</b></i> di <i>lutto</i> al massimo, <i><b>non</b></i> <i><b>più di tre</b></i>, significa: &lt; <b>per non più di tre in giro</b> &gt; (soluzione autentica del giallo della cabina n. 37 a tre letti, occupata da Vittorio Strazzeri, da Carlo Price (l’inglese), e da Ettore Majorana (da qualcuno ha viaggiato col suo biglietto). Ecco <i><b>perché</b></i> <i>il caso è</i> <b>differente</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Utilizzando la parola “razza” l’anagramma di [<i>non prendermi</i>] <i><span style="text-decoration: underline;">per una ragazza ibseniana</span></i> direbbe: &lt; Pausa inganni razza ebrea &gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">“<i>Ulteriori dettagli a disposizione</i>” provengono dalla definizione del caso: <i><b>la mia impr</b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>ovvisa </b></span></i><i><b>scomparsa che era ormai inevitabile</b></i> = <span style="text-decoration: underline;"><b>Il mare</b></span><b> primo </b><span style="text-decoration: underline;"><b>avviso</b></span><b> che era mia abile scomparsa in vita.</b> Altrettanti esempi di anagrammi guidati. Ettore aveva terminato scrivendo a Carrelli: <i><b>Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli</b></i>. Queste ultime parole si oggettivano in questa versione in anagramma: <b>Pure altri dettagli sono esposizioni di autore</b>. La lettera del 26 marzo – poi il silenzio, cioè la <i>scomparsa </i>– recava una doppia firma: <b>Miei anagrammi</b> – <b>Esposizioni di autore</b>. Ricordiamo al lettore che fu una scomparsa per lettera.</p>
<p align="JUSTIFY"><i><b>Noie</b></i> ne aveva provocate alla Famiglia. Uno scandalo, un dramma. <i><b>Delle noie che la mia improvvisa scomparsa </b></i>- E noi poveri famigliari? Essi si saranno chiesti angosciati – ha questa risposta: &lt; <b>Mamma scopri avvisi e a che parlino del Sole </b>&gt; (Ettore scrisse la maggior parte delle lettere alla madre Dorina &#8211; <i>Cara mamma</i>).</p>
<p align="JUSTIFY"><i><b>Era ormai inevitabile</b></i>. Non la scomparsa, ma l’era atomica. Qui dentro c’è un’accusa storica: &lt; Vili ebrei (Segré) e nati a Roma &gt; (Fermi era nato a Roma, Segrè a Tivoli, la moglie di Fermi, Laura Capon, era ebrea). ‘Ebrea’ era la fisica nucleare: Einstein – Bohr. Poiché Fermi nel 1934 a Roma aveva fissionato il nucleo dell’atomo di uranio e Szilard aveva brevettato in Inghilterra la fissione a catena a causa dei neutroni liberati, si poteva già parlare (per un genio della fisica come Majorana) di ‘era nucleare’ (lo aveva presto compreso Ida Noddack, simpatizzante per il nazismo).</p>
<p align="JUSTIFY">Gli anagrammi esplodono dopo pochi fattoriali. Il numero delle permutazioni diventa rapidamente mostruoso. Eppure, andando a senso, è possibile scoprire abbastanza facilmente, con l’anticipo di 8 mesi su Otto Hahn a Berlino, la fissione dell’uranio in un passaggio della lettera di Majorana del 2 marzo – giorno delle ceneri – al caro amico e collega Giovannino Gentile. <i><b>Sono contento degli </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>studenti</b></span></i><i><b>, alcuni dei quali sembrano intenzionati a prendere la </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>fisica</b></span></i><i><b> sul serio</b></i>. Carrelli s’era accorto che Majorana a Napoli era tutto concentrato in certi suoi studi di cui però non intendeva parlare. Non erano le lezioni a preoccuparlo. Questo è ovvio. Lavorando sulla fisica presa sul serio (cfr. la lezione inaugurale del corso tenuta giovedì 13 gennaio alle ore 9), otteniamo questa soluzione: &lt; <b>Sono in essere gli </b><i><b>studi</b></i><b> sulla </b><i><b>fisica</b></i><b> del </b><span style="text-decoration: underline;"><b>nucleo di uranio</b></span><b>, qui tanto comprende il </b><span style="text-decoration: underline;"><b>bario</b></span><b> restante</b> &gt;. Questa è l’anticipazione per via puramente teorica di quanto poi sarà scoperto in via sperimentale dal chimico Otto Hahn al KWI di Berlino, verso la fine di dicembre del 1938, poco dopo l’assegnazione a Stoccolma del Nobel a Enrico Fermi per i neutroni lenti. Ettore aveva scritto due lettere su carta intestata del non attrezzato Istituto di Fisica Sperimentale di Napoli. Il 22 gennaio alla madre (aveva terminato da poco la quinta lezione). Il 2 marzo a Gentile (le lezioni <span style="text-decoration: underline;">non</span> riprenderanno sabato 5 marzo). Scriveva a Gentile: <i><span style="text-decoration: underline;"><b>Sabato</b></span></i><i><b> riprenderò le lezioni</b></i>. Anche qui c’è qualcosa che non va. Il 2 marzo era mercoledì. Le lezioni ripresero soltanto martedì 8 marzo (lezione n. 11). L’anagramma di questa frase è: &lt; <b>Renderò lezioni per il sabato</b> &gt; (26 marzo). Rendere significa restituire. Ed è questo l’anticipo della consegna delle lezioni alla Senatore, venerdì mattina 25 marzo, che <span style="text-decoration: underline;">non</span> era giorno di lezione. La Senatore affermò che in quella cartella consegnatale da Majorana c’era anche il testo della lezione di sabato mattina 26 marzo. Mancano le lezioni dal n. 2 al n. 5 (quattro lezioni) e la lezione n. 22 (quella che si sarebbe dovuta tenere sabato 26 marzo).</p>
<p align="JUSTIFY">La carta intestata dell’Istituto di Fisica Sperimentale (28 caratteri) si presta ad alcuni anagrammi. Ad esempio (per la madre il 22 gennaio) &lt; <b>Fisico </b><span style="text-decoration: underline;"><b>assente</b></span><b> per i mali di tutti &gt; </b>oppure &lt; <b>In tali passi Fermi e dicesi tutto</b> &gt; e &lt;<b>La fisica mente &#8211; dissi io per tutti</b> &gt; (lettera</p>
<p align="JUSTIFY">Nella lezione inaugurale del 13 gennaio, parlando di <i><span style="text-decoration: underline;">fisica atomica</span></i>, Majorana accennava anche alle <i>numerose applicazioni pratiche </i>e<i> quelle di portata più vasta e </i><i><span style="text-decoration: underline;">forse rivoluzionaria</span></i><i> che l’avvenire potrà riservarci.</i> Nelle sue lezioni Ettore impiegava la notazione chimica alla tedesca anziché alla francese.</p>
<p align="JUSTIFY">L’ipotesi inconsistente di Sciascia che Majorana, spaventato dalla fisica nucleare, si fosse ritirato in un convento (e <i>nere croci</i>), potrebbe essere rovesciata in una presa di posizione, in una scelta di campo anticipata (e <i>nere croci</i>).</p>
<p align="JUSTIFY"><b>2*</b> Ettore non ritornerà all’albergo Bologna. Di lui non si saprà più nulla. Non c’è il <i>caro estinto</i> del 1939 se non si provvede a indicare la sepoltura e se non si riscontra l’età e l’identità delle spoglie. Forse qualcuno lo pedinava e lo avrebbe eliminato a Palermo o a Napoli? Era stato Ettore, lui per primo, a parlare di &lt;&lt; <i>lutto</i> &gt;&gt; nella lettera lasciata per la Famiglia, sebbene con Carrelli si fosse ambiguamente espresso col termine &lt;&lt; <i>scomparsa </i>&gt;&gt;. No, non stava fuggendo (e poi in quel modo?) da alcun pericolo per la sua vita. La sua era stata una libera volontà, una scelta o decisione non condizionata da un pericolo per la sua vita. La teoria del complotto è un pasticcio irrazionale che pretende da un lato la previa consapevolezza del pericolo, dall’altro l’involontarietà dell’evento fatale. Le altre ipotesi astratte si riducono all’assurdità del gioco a nascondino oppure al caso demenziale dello strappo. Magari per sopravvivere di espedienti in Argentina, dato e non concesso che ci fosse potuto arrivare nel 1938 con un falso passaporto o senza. Tuttavia è in Argentina che converge la freccia indiziaria del “dopo”, almeno verso gli anni ’50. Discuterò dell’Argentina in un pezzo separato, aggiungendo però in coda al presente fosse state indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Roma dal 2011 al 2014).</p>
<p align="JUSTIFY">Gli anagrammi sarebbero di sicuro una prova inusitata in un processo. Questo non è un processo, bensì una ricostruzione razionale del mistero o del segreto della <span style="text-decoration: underline;">scomparsa</span>, ed è un percorso logico ermeneutico necessario e necessitato dalle condizioni in cui essa è avvenuta. Ovviamente, la sparizione del vivo: come sempre fu intesa e come, di fatto, era stata.</p>
<p align="JUSTIFY">La rappresentazione indicava il ritorno al medesimo punto di partenza: l’albergo Bologna di Napoli, là dove era rimasta giacente la lettera <i>Alla mia famiglia</i> per un <i>lutto</i> che si sarebbe attuato col cadavere recuperato oppure con un’equivalente prova di morte quale la certezza materiale dell’avvenuta “scomparsa a bordo” durante la navigazione. Seguiva invece un altro genere di <i>scomparsa</i>: da qui l’enigma, detto in parole povere. Se non fosse stata una messinscena, la sola ipotesi formulabile poteva essere quella dell’omicidio occasionale, che spezzava la sequenza a condizione che il corpo fosse stato fatto sparire per sempre (evenienza estrema in un delitto occasionale: Ettore aggredito in nave, depredato del denaro che aveva con sé, quindi scaraventato in acqua, compreso il cappello, dopo avergli sottratto il biglietto di viaggio, che fu restituito dall’assassino o dagli assassini – dei marinai o degli abusivi a bordo della nave? – al controllore sulla passerella, sbarcando a Napoli). Strazzeri testimoniò che <i>il giovane</i> <i>con tutti i capelli</i>, che aveva viaggiato con lui quella notte, nella cabina n. 37 a tre letti, era sbarcato a Napoli <i>che era già</i> <i>giorno chiarissimo</i>. Questa la <span style="text-decoration: underline;">traccia sicura</span> cui la Famiglia diede credito. Da qui un’accorata lettera della madre, il 27 luglio, rivolgendosi direttamente a Mussolini, che non fu registrata e protocollata. L’originale della lettera è andato perduto, ma è possibile che Mussolini abbia richiesto l’incartamento quando tornò in auge, a capo della R.s.i. Questo spiegherebbe anche la povertà di documenti nei fascicoli intestati a Ettore Majorana al Ministero degli Interni e a quello dell’Educazione Nazionale. Più di tre decenni dopo, il primo a ricercare queste carte fu Leonardo Sciascia, trovandovi una velina anonima del 6 luglio 1938 (attribuita all’Ovra, ma da riferire al Sim), in cui si accennava (facendo confusione tra il <i>radio</i> e la radio di Marconi) alla possibilità di un complotto (ai danni dell’Italia), <i>per levarlo dalla</i> <i>circolazione</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Per giustificare la sua scomparsa, Majorana aveva concepito una trilogia epistolare, anzi una tetralogia (comprensiva della lettera del 19 marzo), facendo sembrare la trama come spezzata in due tronconi: il prima come volontà di suicidio, il dopo come promesso ritorno al punto di partenza ed invece la sparizione. Antonio Carrelli fu utilizzato come intermediario di una falsa un’informazione, spezzata in due tronconi. Ricomponendola nella sua realtà effettiva, secondo intenzione nascosta in filigrana, i famigliari dello scomparso – e loro soltanto – potevano avere a disposizione l’intero quadro. Prima dovevano cercarlo e farlo ricercare dalla Polizia; non trovandolo, alla fine avrebbero imboccato la soluzione. Le lettere del 1938 costringevano a battere quest’unica letteralmente rimasta <i>a disposizione</i>, ovviamente a tavolino. Il silenzio non era impenetrabile. Irrevocabile la scomparsa necessaria. Ettore aveva scelto una strada che equivaleva a una sortita dal mondo, a un’esistenza segreta <i><span style="text-decoration: underline;">altrove</span></i> (lasciando inalterata l’<i>anagrafe</i>). Con ciò aveva preso anche le sue distanze da quella stessa <i>decisione</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Senza <i><span style="text-decoration: underline;"><b>un solo granello di egoismo</b></span></i>, e senza alcun <i>lutto</i>. &lt; <span style="text-decoration: underline;"><b>Oggi</b></span><b> un molo si orna </b><span style="text-decoration: underline;"><b>del sole</b></span> &gt; è l’anagramma che concerne la totale mancanza di ogni punta di egoismo. <i><span style="text-decoration: underline;">Oggi</span></i> (23 febbraio) mi <i>daranno</i> <i>una </i><i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i><i> migliore su via Depretis</i>. Ogni nesso epistolare è spiegato e conservato.</p>
<p align="JUSTIFY">Carrelli era stato menzionato solamente nelle prime due lettere da Napoli, per essere per due volte un falso destinatario finale. Nella prima lettera da Napoli in data 11 gennaio Ettore scriveva alla madre: <i><b>Carrelli prepara le lezioni di meccanica con molti giochetti. L’occupazione dominante è quella degli esercizi</b></i>, <i><b>almeno per Carrelli e assistenti</b></i>. Queste due frasi contigue si trasformano in una riprova e in un’indicazione di metodo per la madre che si fosse messa a cercare stranezze in quelle lettere: &lt; <b>Cerca con calma </b><span style="text-decoration: underline;"><b>indizi logici</b></span><b> o in che </b><span style="text-decoration: underline;"><b>limite</b></span><b> parlo per lettera. </b><i><span style="text-decoration: underline;"><b>L’occupazione dominante è quella degli esercizi</b></span></i><b>, sorrise la mitica stella &gt;</b>. Ecco qui un esempio di ‘indizio logico’: i <span style="text-decoration: underline;">due numeri di telefono</span> riportati sulla carta intestata – o <i>foglio</i> – del Grand Hotel Sole – Palermo. Ettore avrebbe dovuto telefonare, ma non l’ha fatto. Due numeri di telefono equivale a dire &lt; <b>Finte le due o do numeri</b> &gt;. Ci si riferisce alle prime due lettere del 25 marzo. Ancora, il ‘limite’ di cui ‘parlava per lettera’ era quello del <i>lutto</i> (<i>non più di tre giorni</i>). Bene, il 27 mattina Carrelli sa da Palermo che Ettore è vivo. Siamo al terzo giorno: 25 – 26 e 27 marzo. Ed è la sparizione del vivo. Domenica è il giorno del sole, in inglese e in tedesco: <i>Sunday</i> e <i>Sontag</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 22 gennaio riferiva che <i><b>Carrelli è tuttora a Roma</b></i>. Anagramma molto facile se si ragiona sull’asse geografico Roma – Napoli &#8211; Palermo: &lt; <span style="text-decoration: underline;"><b>Altra</b></span><b> correrà e </b><span style="text-decoration: underline;"><b>mai lutto</b></span> &gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 9 marzo scriveva: <i><b>Qui c’è un tempo bellissimo, ideale per navigare nel golfo. Come va con lo sport invernale?</b></i> L’anagramma dà un senso:<i><b> </b></i>&lt; <b>E’ qui il modo per fuggire </b><span style="text-decoration: underline;"><b>lealmente</b></span><b>, con la nave. Con le navi T verso Palermo? </b>&gt;. Lealmente perché Hitler era stato invitato a Napoli ad assistere a una grande parata navale nel golfo. Ettore non tradiva l’Italia. Le navi T sono i traghetti Tirrenia, con una T sul fumaiolo.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 19 marzo diceva: <i><b>Vi mando </b></i><i><span style="text-decoration: underline;"><b>un telegramma</b></span></i><i><b> perché non mi aspettiate stasera, ma verrò certamente sabato prossimo</b></i>. Ettore mentiva. La presenza di segnali nelle altre lettere già lo dimostrava. La frase presenta due versioni coincidenti, con tanto di doppia ‘firma’ autentica: &lt; <b>Do anagrammi perché se </b><span style="text-decoration: underline;"><b>un tema</b></span><b> mi resta tale vi spetta mentre tace, ma non verrò sabato</b> <b>prossimo</b> &gt; &#8211; &lt; <b>Non verrò sabato prossimo perché una carta geme mesta, mal imitando me vi aspetta mentre resta</b> &gt;. Ecco la spiegazione autentica della scomparsa. Notare come <i><b>sabato prossimo</b></i> (26 marzo 1938) si conservi inalterato nel testo traslitterato. <i><b> </b></i></p>
<p align="JUSTIFY"><b>3* </b>Non potremmo esibire in un processo ideale questi anagrammi da soli. Non perché non costituiscano già una prova, ma soltanto perché sarebbe cosa del tutto nuova e inusitata. Che bastino da soli a risolvere il caso è razionalmente evidente partendo da testo del telegramma per Carrelli. E’ altrettanto evidente, cioè fondato e costringente, che le lettere del 1938 nella loro concatenazione, nei loro nessi, suggeriscano due parole: <span style="text-decoration: underline;">sole</span> e <span style="text-decoration: underline;">Hitler</span>. Non c’è dunque da sorprendersi che esse forniscano le chiavi d’anagramma, posto che lo stesso genere criptico è stato direttamente suggerito a testo, e provato più volte ab interno. Ma vogliamo definire meglio la situazione <span style="text-decoration: underline;">costringente</span> della <span style="text-decoration: underline;">verità autentica</span> nella <i>scompars</i>a, dolosa e preordinata, quale unica soluzione a un <i>lutto</i> impossibile senza cadavere, fornita contestualmente, non solo con riguardo agli <i>ulteriori dettagli</i> rimasti <i>a disposizione</i>, ma pur sempre in sospeso, come da ultime parole dello scomparso.</p>
<p align="JUSTIFY">Le ipotesi esplicative affacciate dagli autori che ne hanno discusso, presentano carenze gravi e incongruenze insanabili. Ed è falso che tutte le ipotesi possano rimanere aperte. E’ vero il contrario: nessuna di esse può attagliarsi alla fattispecie (alias al thema decidendum posto da Majorana alla sua Famiglia, ribadito persino da un anagramma: &lt; <b>se un tema mi resta</b> &gt;).</p>
<p align="JUSTIFY">Il dato ermeneutico corretto, secondo una pertinente analisi logico-critica capillare, consiste nella presenza di segnali, univoci e convergenti, e in due postulati.</p>
<p align="JUSTIFY">I <span style="text-decoration: underline;">segnali</span> sono molteplici. Ne abbiamo messi in luce i casi principali. Vale il principio che dove c’è configurazione, c’è pure significato. La loro presenza è spiegabile solo e soltanto come anticipazione e allusione. Vale il criterio essenziale della univocità e della convergenza. Dire segnale anticipatore, in un enigma apparentemente insolubile, significa già poter contare su qualcosa di molto importante. Sarebbe falso il contrario: parlare di segnali ove non sussistesse il caso da risolvere. Segnali peraltro decisivi ai fini della ricostruzione della volontà che è un dato ermeneutico tipico del testo scritto. Segnali plurimi, diversificati nel loro tipo. Disposti in sequenza coordinata con nessi logici ricostruibili. Una fitta rete di segnali o avvisi che diviene razionalmente evidente post eventum e che non può prescindere dall’insieme epistolare nella sua interezza, facendo a meno dell’occasione di riposta giacché inseriti autonomamente. Quanto basta per vanificare tutti i giudizi impropri sulla <i>scomparsa</i>, che appunto non stanno in piedi non solo perché viziati o illogici per se stessi, ma anche perché non corrispondono al tessuto epistolare correttamente inteso in una sparizione per lettera. Nella stessa definizione di scomparsa abbiamo messo in luce delle anomalie. Ciò corrisponde al segnale. Ed è chiaro che si tratti di questione volontaria e cosciente, tanto di più se si considera che abbiamo a che fare con un genio.</p>
<p align="JUSTIFY">Accanto ai vari segnali convergenti dobbiamo registrare <span style="text-decoration: underline;">due postulati razionali</span> che possono essere presi a se stanti, ma che poi s’integrano alla perfezione.</p>
<p align="JUSTIFY">La prova che Majorana, consapevole di dover sparire, e proprio in quella maniera, abbia inserito nelle lettere del 1938 <span style="text-decoration: underline;">la verità autentica</span> della sua decisione a conforto esclusivo della Famiglia che aveva dovuto inizialmente sacrificare, risiede:</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">nei segnali in serie</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">nel postulato del lutto impossibile</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">nel postulato della stanza dell’albergo Bologna</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">in anagrammi per i dettegli ulteriori rimasti in sospeso.</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Pertanto, il silenzio e l’impossibilità di ritrovare il vivo o il cadavere inducevano a verificare a tavolino quest’ultima possibilità, una volta riunite tutte le lettere, cosa che era in facoltà esclusiva della Famiglia e che sarebbe senz’altro avvenuta, tagliando via qualsiasi estraneo, e per primo Carrelli, che era stato utilizzato allo scopo, come tramite esterno necessario.</p>
<p align="JUSTIFY">I segnali indicavano la via da percorrere, unitamente alle contraddizioni della scomparsa, la cui rappresentazione per lettera poneva il thema decidendum circa la differenza tra il caso di Ettore e quello di una ragazza volubile o incerta dei drammi di Ibsen. Lo scomparso aveva preso con sé una rilevante somma di denaro e il suo passaporto valido soltanto per i paesi europei e in scadenza nel luglio-agosto del 1939. Diceva che sarebbe tornato ma era sparito. Mancava il cadavere. Le ricerche del vivo, durate mesi, avevano dato esito negativo. Perché Ettore aveva agito in quella maniera, facendo apparire che era andato a Palermo e che poi era tornato a Napoli, al punto di partenza, sembrando che fosse sbarcato, ma non scadai era più fatto vedere? Questi i fatti di allora, assolutamente certi, consacrati in atti ufficiali formali e in attività materiali per il rintraccio.</p>
<p align="JUSTIFY">Il <span style="text-decoration: underline;">primo postulato</span> è che il lutto senza cadavere era impossibile (la Famiglia Majorana non portò mai il lutto). La presenza di segnali e il lutto impossibile stabiliscono che la <i>scomparsa </i>era quanto Majorana aveva dolosamente preordinato. Si trattava di alternativa secca, non di una anfibologia lessicale. L’evento morte non poteva essere provato. La presenza di segnali rendeva certo il dolo. Il prima e il dopo interagivano nel circuito logico dell’informazione. Tra l’altro, il termine stretto dei <i>tre giorni</i> per <i>qualche segno di lutto</i>, coincideva con il <i>fine di</i> <i>settimana</i> e con i tre giorni in cui la scomparsa e il suo repentino annullamento si erano concentrati (25, 26 e 27 marzo). Non c’è dubbio che il primo postulato – l’impossibilità del lutto – possa stare da sé, in modo autonomo e probante. Ciò esprimeva la messinscena ma non spiegava il movente.</p>
<p align="JUSTIFY">Il <span style="text-decoration: underline;">secondo postulato</span> afferisce al movente. Il legame col primo postulato è dato dalla lettera <i>Alla mia Famiglia</i> e dalla <i>stanza</i>. Incidentalmente possiamo analizzare la questione di questa breve lettera: se racchiusa in una busta sigillata e se la busta fosse intestata oppure no. Gli addetti alle pulizie avrebbero potuto notarla. Sembra che la busta fosse intestata <i>Alla mia</i> <i>Famiglia</i> e che fosse stata incollata. Pertanto, non poteva esserne letto il contenuto. Meglio ancora se la busta incollata fosse rimasta in bianco.</p>
<p align="JUSTIFY">Il <span style="text-decoration: underline;">postulato della stanza</span> deriva dal fatto che Ettore aveva cambiato almeno tre alberghi (il “Napoli”, il Terminus e il Patria) prima di stabilirsi definitivamente al Bologna, in via Depretis 72 (72 è il rovescino di 27). Ciò faceva parte del progetto. Majorana (il 22 gennaio, chiedendo la parte liquida dell’eredità, in costanza di pagamento degli stipendi maturati) aveva introdotto una <i><span style="text-decoration: underline;">infermiera</span></i> parlando di <i>indirizzi per pensioni</i> in cui non andrà. Ciò significava provvisorietà (concetto ribadito il 19 marzo con l’avverbio <i>provvisoriamente</i> riferito alla <i>residenza </i>anagrafica) e indicava la rilevanza dell’albergo Bologna (in relazione anche agli antecedenti familiari: lo zio Quirino a Bologna e il nonno ministro con Depretis). Il 23 febbraio Ettore evidenziava e metteva in risalto la nuova <i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i> del Bologna, che dava <i>su via Depretis</i>, quanto al <i>passaggio di</i> <i>Hitler fra tre mesi</i>. Rimarrà in quella stessa stanza fino alla scomparsa. Ed è in questa <i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i> che aveva lasciato la lettera per la Famiglia, e qui sarebbe dovuto ritornare se non fosse sparito. La lettera allusiva e scherzosa del 9 marzo, si collegava a ritroso alla lettera del 23 febbraio per via dei <i>due raffreddori</i> e le acque del <i>golfo</i>, anticipando il sole da Palermo (Carrelli–<i>cartelli</i> e <i>il tempo bellissimo</i>). Il 19 marzo Ettore tornava di nuovo sul Bologna, <i>alias via Depretis 72</i>. Residenza provvisoria. La scomparsa è ruotata intorno a Carrelli e all’albergo Bologna, quella stessa stanza del 23 febbraio. Anni prima Ettore aveva fatto accurati calcoli sui rapporti di forza tra le maggiori potenze marittime mondiali. Il 5 maggio Hitler sarebbe giunto a Napoli per assistere a una grande parata navale nelle acque del golfo (<i>un tempo bellissimo, ideale per navigare</i>). Il corteo di Hitler non passerà per via Depretis. <i>Tutta Napoli è in preparazione</i> <i>per la prossima venuta di Hitler</i> (2 marzo). Subito prima e subito dopo <i>il Carnevale</i> (festa in maschera) Ettore parlò di Hitler (non accadeva dal 1933). Mentiva quando affermava che <i>fra tre mesi</i> avrebbe assistito dalla finestra della nuova <i>stanza</i> al passaggio <i>di Hitler </i>? Certamente sì, giacché nella lettera del 22 gennaio aveva chiesto soldi. Altri segnali contenuti nelle lettere precedenti (11 e 22 gennaio) ribadiscono la falsità del rinvio temporale. E invece le lettere del 19 marzo e del 9 marzo si saldano a ritroso sulle lettere precedenti. Torna evidente anche il nesso o collegamento tra la lettera del 9 marzo e quella del 23 febbraio. Se Majorana scomparve munito di passaporto e una rilevante somma di denaro, ritirata dalla banca nei giorni immediatamente precedenti, i nessi dall’ultima alla prima lettera del 1938 si saldano insieme a ritroso. Questi collegamenti investono la <i>stanza</i> dell’albergo Bologna, la lettera <i>Alla mia Famiglia</i> ivi lasciata giacente che trasformava il <i>lutto</i> impossibile in una <i>scomparsa</i> preordinata, e i motivi della messinscena: a ragione di Hitler. Il collegamento con Hitler (denotato a maggior ragione dalla diversità del percorso il 5 maggio) riguarda la <i><span style="text-decoration: underline;">stanza </span></i>e la centralità dell’albergo Bologna, in via Depretis 72, su cui ruotava la sparizione con due lettere per Carrelli e due telegrammi e infine la lettera per la Famiglia.</p>
<p align="JUSTIFY">Cambiando alberghi e non andando mai in una pensione familiare, Majorana ha introdotto il tema dell’<i><span style="text-decoration: underline;">albergo Bologna</span></i> e di quella <i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i>, collegandovi il nome di <span style="text-decoration: underline;">Hitler</span>. Al traghetto per Palermo corrispondeva la grande parata navale nelle acque del golfo. Il mancato ritorno al Bologna, in quella stessa stanza dove aveva lasciato l’ultima lettera d’addio in attesa, postula il significato della stanza associato alla lettera del 23 febbraio. Aver impiegato nella lettera per Carrelli da Palermo la parola <i><span style="text-decoration: underline;">domani</span></i> (<i>ritornerò domani all’albergo Bologna</i>) e nel telegramma per il Bologna la parola <i><span style="text-decoration: underline;">lunedì </span></i>(<i>non entrate nella mia </i><i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i><i> tornerò lunedì</i>) significava un raccordo con la lettera del 19 marzo (<i><span style="text-decoration: underline;">lunedì</span></i><i> all’anagrafe e altrove – un telegramma</i>) e da qui anche una risalita indietro, tramite l’albergo Bologna, la residenza e la stanza, alle altre lettere precedenti, in particolare alla lettera del 23 febbraio legata a quella del 9 marzo di contenuto allegro e scherzoso. Che via sia stato <i><span style="text-decoration: underline;">un professore</span></i> di fisica terrestre <i>difficile a </i><i><span style="text-decoration: underline;">scoprire</span></i> (prima lettera da Napoli &#8211; 11 di gennaio) era una chiara anticipazione di quanto sarebbe accaduto di lì a tre mesi. Majorana sapeva che sarebbe scomparso. La ragione della sparizione è Hitler.</p>
<p align="JUSTIFY">I postulati della <i><span style="text-decoration: underline;">stanza</span></i> e del <i><span style="text-decoration: underline;">lutto</span></i> impossibile senza il cadavere si coniugano e combaciano. La <i><span style="text-decoration: underline;">scomparsa</span></i> può essere ricostruita e razionalizzata con le stesse parole di Majorana. Il sistema dei segnali insieme ai due postulati (&lt; indizi logici &gt;: cfr supra) acquista un significato costringente. Era la versione autentica – filigranata nelle stesse lettere – di una sconcertante sparizione avvenuta per lettera.</p>
<p align="JUSTIFY">I <i><span style="text-decoration: underline;">dettagli ulteriori</span></i> &#8211; rimasti intrinsecamente a disposizione &#8211; sono ricavabili per anagrammi, il cui genere era stato giustificato testualmente e i cui risultati validi recano la firma d’autore (&lt; miei veri anagrammi &gt; : cfr. supra). Le parole chiave d’anagramma sono <b>Hitler</b> e <b>sole</b> in conformità ai segnali e ai due postulati.</p>
<p align="JUSTIFY">Potremmo forse rischiare di dover condannare un innocente? Abbiamo prodotto le prove. E le abbiamo definite vincolanti e costringenti. Sintetizzando, abbiamo ricostruito la soluzione telegrafica autentica del “caso Majorana”. Se prendiamo il testo, incontrovertibilmente certo, del telegramma inviato a Carrelli: <i><b>Non allarmarti Alt Segue lettera</b></i>, agendo con la parola chiave <span style="text-decoration: underline;">sole</span> otteniamo un risultato univoco, assolutamente congruente ed appropriato, anzi chiarificatore dell’ambiguità originaria: &lt; <b>Margine</b> <span style="text-decoration: underline;"><b>altra</b></span><b> lettera Alt Un sole</b> &gt;. Se inseriamo la parola chiave <span style="text-decoration: underline;">Hitler</span> in <i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i> (questa l’espressione fondamentale del mistero della scomparsa), otteniamo un risultato altrettanto coerente e univoco: &lt; <b>Ma mai</b> <b>rifiuto a Hitler</b> &gt;. Majorana è scomparso per raggiungere <span style="text-decoration: underline;">segretamente</span> la Germania dietro invito a farlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Non avremmo condannato un innocente con false prove. Che la verità autentica sia questa è confermato dalle dichiarazioni in tal senso fatte ad personam da Gilberto Bernardini a Pisa nel gennaio del 1974 e nelle affini dichiarazioni di Bruno Pontecorvo a Firenze, al teatro dell’Oriuolo, il 17 marzo 1990, presente lo stesso Bernardini, per cui alla domanda su che <span style="text-decoration: underline;">fine</span> avesse fatto Majorana, così rispose: <i><span style="text-decoration: underline;">E’ finito all’Ovest</span></i> (Pontecorvo fuggì segretamente da Roma nell’estate del 1950 diretto all’Est, la Russia di Stalin). Anche la pista seguita da Erasmo Recami portava in Argentina negli anni ’50. I risultati della indagine (archiviata) della Procura della Repubblica di Roma (aprile 2011 – febbraio 2015) avrebbero confermato la presenza di Majorana in America del Sud (dalla metà del 1955 in Venezuela).</p>
<p align="JUSTIFY">E se invece Majorana si buttò in mare, se si ritirò in un convento, se morì precocemente nel 1939 (prima del 21 settembre), o se fuggì via in America del Sud con un passaporto falso?</p>
<p align="JUSTIFY">Quale grado di probabilità assegnare a queste ipotesi astratte, compresa la teoria astrusa del complotto? Noi avremmo ‘condannato’ un genio innocente (che sarebbe scappato in Germania alcuni mesi prima che a loro volta fossero stati costretti a fuggire negli Stati Uniti Emilio Segrè ed Enrico Fermi che poi parteciparono da protagonisti al progetto americano della bomba atomica all’uranio 235 e al plutonio). Innocente, quando ad aprire l’otre (demoniaco secondo Sciascia) dell’energia nucleare furono gli esperimenti di Fermi a Roma verso la fine del 1934, fosse pure che non se ne rese conto (ma anche questo rischia di essere una favola, giacché lo aveva compreso Ida Noddack, un ‘chimico’ tedesco simpatizzante in quegli anni per il nazismo giunto al potere in Germania a grande suffragio).</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>CELEBRAZIONE D’ UN IPOTETICO PROCESSO</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><b>1* </b>Uno<b> </b>scrupolo di coscienza<b> </b>porta a dover immaginare un ipotetico processo in cui si dibatta della sorte dello scomparso nel marzo 1938 ed eventualmente sul <span style="text-decoration: underline;">dopo</span> (l’avverbio è sempre presente). Di fatto, una specie di processo è stato celebrato dai mass media, dopo l’eclatante notizia della Procura della Repubblica di Roma, che con risalto di mezzi di informazione, confermava in “Bini X” l’identificazione di Ettore Majorana a Valencia, in Venezuela negli anni dal 1955 al 1959. E’ fondata ed è credibile tale individuazione, che lascia intendere una fuga volontaria senza spiegare il perché, il come, e il <span style="text-decoration: underline;">da</span> dove? Proveremo a verificarlo a tavolino, su basi razionali. <b> </b></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Immaginiamo un caso di scuola con uno sviluppo ipotetico fino a sentenza definitiva.  Il fatto di partenza consiste in un articolo su tre pagine pubblicato dal quotidiano </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>la Repubblica</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> domenica 17 ottobre 2010. Un personaggio molto rassomigliante, alto tale e quale, altrimenti sconosciuto, è stato identificato </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>con un elevato grado di probabilità</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> come Ettore Majorana, il fisico nucleare scomparso nel 1938 da Napoli in circostanze misteriose. Alla sua sinistra, in diagonale, ma a una certa distanza, che poi sarebbe un chiaro segno di rispetto, si trovano due ex SS, una di queste è il famigerato criminale di guerra Adolf Eichmann. Costoro sorridono, mentre l&#8217;uomo minuto – lo sconosciuto con gli occhiali scuri da sole – è molto serio. Si coglie bene che quest&#8217;ultimo – lo sconosciuto – è il soggetto principale del fotogramma e che la sua risposta psicologica è del tutto differente. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Luca Fraioli, il giornalista scientifico autore dell&#8217;articolo col quale era stata pubblicata anche la fotografia, si rifaceva alle dichiarazioni di uno storico della fisica che aveva rivelato la notizia appresa a suo tempo da G. Bernardini nel 1974 a Pisa circa la presenza di Ettore Majorana in Germania durante gli anni della seconda guerra mondiale “</span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>per collaborare con gli scienziati tedeschi</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">”. Identica cosa avrebbe fatto intendere a precisa domanda Bruno Pontecorvo a Firenze, il 17 marzo 1990, presente lo stesso Gilberto Bernardini, suocero di Antonio Zichichi fondatore nel 1963 del Centro Majorana a Erice. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">L&#8217;articolo – e soprattutto la fotografia – destarono l&#8217;immediata reazione di un nipote dello scomparso con una diffida legale. Quell’uomo a bordo della nave italiana “Giovanna C.” salpata da Genova e facente rotta nel luglio del 1950 per Buenos Aires, non è Ettore Majorana. Eppure gli rassomiglia, molto di più di un certo Bini X, identificato invece come Majorana in Venezuela 12 giugno 1955, molto probabilmente fuggito dall’Argentina poco prima della caduta di Peròn (settembre del 1955). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Le vie legali della diffida sarebbero potute consistere in un’azione civile o in una querela per diffamazione. Ettore Majorana non può essere accostato al peggior criminale nazista presente in quella inquadratura fotografica scattata a bordo della nave. Nelle lettere da Lipsia del 1933, pur sporgendosi a favore del nazismo giunto al potere in Germania proprio in quel periodo, Ettore aveva sì accennato alla </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>questione ebraica</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, giungendo persino a parlare di </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>operazione</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>chirurgica</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, ma si era scagliato contro </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>la sciocca ideologia razziale</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Nulla in Majorana lascia trapelare odio o ingiustizia in tal senso. Del resto, se le leggi di Norimberga risalgono alla fine del 1935, lo sterminio ebbe inizio nel 1941- 42. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">La questione non è se Ettore fosse razzista (e non lo era), ma se fosse lui l’uomo a bordo della nave, sebbene in presenza di un famigerato criminale, Adolf Eichmann, ma anche a netta distanza, anzi in una posizione del tutto distinta, guardato con rispetto e per nulla sorridente. E’ certamente strano: </span></p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">che l’altezza e la conformazione fisica di una presunta SS, fotografata a bordo della nave in quel terzetto, coincidessero con la conformazione fisica di Majorana</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">che questo individuo piccolo e magro, con gli occhiali scuri, non abbia mai avuto una sua identità ufficiale come profugo </span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">che la fotografia sia stata presumibilmente trovata addosso ad Adolf Eichmann al momento della sua cattura fisica in Argentina, in un sobborgo di Buenos Aires</span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">che l’originale della fotografia, che era di più ampio formato, sia scomparso o non sia rintracciabile</span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">che Adolf Eichmann non avesse rivelato sotto costrizione al Mossad tutto quanto sapeva sugli altri passeggeri profughi tedeschi a bordo della nave. </span></p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Insomma sarebbe alquanto strano che possa sfuggire l’identità effettiva anche del terzo passeggero nella fotografia, nota quella degli altri due profughi nazisti, l’altro mai incriminato e perseguito, che gli si erano messi a lato, sorridenti e in evidente segno di rispetto. Strana e sorprendente la rassomiglianza. Forse ancor più strana la mancanza di un riscontro ufficiale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Chi potrebbe essere il terzo passeggero? I tratti somatici coincidono, tranne il particolare deforme dell’orecchio destro, alterato da un gioco sottrattivo di riflessi luminosi sul paranco rotondo retrostante. E’ noto che la procedura Fbi prevede almeno 61 punti di coincidenza perché possa parlarsi di riscontro (10 punti sono nettamente insufficienti). Esistono oggi avanzati programmi informatici per la comparazione a due e a tre dimensioni e per tutte le verifiche antropometriche come ad esempio i triangoli principali del volto. Prima di parlare di “bufala” occorrerebbe valutare bene e riflettere. Altresì va fatto presente che per la giurisdizione italiana </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">non</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> si può parlare di </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">riconoscimento forense</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> se il riscontro somatico non è accompagnato da un quadro indiziario coerente a sostegno del caso. In teoria, il quadro indiziario di supporto proverrebbe, infatti, dai riscontri fatti a suo tempo da Erasmo Recami in Argentina e dagli attuali esami e comparazioni eseguiti dagli inquirenti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Il caso ipotetico di un processo penale per “diffamazione” (distinguendo in teoria tra il soggetto passivo del reato, a 109 dalla nascita da considerare ormai defunto, e i danneggiati del reato da individuare nei parenti più stretti) è chiaramente un mero caso di scuola, rivolto a scrutare gli aspetti della vicenda e l’insieme delle prove possibili. Majorana in Venezuela (tra l’altro prima in Argentina) è caso affine a quello della nave. Nel 1950 Ettore avrebbe avuto l’età di quarantaquattro anni, quarantanove nel 1955. E’ del tutto evidente dalle rispettive fotografie – quella sulla nave diretta in Argentina e quella in Venezuela – che l’età del primo individuo è conforme e corrispondente, mentre quella del secondo non lo è per niente. Si tratta di due persone diverse; ma la fotografia del 1955 scattata in Venezuela non rassomiglia a Majorana, com’è altrettanto evidente. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Paradossale l’affermazione che “Bini X” (diciamo X perché non se ne conoscerebbe il nome proprio) rassomiglia a Ettore, giacché rassomiglierebbe al padre di Ettore alla stessa età di 49 anni (10 punti di coincidenza). Palesemente stato violato il criterio di confronto e di riscontro. Nessun tribunale giudicante potrebbe assumere ciò come prova. L’uomo della fotografia del 1955 </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">non</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> è Ettore Majorana. L’affermazione proviene dai nipoti. Nessuno di essi vi ha potuto cogliere alcuna somiglianza. Come mai gli inquirenti sarebbero incorsi in un errore talmente evidente? Tuttavia il testimone da cui provenivano le informazioni sulla presenza di Majorana in Venezuela (dopo essere già stato in Argentina), Francesco Fasani (oggi defunto, ma allora giovane meccanico romano emigrato in Venezuela), è stato in grado di fornire un elemento sorprendente: una cartolina postale originale in lingua italiana, inviata nel 1924 negli Stati Uniti in breve risposta a un occasionale corrispondente scientifico, dallo zio di Ettore, Quirino Majorana (all’epoca fisico sperimentale al Politecnico di Torino). Il Fasani sosteneva di averla sottratta a Majorana che si nascondeva sotto il cognome di Bini. Essendo un meccanico l’aveva recuperata all’interno della Studebaker gialla di Bini-Majorana, ingombra di carte e di fogli sparsi recanti calcoli e formule. Un membro della comunità italiana locale, un certo signor Carlo, gli aveva spiegato che “Bini” era stato un famoso scienziato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Ettore non aveva conseguito la patente. Nel 1927 ebbe un grave incidente stradale guidando abusivamente l’auto del padre. Riportò ferite gravi </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>al dorso della mano e a una coscia</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> che richiesero molti punti di sutura. Bini porta l’orologio sopra il polsino al braccio sinistro. Nella fotografia scattata accanto al giovane Fasani che era alto circa un metro e ottanta Bini sarebbe salito su una pietra o su un gradino. Majorana era alto un metro e sessantotto. Tale è l’altezza dell’uomo con gli occhiali scuri fotografato nel luglio del 1950 sulla nave “Giovanna C.” diretta a Buenos Aires (Eichmann era alto un metro e settantasei). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Forse nessuno dei due è Majorana. Se non lo è l’uomo della nave, non lo è comunque Bini X (l’uomo della foto del 1955). Non vale il viceversa. Se uno dei due fosse Majorana non lo sarebbe l’altro. E’ palesemente falsa l’identificazione fatta da F. Guerra (2011) dell’uomo della nave con Alois Brunner o con Gustav Wagner. </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">Non</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> è provato da una ricostruzione effettuata a computer (2010), che l’uomo della nave </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">non</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> possa essere Majorana. Francesco Fasani fece le sue rivelazioni a </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Chi l’ha visto?</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> a dicembre del 2008. L’inchiesta conoscitiva penale(quale la </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>notitia criminis</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">?) fu avviata nell’aprile 2011 (dopo l’articolo su Repubblica). La Procura ha asserito l’allontanamento volontario di Majorana da Napoli nel 1938. Per quale ragione? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">In corso d’indagini sono stati pubblicati un articolo scientifico (F. Guerra 2012) e un libro (S. Roncoroni 2013) in cui si sostiene (eludendo l’onere diretto della prova) che Majorana sarebbe morto diversi mesi dopo la scomparsa, ma prima del 21 settembre 1939. Ovviamente non c’è un certificato di morte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Sulla rivista ufficiale della Società Italiana di Fisica, Il Nuovo Saggiatore n. 1 &#8211; 2012, F. Guerra così scriveva: </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Questi risultati mostrano la totale infondatezza di Majorana in Argentina, in Venezuela, o in altre località, e della sua asserita presenza in Germania durante la guerra. I problemi storiografici relativi alla scomparsa, avvenuta come è noto alla fine di Marzo 1938, si concentrano quindi sulle motivazioni di questa scomparsa, e sulle ragioni della morte sopravvenuta circa un anno dopo. A questi temi dedicheremo successivi lavori. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">L’autore si ripeteva nel 2013 compilando la Voce “Ettore Majorana” per la Treccani. Nessun chiarimento sulle ragioni della scomparsa, nessun elemento nuovo circa la morte precoce nel 1939, che sarebbe avvenuta </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>all’estero</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Al chiaro autore è forse sfuggito il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">passaporto</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Nemmeno questo documento è stato esibito. Nulla di nulla, nemmeno copia della previa richiesta per la pia borsa di studio da parte di Salvatore Majorana. Tra l’altro la Procura di Roma avrebbe sprecato i denari del contribuente andando a cercare Majorana in America del Sud (prima in Argentina e poi in Venezuela). Sarebbe stato molto più semplice cominciare dalla tomba del morto (che nessuno conosce). Verso la fine del 2014 è stato pubblicato un saggio del fisico francese del C.e.r.n. di Ginevra, Etienne Klein, </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Cercando Majorana</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, in cui (facendo riferimento soltanto a S. Roncoroni) si forniva la dimostrazione (parziale) della insostenibilità della tesi del </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>caro estinto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> con riguardo al testamento della madre Dorina Corso che lo nominava in modo condizionale (pag. 118). E. Klein si rifaceva anche ad un </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">anagramma</span></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> (segno evidente che gliene era giunta qualche imprecisa notizia), ma evidentemente nessuno ha afferrato la completezza stupefacente di questa versione (autentica) della </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>scomparsa</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> preceduta da un impianto testuale (massiccio e compatto) di argomenti razionali. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">Inquadrare la scomparsa ovviamente non significa spiegare il dopo</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Ma se lascio intendere di voler andare a Roma, è possibile credere che ci sia arrivato. Il dopo è comunque un’altra questione, perché si potrebbe essere stato anche il dopo del dopo. Di questo si sta ora discutendo in una sorta d’ipotetico dibattimento. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>2*</b></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> Principi costituzionali cardine garantiscono la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di ricerca ovviamente nei limiti stabiliti dalle leggi ordinarie. La Corte di Cassazione – con giurisprudenza costante – ha precisato i limiti del diritto di cronaca e i limiti della libertà di ricerca (talvolta gli ambiti potrebbero intersecarsi).  </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Il reato di “diffamazione” consiste </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>nell&#8217;offendere l&#8217;altrui reputazione comunicando con più</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>persone</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Asserire, ad esempio, davanti a più persone, che la bisnonna &#8211; defunta da anni &#8211; di una data persona vivente, fosse stata una ladra, costituisce offesa alla reputazione e una forma di diffamazione se il fatto asserito fosse falso? Ed è diffamazione l&#8217;affermazione fatta in pubblico che tuo zio era un nazista? Dipende. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Sebbene finora nulla sia stato affacciato, né lo sarà, nella precisione tecnica richiesta dal linguaggio giuridico, se io dicessi al nipote di Bruno Pontecorvo che suo zio era uno &#8216;stalinista&#8217;, credo che non ci sarebbe alcuna forma di diffamazione. Il fatto risponde a verità. Pontecorvo ricevette il Premio Stalin. Ma è pur vero che in Italia &#8216;nazismo&#8217; e &#8216;stalinismo&#8217; non sono equivalenti. Che non lo siano è un fatto storico, ma dal punto di vista etico-legale chissà. I morti sono stati milioni (forse 20 milioni di morti contro 6 milioni). E’ bene non dimenticarlo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">L&#8217;uomo della fotografia sulla nave era veramente Majorana? La sua vicinanza a bordo della nave e nella stessa inquadratura, in posizione discoste rispetto alla famigerata SS, potrebbe forse integrare un caso di reato di diffamazione, di cui i parenti stretti sarebbero i danneggiati rispetto alla buona memoria dello scomparso? Non credo. Ci vorrebbe almeno l’affermazione esplicita che sarebbe proprio così, ma contro l’evidenza. Invece navighiamo nel mare infido delle ipotesi la cui formulazione sensata non è certo impedita dalla ricerca della verità. In questo senso ogni ipotesi documentata ha la sua legittimità. E’ una ipotesi anche quella del </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>caro estinto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> del 1939, fondata sulle espressioni di un estraneo non specificamente qualificato (né medico, né ufficiale dell’anagrafe). L’ipotesi è stata disattesa dagli inquirenti che ne hanno formulata un’altra: “Bini X” sarebbe Ettore Majorana. Se così fosse, perché come e quando Majorana raggiunse l’America del Sud (e sicuramente l’Argentina, prima del Venezuela)? Ovviamente nessuno ha riposto a questo interrogativo. Forse perché sarebbe stato più logico dover passare per la Germania? Anche l’ipotesi della morte nel 1939 (per quale causa?) lascia in piedi la possibilità intermedia di un passaggio in Germania. Cadrebbero tutte le altre ipotesi, e per prima quella del complotto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Il diritto d’intervento e di replica non è denegato. In questo immaginario dibattimento circa la sorte di Majorana e il dopo eventuale, hanno diritto di parola anche i fautori dell’ipotesi esterna del complotto, del presunto “affare di Stato”. Facciamoli intervenire. </span></p>
<p align="CENTER"><sub><span style="font-family: Times, serif;"><span style="font-size: xx-large;">Estratto da Episteme Forum di Umberto Bartocci (2013)</span></span></sub></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Se siamo ritornati su possibili soluzioni ipotetiche della vicenda è solo perché un nostro amico </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">fisico</span></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>, persona dotata di acuto intelletto e notevole cultura storica (che ancora una volta non menzioniamo esplicitamente per non coinvolgerlo in un gioco intellettuale che può creare gravi antipatie e difficoltà nell&#8217;ambiente di lavoro), ci ha fatto presente una possibile variante della soluzione di cui sopra, che ci è parsa alquanto interessante perché capace di spiegare lo stesso nostro tutto e perfino &#8230; qualcosa di più.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Ettore Majorana sa dunque di essere spiato; sa che alcuni suoi vecchi colleghi stanno pensando di portare le loro competenze in campo nemico allo  scopo di creare un ordigno nucleare, di cui lui come gli altri immagina bene la reale possibilità di costruzione; sa di non avere le stesse opinioni politiche di tali persone, e che viene quindi per questo da esse temuto e sorvegliato. Progetta allora un piano di fuga simulandolo con un suicidio, va a Palermo per tentare un&#8217;ultima spiegazione, poi apparentemente rassicuratosi cambia idea, ma viene eliminato probabilmente dopo essere tornato a Napoli. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Questo è ciò che abbiamo pensato, ma il nostro amico ci dice: </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">e se invece Majorana avesse voluto farsi beffe delle persone che sapeva all&#8217;origine delle sgradite attenzioni di cui si era accorto</span></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>? </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Parte all&#8217;improvviso per Palermo, e manda notizie a Carrelli che non è affatto un suo &#8220;amico&#8221; come molti scrivono (si conoscevano da poco, e tanta attenzione nei confronti di un nuovo collega, anzi di un superiore, appare del tutto singolare nel caso di un autentico progetto di suicidio o di fuga, incompatibile con tante logorroiche esternazioni), ma sa bene che quello che scrive a Carrelli verrà subito riferito altrove. Poi cerca Segrè, che sarà stato anch&#8217;egli sorpreso di conoscere i movimenti di Ettore in quei giorni, immaginiamoci le telefonate intercorse tra Napoli e Roma, e tra Palermo e Roma, quel sabato mattina, per non dire dell&#8217;imbarazzo del pedinatore Charles Price che non immaginava sicuramente tali sconcertanti imprevisti movimenti dello scienziato che teneva d&#8217;occhio. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Ma Majorana continua a scherzare con i suoi interlocutori, e dopo aver annunciato certi propositi il venerdì, li smentisce il sabato, lasciando tutti interdetti e incerti sulle sue reali intenzioni. Fa rientro a Napoli, e lì mette in atto il suo progetto iniziale, quello di scomparire dopo i fuochi d&#8217;artificio da lui messi in atto. Insomma, si fa beffe degli inseguitori, e scompare nel nulla. Nessun omicidio, ancorché tutta la ricostruzione da noi effettuata fino ad un certo punto sia fondata, del resto bisogna ammettere che una cosa è spiare uno scienziato italiano nei primi mesi del 1938, un&#8217;altra è farlo fuori. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Majorana dunque infine se ne va, lasciando tutti con un palmo di naso, e tutti ugualmente ignoranti della sua reale sorte. Ed ecco il particolare in più che così si spiegherebbe: Ettore lascia in maniera del tutto premeditata la famosa cartelletta alla studentessa Gilda Senatore, immaginando che essa sarebbe finita presto nelle mani di chi era interessato alle sue ricerche, e proprio perché sapeva che qualcuno era interessato a esse, e lì lascia qualcosa che possa &#8230; accontentare certe curiosità (scommetteremmo che in futuro si ritroverà qualche appunto significativo contenuto nella cartelletta in luoghi in cui &#8230; non dovrebbe essere, anzi per la verità corre voce che qualche simile ritrovamento sia già avvenuto, ma si sia stabilito di non darne notizia per ovvi motivi). </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Ciò che Ettore non aveva previsto è che Gilda Senatore si ammala, e tale parte del suo piano non andrà a effetto che dopo diverso tempo.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Abbiamo detto che Ettore se ne va, ma dove se ne va? A questo punto potrebbe anche essersi recato in Germania per collaborare segretamente ai progetti scientifico-militari del III Reich, ed ecco che tornerebbe in gioco l&#8217;ipotesi Klingsor; oppure avere davvero abbandonato l&#8217;Italia per ricostruirsi una vita del tutto differente in una parte lontana del mondo (per esempio l&#8217;ipotesi argentina di Recami); oppure &#8230; potrebbe essersi ritirato in un convento da dove qualche anno dopo avrebbe perfino dato nuovamente cenni di sé.</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Con le ultime parole abbiamo fatto riferimento a un&#8217;altra pista, quella illustrata dal giornalista Rino Di Stefano </i></span><a href="http://www.rinodistefano.com/it/articoli/il-raggio-della-morte-2.php"><span style="color: #0024f4;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">in un articolo apparso su </span></i></span></span><span style="color: #0024f4;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Il Giornale</i></span></span><span style="color: #0024f4;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;"> il 26 settembre 2010</span></i></span></span></a><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>, che ha suscitato ovviamente minor clamore dei due sballatissimi di cui abbiamo detto sopra, apparsi però su quotidiani più autorevoli:</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>TRA RICERCA E FANTASCIENZA</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>«Così l’Italia lavorò al raggio che crea energia dal nulla».Alcuni documenti provano gli esperimenti fatti dallo scienziato Clementel negli anni 70. Ma ora nessuno può vedere il prodotto di quegli studi.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>[E' interessante nel presente contesto osservare che pure Di Stefano riserva all'articolo apparso sul </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Corriere della Sera</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i> parecchie delle critiche che abbiamo esposto nella prima parte del nostro pezzo ("un articolo pubblicato martedì 7 giugno 2011, a firma di Fiorenza Sarzanini, riporta tanto la notizia televisiva, quanto quella pubblicata da "Repubblica", in un cocktail di difficile interpretazione [...] Intendiamoci, gli errori li facciamo tutti. E mi guardo bene dal gettare la croce su un collega&#8221;), in uno scritto che appare interessante anche in diversi altri punti:</i></span></p>
<p><a href="http://www.rinodistefano.com/it/articoli/majorana-annunci-e-ipotesi.php"><span style="color: #0024f4;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>http://www.rinodistefano.com/it/articoli/majorana-annunci-e-ipotesi.php</i></span></span></a><span style="font-family: Cambria, serif;"><i> ]</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>In verità, nell&#8217;articolo menzionato non si fa nessun riferimento a Ettore Majorana, ma soltanto a un certo Rolando Pelizza, che appare presto però il perno della connessione con il fisico catanese. Ancora nel sito di Di Stefano si trova difatti un altro articolo (del 27 giugno 2011), nel quale si fa finalmente il nome di Ettore come presunto ispiratore del Pelizza:</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.rinodistefano.com/it/articoli/majorana.php"><span style="color: #0024f4;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>IL RITORNO DI MAJORANA</i></span></span></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Dopo 73 anni la Procura di Roma riapre l’inchiesta sulla scomparsa del grande scienziato siciliano: quale misterioso evento ha motivato le nuove indagini?L&#8217;enigma dell&#8217;energia da positroni e gli interrogativi sul caso Pelizza.Nel &#8220;Dito di Dio&#8221;, un libro di prossima pubblicazione, si legge che Majorana nel 1938 si sarebbe rifugiato in un convento della Campania dove negli anni settanta avrebbe progettato la macchina in grado di annichilire la materia, senza provocare radiazioni.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>[Peccato che il libro di cui si parla non appaia ancora disponibile, ad oltre un anno dall'annuncio della sua prossima pubblicazione.]</i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Si vede chiaramente lo sforzo di aggiustare il tiro senza cogliere il bersaglio. L’ipotesi del complotto è un’assurda invenzione posticcia. Il primo a escluderla è stato Majorana. Non aver compreso l’esistenza del thema decidendum posto razionalmente dalle lettere ha comportato tutte le aberrazioni. In questo novero aberrante rientrano l’ipotesi formale di Sciascia e il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>pupo pirandelliano</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> scappato via in Argentina dalle grinfie di una madre possessiva. E vi ricade anche la tesi del </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>caro estinto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> del 1939. Per forza di cose anche “Bini X” – ipotesi o tesi della Procura – vi è risucchiato. Che cosa potrà decidere il nostro ipotetico “tribunale” su questo caso di scuola che gli è stato sottoposto? Al posto del tribunale dobbiamo mettere l’</span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">opinione pubblica</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, poiché il caso è diventato notissimo, a maggior ragione con le ultime notizie. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Qualora fosse falso e strumentale il ‘riconoscimento’ di Ettore in quella fotografia del 1950 a bordo della nave, danneggiati sarebbero i parenti del preteso, ma falso &#8216;Majorana&#8217;? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Nel nostro caso di scuola la grave imprudenza consisterebbe nel non aver assunto </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">tutte</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> le cautele necessarie per escludere un &#8220;qui pro quo&#8221;. La dichiarazione de relatu che Ettore fosse stato per un certo periodo in Germania non basterebbe a determinare una lesione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Quale il limite costituzionalmente garantito in linea di principio? Che l&#8217;informazione sia seria e documentata. Soltanto violando questa regola si avrebbe falsa informazione, deformazione colpevole. E le informazioni su Bini X corrispondono al parametro? L’uomo della foto del 1955 non rassomiglia a Majorana. L’hanno asserito i parenti attuali. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">L&#8217;accusa immaginaria nell’ipotetico dibattimento sul nostro caso di scuola dovrebbe provare che l&#8217;uomo della nave </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">non</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> è Ettore Majorana e che c&#8217;è stata una superficialità colpevole nell’averlo asserito. Si potrebbe ricorrere alla prova indiretta, la morte precoce di Majorana addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Sarebbe il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">caro estinto</span></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Questa prova, certa e indubitabile, potrebbe forse essere costituita dalla lettera del Padre Ettore Caselli in cui in data 22 settembre 1939 a proposito di Ettore si parlava di </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>caro estinto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> e del </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>compianto Ettore</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> &#8211; </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>scomparso</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">?  </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">E potrebbe la difesa obiettare che il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>caro estinto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> non ha alcun riscontro reale tanto è vero che la Procura della Repubblica di Roma l’ha scartato inviando nel 2013 un nucleo investigativo dei Ros di Roma in Argentina e in Venezuela (il Tempo, 11 dicembre 2013)? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Quale potrebbe essere la decisione o il verdetto se anche gli inquirenti avallerebbero il caso inesplicabile dell’allontanamento volontario nel 1938? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">La realtà è più vasta. Raccoglierebbe molto di più. Ma quanto al </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>dopo</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, e soltanto per il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>dopo</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, c&#8217;è una fotografia del 1950, molto rassomigliante, e ci sarebbero pure le dichiarazioni di Bruno Pontecorvo, nel 1990, a Firenze (cfr. P. Batignani, </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>La scomparsa di Ettore Majorana</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> &#8211; </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>C’è qualcuno che sa</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, settembre 2010, pagina 134). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">Molto strano</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Veramente strano. La fotografia di uno sconosciuto ‘sine nomine’ avrebbe forse aperto le cateratte? Chi poteva essere quel passeggero rassomigliante molto di più di Bini X che non somiglia per niente? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Fermiamoci, avremmo già detto troppo. [In realtà, è impossibile arrestarsi perché adesso c'è di mezzo "Bini X" in Venezuela, con una fotografia </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">non rassomigliante</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> a Ettore].Come avrebbe fatto &#8220;Bini&#8221; a raggiungere l&#8217;America del Sud se era Majorana? Ci sarebbe arrivato nel 1950 con quella nave? Ettore sarebbe stato presente a Buenos Aires dal 1950 in poi sarebbe di nuovo scappato in Venezuela? C’è di mezzo la ‘prova’ di quella cartolina postale a firma dello zio Quirino Majorana e spedita negli Stati Uniti a un suo corrispondente il 24 settembre 1920. Fisica antirelativistica. Lo zio Quirino fu fino alla sua morte un accanito avversario della “teoria della relatività” di Albert Einstein. Come poté finire in Venezuela quella cartolina postale del 1920 (se non proviene dal mercato di Porta Portese a Roma)? Bini X era Majorana? Ettore Majorana scappò via dall&#8217;Argentina, non molto tempo prima della caduta di Peròn (avvenuta nel settembre del 1955)? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Nel 1948 Peròn inaugurava in Argentina un ambizioso progetto nucleare &#8211; addirittura la fusione! &#8211; allacciando rapporti con fisici militari ex nazisti per dover poi ripiegare su un reattore a uranio naturale 238 e ad acqua pesante fornitogli dalla Germania Occidentale di Konrad Adenauer, progettato e costruito a Heidelberg da Werner Hisenberg prima del 1955, ancora in epoca di divieto degli Alleati a procedere in questa direzione nella ricerca scientifica e nella scienza applicata. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Chi avrebbe mentito? Chi avrebbe commesso leggerezze ingiustificabili? Chi deterrebbe foto comparative migliori degli anni adulti prima della scomparsa? Chi era l&#8217;uomo sulla nave? Chi era Bini X? Dov&#8217;è il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="text-decoration: underline;">passaporto</span></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, piuttosto che la patente di guida? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Segrè e Fermi furono costretti a emigrare in America (ma desideravano farlo già dal 1935-36). Pontecorvo andò a Parigi da Joliot nel 1936 e nel 1950 fuggì segretamente in Russia, sparendo da Roma. Perché Ettore non avrebbe potuto decidere di sparire segretamente per recarsi in Germania che dal 1936 era già un’alleata dell’Italia? Perché Pontecorvo sì e Majorana no? Chi potrebbe affermare che Majorana sia rimasto in Germania durante la guerra in mancanza di una traccia certa? Occorre forse ripiegare sulla faccenda del convento violando il segreto del confessionale (Monsignor Ricceri, poi vescovo di Trapani, già confessore di Ettore), tornata in auge con la </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>crisi di coscienza</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> o</span><span style="font-family: Cambria, serif;">le</span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i> crisi mistiche </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">del solitario che continuava in silenzio a giocare a nascondino? E il cadavere benedetto? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Ecco com’è stata sistemata la </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>scomparsa</b></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> a livello di scibile ufficiale (Enciclopedia Treccani 2013): </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>Majorana, Ettore  </b></span><span style="font-family: Cambria, serif;">– Treccani Scienze (2013)  di </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>Francesco Guerra</b></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>Ettore Majorana /</b></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>La scomparsa </b></span><span style="font-family: Cambria, serif;">(estratto).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Senza alcun indizio premonitore apparente, scompare improvvisamente alla fine del marzo 1938, in circostanze ancora non completamente chiarite. Le ricerche effettuate dalla famiglia, e dalle autorità di polizia e di governo, sono solo parzialmente documentate e sembrano cessare verso marzo-aprile 1939. Di particolare importanza risulta una lettera di Gilberto Bernardini a Gentile Jr, facilmente databile dal contesto ad aprile-maggio 1938, e quindi alcune settimane dopo la scomparsa, conservata presso l’archivio del dipartimento di fisica dell’Università di Roma La Sapienza (Collezione Giovanni Gentile Jr, sez. II, serie 1, box 1, cartella 1). Ecco il testo delle prime frasi: «Caro Giovanni – Come puoi immaginare la notizia di Majorana mi ha dato una vera gioia. Non è molto bello forse, ma in compenso non è una cosa così tragica come si pensava e ci se ne può rallegrare –».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Pare quindi che Bernardini e Gentile siano particolarmente informati sul destino del loro amico. Di certo la scomparsa non ha comportato una tragedia, come il suicidio. Il 3 novembre 1939 la rivista «Le Missioni della Compagnia di Gesù» pubblica l’annuncio che è stata fondata una borsa di studio, finanziata con la ragguardevole cifra di 20.000 lire, per l’educazione di un missionario e intitolata al nome dello scomparso Ettore Majorana. Informazioni importanti sono contenute nella corrispondenza intercorsa tra la famiglia, in particolare il fratello maggiore Salvatore, e l’amministrazione della rivista. In una lettera del padre Ettore Caselli S.I., su carta intestata dell’amministrazione de «Le Missioni», datata Venezia, 22 settembre 1939, indirizzata al sig. Salvatore Majorana, Roma, si legge:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">A graditissima V/. d’ieri. Ammiriamo sinceramente il V/. atto generoso per il compianto Ettore Majorana. Il Signore premi la V/. grande fede ed il Vostro santo affetto per il caro estinto. Possiamo assicurarvi che non vi è nessuna difficoltà per l’intestazione della Borsa di Studio al nome di Ettore Majorana, considerandolo come il fondatore e rendendolo partecipe di tutti i vantaggi spirituali connessi alla stessa fondazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Copia di questa lettera è anch’essa custodita presso l’archivio storico del dipartimento di fisica a Roma (box: Materiali pervenuti). L’istituzione della borsa di studio, e la corrispondenza intercorsa, mostrano che Ettore Majorana deve considerarsi deceduto prima del settembre 1939. Ulteriori approfondite indagini saranno necessarie per fornire le ragioni della scomparsa alla fine del marzo 1938, e quelle del decesso circa un anno dopo la scomparsa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Riportiamo ancora le ultime frasi di una breve biografia inedita, scritta da suo zio Giuseppe nel 1940, e conservata presso il citato Fondo Majorana di Catania (box 217-218):</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">[…] un altro bravo Figliolo e Concittadino e Grande Siciliano è scomparso, e noi dobbiamo inchinarci di fronte alla tragedia, ammantandoci per quanto sia possibile, e non possiamo sfuggirne, dell’incommensurabile dolore della madre e dei fratelli. Oh padre tre volte felice che avevi prima di lui raggiunte le porte dell’Altra Dimora.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">La sua improvvisa scomparsa ha innescato una serie di congetture sulle modalità e le motivazioni. Di particolare interesse è il ritratto di Leonardo Sciascia (1975), che ha contribuito in maniera essenziale alla conoscenza di Majorana, sia pure in un contesto letterario, al di fuori degli ambienti strettamente scientifici. La scomparsa sarebbe dovuta a una complessa crisi spirituale (forse basata su una presunta intuizione dei possibili orrori nucleari), con conseguente ritiro in un luogo appartato (convento).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">*L’autore </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><b>F. Guerra</b></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> scorda di riferire che zio Giuseppe Majorana di Catania nel documento in data 22 ottobre 1940 poco prima di morire così scriveva: &lt;&lt; </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><b>E tuttavia dopo 31 mesi di</b></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><b>impenetrabile silenzio che penseremo</b></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">? &gt;&gt;. Lo zio Giuseppe non sapeva nulla della morte di Ettore come nulla sapeva la Famiglia diretta del </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>caro estinto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> che è soltanto il frutto di un equivoco verbale del Padre Caselli. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">* Viviamo in Italia, il Paese delle Mille Verità. Ettore Majorana era dunque “Bini X”, ma Ettore Majorana era defunto nel 1939, anzi si trovava in convento e via dicendo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">* Bini X era il padre di Ettore, morto nel 1934? Sembrerebbe di sì&#8230; (vedi sotto). </span></p>
<ul>
<li>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Bini X era Ettore Majorana? Sembrerebbe di no&#8230; (vedi sotto)</span></p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2015/02/2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-692" alt="2" src="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2015/02/2.jpg" width="160" height="120" /></a></p>
<ul>
<li>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">L’uomo della nave era Ettore Majorana? &#8211; Forse, perché gli rassomiglierebbe:</span></p>
</li>
<li>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2015/02/31.jpg"><img class="size-large wp-image-695" alt="3" src="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2015/02/31-800x533.jpg" width="640" height="426" /></a></span></p>
</li>
<li>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY">
</li>
</ul>
<ul>
<li>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2015/02/4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-694" alt="4" src="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2015/02/4.jpg" width="640" height="480" /></a></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"> <span style="font-family: Cambria, serif;"><b>Testo della cartolina postale del 24 settembre 1920 (eccetera)</b></span></p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Affrancatura di 15 centesimi di lira italiana d’epoca, ovviamente via mare. Ricevuta, come da timbro postale americano, il primo novembre 1920. L&#8217;indirizzo del destinatario &#8211; molto generico &#8211; sembra essere Lawrence, Michigan: dove il signor E. W. G. Conklin doveva essere molto conosciuto&#8230;  Il testo foto riprodotto della cartolina postale non è leggibile per intero sul quotidiano </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Il Messaggero</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> di Roma in data 2 dicembre 2014. C’è una piccola sovrapposizione. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Cambria, serif;">Ecco la parte leggibile:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Egregio Signore,</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> *Non si trattava un collega di rango universitario – n.d.r. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Ho ricevuto la sua lettera del 4 agosto</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> (perché Quirino Majorana rispondeva con una cartolina postale in italiano?), </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>e la ringrazio per il suggerimento datomi. Io avevo già in animo di provare una esperienza simile a quella da lei progettata. Essa consiste in ciò: Ho già sostituito ai 104 kg di mercurio circa 10 tonn. di piombo, distribuite in 1 m. c. circa. Avrò presto modo di ripetere l&#8217;esperienza dell&#8217;assorbimento della forza gravitazionale disponendo la prevista palla di piombo di 1 kg  in A, in B, ed in C. Così potrò verificare l&#8217;idea che l&#8217;origine della forza gravitazionale &#8230; </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">(nel seguito illeggibile)</span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>. A suo tempo le comunicherò i risultati delle mie nuove esperienze. Le invio copia di una pubblicazione sullo stesso argomento nel Philophical Magazine di Londra.</i></span></p>
<p><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Cordiali saluti.</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Q. Majorana &#8211; Regio Politecnico di Torino. </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Invio a parte di una pubblicazione in lingua inglese, mentre la cartolina postale è in italiano. Non dovrebbe trattarsi di un articolo di Quirino Majorana, ma di un articolo sull’argomento [come a dire che Quirino Majorana sapeva già come fare]. Si trattava di esperimenti</span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i> </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">sulla</span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i> forza gravitazionale </i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">quando ormai nel 1919, con Eddington, la teoria della relatività generale di Einstein aveva ricevuto una consacrazione ufficiale a livello mondiale a seguito della verifica dei raggi incurvati di alcune stelle sul bordo del Sole (fotografie dell&#8217;eclisse totale del 1919). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Quirino Majorana era un accanito “antirelativista”. Condivideva segretamente il nipote Ettore che nel 1935-36 aveva collaborato con lui, le convinzioni eretiche dello zio? Potrebbe essere così, nonostante tutto, anche perché Luciano Majorana ebbe modo di ripetere affini esperimenti a casa sua, a Catania. E c&#8217;è altro, malgrado l&#8217;ufficialità delle lezioni universitarie di Ettore e l&#8217;utilizzo diretto della teoria della relatività nei suoi lavori e nei quaderni privati. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">La cartolina è autentica, di mano di Quirino Majorana. Il servizio sul Messaggero fa però una gaffe confondendo con gli studi di Ettore. C&#8217;è (quasi) un riferimento a Ettore Majorana come fisico non allineato. </span></p>
<p><span style="font-family: Cambria, serif;">Rimane il problema del possesso di questo documento originale da parte del Fasani che lo avrebbe esibito come prova agli inquirenti romani. </span></p>
<p><span style="font-family: Cambria, serif;">Il timbro postale attesta che il destinatario del 1920, non definibile e non rintracciabile in letteratura scientifica, ha regolarmente ricevuto la cartolina postale caratterizzata dalla sua leggibilità in quanto non in busta. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Come avrebbe fatto Bini a disporre di questo documento se non fosse stato Ettore Majarana? Tuttavia il &#8220;Bini&#8221; della fotografia in data 12 giugno 1955 annotata [indubbiamente una strana foto] non rassomiglia a Majorana. Lo rivelano l’invecchiamento che non corrisponde all’età di 49 anni, il sorriso che non è quello attribuibile alla conformazione facciale di Majorana, gli zigomi sporgenti, e in particolare la linea superiore delle orecchie. Quest’ultimo elemento è decisivo per la certezza che non può trattarsi del volto di Ettore. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Ettore in Germania avrebbe potuto acquisire la cartolina recuperata dal controspionaggio in America a proposto di fisica alternativa per impieghi militari. L&#8217;ipotesi è calzante, anche se molto probabilmente non è stata considerata dagli inquirenti. E&#8217; tutto molto strano. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Se Bini non è Ettore Majorana (non ci sarebbe la prova) rimarrebbe il mistero della cartolina postale mentre Fasani è ormai deceduto. Bini non rassomiglia a Majorana Ettore anche a dire degli attuali parenti. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Il caso Majorana si sarebbe arenato in Venezuela per colpa del governo di quel paese che non avrebbe collaborato con gli inquirenti italiani? Quale il nome proprio di Bini X? Con queste contraddizioni &#8211; innocue per gli inquirenti ? &#8211; che sì, Bini sarebbe o potrebbe essere Majorana, non si va oltre una rassomiglianza che non c&#8217;è ma che sarebbe stata provata &#8211; sic! &#8211; attraverso il raffronto con la fotografia del padre di Ettore alla medesima età di 49 anni&#8230; [E’ paradossale].  A rassomigliare a Ettore è l&#8217;uomo della nave diretta in Argentina,nel luglio del 1950. Che nome avrebbe avuto quell&#8217;individuo sconosciuto alto tanto? Invece di fare ricerche su questo sconosciuto – molto rassomigliante – si sarebbe preferito incominciare nel 2011 dalle dichiarazioni del Fasani nel 2008, uomo semplice che seguiva la popolare trasmissione televisiva </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>Chi l’ha visto?</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">, in cui aveva fatto apparizione Erasmo Recami nel 2006 in ricorrenza del centenario della nascita che fu celebrato con l’emissione di un francobollo. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Il problema della </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>scomparsa</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> non può essere snaturato. Il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>dopo</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> oppure il </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>dopo</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> del </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>dopo</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> sono argomenti differenti, anche se dipendenti da fatto generatore. Non sembra che ci si sia resi conto delle sottigliezze logiche della sparizione per lettera, ma gli inquirenti potrebbero asserire di aver svolto il loro compito, qualora emergesse in chiaro quale possa essere stata la </span><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>notitia criminis</i></span><span style="font-family: Cambria, serif;"> che ha generato l’obbligo a procedere. Ettore Majorana, genio della fisica, ha forse giocato a nascondino in America del Sud? E come ci sarebbe arrivato e quando? Se Ettore non ricomparve, ciò significa che aveva progettato la sua fuga. A che scopo? </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><i><b>Il mare mi ha rifiutato</b></i></span><span style="font-family: Cambria, serif;">. Lo accolsero a braccia prima in Argentina e poi in Venezuela poco prima della caduta di Peròn? Non farebbe differenza tra l&#8217;Argentina e il Venezuela, il convento, il barbone di Mazara del Vallo, il morto precoce del 1939 o il barbone della “Caritas” romana negli anni 80. </span></p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Si dovrà indovinare: Bini era Majorana, ma forse non lo era. Secondo opinione. Ecco l&#8217;Italia che pensa. </span></p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;">Avv. Arcangelo Papi – Febbraio 2015 </span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Discutendo su Majorana</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2014 18:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; DISCUTENDO SU “MAJORANA” &#160; 1* Il &#8220;caso differente&#8221; è forse il massimo “giallo” del &#8217;900. Ed è un caso enigmatico, lungi dall&#8217;essere stato chiarito. Nessuna delle ipotesi finora affacciate sembra avere senso, eccezion fatta per la fuga segreta in Germania. Otto mesi dopo, Enrico Fermi fuggiva dall’Italia, per rifugiarsi in America con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: x-large;"><b>DISCUTENDO SU “MAJORANA”</b></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><b>1*</b></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> Il &#8220;</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>caso differente</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">&#8221; è forse il massimo “giallo” del &#8217;900. Ed è un caso enigmatico, lungi dall&#8217;essere stato chiarito. Nessuna delle ipotesi finora affacciate sembra avere senso, eccezion fatta per la fuga segreta in Germania. Otto mesi dopo, Enrico Fermi fuggiva dall’Italia, per rifugiarsi in America con la sua famiglia, dopo aver ricevuto a dicembre il premio Nobel per la fisica a Stoccolma, che gli era stato annunciato con qualche mese di anticipo da Bohr. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Quest&#8217;ultima ipotesi non ha però un riscontro diretto, altrimenti il “caso” sarebbe risolto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non esiste alcuna prova, certa e indubitabile, sulla presenza di EM in Germania durante gli anni del conflitto, sebbene il permanere del segreto iniziale possa giustificare l&#8217;assenza di qualsiasi notizia, tranne due casi: una relazione segreta dell&#8217;ambasciatore della R.s.i. a Berlino, Filippo Anfuso, che era nato a Catania, la stessa città natale di Majorana, conservata nell&#8217;archivio di Bruno Spampanato, direttore del </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Messaggero</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> di Roma prima dell&#8217;8 settembre 1943, risalente al settembre 1944; due messaggi radio, in codice Enigma, trasmessi dalla centrale “Odessa” di Barcellona, del febbraio 1947, intercettati dai servizi segreti inglesi e poi comunicati ai servizi segreti americani. La pista dell’Argentina del noto saggio di Erasmo Recami, ristampato ancora nel 2011, potrebbe dunque rappresentare l&#8217;ulteriore proseguo della misteriosa </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> con destinazione segretissima per la Germania di Hitler, in vista un conflitto globale di lungo periodo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Lungo tale direttrice sembra concentrarsi l’accumulo degli indizi, mentre la militanza &#8220;nazista&#8221; di Majorana, con iniziali simpatie sorte nel 1933, durante i mesi del soggiorno di studio a Lipsia, potrebbe essere proseguita nei c.d. anni oscuri, che vanno dal suo rientro a Roma nell’agosto di quell’anno fino al conseguimento della cattedra in fisica teorica presso l’Università di Napoli. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Nel periodo che va dal 1934 al 1937, Majorana, ormai al culmine della notorietà internazionale, si era però ritirato a vita domestica, rifiutando contatti. In questo periodo oscuro, ma continuando a muoversi liberamente, si era interessato al calcolo dei rapporti di forza navale tra le più potenti flotte del mondo. Inoltre, aveva più volte presentato un programma d’insegnamento in fisica teorica come libero docente, senza ottenere incarichi. Dal 1928 era vacante a Milano la cattedra di fisica teorica, già ricoperta da Aldo Pontremoli, un collega di Fermi, perito nel disastro del Dirigibile Italia precipitato sul pack polare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Una testimonianza, resa di pubblico dominio con una lettera al settimanale Epoca il 9 maggio 1965 [n. 763 – anno XVI] da Fiorenza Tebalducci, una giovane e bella ragazza che nel 1935 abitava Firenze, confermerebbe una specie di doppia vita di Majorana, che non appena ritornato da Lipsia, si era distaccato del tutto dal gruppo di fisici in via Panisperna, che guidato da Fermi, di fatto, alla fine del 1934, aveva fissionato l’atomo di uranio, mediante ‘bombardamento’ con neutroni lenti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Nel 1935, stando alle dichiarazioni della Tebalducci, Majorana avrebbe frequentato a Firenze, presso il circolo universitario, uno strano gruppo di studenti stranieri, che forse parlavano in finnico (studenti danesi). A Firenze, nel 1935, si discuteva già sulla possibilità di sfruttamento dell’energia nucleare [testimonianza di Publio Magini]. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Tra le poche carte che sarebbero rimaste di questo strano periodo, anche un articolo sul ruolo delle leggi statistiche anche nelle scienze sociali, pubblicato da Giovanni Gentile jr. nel 1942, che si concludeva con un auspicio sull’arte non facile del buon governo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Ed è questo il presupposto minimo</span></span><a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> che possa giustificare l’ipotesi della fuga segreta in Germania, sparendo da Napoli in circostanze misteriose, alla fine di marzo del 1938, parlando di </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>lutto</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Si trattava di una </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> per lettera, definita </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>improvvisa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, che si presentava a danno esclusivo dei suoi familiari. </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Il mare</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> lo aveva </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>rifiutato</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, e dunque sarebbe di nuovo tornato a Napoli, sempre via mare! Ed è da questo momento che si perdono le tracce dello scomparso, ma la mancanza del cadavere rendeva impossibile il </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>lutto</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, espressamente di soli </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>tre giorni</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. Perché voleva buttarsi dalla nave, durante l’andata: ma aveva in tasca soldi e passaporto. Da Palermo, la mattina dopo, fa sapere che sarebbe tornato subito, partendo la sera stessa. Quindi l’arrivo a Napoli la mattina all’alba di domenica 27 marzo, avrebbe preceduto il recapito della sua ultima lettera ad Antonio Carrelli, il tramite, mentre rimaneva un brevissima lettera d’addio per i suoi cari, lasciata nella stanza dell’albergo Bologna dove si era stabilito da più di un mese e dove affermava che avrebbe fatto ritorno, spiegando </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>i dettagli</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non ricomparve, ma sembra pure che abbia bussato inutilmente presso due conventi di gesuiti a Napoli, e che sia stato visto e riconosciuto da un’</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">infermiera</span></i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, in giro nel centro della città vestito come quando aveva lasciato l’albergo Bologna verso le ore 17 di quel venerdì 25 marzo (cappello marrone e soprabito grigio). </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Dati contradditori, forse artificiali, e persino dolosi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Le altre ipotesi finora affacciate hanno dei limiti oggettivi evidenti. E si tratterebbe: di una fuga successiva per la vergogna di un gesto insano per il quale gli mancò il coraggio; il suicidio durante il viaggio di ritorno in nave; il ritiro conventuale; una fuga dal mondo, preordinata e volontaria, fingendo il suicidio; la fuga deliberata in un paese lontano; il vagabondaggio e quant&#8217;altro. Compresi i casi esterni del rapimento e/o l&#8217;assassinio per un oscuro e inspiegabile &#8220;affare di Stato&#8221;, oppure una morte precoce, che sarebbe avvenuta nel 1939. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Queste ipotesi non hanno alcun senso oppure non trovano alcun aggancio con ultime lettere del 1938, prima della </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">EM si sarebbe imbarcato per Palermo con adombrati ma ambigui propositi di suicidio, munito tuttavia di denaro e di passaporto, per scrivere – la mattina dopo – che sarebbe subito ritornato all&#8217;albergo Bologna, ed è invece la volta sparisce, salvo alcune riapparizioni a Napoli, per sentito dire, sprovviste di ragionevolezza e di riscontri.  Tutto ciò a danno esclusivo dei suoi familiari, ai quali era </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>affezionatissimo</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">E’ sparito (forse si uccise) l&#8217;uomo in crisi, oppure lo scienziato? Il cadavere non è stato mai trovato. Inoltre non sappiamo &#8220;dove&#8221;, &#8220;come&#8221;, &#8220;quando&#8221; e soprattutto &#8220;perché&#8221; sia &#8220;scomparso&#8221; in quella maniera, che tuttavia non può essere destrutturata e revocata in dubbio’, falsificando lo strano </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>caso</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>differente</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> da quello di una volubile e incerta </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>ragazza</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>ibseniana</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Con una lettera “espresso”, fa sapere &#8211; da Palermo &#8211; che sarebbe tornato subito, riprendendo il traghetto la notte stessa. Con un telegramma afferma invece che tornerà </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>lunedì </i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">(parola già impiegata nella lettera del 19 marzo, insieme a </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>telegramma</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">!). </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">In una </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> avvenuta per lettera, sono quelle stesse “lettere” il documento imprescindibile. Non interrogarle a dovere significa eludere l’argomento di sana pianta ed evadere arbitrariamente dal </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>thema decidendum</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> posto e ritagliato razionalmente ‘per lettera’. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">In questo grave errore sono caduti tutti gli Autori su Majorana, a cominciare da Edoardo Amaldi, che quelle lettere finse di non conoscere, con l’appoggio della famiglia evidentemente interessata alla non chiarezza. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non ha alcun senso il ritiro in convento, all’insaputa della famiglia. Non ne ha in modo assoluto, proprio dopo le atomiche sul Giappone (6 e 9 agosto 1945). Né Majorana poteva raggiungere l’Argentina, nel 1938, senza un passaporto valido, di cui difatti non disponeva. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Giocare a nascondino è un perfetto non senso. Mentre l’ipotesi esterna di un delitto per un presunto affare internazionale è altrettanto assurda: Majorana chiese la parte liquida dell’eredità paterna il 22 gennaio, mentre il 26 marzo mattina fu lui a revocare la decisione del giorno prima. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Rimangono in piedi le ipotesi della fuga dolosa e del suicidio. Il </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>thema</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>decidendum</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> è questo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">L’ipotesi del suicidio durante il viaggio di ritorno è altrettanto assurda. Non solo è stata esclusa nella lettera del 26 marzo, se la si legge nel senso giusto, ma si sarebbe dovuto buttare dalla nave con tutto il cappello marrone.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Rimane l’ipotesi della fuga dolosa. Ma, per quale ragione? Infine: per dove, se il passaporto era valido soltanto per i paesi europei? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Erasmo Recami si è contraddetto su un punto essenziale. L’ipotesi conventuale di Sciascia è un non senso ex post. Il caso dell’affare di Stato è sonoramente smentito dalle lettere e dal comportamento di Majorana. </span></span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><b>2*</b></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> Dopo la pubblicazione su </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Repubblica</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> della fotografia presa nel luglio del 1950 a bordo della nave italiana “Giovanna C.” diretta in Argentina, è emersa la versione strampalata della morte precoce di Majorana nel 1939, più di un anno dopo la sua </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, che si fonderebbe su una lettera del 22 settembre del 1939, da parte di Padre Ettore Caselli ai familiari dello scomparso, che avevano deciso di istituire una pia borsa di studio di 20 mila lire. In questa lettera si parlava di “</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>caro estinto</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">”. Senza esibire la lettera di richiesta della famiglia, che l’aveva originata, e sul presupposto ovviamente infondato che il Padre Caselli fosse anche un ufficiale dell’anagrafe, abilitato alla certificazione di morte. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Il primo a sostenere tardivamente, nel 2012, questa evidente assurdità è stato il Prof. Francesco Guerra, fisico teorico presso La Sapienza di Roma. In precedenza, con identica ‘credibilità’, il Prof. Guerra aveva affermato che il terzo passeggero su quella nave diretta in Argentina, l’uomo con gli occhiali scuri e i capelli neri, di corporatura minuta e alto esattamente un metro e 68 centimetri, fosse Gustav Wagner (che era un gigante biondo), oppure Alois Brunner (per nulla rassomigliante). Quei due profughi, ex nazisti in fuga, non solo non erano presenti sulla nave “Giovanna C.”, ma non andarono mai in Argentina. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">La prova di morte non ammette mere ipotesi, ma solo fatti certi. Manca il certificato di morte. Manca anche il cadavere, nel senso che nessuno sa indicare la tomba in cui Majorana sarebbe stato sepolto in tutta segretezza. Se poi venisse un giorno indicata la sepoltura, occorrerebbe allora riesumare la salma per verificarne la data di morte. La famiglia non gli avrebbe riservato alcuna pietà funebre, alcun culto di memoria per la salma. La madre di Majorana e la sorella non ne avrebbero saputo nulla, giacché la madre, nel 1965, prima di morire, lo nominò per testamento, per quando sarebbe tornato. Mentre la sorella Maria, negli anni ’80, parteciperà in prima persona alle ricerche di Recami in Argentina. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Il Prof. Guerra pretende di essere creduto. Su che basi? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non si sa nemmeno se abbia avuto la disponibilità materiale della lettera originale del Padre Caselli, non di una fotocopia, e come se la sia procacciata. Stefano Roncoroni, autore nel 2013 della stessa pseudo rivelazione-verità, aveva lui in mano l’originale? Dove di trova questa lettera? E perché manca la lettera precedente che l’ha originata? Con la conclusione, pressoché certa, che la lettera di Padre Caselli era già in possesso di Amaldi, che nel 1966 la omise, pronunciandosi nel senso che, dopo la sua </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, di Majorana non si era saputo nulla. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Infine, l’antefatto storico e materiale della misteriosa sparizione dell’</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">affezionatissimo</span></i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> Ettore Majorana, oggettivato nelle sue ultime lettere, in una </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> per lettera, non coincide in nulla con l’ipotesi di una inspiegabile e inspiegata morte precoce nel 1939, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (3 settembre 1939). Per raggiungere lo scopo di ritiro, e cioè di una sottrazione definitiva, c’erano mille maniere diverse. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Guerra e Roncoroni chiedono ai lettori di avallare un assurdo gioco a nascondino, dopo che Ettore Majorana aveva provocato, lui da solo, le ricerche del ‘vivo’, coinvolgendo anche l’operato istituzionale della Polizia! </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Questa strampalata ipotesi del “</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>caro estinto</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">”, uscita fuori 74 anni dopo la </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scompars</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">a (perché non prima?), ha la stessa identica credibilità zero dell’ipotesi contraria del complotto, sostenuta dal Prof. Umberto Bartocci violando ogni criterio di aderenza ai fatti certi, lettere e comportamenti di Majorana in primis. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non è con gratuite invenzioni, costruite arbitrariamente a cascata sul fatto da spiegare, e cioè che manca sempre il cadavere, che si può pretendere di argomentare secondo logica. Tanto peggio, come appunto in questi due casi, benché tra loro opposti, in cui si però si pretende ugualmente di disarticolare i fatti e di evitare le parole e i comportamenti dello scomparso che lo escludono in partenza. </span></span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><b>3* </b></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Soltanto una perizia scientifica potrà appurare se l’uomo sulla nave sia o non sia Ettore Majorana diretto in Argentina; ma è cosa certa che questo individuo gli assomiglia assai, mentre non gli rassomiglia in nulla la foto di certo signor Bini, esibita nel 2008 da un certo Francesco Fasani, oggi deceduto (con Majorana forse in Venezuela).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Roncoroni e Guerra, ma anche Bartocci (quest’ultimo ha supposto che Ettore Majorana sia stato fatto fuori da un qualche servizio segreto avversario della Germania, forse dall’Irgun) si mettano pure l’anima in pace: della questione è stato investito un nucleo del R.i.s. di Roma, che si è recato in Argentina, e che nel dicembre 2013 ha consegnato atti e documenti alla Procura della Repubblica di Roma, che nell’aprile 2011 avviò un’indagine penale conoscitiva sulla scomparsa di Majorana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non è avvenuto prima, ma tutto ciò è occorso soltanto ‘dopo’ la pubblicazione su Repubblica (17 ottobre 2010) di quella fotografia a bordo della nave “Giovanna C.” diretta in Argentina. Come mai? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Le dichiarazioni del Fasani a “Chi l’ha visto?”, su Rai 3, risalivano al 2008. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Chiunque legga le lettere di Majorana del 1938 è in grado d’ intendere che egli mentiva. Quando iniziò a farlo e sopratutto per quale motivo? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Era il “caso” personale dell’individuo ormai in crisi, oppure il caso “differente” dello scienziato? La trama o vicenda della </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> è effettivamente spezzata in due – cioè una volontà del prima e quindi il ‘dopo’, almeno nel senso che erano sincere le intenzioni iniziali di suicidio – oppure contro le apparenze è una trama unitaria, dolosa e fraudolenta, ma sempre consumata a danno degli affetti familiari?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Sono contento degli studenti</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> (2 marzo). Non è questa la ragione della crisi personale. Ettore era contento di andare a Napoli e di insegnare. Volle fortemente la cattedra, e difatti la ottenne: ma, di sicuro, non per andare a insegnare a Palermo, insieme a Segrè. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Era savio ed equilibrato</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. Sono parole della madre. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>A uccidersi non ci pensava proprio</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. E sono queste le parole di Gilda Senatore, la bella allieva alla quale Majorana, la mattina del 25 marzo, prima di sparire, consegnò una cartella di manoscritti con il testo delle lezioni, dicendole: </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Poi ne parleremo, poi ne</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>parleremo</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Le lettere del 1938 e i comportamenti di Majorana sono irti di contraddizioni volute. Le lettere contengono una serie di segnali su due livelli testuali, indicando due parole chiave per la comprensione del terzo e ultimo livello. I due livelli testuali sono necessari e sufficienti (e lo sono anche in modo costringente) per risolvere il paradosso del mentitore. Per capire quando e perché iniziò a mentire. Il terzo livello ipo-testuale dà ragione anche degli </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>ulteriori dettagli </i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">promessi, secondo le ultime parole (per Carrelli): </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Carrelli-cartelli </i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">era il tramite necessario della </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> per lettera. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Le lettere del 1938 contengono, nelle loro pieghe, in modo costringente, la soluzione autentica del </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>caso differente</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">. Espressione decisiva </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Il mare mi ha</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>rifiutato</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><b>e</b></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">&#8230;</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Di tutto ciò ho dato ampia e documentata dimostrazione nei pezzi precedenti. Il che vale, però, fino a domenica 27 marzo del 1938, che effettivamente era il “giorno del sole”. Quella mattina alle 11 giunse ad Antonio Carrelli l’ultimo espresso da Palermo, sabato 26 un telegramma aveva preceduto le lettere e aveva spiegato tutto: per capirlo, occorreva conoscere anche le altre lettere del 1938 a far data dell’11 gennaio. Carrelli, lo strumento o tramite di cui si era servito Majorana per la sua scomparsa dolosa e preordinata, certamente non era in grado di comprenderlo, ma sì potevano e dovevano capirlo i familiari dell’</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;"><b>affezionatissimo</b></span></i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> Ettore. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Non è detto che le indagini in corso riescano a far luce sul caso Majorana. Ettore Majorana delineò il </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>thema decidendum</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> della sua scomparsa senza ambiguità, mentendo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Le lettere che realizzavano la </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>scomparsa</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, così creando l’enigma, contengono parimenti la soluzione autentica del </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>caso</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, per quanto era dato di poter sapere ai suoi, ma ex post, a sparizione avvenuta. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Il giorno 25 marzo abbiamo un </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>poi</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> e due </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>dopo</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">, preceduti da altri rinvii nelle lettere precedenti. Il poi e il dopo di Ettore rimangono incerti, non le sue vere intenzioni di fuga, per un dato scopo, rivelato adesso dalle lettere. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Nel 1972 erano morti ancora giovani i due fratelli di Ettore, Luciano e Salvatore, e anche la sorella maggiore Rosina. Nel 1973, Maria, che era rimasta sola (la madre era morta nel 1965), consegnò copia delle lettere di Ettore al giovane fisico Erasmo Recami, che le girò a Sciascia. Nel 1975 uscì il saggio dello scrittore siciliano sul caso Majorana, inizialmente a puntate su La Stampa di Torino. Nel 1966 Edoardo Amaldi aveva pubblicato un profilo biografico sotto il patrocinio dell’Accademia dei Lincei, Prima ancora, nel 1963, Antonio Zichichi aveva intitolato a Majorana il Centro di Erice. Giulio Racah morì a Firenze il 28 agosto 1965. Ciò spiega molte cose. Anche ‘perché’ le carte di Majorana finirono nel 1966 (lista Liotta) alla “Domus” di Pisa (qui si era laureato Enrico Fermi, il 7 luglio 1922). Fermi alla fine del 1938 fuggirà in America. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">* E’ Lui, FERMI, l’</span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>infermiera</i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> della lettera del 22 gennaio 1938.</span></span><a href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><b>4*</b></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> Dieci anni prima, l’unico vero e sincero amico di Ettore Majorana, Giovannino Gentile (che era figlio del Senatore Giovanni Gentile, e pure lui valentissimo fisico nucleare teorico), così aveva scritto da Roma, a Delio Cantimori, che diventerà un grande storico: </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>All’Istituto </i></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">[di Fisica di Roma, in via Panisperna], </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><i>dove finisco per stare tutto il giorno, sento un po’ di freddo nelle relazioni con gli altri, ebrei e quasi tutti atei: annullano l’umanità nel culto della logica e dell’egoismo. Così diversi da noi!</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Majorana, in quegli anni successivi, sapeva che sarebbe scoppiato un conflitto di grande portata, mentre Hitler predicava un Reich millenario e l’egemonia mondiale. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Fortunatamente la bomba atomica non poté essere impiegata in Europa. L’8 maggio del 1945 la Germania nazista si era arresa senza condizioni. Fu il Giappone a conoscere il nuovo Olocausto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Se ci si domandasse com’è la storia, la risposta non può che essere questa: purtroppo, la Storia è falsa.</span></span><a href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Gilberto Bernardini parlò nel 1984, in una lettera a Recami, delle grandi doti umane di Majorana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Bruno Pontevorvo, fisico ‘ebreo’ di via Panisperna, come Emilio Segrè (che nel 1938 aveva avuto l’accortezza di costituire un fondo in Svizzera e poi anche di rimanere negli Stati Uniti, prima della promulgazione in Italia delle famigerate leggi razziali),</span></span><a href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> nell’agosto del 1950 sparì misteriosamente da Roma, dove allora si trovava in vacanza con i suoi cari, per recarsi di nascosto in Russia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Qualche anno dopo ricevette il premio Stalin. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Pontevorvo, il 17 marzo 1990, a Firenze, al teatro dell’Oriuolo, presente in sala anche Gilberto Bernardini, alla domanda secondo lui che fine avesse fatto Majorana, così rispose: </span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"><b>E’ finito all’Ovest</b></span></span><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;"> [testimonianza di Piero Batignani]. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;"><span style="font-size: large;">Si attendono smentite serie, non fumosità congetturali. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Didot, serif;">*(Avv. Arcangelo Papi, 10 marzo 2014) </span></p>
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<div id="sdfootnote1">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> A 17 anni, da studente liceale dell’ultimo anno, adesso presso il Torquato Tasso di Roma, dopo aver abbandonato l’Istituto Massimo dei Gesuiti, Ettore Majorana faceva parte di un movimento ultra di destra, le “Camicie azzurre”. Nel 1933 chiese e ottenne l’iscrizione al P.n.f. Non sembra che fosse praticante, per quanto avesse avuto <i>un’ottima educazione religiosa</i>. Antonio Zichichi farebbe violare il segreto confessionale al presunto confessore di Majorana, monsignor Riccieri, attribuendogli “<i>crisi mistiche</i>”. Stefano Roncoroni lo trasforma, nel 2013, in un caso di sindrome di Asperger, affine all’autismo. In una lettera del periodo giovanile Ettore si descrive come un <i>genio di natura</i>, però <i>immaturo</i>.</p>
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</div>
<div id="sdfootnote2">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Il nuovo istituto romano di Fermi nel 1938 era controllato da “cimici” telefoniche. Fermi se ne era accorto. Chi controllava Fermi, se poté fuggire in America, a dicembre? Non gli agenti servizi dell’Ovra, la polizia segreta dl regime di Mussolini, che non erano ancora attrezzati per queste sofisticate forme di controllo, sebbene una velina anonima del 6 agosto 1938 accennasse a una congiura ai danni dell’ormai scomparso Ettore Majorana, che era sparito per conto suo, facendo tutto da solo, com’è di palmare evidenza.</p>
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</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> E’ in parte falsa la storia della bomba atomica, mentre è vero che fu Otto Hahn, da Berlino, la causa prima della rivelazione della fissione dell’uranio bombardato con neutroni lenti, con il residuo del bario e la produzione di 2, 3 neutroni liberi per la reazione a catena. Ciò avvenne subito dopo la consegna a Fermi del premio Nobel a Stoccolma, e prima che Fermi e la sua famiglia s’imbarcassero per l’America. Il KWI di Berlino, dove lavoravano Hahn e Strasmann, chimici valentissimi, era sorvegliato dai nazisti. Lise Meitner, la fisica teorica ebrea stretta collaboratrice di Hahn, era da poco fuggita in Olanda, con un passaporto scaduto. Le guardie tedesche di frontiera la fermarono, ma da Berlino giunse telefonicamente la disposizione di lasciarla passare.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Era ebrea anche la moglie di Fermi, Laura Capon, figlia di un ammiraglio. Il suocero di Fermi e la madre di Segrè rimasero vittime dei nazisti, a Roma, nel 1944.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Cartesio e la formula segreta &#8211; Parte 2°</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 13:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; CARTESIO E LA FORMULA SEGRETA PARTE SECONDA &#160; *** LA FORMULA DEI POLIEDRI La scienza è sorta dal pressappoco concettualizzato.1 Dalle domande di senso, i perché, si è passati a tentativi, più o meno vaghi, di risposte fondate su principi primi. I modelli dell’esperienza furono trasformati in archetipi e miti, attraverso le generazioni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>CARTESIO E LA FORMULA SEGRETA </b></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>PARTE SECONDA</b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>LA FORMULA DEI POLIEDRI</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La scienza è sorta dal </span><span style="font-size: large;"><i>pressappoco</i></span><span style="font-size: large;"> concettualizzato.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Dalle domande di senso, i perché, si è passati a tentativi, più o meno vaghi, di risposte fondate su principi primi. I modelli dell’esperienza furono trasformati in </span><span style="font-size: large;"><i>archetipi </i></span><span style="font-size: large;">e </span><span style="font-size: large;"><i>miti, </i></span><span style="font-size: large;">attraverso le generazioni e con i rituali, radicando una visione del mondo nell’ambito delle varie civiltà storiche. Ciò che viene prima del vaglio razionale, non è detto che non possa corrispondere a una sorta di ontologia dello spirito.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il patrimonio di esperienza è un grande serbatoio. Il boomerang degli aborigeni oppure l’arco e la freccia precedettero la balistica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ciò che chiamiamo </span><span style="font-size: large;"><i>intuizione</i></span><span style="font-size: large;"> (processo inconscio, semi automatico, </span><span style="font-size: large;"><i>quid </i></span><span style="font-size: large;">di comprensione che si manifesta quasi in modo crepuscolare: molti scienziati e matematici hanno potuto sperimentarlo per improvvisa illuminazione), è stata la strada della conoscenza, insieme agli </span><span style="font-size: large;"><i>a priori</i></span><span style="font-size: large;"> di Kant.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> L’analogia è una fertile risorsa. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Che si potrebbe nascondere al disotto di una impeccabile </span><span style="font-size: large;"><i>dimostrazione</i></span><span style="font-size: large;"> matematica? Non sempre la dimostrazione rende conto perfettamente e in modo esauriente del suo stesso processo formativo. Essa si esterna razionalmente in modo oggettivo, è stata formalizzata in modo impeccabile, ma quasi sempre tace.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Archimede è l’esempio tipico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il </span><span style="font-size: large;"><i>metodo</i></span><span style="font-size: large;"><i>meccanico</i></span><span style="font-size: large;"> che era stato inviato a Erastotene non riesce a spiegare la </span><span style="font-size: large;"><i>questione archimedea</i></span><span style="font-size: large;">, che si fonda su </span><span style="font-size: large;"><i>rapporti semplici</i></span><span style="font-size: large;"> che sembrano essere già noti o intuiti a monte e che pure costituisco oggetto specifico di dimostrazione. Nelle opere di Archimede che comprendono anche un lavoro sui poliedri semiregolari, si nota il rigore impeccabile delle dimostrazioni formali secondo il modello degli </span><span style="font-size: large;"><i>Elementi</i></span><span style="font-size: large;"> di Euclide. Le dimostrazioni procedono spesso per assurdo o per convergenza di percorsi opposti destinati a incontrarsi, così che non si riesce a capire bene cosa preceda che cosa, mentre i risultati sembrano già conosciuti in anticipo pur essendo oggetto di dimostrazione.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ risaputo che molti scienziati (un esempio tipico è quello del grande fisico americano Richard Feynman) amavano </span><span style="font-size: large;"><i>ri-dimostrare</i></span><span style="font-size: large;"> quanto a loro non garbava. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quante dimostrazioni esistono per uno stesso teorema: una, molte, o addirittura infinite?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Newton, insieme a Leibniz, è considerato il padre del calcolo infinitesimale. Newton non l’impiegò, nei </span><span style="font-size: large;"><i>Principia</i></span><span style="font-size: large;">, limitandosi a dimostrazioni geometriche. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1964 Feynman scoprì una nuova dimostrazione geometrica dei moti planetari descritti da Newton.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La terza legge orbitale di Keplero ha un carattere </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionale</i></span><span style="font-size: large;"> occulto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Simmetria</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>invarianza</i></span><span style="font-size: large;"> sono principi attuali, provenendo da Parmenide, il fondatore della </span><span style="font-size: large;"><i>logica</i></span><span style="font-size: large;"> connessa all’</span><span style="font-size: large;"><i>ontologia</i></span><span style="font-size: large;">, che aprì la strada alla metafisica di Platone.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Wolfgang Pauli, il famoso fisico quantistico svizzero, noto per lo spiacevole </span><span style="font-size: large;"><i>effetto Pauli</i></span><span style="font-size: large;"> (la sola presenza nelle vicinanze dei laboratori sperimentali creava strani effetti di sconquasso), era ossessionato dei numeri 3 e 4,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> che sono oscuramente rimasti nei suoi studi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>numerologia</i></span><span style="font-size: large;"> attraversa la </span><span style="font-size: large;"><i>cabala</i></span><span style="font-size: large;"> e non ha nulla a che vedere con la matematica.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc"><sup>10</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Eppure non solo in passato alcuni grandi matematici non ne furono immuni. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Amo colei che ha il numero 545</i></span><span style="font-size: large;"> dichiara un graffito di Pompei. La visione </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorica</i></span><span style="font-size: large;"> non è poi lontana da </span><span style="font-size: large;"><i>Sapienza</i></span><span style="font-size: large;"> 21,11.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc"><sup>11</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La scoperta di Galileo della legge di caduta dei gravi è stata rappresentata come integrale geometrico con la semisomma della progressione aritmetica dei numeri dispari. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eulero scherzò coi miscredenti filosofi volterriani trascrivendo alla lavagna il banale sviluppo del quadrato del binomio: </span><span style="font-size: large;"><i>Perciò Dio esiste</i></span><span style="font-size: large;">, egli concluse. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Goedel sosteneva di avere la prova logica dell’esistenza di Dio. E sembra un ritorno a Sant’Amselmo di Aosta e alla Scolastica neo-aristotelica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non sappiamo da dove germini la coscienza, ma al di sotto della coscienza si nasconde un’energia creativa. Accanto alla categoria del razionale coesisterebbero l’irrazionale e il meta-razionale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Secondo Empedocle di Agrigento (</span><span style="font-size: large;"><i>Poema fisico e lustrale</i></span><span style="font-size: large;">), </span><span style="font-size: large;"><i>le cose migliori per l’uomo vengono di notte</i></span><span style="font-size: large;">. Cartesio trovava invece ideale per la sua creatività il calore di una stufa. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il cardinale tedesco Nicolò da Cusa, ritornando da una delicata missione diplomatica a Costantinopoli che fu il preludio del Concilio di Firenze-Ferrara nel 1439, ebbe l’illuminazione della </span><span style="font-size: large;"><i>Dotta ignoranza</i></span><span style="font-size: large;">, in cui sono stati teorizzati i principi della </span><span style="font-size: large;"><i>coincidentia oppositurum</i></span><span style="font-size: large;"> e della </span><span style="font-size: large;"><i>mens mensura</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc"><sup>12</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le radici del pensiero razionale rimangono abbastanza oscure e poco razionali. Ciò non toglie nulla al fatto che l’esercizio della ragione debba appoggiarsi a qualcosa di più profondo. Non sapendo </span><span style="font-size: large;"><i>che cosa</i></span><span style="font-size: large;">, ciò è quanto definiamo </span><span style="font-size: large;"><i>genio</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Archimede era un genio e tali erano Pitagora e Platone. Per non parlare del più importante neopitagorico moderno, Albert Einstein e i suoi “esperimenti mentali”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Geni erano Galileo, Cartesio, Newton e Leibniz. Galileo nelle sue opere riprese l’arte del dialogo socratico, Cartesio utilizzò materiali antichi per rivoluzionare la matematica moderna con la geometria analitica, Newton fu di nascosto un esoterico, Leibniz (curioso di tutto) si interessò persino alla cultura dell’antica Cina. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Divagando, stavamo per scordare l’argomento. Il </span><span style="font-size: large;"><i>taccuino segreto</i></span><span style="font-size: large;"> di Cartesio era stato accuratamente cifrato ed era stato tenuto nascosto. Il testo autografo, composto di sedici pagine e rilegato in pergamena, fu decifrato e soltanto in piccola parte trascritto, una pagina e mezza, da Leibniz nel 1676 a Parigi. In seguito, dopo il 1691, si persero definitivamente le tracce di questo codice misterioso. Il bel libro propone al lettore, in una scrittura brillante e avvincente, il giallo di una scoperta matematica tenuta accuratamente nascosta. Si trattava della formula dei poliedri semplici, resa nota soltanto nel 1730 dal grande Eulero, che all’epoca si trovava a Pietroburgo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote13sym" name="sdfootnote13anc"><sup>13</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse la formula dei poliedri era già nota ad Archimede.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote14sym" name="sdfootnote14anc"><sup>14</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio ci arrivò studiando i 5 solidi o figure cosmiche del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote15sym" name="sdfootnote15anc"><sup>15</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Leibniz se ne rese conto controllando i disegni e la tabella di Cartesio recante i numeri delle facce, dei vertici e degli spigoli che sono gli elementi della formula di Eulero per i poliedri semplici. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La topologia moderna (nel suo mondo a infinte dimensioni) comincia dalla relazione tra questi poliedri platonici e la sfera che li iscrive. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1596, anno della nascita di Cartesio, Keplero aveva pubblicato un’opera, alla quale era rimasto molto affezionato, il </span><span style="font-size: large;"><i>Mysterium</i></span><span style="font-size: large;"><i>Cosmographicum</i></span><span style="font-size: large;">. Il sistema planetario eliocentrico era rappresentato dalla successione dei solidi platonici. Recenti studi cosmologici (2004) indicherebbero che la geometria spazio-temporale dell’universo sarebbe data da un reticolo del tipo ottaedro, icosaedro o dodecaedro. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Lo spazio fisico è così complesso che per studiarne le proprietà essenziali i cosmologi devono ricorrere a metodi puramente </span><span style="font-size: large;"><i>algebrici</i></span><span style="font-size: large;">, attraverso le proprietà dei </span><span style="font-size: large;"><i>gruppi</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote16sym" name="sdfootnote16anc"><sup>16</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Qual era la soluzione di Cartesio, che rimaneva pur sempre un filosofo, anche se fu un grande matematico? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per quale ragione egli nascose i suoi risultati? Aczel, che ha il merito di aver riportato alla ribalta la questione, cogliendo altresì l’occasione per ripercorrere la figura e l’opera del grande Cartesio, non sembra del tutto convincente nelle risposte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In buona sostanza, Cartesio temeva fortemente l’inquisizione, per via dell’eliocentrismo. Tutto qui oppure c’è dell’altro? La domanda è legittima. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La costruzione (ideativa e simbolica) delle 5 </span><span style="font-size: large;"><i>figure cosmiche</i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote17sym" name="sdfootnote17anc"><sup>17</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">risalirebbe addirittura al neolitico</span><span style="font-size: large;"><i>.</i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote18sym" name="sdfootnote18anc"><sup>18</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La formula di Cartesio sui poliedri era innocente. Perché nasconderla? </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I solidi platonici sono uno studio sulle proprietà dello spazio geometrico elementare associato ai numeri interi che dovrebbe essere stato accompagnato da quello sulle </span><span style="font-size: large;"><i>aree </i></span><span style="font-size: large;">inerenti ai tagli delle primitive sezioni coniche rette: un processo mentale o un tipo di approccio che andava quantomeno dai pitagorici a Platone, passando attraverso Parmenide, Empedocle, Filolao, Archita di Taranto, e giungendo quindi a Euclide, ad Archimede e Apollonio, dopo Teeteto, Eudosso e Filippo di Opunte, ma incrociandosi anche con l’astronomia computazionale assiro-babilonese e quella essenzialmente geometrica egiziana-greca. Poi, ancora, gli studi cosmografici di Keplero fino al taccuino segreto di Cartesio, e da Catesio a Eulero, passando da Leibniz e arrivando infine alla topologia moderna e alla cosmologia dello spazio-tempo. E’ veramente un singolare percorso di </span><span style="font-size: large;"><i>idee</i></span><span style="font-size: large;">, non un avventura banale e insignificante, che nello spazio tridimensionale si risolve collegando facce, spigoli e vertici attraverso una semplice formula, tuttavia ossificata intorno ad un </span><span style="font-size: large;"><i>invariante topologico</i></span><span style="font-size: large;"> la cui natura sembra trascurata: la costante del numero 2 presente nelle formula. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il </span><span style="font-size: large;"><i>taccuino segreto</i></span><span style="font-size: large;"> di Cartesio, decifrato da Leibniz, fornisce un eccellente pretesto per ripercorrere una vicenda che ci è parsa ricca di significato, quanto meno curiosa e interessante. </span><span style="font-size: large;">Quando Cartesio morì (nel 1650 in Svezia), Leibiniz aveva quattro anni. Li divideva lo spazio di una vita, in un mondo che stava rapidamente cambiando. Cosa poteva accumunarli? Indubbiamente Cartesio è stato l’iniziatore del razionalismo moderno, e razionalista fu Leibniz. La certezza del proprio pensiero e della propria esistenza – </span><span style="font-size: large;"><i>cogito ergo sum</i></span><span style="font-size: large;"> – è per Cartesio la base per giustificare l’esistenza del mondo e attraverso la prova ontologica l’esistenza di Dio. Le idee sono innate, e la conoscenza attiene a idee “chiare e distinte”. L’innatismo delle idee è un portato della filosofia platonica (teoria della reminiscenza). Per Cartesio si pone un netto dualismo tra lo spirito (</span><span style="font-size: large;"><i>sostanza pensante</i></span><span style="font-size: large;">) e la materia (</span><span style="font-size: large;"><i>sostanza estesa</i></span><span style="font-size: large;">). Ciò poneva il rapporto mente-corpo (insomma tra software e hardware come diremmo oggi per i computer e l’informatica). La glandola pineale era l’organo fisiologico mediatore tra spirito e materia. Leibniz si propose la costruzione di una lingua universale avente come alfabeto i simboli designanti le nozioni più semplici e tale che, mediante la combinazione di tali simboli, si possano trovare metodicamente tutte le cose e le verità che le concernono. Ma oltre le verità di ragione che posiamo scoprire mediante il puro calcolo logico, e che si fondano sul principio di non contraddizione, ci sono le verità di fatto , relative non a qualunque mondo possibile, ma a quello che Dio ha creato. Il principio su cui si fondano è quello di ragion sufficiente, perché nulla accade senza che vi sia una ragione. Il mondo è costituito di aggregati di sostanze semplici, dette monadi, ciascuna delle quali costituisce una specie a sé. Inestese e indivisibili, le monadi sono caratterizzate dall’attività: ognuna è un flusso ininterrotto di percezioni, nel senso che è in grado di cogliere nei propri mutamenti interni la struttura dell’intero universo. Le monadi realizzano in tal modo un’ armonia prestabilita voluta da Dio il quale, nel creare questo tra gli infiniti mondi possibili, ha scelto il mondo che consentiva l’attualizzazione della maggiore quantità di cose compatibili. Cartesio è il fondatore della geometria analitica, Leibniz (con Newton) il creatore del calcolo infinitesimale. Nonostante lo stacco temporale che li separava, tra Cartesio e Leibniz sussistono analogie e affinità. Una di queste era il rapporto mente-corpo. Davanti alle difficoltà sull’ardua questione mente-corpo, Leibniz immaginò che Dio li avesse perfettamente sincronizzati come due orologi. La formula di Leibniz era quella dell’armonia prestabilita. L’azione di Dio era tirata in ballo da Leibniz da un’altra famosa spiegazione, detta </span><span style="font-size: large;"><i>occasionalista</i></span><span style="font-size: large;">, per cui ogni atto della mente o del corpo sarebbe un’occasione in cui la divinità infaticabile interviene a collegarli. Come si vede, il razionalismo di Cartesio e di Leibniz abbisognava di Dio, come nel caso di Newton, mentre nel ‘700 inoltrato si fece strada l’ateismo, oggi predominante in campo scientifico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il rapporto mente-corpo è tornato d’attualità nel secondo Novecento, l’età del computer, con soluzioni radicali.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote19sym" name="sdfootnote19anc"><sup>19</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Secondo il filosofo inglese Gilberto Ryle (</span><span style="font-size: large;"><i>spettro nella</i></span><span style="font-size: large;"><i>macchina</i></span><span style="font-size: large;">), chi si affanna a cercare un’anima dentro il corpo è simile a quei primitivi che vedono per la prima volta un’automobile che si muove. Ignorando l’esistenza del motore, immaginano che vi sia uno spettro nascosto che la faccia muovere. Invece, secondo l’americano John Searle, la mente e il corpo non sono due sostanze diverse, ma due presentazioni di una stessa sostanza (ed è il c.d. mind body problem). Quale sia la soluzione, bisogna però riconoscere che a scoprire il problema e a indicarlo ai posteri, fu Cartesio. Leibniz si pose sulla stessa scia. Si può forse fare a meno di Dio? I computer del futuro avranno un’anima loro, e dunque un loro “libero arbitrio”, figli della “libertà” e della “consapevolezza d’esistere”?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote20sym" name="sdfootnote20anc"><sup>20</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Che cos’è la matematica? Il computer è un oggetto matematico. Ma non fa matematica da solo. Ha un soft e un hard. Viene acceso o spento. In che cosa l’uomo è differente da una complessa macchina del genere? Il computer è forse capace di auto-apprendimento, implementandosi? E’ capace di fantasticare e di vivere emozioni? Saprebbe persino negare se stesso, contraddicendosi? Potrà comunicare con l’esterno, desiderando e sforzandosi di modificarsi? Domande banali, certo, ma l’essere umano sa fare “matematica”: ha scoperto che là fuori c’è qualcosa che appartiene al pensiero puro e che allo steso tempo consente di correlarsi ai fenomeni. E fare matematica non è facile, ma è sempre possibile. Cartesio e Leibniz lo sapevano. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La storia della scienza non coincide con la storia delle idee. Ciò è dovuto al fatto che molti grandi protagonisti della scienza nascosero le radici di certe concezioni personali e riservate, quei processi mentali da cui presero le mosse rivelando soltanto ciò poteva essere tranquillamente rappresentato in termini formali, tenendo segreti i propri pensieri (metodi non canonici, dottrine occulte, bauli pieni di carte segrete, taccuini cifrati, teorie e principi ispirativi di genere esoterico, percorsi originali ed eretici ecc.). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La storia della scienza, quando si trova a ripercorrere gli aspetti apparenti dei suoi oggetti certificati, non può certo tener conto della corrente carsica che l’ha attraversata nei suoi protagonisti. La conseguenza, ad esempio, è che Platone si manteneva nell’alveo di dottrine orali segrete: quindi non siamo in grado di ricostruirle, possiamo soltanto provare ad </span><span style="font-size: large;"><i>immaginare</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote21sym" name="sdfootnote21anc"><sup>21</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Sappiamo che è così. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La scissione tra il dato scientifico, matematicamente oggettivato, e il pensiero nascosto germinante, è una costante persino nell’ambito della scienza moderna (dal pensiero di Ernest Mach, fondato sulla misurazione intellettuale del contenuto della sensazione comprensiva della psicologia all’operazionismo di Bridgmann, agli esperimenti mentali di Einstein; da Pauli, col suo principio di esclusione, ai principi di indeterminazione e di complementarità di Heisemberg e Bohr, con la problematica del “realismo einsteniano” e la teoria quantistica ondulatoria e matriciale; la “non località” e i paradossi della sovrapposizione d’onda; l’inconciliabilità tra micro-macro, oppure da Goedel alla semantica di Tarski, fino Sckolem; la Scuola di Vienna e la doppia navigazione del pensiero di Wittgenstein; i paradossi dell’infinito matematico </span><span style="font-size: large;"><i>attuale</i></span><span style="font-size: large;"> e la cosmologia moderna spazio-temporale, fino alle </span><span style="font-size: large;"><i>teorie del tutto</i></span><span style="font-size: large;">; la matematica cantoriana e hilbertiana, e infine la teoria matematica delle supercorde).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote22sym" name="sdfootnote22anc"><sup>22</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un elenco di gradi conquiste </span><span style="font-size: large;"><i>scientifiche</i></span><span style="font-size: large;"> di ogni tipo, che si sono poi tradotte in modelli di civiltà, oggi sempre più tecnologica, e che hanno profondamente ridisegnato l’assetto economico-sociale del mondo contemporaneo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ stata bandita la </span><span style="font-size: large;"><i>metafisica</i></span><span style="font-size: large;"> dal campo della scienza, per divenire la scienza stessa una nuova </span><span style="font-size: large;"><i>metafisica</i></span><span style="font-size: large;">, quello scientismo che spiega il come, ignorando il perché. Alla teologia cosmologica dell’antichità si è sostituita quella attuale della materia-energia, dominata dall’entropia e dalla freccia del tempo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Spazio e tempo sono mutati. Così pure la concezione del mondo, che oggi si sostiene nato da una “singolarità” fluttuante. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In questo panorama di grandi conquiste scientifiche e perciò di grandi promesse, di rivoluzione di paradigmi e di tappe sempre più avanzate, non si è ancora vista la luce di un vero arcobaleno. Anzi, si dovrebbe dire che regna una notte fonda, dalla quale sorgono nuovi fantasmi. La teoria dei buchi neri ha cancellato la luminosità delle stelle, così come le notti artificiali delle immense metropoli servono a ignorare la vastità cosmica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tutto è tremendamente complicato. La materia atomica di cui siamo fatti si rifugia in una danza misteriosa, dominata dal caso. Immense quantità di energia sembrano a portata di mano, ma la lampada magica non si è ancora accesa. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ottimismo e disperazione tenuta nascosta. Forse un profondo senso di inutilità, ma anche una lezione salutare, che paradossalmente ritorna all’antichissimo mistero del </span><span style="font-size: large;"><i>fato</i></span><span style="font-size: large;">, ma affinché la volontà possa convertirlo alla ragione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’uomo moderno è assai vicino a quello antico. E’ cambiato radicalmente il quadro apparente, ma la sostanza resta identica. La iper-tecnologia scientifica è l’acquario di un ambiente nuovo, dove seguita a nuotare lo stesso pesce. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il problema della </span><span style="font-size: large;"><i>dimostrazione</i></span><span style="font-size: large;"> è stato sempre un problema: dal metodo </span><span style="font-size: large;"><i>meccanico</i></span><span style="font-size: large;"> di Archimede al teorema </span><span style="font-size: large;"><i>elettronico</i></span><span style="font-size: large;"> dei 4 colori. Fino al teorema di Goedel e agli infiniti di Cantor (l’ipotesi del “continuo” o la “funzione zeta” di Riemann). Sono sorti altri formidabili paradossi. Non si può andare sopra la </span><span style="font-size: large;"><i>ragione</i></span><span style="font-size: large;">, ma allora che c’è sotto? Edipo e la Sfinge sono attuali. Questo mito ha un grande valore nascosto. Edipo, la ragione umana, e la Sfinge, un mostro terribile, letteralmente </span><span style="font-size: large;"><i>la strozzatrice</i></span><span style="font-size: large;">. Quesiti che nessuno può risolvere. Ma Edipo ci riuscì, e il mostro si precipitò da una roccia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Lo stesso sogno dei pitagorici, e di Cartesio. Il mondo è armonia numerica di rapporti, e nel dubbio sistematico il </span><span style="font-size: large;"><i>cogito ergo</i></span><span style="font-size: large;"><i>sum</i></span><span style="font-size: large;"> fonda sempre la possibilità stessa di ogni certezza? Si tratta, ancora una volta, del mistero “logico” dell’Essere di Parmenide e del frammento n. 3 del suo poema, che tradurremo: </span><span style="font-size: large;"><i>essere è come pensare</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Domande per le quali esiste soltanto una risposta </span><span style="font-size: large;"><i>operativa</i></span><span style="font-size: large;">. Non sai perché, ma funziona. Esiste il flusso del tempo, almeno come entropia, ma tutto sembra essere avvenuto a somma zero (e torniamo perciò a Parmenide). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ecco allora un’altra storia, che sembra unire antico e moderno. La vicenda dell’apparentemente lucidissima formula dei </span><span style="font-size: large;"><i>poliedri regolari</i></span><span style="font-size: large;"> di Cartesio-Eulero, alla quale dobbiamo ritornare dopo le estemporanee divagazioni. La formula asserisce che per ogni poliedro convesso è verificato il teorema, attribuito a Eulero, che fra il numero </span><span style="font-size: large;"><b>f</b></span><span style="font-size: large;"> delle facce, il numero </span><span style="font-size: large;"><b>v</b></span><span style="font-size: large;"> dei vertici e il numero </span><span style="font-size: large;"><b>s</b></span><span style="font-size: large;"> degli spigoli, sussiste la seguente relazione: </span><span style="font-size: large;"><b>f + v = s + 2</b></span><span style="font-size: large;">, ovvero </span><span style="font-size: large;"><b>f + v</b></span><span style="font-size: large;"><b>- s = 2</b></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">Due</span></span><span style="font-size: large;"> è l’invariate puro. Bellezza e semplicità. Quale sarebbe il mistero? Cosa temeva Cartesio? </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>LA SCOPERTA DEL TACCUINO</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il primo giugno del 1676, a Parigi, Leibniz bussò alla porta di casa di Claude Clerselier, che era stato tra gli amici più stretti di Cartesio e anche tra i curatori e traduttori della sua opera. Leibniz, che nel 1666, quando aveva vent’anni, aderì ai Rosa Croce di Norimberga, aveva saputo che Clerselier aveva ricevuto in consegna tutti i manoscritti di Cartesio da suo cognato, Pierre Chanut, che era stato ambasciatore di Francia in Svezia, dove nel 1650, appena da pochi mesi giunto alla corte della regina Cristina, Cartesio era morto, probabilmente per avvelenamento.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote23sym" name="sdfootnote23anc"><sup>23</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La cassa contenente questi scritti, arrivata indenne per nave da Stoccolma, era stata poi trasportata da una chiatta, che si era rovesciata nella Senna. Clerselier aveva fatto del suo meglio per ripescarla e per salvarne il contenuto, facendo asciugare ben bene tutti quei fogli lasciati dal povero Cartesio. Tra questi scritti figurava anche uno strano quaderno, rilegato in pergamena, di appena 16 pagine: era stato trascritto in caratteri cifrati. Cartesio ne aveva occultato il contenuto, soltanto a lui noto. Cosa conteneva di così tanto misterioso quel taccuino?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Clerselier, a lungo pregato, permise a Leibniz, che aveva oltremodo insistito, di poter consultare finalmente le carte, e, con esse, anche quello strano taccuino. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz lesse nei “Preamboli”: </span><span style="font-size: large;"><i>Il timore di Dio</i></span><span style="font-size: large;"><i>è il principio di ogni saggezza. Come gli attori, perché il rossore della vergogna non appaia loro in volto, vestono la loro maschera</i></span><span style="font-size: large;">. E ancora: </span><span style="font-size: large;"><i>Tesoro matematico di Polybius il Cosmopolita.</i></span><span style="font-size: large;"> E subito dopo: </span><span style="font-size: large;"><i>Offerto, ancora una volta,</i></span><span style="font-size: large;"><i>agli studiosi eruditi del mondo intero, e specialmente a G.F.R.C.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz, che era già diventato un grande esperto di queste cose, comprese che si trattava della </span><span style="font-size: large;"><i><b>G</b></i></span><span style="font-size: large;"><i>ermaniae </i></span><span style="font-size: large;">F</span><span style="font-size: large;"><i>raternitas</i></span><span style="font-size: large;"> R</span><span style="font-size: large;"><i>osae </i></span><span style="font-size: large;">C</span><span style="font-size: large;"><i>rucis</i></span><span style="font-size: large;"> e riuscì anche a venire a capo, abbastanza rapidamente, della cifratura delle pagine autografe, che erano state scritte in una bizzarra notazione, accompagnata da alcuni simboli alchimistici e astrologici. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz poté ricopiare soltanto una pagina e mezza. In seguito, sicuramente dopo il 1691, il taccuino scomparve per sempre. Con questo prologo, Aczel passa alla biografia di Cartesio, per riprendere la vicenda del “taccuino segreto” soltanto alla fine del libro (pp.198 ss.). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz si accorse, dalle figure, che si trattava senza dubbio dei 5 solidi regolari del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">: </span><span style="font-size: large;"><i>tetraedro</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>cubo</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>ottaedro</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>dodecaedro</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>icosaedro</i></span><span style="font-size: large;">, cioè poliedri iscrivibili in un sfera. Keplero li aveva utilizzato per il Cosmo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Questi solidi sono detti </span><span style="font-size: large;"><i>regolari</i></span><span style="font-size: large;"> perché hanno facce uguali: tre di essi sono composti da triangoli equilateri, il cubo da quadrati, e il dodecaedro da pentagoni regolari. Platone conosceva, dai pitagorici, anche il pentagono </span><span style="font-size: large;"><i>autoreplicante</i></span><span style="font-size: large;">, diagonalizzato come stella a 5 punte.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote24sym" name="sdfootnote24anc"><sup>24</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">* Poi l’attenzione di Leibniz fu attirata dalla seguente tabella numerica:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">facce: 4, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>6</b></span></span><span style="font-size: large;">, 8, 12, 20 </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">vertici : 4, 8, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>6</b></span></span><span style="font-size: large;">, 20, 12 </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">spigoli: </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>6</b></span></span><span style="font-size: large;">, 12, 12, 30, 30</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse Cartesio era alla ricerca del significato del misterioso </span><span style="font-size: large;"><i>numero della bestia</i></span><span style="font-size: large;"> dell’Apocalisse, il </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">666</span></span><span style="font-size: large;">? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per questa ragione era stato così cauto, riservato e timoroso? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz dovette scartare quest’ipotesi esoterica. Continuando a decifrare il testo e controllando i valori numerici della tabella aiutandosi con le figure, comprese che si trattava della formula che connette tra loro le facce, i vertici e gli spigoli dei 5 solidi plartonici: </span><span style="font-size: large;"><b>F + V – S = 2</b></span><span style="font-size: large;">. Il risultato 2, che è costante, è dunque un </span><span style="font-size: large;"><i>invariante topologico.</i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote25sym" name="sdfootnote25anc"><sup>25</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ovviamente, nel 1676, la cosa era del tutto nuova. Leibniz aveva afferrato il significato della formula desumendola dal taccuino. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eulero, nel 1730, era diretto in Russia. Durante il viaggio si era fermato ad Hannover, dove ebbe modo di consultare l’archivio di Leibniz. Forse gli riuscì di leggere quella pagina e mezza degli appunti presi da Leibniz a Parigi sessant’anni prima. Da Pietroburgo Eulero fece conoscere la formula valida in generale per tutti i </span><span style="font-size: large;"><i>poliedri semplici</i></span><span style="font-size: large;">, e, in particolare, per i poliedri regolari e quelli semiregolari.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per quale ragione Leibniz si era recato a Parigi? Perché Clerselier non gli permise di ricopiare tutto il taccuino? Che fine ha fatto questo taccuino? Perché mai Leibniz non pubblicò, lui, quella formula? Quale seguito ebbero gli appunti di Leibniz? A queste domande cerca di rispondere Aczel.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote26sym" name="sdfootnote26anc"><sup>26</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> In ogni caso Leibniz si trovava in missione diplomatica a Parigi, per conto del duca di Hannover: doveva convincere il re di Francia a fare guerra in Egitto, anziché avere mire verso la Germania. Il taccuino sparì dopo il 1691. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Soltanto nel 1987 il sacerdote e matematico francese Pierre Costabel si è potuto rendere conto che la formula di Eulero era già nota a Cartesio. Ciò sarebbe avvenuto perché finalmente le carte dell’archivio di Leibniz vennero in mano alla persona giusta, cioè un matematico. Aczel non spiega il riserbo di Leibniz, che aveva ricopiato appena una pagina e mezza, e quale fine possa aver fatto il taccuino segreto di Cartesio, di cui si sarebbe perduta ogni traccia dopo una cert’epoca, per quanto il Baillet, che è stato il suo primo vero biografo, inventariando i manoscritti, ancora lo citasse. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1596 Keplero aveva pubblicato il </span><span style="font-size: large;"><i>Mysterium Cosmographicum</i></span><span style="font-size: large;">, opera alla quale era molto legato. Keplero aveva letto il </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, accanto al tredicesimo libro degli </span><span style="font-size: large;"><i>Elementi </i></span><span style="font-size: large;">di Euclide, che appunto si occupa di </span><span style="font-size: large;"><i>stereometria.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Keplero sapeva già da Euclide che ciascuno dei cinque solidi platonici poteva essere inscritto in una sfera. Pertanto ideò un sistema </span><span style="font-size: large;"><i>eliocentirico</i></span><span style="font-size: large;">, ipotizzando l’armonia di 5 poliedri regolari celesti, corrispondenti ai 5 pianeti allora conosciuti (Terra esclusa). Ciascun poliedro regolare era inscritto in una sfera più grande, che conteneva tutti i precedenti poliedri, in questo ordine: l’ottaedro corrispondente a Mercurio; poi veniva l’icosaedro di Venere; quindi la Terra (bastando la sua rotondità); e, a seguire, il dodecaedro di Marte, il tetraedro di Giove, e infine il cubo di Saturno. Si trattava del modello copernicano, riportato in scala geometrica, attraverso la serie dei solidi platonici e le orbite percorse dai pianeti intorno al sole (dimensioni e distanze relative). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Probabilmente, Cartesio, timoroso dell’Inquisizione, aveva tenuto segreta la sua formula, che poteva essere associata al modello eliocentrico avversato dalla Chiesa. Questa spiegazione non sembra però molto convincente. Una formula matematica è evidente di per sé, e nessun dogma può escluderla. Anzi, il modello cosmografico di Keplero rischiava di perdere il suo fascino misterioso, riducendosi a un’invenzione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’assoluto riserbo di Cartesio doveva derivare perciò da altre preoccupazioni, anche se non sappiamo quali, per cui dobbiamo provare a immaginarle. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A Cartesio va indubbiamente riconosciuto il grandissimo merito di aver fondato la geometria analitica, coniugando l’algebra con la geometria attraverso le coordinate,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote27sym" name="sdfootnote27anc"><sup>27</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e di aver compiuto altri studi, fisici e matematici, sebbene non quello di aver fondato la </span><span style="font-size: large;"><i>topologia</i></span><span style="font-size: large;">, a ragione di questa sua strana riservatezza. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1691 il Baillet, che fu il suo primo biografo, cercava di capire gli scritti matematici di Cartesio, compreso il “taccuino segreto”, che gli era stato imprestato dall’abate Legrand, che lo deteneva, a quel momento. Legrand gli aveva riferito, ormai morto il Clerselier, della strana visita di Leibniz. Ma il taccuino scomparve per sempre. Forse conteneva qualcosa di scomodo per gli ecclesiastici. Forse Leibniz decifrò soltanto una parte del manoscritto cifrato, quella potuta trascrivere. Perciò non sappiamo nulla del restante. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse Cartesio, che aveva elaborato la teoria dei vortici</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote28sym" name="sdfootnote28anc"><sup>28</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e che non ammetteva il vuoto, era alla ricerca di un modello geometrico di scala, ma è certo che </span><span style="font-size: large;"><i>la materia estesa che compone l’universo non ha limiti</i></span><span style="font-size: large;"> (</span><span style="font-size: large;"><i>Opere</i></span><span style="font-size: large;">, II, 18), come il piano infinito pitagorico e come lo spazio euclideo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote29sym" name="sdfootnote29anc"><sup>29</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Aczel aggiunge, al termine del suo libro, che in cosmologia moderna i solidi platonici hanno acquistato una nuova dignità di </span><span style="font-size: large;"><i>figure cosmiche</i></span><span style="font-size: large;"> nella geometria quadrimensionale dello spazio-tempo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La preoccupazione di Cartesio poteva essere di tipo teologico, in connessione alla nuova astronomia. Ma non si riesce a cogliere un nesso preciso. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Modernamente va aggiunto che cerchio, sfera e ipersfera sono casi particolari di sfere a </span><span style="font-size: large;"><i>n</i></span><span style="font-size: large;"> dimensioni in spazi a </span><span style="font-size: large;"><i>n + 1</i></span><span style="font-size: large;"> dimensioni. Questi e altri risultati hanno portato in luce un apparente paradosso: col crescere del numero di dimensioni, benché gli oggetti diventino più difficili da visualizzare intuitivamente, essi sono tuttavia più facili da trattare matematicamente, perché c’è più spazio per manipolarli. Questa impressione è confermata anche a livello elementare, per esempio dal computo del numero dei poliedri regolari, che sono 5 nello spazio a 3 dimensioni, 6 nello spazio a 4 dimensioni, ma solo 3 negli spazi a dimensione maggiore. Ironicamente i casi più difficili da studiare sono risultati essere proprio quelli a 3 o 4 dimensioni, corrispondenti allo spazio e allo spazio-tempo in cui viviamo (P. G. Odifreddi).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote30sym" name="sdfootnote30anc"><sup>30</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In base alle notizie riportate da Pappo (</span><span style="font-size: large;"><i>Collezione matematica</i></span><span style="font-size: large;">, V), e poi ancora da un anonimo scoliasta (a proposito dei primi 5 casi), Archimede avrebbe scritto un’opera specifica di stereometria, un trattato </span><span style="font-size: large;"><i>Sui poliedri</i></span><span style="font-size: large;">, costruendo 13 solidi semiregolari.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote31sym" name="sdfootnote31anc"><sup>31</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Questi corpi costituiscono un notevole esempio di studi di </span><span style="font-size: large;"><i>stereometria</i></span><span style="font-size: large;">, e probabilmente derivano dalla elaborazione di precedenti e forse antiche cognizioni di topologia elementare, connessa alla sfera. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le facce dei solidi archimedei sono poligoni di 3, 4, 5, 6, 8, 10 e 12 lati. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dieci di questi corpi, o poliedri semiregolari, sono formati ognuno da poligoni regolari di due tipi, e gli altri da poligoni di tre tipi.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote32sym" name="sdfootnote32anc"><sup>32</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Reperti archeologici assai interessanti rappresentano un dodecaedro etrusco, però con strane scritte laterali arabiche, scoperto nel 1885 sul Monte Loffa (Colli Euganei); ci sono, poi, molti casi di dodecaedri di origine celtica, conservati in vari musei francesi e inglesi; un </span><span style="font-size: large;"><i>triacontaedro</i></span><span style="font-size: large;"> romboidale venne trovato da F. Lindemann, proveniente da scavi ottocenteschi in Asia Minore, e ricollegabile alla scuola neoplatonica di Giamblico e di Damascio.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote33sym" name="sdfootnote33anc"><sup>33</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ed è stato rinvenuto un dodecaedro in bronzo,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote34sym" name="sdfootnote34anc"><sup>34</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> risalente a diversi secoli prima di Platone, mentre è ormai certo che gli antichi egizi conoscessero almeno il cubo, il tetraedro e l’ottaedro (Aczel 2005; Loria, 1913). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tuttavia, già nel 1913, il citato storico della matematica Gino Loria</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote35sym" name="sdfootnote35anc"><sup>35</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> aveva ipotizzato: </span><span style="font-size: large;"><i>avere Archimede conosciuta quella celebre relazione fra i numeri dei vertici, delle facce e degli spigoli che porta i nomi</i></span><span style="font-size: large;"><i>di Descartes e di Eulero. </i></span><span style="font-size: large;">Quindi la scoperta di Cartesio-Eulero non sarebbe stata altro che una autonoma riscoperta (personalmente ne siamo convinti, in base alle ragioni riportate nel paragrafo conclusivo dei presenti appunti, che intende giustificare il racconto). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1497 Luca Pacioli aveva scritto il </span><span style="font-size: large;"><i>De divina proportione</i></span><span style="font-size: large;">, pubblicato nel 1509 con figure rilevate, disegnate appositamente da Leonardo da Vinci. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I 5 solidi platonici, e soprattutto i 13 solidi semiregolari di Archimede (alcuni dei quali a “facce troncate”), presentano strette analogie con le caratteristiche cristallografiche, suggerite per primo ai mineralogisti da Romè de L’isle (1736 &#8211; 1790).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote36sym" name="sdfootnote36anc"><sup>36</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In Platone il dodecaedro è associato alla fascia dello zodiaco (non si parla però di quinto elemento), mentre il tetraedro (fuoco), il cubo (terra), l’icosaedro (acqua) e l’ottaedro (aria), sono associati ai 4 elementi del Poema fisico e lustrale di Empedocle di Agrigento,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote37sym" name="sdfootnote37anc"><sup>37</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> secondo coppie ruotanti di contrari. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si trattava chiaramente di una forma di primitivo atomismo geometrico.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote38sym" name="sdfootnote38anc"><sup>38</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I 5 solidi platonici sono quasi sicuramente di origine pitagorica. Era il retaggio pitagorico giunto a Platone attraverso Archita di Taranto, che fu suo maestro e l’ultimo dei veri pitagorici.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote39sym" name="sdfootnote39anc"><sup>39</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La vicenda potrebbe essere ancora più antica e rappresentativa. Infatti risalirebbe al periodo neolitico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dopo aver smussato per decine di millenni le selci, l’uomo antico cominciò a riflettere sui quei tagli, che aveva imparato a produrre con colpi sapienti. Quanto meno, è bello immaginarlo. Dalla necessità si è condotti infine alla contemplazione delle cose.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In un passo delle </span><span style="font-size: large;"><i>Leggi</i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote40sym" name="sdfootnote40anc"><sup>40</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Platone dipinge con colori foschi le cognizioni stereometriche dei suoi contemporanei. In seguito, su suo impulso, i discepoli matematici dell’Accademia: Teeteto, Eudosso e Filippo di Opunte, si incaricarono di coltivare gli studi di stereometria, che sarebbero stati ripresi e compendiati da Euclide, nei libri XI, XII e XIII degli </span><span style="font-size: large;"><i>Elementi</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote41sym" name="sdfootnote41anc"><sup>41</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’influsso di Platone sulla geometria e matematica greca fu fondamentale.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote42sym" name="sdfootnote42anc"><sup>42</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nella </span><span style="font-size: large;"><i>Repubblica</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone, il </span><span style="font-size: large;"><i>mito della caverna</i></span><span style="font-size: large;"> sembra ispirarsi a una idea molto antica sulla quarta dimensione.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote43sym" name="sdfootnote43anc"><sup>43</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Sempre nella </span><span style="font-size: large;"><i>Repubblica </i></span><span style="font-size: large;">si accenna ad un grande maestro della geometria solida, che potrà un giorno chiarire tanti problemi, e costui potrebbe esser stato Archimede. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> si descrive uno specchio composto da due specchi, che hanno il loro punto di contatto ad angolo retto (uno spigolo di 90 gradi). Questo tipo di specchio capovolge l’oggetto nello spazio e riflette sempre 3 immagini speculari. Dobbiamo porci delle ‘domande’, almeno per curiosità.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote44sym" name="sdfootnote44anc"><sup>44</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cosa pensavano i pitagorici dello spazio? Il </span><span style="font-size: large;"><i>teorema di Pitagora</i></span><span style="font-size: large;"> ha forse un fondamento </span><span style="font-size: large;"><i>topologico</i></span><span style="font-size: large;">, visto che attrasse l’attenzione critica di Schopenhauer, e che nel dialogo del </span><span style="font-size: large;"><i>Menone</i></span><span style="font-size: large;"> Socrate fa eseguire a uno schiavetto non scolarizzato il raddoppio del quadrato, sotto il pretesto – camuffante – della dottrina dell’anamnesi?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote45sym" name="sdfootnote45anc"><sup>45</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il taccuino segreto di Cartesio e la formula dei poliedri ci pone davanti a un problema, che si radicherebbe nella concezione del piano infinito pitagorico e nel concetto stesso di dimensione (che sarebbe intuitivo), concentrandosi in due frammenti di Eudemo-Proclo (in sede di commento a Euclide), attraversando il genio intuitivo di Archimede, che si porrebbe a monte del </span><span style="font-size: large;"><i>metodo meccanico</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote46sym" name="sdfootnote46anc"><sup>46</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il concetto generale di dimostrazione matematica corrisponde all’utilizzo, senza alcun errore intermedio, di una catena logica dovuta alla serrata sequenza nello sviluppo del ragionamento, che procede a partire dai postulati evidenti di per sé. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Talvolta accade che certe congetture, verificate senza eccezioni nella casistica, non siano state ancora dimostrate. Molti problemi fondamentali di teoria dei numeri rimangono insoluti.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote47sym" name="sdfootnote47anc"><sup>47</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La geometria euclidea ha subito una rivoluzione a partire da Saccheri, fino ad arrivare a Gauss e a Riemann. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il teorema di Goedel (1931) sull’incompletezza o indecidibilità dell’aritmetica, ha minato alle basi la fiducia riposta in precedenza sulla ‘dimostrabilità’. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tarski ha dimostrato che la scala semantica è gerarchica. In parole povere, occorre salire i gradini uno alla volta ed è sempre necessario che una porta apra un’altra porta. Ma potrebbe anche essere che tutto è nel tutto, sicché alla fine viene a comporsi (almeno idealmente), uno smisurato mosaico fatto di micro-mondi apparentemente a se stanti che però sono in qualche modo collegati. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Potrebbero esistere zone di confine, dove un aspetto volge all’altro. Perché il teorema dei 4 colori deve essere così complicato, da poter essere dimostrato soltanto col nuovo </span><span style="font-size: large;"><i>metodo meccanico</i></span><span style="font-size: large;"> dei computers? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Perché ad esempio Fermat annotò rapidamente, a margine del suo Diofanto, una </span><span style="font-size: large;"><i>meravigliosa dimostrazione</i></span><span style="font-size: large;">, di cui era però “</span><span style="font-size: large;"><i>troppo lungo fare la</i></span><span style="font-size: large;"><i>trascrizione</i></span><span style="font-size: large;">”, “</span><span style="font-size: large;"><i>non bastando il margine del foglio</i></span><span style="font-size: large;">”, mentre si è dovuto attendere tre secoli e oltre per la soluzione definitiva di Wiles, oltre 200 pagine di altissima matematica, per un problema di facilissima enunciazione, ispirato alle terne pitagoriche in Diofanto?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote48sym" name="sdfootnote48anc"><sup>48</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Fermat si era illuso (com’è quasi certo), o per davvero aveva imboccato la via più semplice, quella che non scorgiamo ancora? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quali mostri luminosi si celano nell’ombra? E’ il nostro stesso modo di pensare a renderli così complicati? Il sogno di Leibniz di una </span><span style="font-size: large;"><i>caratteristica universale</i></span><span style="font-size: large;"> ha incontrato la moderna teoria matematica della complessità. &lt; P = NP? &gt; è il grande problema irrisolto della matematica contemporanea e dell’informatica teorica. Sembra il mito del labirinto. E non c’è un filo di Arianna, anzi Icaro rischia di precipitare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ci si deve perciò domandare quanto complicato sia il nostro stesso modo di pensare, quanto lungo, penoso e indiretto, sia il percorso a tappe verso la verità. Dipende da noi, o dalla complessità del Mondo? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quante dimostrazioni esistono per ogni teorema, oltre quella già trovata? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il teorema di Pitagora si può dimostrare in centinaia di modi diversi. Questa analogia è estensibile largamente a tutta la matematica? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Esistono problemi fondati, ma irrisolvibili? L’universo matematico vive di infiniti ed è perciò necessario potarlo come un albero troppo grande? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La nostra logica su che cosa si basa? Da quale universo collegato emergono la creazione e l’intuizione? La matematica è una scoperta o un’invenzione? La realtà è </span><span style="font-size: large;"><i>matematica</i></span><span style="font-size: large;">, oppure dobbiamo soltanto prendere atto dell’</span><span style="font-size: large;"><i>irragionevole efficacia</i></span><span style="font-size: large;"> di questo utile approccio, accolto invece con massima fiducia dagli antichi pitagorici e poi in età moderna da Galileo? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le domande non finiscono mai, ma una buona domanda è già una mezza risposta. Solo che il criterio è purtroppo valido ex post. Ex ante valgono l’intuizione e l’analogia, ma la rotonda verità contiene se stessa. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Domande, alle quali non è possibile rispondere, ma che sempre possono essere affacciate. Del resto, in base a quale </span><span style="font-size: large;"><i>antropologia</i></span><span style="font-size: large;"> i postulati sono evidenti di per sé? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La matematica moderna, che è iper-complessa, ha esplorato molte zone di un immenso bosco, e ha trovato delle confluenze, dei giri strani, dei sentieri che si incontrano di nuovo. Simmetrie, e teoria dei gruppi, come in fisica. Spazi a infinite dimensioni, che non possiamo visualizzare in alcun modo. Estensioni estreme di concetti ordinari, ben fondate. Ma senza aver potuto inquadrare bene il concetto di numero.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote49sym" name="sdfootnote49anc"><sup>49</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non potendo, neppure da lontano, nominare argomenti così difficili, ci si deve limitare ad alcune curiosità, con accenni a cose molti semplici. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ‘domanda’ &#8211; in questo caso &#8211; è se la formula di Cartesio-Eulero che connette facce, spigoli e vertici, sia l’unica spiegazione possibile, oppure se sotto questa lucida superficie si nasconde, per caso, un’oscura sostanza. Le formule hanno un contenuto operativo e una sostanza esplicativa. I due momenti coincidono o rimangono separati? E se non coincidono, allora che cosa è stato veramente spiegato? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per rimanere in quest’ambito di semplice curiosità, al quale ci dobbiamo limitare per mancanza di risorse, vale forse la pena di proseguire nel gioco, prima di affrontare il tema specifico. I numeri hanno il loro fascino. Gli ingenui, pieni di speranze, giocano al lotto sui ritardi, e lo Stato incassa ottime cifre.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote50sym" name="sdfootnote50anc"><sup>50</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">I numeri continuano ad affascinarci anche quando non li comprendiamo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sembra che un discepolo di Platone, Senocrate (396-314 a.C.), suo compagno di viaggio in Sicilia, avesse calcolato il numero imponente (1.002.000.000.000) delle sillabe che potevano essere formate con le lettere dell’alfabeto greco. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La notizia, riportata da Plutarco, sarebbe il primo importante esempio di calcolo combinatorio della storia.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote51sym" name="sdfootnote51anc"><sup>51</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ma potrebbe darsi che il calcolo combinatorio avesse, in antico, una frangiatura geometrica, attraverso i </span><span style="font-size: large;"><i>numeri catalani</i></span><span style="font-size: large;"> (studiati dal matematico francese E. C. Catalan, 1814-1894).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote52sym" name="sdfootnote52anc"><sup>52</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quando i profani parlano dei numeri rischiano di darli per primi. Ma certe storie del passato possono nascondere piacevoli sorprese che, addirittura, sembrano sconfinare nella deprecata numerologia che infastidisce i matematici. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ci scherzeremo sopra, per curiosità e per provocazione. Siamo e rimaniamo dei profani. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I pitagorici, per certi aspetti, sono accostabili a Eraclito, detto l’</span><span style="font-size: large;"><i>oscuro</i></span><span style="font-size: large;">, il filosofo ionico del </span><span style="font-size: large;"><i>divenire</i></span><span style="font-size: large;">, autore di un enigmatico poema sulla natura scritto in età avanzata (verso il 490). Forse Eraclito era di una generazione successiva a Parmenide. I due abitavano le opposte coste mediterranee dell’oriente e dell’occidente. Il </span><span style="font-size: large;"><i>logos</i></span><span style="font-size: large;"> di Eraclito è eterno, ma è un </span><span style="font-size: large;"><i>essere sempre assente</i></span><span style="font-size: large;">. Non si può chiederne l’origine: né nel senso della natura, né in quello del mito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Gli uomini che si interrogano </span><span style="font-size: large;"><i>non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde: armonia contrastante come quella dell’arco e della lira</i></span><span style="font-size: large;"> (fr. 76). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’immagine dell’arco e della lira riporta ai simboli solari di Apollo. Come nel caso di Parmenide </span><span style="font-size: large;"><i>ouliades</i></span><span style="font-size: large;">, sacerdote solare associato al culto di Apollo </span><span style="font-size: large;"><i>oulios</i></span><span style="font-size: large;">, cioè “guaritore”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Basterà qui ripescare una notizia tratta da Diodoro Siculo, </span><span style="font-size: large;"><i>Biblioteca Storica</i></span><span style="font-size: large;">, (II, 47), a proposito dei popoli Iperborei. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Diodoro accenna a un’</span><span style="font-size: large;"><i>isola che sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché produrrebbe due raccolti all’anno…Apollo vi sarebbe venerato più che gli altri dèi; i suoi abitanti sarebbero anzi un po’ come sacerdoti di Apollo, perché a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull’isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica. Inoltre, ci sarebbe anche una città sacra a questo dio,e dei suoi abitanti la maggior parte sarebbe costituita da suonatori di cetra…</i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">Dicono poi che da quest’isola la luna appaia a pochissima distanza dalla terra, e con alcuni rilievi quali quelli della terra chiaramente visibili su di essa…</span></i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E chiaro che si tratta di Stonehenge, per quanto il dato climatico non si lasci comprendere, se non si tiene conto dell’effetto mitigatore e benefico della “corrente del golfo”.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote53sym" name="sdfootnote53anc"><sup>53</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ma non è stato ancora notato da nessuno il possibile collegamento con un altrettanto strano passo, riferito ad Anassimandro e riportato da Teofrasto</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote54sym" name="sdfootnote54anc"><sup>54</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">: </span><span style="font-size: large;"><i>Gli astri</i></span><span style="font-size: large;"><i>verrebbero fuori in un cerchio di fuoco, distaccandosi dal fuoco nel mondo e recinto da aria. Perciò spiragli risulterebbero poi certi condotti cubiformi, in corrispondenza ai quali appaiono gli astri; per cui anche con l’ostruzione degli spiragli avverrebbero le eclissi. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Diodoro Siculo stava forse accennando a un cannocchiale, o qualcosa di simile, che mostrava i monti lunari? Probabilmente, questo fatto vale anche per la parte meno equivoca e purtroppo corrotta del frammento di Anassimandro. Secondo l’assirologo Giovanni Pettinato gli astronomi caldei conoscevano l’uso del cannocchiale a lenti, mentre quel singolare storico della matematica, ladro di antichi manoscritti, che fu Guglielmo Libri, riporta la notizia di un telescopio riflettore costruito da Archimede, che si trovava ancora a Ragusa (odierna Dubrownik) nel XVII secolo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse è da rivedere qualcosa. Forse gli antichi erano meno primitivi di quanto abbiamo creduto (Lucio Russo, </span><span style="font-size: large;"><i>La rivoluzione dimenticata</i></span><span style="font-size: large;">). Forse le civiltà riprendono a fiorire, anche dopo tanti secoli, da dove si erano smorzate. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Parmenide di Elea ed Empedocle di Agrigento, autori italici di poemi pitagorici sulla natura, figuravano nel catalogo allegato alla </span><span style="font-size: large;"><i>Vita pitagorica</i></span><span style="font-size: large;"> scritta da Giamblico tanti secoli dopo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il lavoro di Giamblico sul pitagorismo era un’opera complessa divisa in 10 parti di cui poco si è salvato oltre questa romanzata biografia rimasta integra. Oggi si tende a negare che Parmenide fosse stato un seguace pitagorico, sostenendo addirittura (sulla base dei paradossi di Zenone, ricordati da Aristotele e da Simplicio) che ne fu un avversario. Ma poiché l’argomento ha a che fare con la </span><span style="font-size: large;"><i>ben rotonda verità</i></span><span style="font-size: large;"> (Parmenide) e col </span><span style="font-size: large;"><i>rotondo Sfero retto da Giuntura</i></span><span style="font-size: large;"> (Empedocle), li abbiamo voluti richiamare e li abbiamo considerati come autentici pitagorici, alla stessa stregua di Archimede più di due secoli dopo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ facile “immaginare”, facile attribuire al pitagorismo dottrine d’accatto. Ma se passiamo a considerare la dottrina professata dei Pitagorici notiamo che il concetto fondamentale della misura e dell’armonia è comune con </span><span style="font-size: large;"><i>logos</i></span><span style="font-size: large;"> di Eraclito. Anche i pitagorici </span><span style="font-size: large;"><i>l’armonia è unificazione di molti termini mescolati, e accordo di elementi discordanti.</i></span><span style="font-size: large;"> Non si ponevano domande sulla nascita delle cose, ma sul loro esistere o puro sussistere. La domanda sulla verità delle cose coincide con la domanda sulla loro forma immanente, sul principio formante che in esse mostra di agire (E. Cassirer). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sorse l’idea di proporzione, e il numero è posto alla radice dei fenomeni. Un frammento di Eudemo, riportato da Proclo, afferma che </span><span style="font-size: large;"><i>Pitagora si dedicò allo studio della geometria e le diede forma di educazione liberale, ricercandone i principi primi, a partire dall’alto, e investigandone i teoremi concettualmente e teoreticamente</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>Vita pitagorica</i></span><span style="font-size: large;"> è avvolta nella leggenda, ma un nucleo di verità permane. La geometria e la matematica greca ne recherebbero l’impronta. Quando si parla dei Pitagorici si finisce immancabilmente per citare Filolao (frammenti, oggi ritenuti genuini).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote55sym" name="sdfootnote55anc"><sup>55</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Come il mondo dei suoni (ancora una volta le corde di una lira, oppure certi martelli), si ordina e si articola in rapporti di consonanza numerici, allo stesso modo il mondo delle figure geometriche è possibile, per il fatto che la </span><span style="font-size: large;"><i>forza limitante del numero</i></span><span style="font-size: large;"> penetra nel principio in sé illimitato dello </span><span style="font-size: large;"><i>spazio vuoto</i></span><span style="font-size: large;"> in sé uniforme (Cassirer). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cosicché, a partire dall’idea dell’illimitato e dal limitante, </span><span style="font-size: large;"><i>la natura del cosmo è composta di elementi illimitati e di elementi limitati: sia il cosmo nel suo insieme, che tutte le sue parti</i></span><span style="font-size: large;"> (Filolao, fr.1). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La sintesi dei principi contrari è descritta con immagini semi-mitiche: il principio delimitante, pensato al centro del mondo, deve aver attirato in sé l’illimitato dall’infinita periferia, per così dire inspiratolo in sé, conferendogli figura e forma (Aristotele, </span><span style="font-size: large;"><i>Fisica</i></span><span style="font-size: large;">). Ma Filolao concepiva il numero </span><span style="font-size: large;"><i>in conformità della natura dello gnomone</i></span><span style="font-size: large;">, e proprio la figura dello </span><span style="font-size: large;"><i>gnomone</i></span><span style="font-size: large;"> doveva rivelarsi, sorprendentemente, uno strumento insostituibile, non solo per l’algebra geometrica.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote56sym" name="sdfootnote56anc"><sup>56</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> E questo </span><span style="font-size: large;"><i>gnomone</i></span><span style="font-size: large;"> (piano o solido) richiama l’eccesso e il difetto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il contorno leggendario e mitico, è una veste di incomprensione. Sui Pitagorici si potrebbe fantasticare in molti modi, ma le fonti attestano una Scuola Italica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se Nicomaco di Gerasa, seguace del neopitagorismo, scrisse una </span><span style="font-size: large;"><i>Introduzione all’aritmetica</i></span><span style="font-size: large;">, che fu tradotta in latino da Boezio, e una </span><span style="font-size: large;"><i>Teologia aritmetica</i></span><span style="font-size: large;">, che sviluppa il valore mistico dei numeri secondo il modello cui si ispirò il Demiurgo nella creazione del mondo, Teone di Smirne scrisse invece sulle cognizioni matematiche utili per la lettura di Platone. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Teone sottolinea il collegamento stretto di Platone coi pitagorici. La stessa cosa affermava Severino Boezio: </span><span style="font-size: large;"><i>Platone studiosissimo di Pitagora.</i></span><span style="font-size: large;"> Ci sono serie ragioni per crederlo. E questi collegamenti li facciamo sempre a proposito del taccuino segreto di Cartesio, nel tentativo di immaginare che cosa gli fosse passato per la testa, anche se l’impresa sembra impossibile o inverosimile. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Teone ricorda anche </span><span style="font-size: large;"><i>Il Platonico,</i></span><span style="font-size: large;"> opera totalmente perduta, scritta da Eratostene. I numeri che figurano nei Dialoghi platonici sono molto interessanti (l’enigma del numero nuziale non è stato pienamente svelato).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se l’aritmetica è granulare, la linea è continua. I pitagorici si trovarono davanti a una contraddizione. Se la diagonale del quadrato è incommensurabile al lato, in unità numeriche, tuttavia due grandezze </span><span style="font-size: large;"><i>omogenee</i></span><span style="font-size: large;"> danno </span><span style="font-size: large;"><i>sempre</i></span><span style="font-size: large;"> luogo a un rapporto, anche se sono incommensurabili.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote57sym" name="sdfootnote57anc"><sup>57</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ da credere che tali soluzioni siano pitagoriche. Quindi la scoperta degli irrazionali non fu quel dramma riportato dalla leggenda, bensì la soluzione da essi trovata al loro problema, di cui deriva anche l’omonimo teorema, che appunto ne deriva come prova e non come causa. Il quadrato razionalizzava la diagonale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il piano geometrico illimitato è una grande invenzione pitagorica. In esso si dispongono geometricamente i numeri naturali, (tutti i numeri), e anche gli irrazionali (costruibili geometricamente sulla linea).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote58sym" name="sdfootnote58anc"><sup>58</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Le aree sono quadrati successivi della serie aritmetica dei numeri dispari.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote59sym" name="sdfootnote59anc"><sup>59</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorica potrebbe allora non essere una raffigurazione primitiva e banale della </span><span style="font-size: large;"><i>decade</i></span><span style="font-size: large;">. Il pitagorismo, che attraversando il primo millennio antico giunse ai moderni, avrebbe ancora molto da dire. Forse il taccuino di Cartesio, e Cartesio in prima persona, avevano compreso ciò che c’era da capire…. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse la geometria delle coordinate, che permette tra l’altro la rappresentazione algebrica delle sezioni coniche, nasce da una visione pitagorica, e Menecmo (un allievo di Eudosso) fu uno dei tramiti per Cartesio? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse (anche se è facile riportare tutto all’indietro), le dottrine pitagoriche sono molto più profonde. Forse risale a queste concezioni una prima idea della topologia e degli invarianti. Forse l’ultimo dei pitagorici non è stato Archita di Taranto, ma Archimede di Siracusa, da cui è ripartita la rivoluzione scientifica moderna con Copernico, con Keplero, con Galileo, con Cartesio e altri ancora. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ipotesi ardite, che nascono dai solidi platonici, da Archimede e il suo ventaglio di interessi, e che arrivano al taccuino perduto di Cartesio… </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Prima di passare ad altre piccole curiosità divertenti per concludere la digressione, ci sembra opportuno riprodurre la tavola concettuale delle </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">10</span></span><span style="font-size: large;"> coppie dei contrari pitagorici:</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote60sym" name="sdfootnote60anc"><sup>60</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Limitato Illimitato </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">Stasi </span></i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">Movimento</span></i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Dispari Pari </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">Diritto</span></i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">Curvo</span></i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Uno Molteplice Luce Tenebre </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Destro Sinistro Buono Cattivo </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Maschile Femmnile Quadrato Rettangolo </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Vi è un’evidente somiglianza con i 4 contrari del poema di Empedocle e i 4 elementi terrestri del demiurgo (i principi, </span><span style="font-size: large;"><i>archèai</i></span><span style="font-size: large;"> o </span><span style="font-size: large;"><i>cause prime</i></span><span style="font-size: large;"> di Talete, di Anassimandro e di Anassimene, accanto al fuoco del </span><span style="font-size: large;"><i>logos</i></span><span style="font-size: large;"> di Eraclito). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I contrari pitagorici stabiliscono lo schema, astraendolo e ‘simmetrizzando’. Si potrebbe inoltre notare che la ricerca di Archimede (in fisica e in geometria) si ascrive alle dicotomie pitagoriche di </span><span style="font-size: large;"><i>stasi-movimento</i></span><span style="font-size: large;"> e di </span><span style="font-size: large;"><i>retto-curvo</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote61sym" name="sdfootnote61anc"><sup>61</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Insomma, i pitagorici avrebbero gettato le fondamenta dell’edificio matematico greco che andò via via completandosi come un tempio della ragione elevato verso la volta celeste. Una sfida di bianchi marmi sul notturno cupo del mistero. La luce delle stelle fondò l’etica della ragione, la legge morale delle civiltà tese al progresso (e ne viene un’eco, per Kant: </span><span style="font-size: large;"><i>il cielo stellato sopra di noi</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>la legge morale</i></span><span style="font-size: large;"><i>dentro di noi</i></span><span style="font-size: large;">). Siamo figli del genio greco, erede a sua volta di civiltà più antiche che avevano esaurito il loro ciclo, ma che erano state comunque in grado di trasferirne i semi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Rispetto alla “tavola pitagorica dei contrari”, dov’è finito l’</span><span style="font-size: large;"><i>apeiron</i></span><span style="font-size: large;"> di Anassimandro?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote62sym" name="sdfootnote62anc"><sup>62</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sembra trovarsi sulla prima riga, a destra. Ma non è così. Il glottologo eterodosso Giovanni Semerano (scomparso a tardissima età), ha dimostrato che in lingua accadica non si tratta, letteralmente, altro che di </span><span style="font-size: large;"><i>sabbia</i></span><span style="font-size: large;">,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote63sym" name="sdfootnote63anc"><sup>63</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> la stessa del </span><span style="font-size: large;"><i>Psammites</i></span><span style="font-size: large;"> o </span><span style="font-size: large;"><i>Arenario</i></span><span style="font-size: large;"> di Archimede. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’immagine di un deserto, attraversato da onde di sabbia come il mare, poteva rappresentare la sterminata estensione dell’illimitato, i cui semi o grani impalpabili, erano il numero incalcolabile. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il piano infinito pitagorico risentiva del pensiero degli antichi egizi, ed è la idealizzazione di una sovrastante dimensione, che tutto avvolge e raccoglie. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Oggi noi vediamo spuntare dalla sabbia la mole geometrica delle piramidi, mentre la sfinge, misteriosa e risuonante delle antiche cronache, orientata verso il sorgere del sole, ci costringe ad alzare gli occhi al cielo lontano. Si raccontava che al sorgere del sole la sfinge emettesse dei suoni meravigliosi e struggenti. Nell’Odissea è possibile che sia diventato il canto delle Sirene ammaliatrici, che Ulisse udì con un trucco. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Con Leibniz, e l’illuminismo nascente, si guardò ancora alle antiche, portentose civiltà del passato, scomparse nell’oblio, ma riecheggianti miti e scritture indecifrabili.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote64sym" name="sdfootnote64anc"><sup>64</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Al pitagorismo, il matematico moderno Eric Temple Bell dedicò negli anni trenta del secolo scorso un vivacissimo e profondo saggio discorsivo, </span><span style="font-size: large;"><i>La magia</i></span><span style="font-size: large;"><i>dei numeri</i></span><span style="font-size: large;">. La parola precede il numero, il numero non l’ha abrogata. Il </span><span style="font-size: large;"><i>logos</i></span><span style="font-size: large;"> ha la precedenza. Il numero gli si accosta e lo aiuta.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Uno degli ultimi ‘pitagorici’ moderni è stato il famoso astronomo inglese Arthur S. Eddington.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote65sym" name="sdfootnote65anc"><sup>65</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Evidentemente contagiato da Albert Einstein, altro ‘pitagorico’ mascherato, che amava gli </span><span style="font-size: large;"><i>esperimenti mentali</i></span><span style="font-size: large;">, Eddington era convinto che le 7 costanti fondamentali della fisica</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote66sym" name="sdfootnote66anc"><sup>66</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> potessero essere derivate a tavolino e che in ogni caso nascondessero un mistero </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">numerologico</span></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1936 uscì in Inghilterra la </span><span style="font-size: large;"><i>Teoria della relatività dei protoni e degli elettroni</i></span><span style="font-size: large;">, un’opera tecnica di 329 pagine, a grande formato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eddington, che ne era l’autore, osservava che esistono </span><span style="font-size: large;"><i>costanti di natura</i></span><span style="font-size: large;">,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote67sym" name="sdfootnote67anc"><sup>67</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> sette delle quali fondamentali per la fisica e la nuova cosmologia. Tre di esse sono la massa del protone, quella dell’elettrone, e l’unità minima di carica elettrica.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote68sym" name="sdfootnote68anc"><sup>68</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Poi la costante </span><span style="font-size: large;"><i>h</i></span><span style="font-size: large;"> di Planck, accanto ad altre tre costanti: la velocità della luce, la costante gravitazionale, e la costante cosmica (che era stata introdotta ad hoc da Einstein).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote69sym" name="sdfootnote69anc"><sup>69</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le espressioni matematiche di queste sette costanti si rifanno a unità arbitrarie di lunghezza, tempo e massa. Grazie all’algebra elementare, queste tre entità arbitrarie possono essere limitate. Le sette costanti generano così un gruppo di 4 numeri puri (4 è il numero pitagorico degli </span><span style="font-size: large;"><i>elementi</i></span><span style="font-size: large;"> e della </span><span style="font-size: large;"><i>giustizia</i></span><span style="font-size: large;">),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote70sym" name="sdfootnote70anc"><sup>70</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> che richiamano le concezioni di Pitagora e di Empedocle.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote71sym" name="sdfootnote71anc"><sup>71</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tra i 4 numeri puri vi è il valore di </span><span style="font-size: large;"><i>N</i></span><span style="font-size: large;">, che non è &#8211; in questo contesto &#8211; il numero di Avogadro, bensì il numero delle particelle dell’universo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un altro numero importante è 137, associato alla costante di struttura fine in spettroscopia.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote72sym" name="sdfootnote72anc"><sup>72</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un terzo valore è il rapporto tra massa del protone e quella dell’elettrone, che è un numero razionale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il numero </span><span style="font-size: large;"><i>N</i></span><span style="font-size: large;"> delle particelle è teorico. Eddington osservava che tutte e quattro le costanti sono state ricavate con calcoli puramente teorici. Egli poi notava che le 4 dimensioni dello spazio-tempo potevano essere considerate come una quinta costante universale di natura (quindi, 5 numeri in tutto, quanti i 5 solidi cosmici di Platone). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eddington faceva quindi notare che anche il numero delle dimensioni (tempo compreso) risponde al principio epistemologico che possiamo osservare solo e soltanto le relazioni tra due entità. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eddington concluse: </span><span style="font-size: large;"><i>Sarebbe stato imbarazzante se non si fosse trovato questo accordo; ma la teoria non si appoggia a testimonianze di origine empirica</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’assunto di Eddington era perciò che le risorse teoriche sono di per se stesse sufficienti. Si tratterebbe di questioni puramente formali, del genere di quelle applicate in geometria. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eddington si accinse a derivare il numero 137 della costante di struttura fine, che è un numero primo, da considerazioni puramente epistemologiche, cioè a tavolino. Quando, nel 1920, il nuovo pitagorismo fece la sua prima apparizione, fu considerato un’innocua forma di misticismo. Nel 1937, aveva conquistato un seguito così cospicuo, che ne seguirono accesi dibattito tra i molti seguaci e i vari dissidenti. La discussione fu aperta dall’astronomo teorico E. A. Milne, noto anche per aver avanzato il principio cosmologico, fondato sull’argomento antropico (il monde esiste, con le sue caratteristiche, in funzione di chi lo osserva; siamo qui per questa precisa ragione: molto probabilmente, Cartesio si sarebbe dichiarato d’accordo). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Secondo Milne è possibile derivare razionalmente le leggi della dinamica senza ricorrere all’esperienza, a differenza di quanto fecero Galileo e Newton (quanto a Newton dobbiamo però mettere in conto, nel suo pensiero, i preponderanti aspetti esoterici, scarsamente conosciuti). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Herbert Dingle (che in seguito divenne il più feroce critico della teoria della relatività fino a giocarsi fama e carriera),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote73sym" name="sdfootnote73anc"><sup>73</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> si schierò contro le idee di Milne. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per Aristotele la mente umana aveva una </span><span style="font-size: large;"><i>conoscenza soprasensibile</i></span><span style="font-size: large;">, ma sappiamo come andò a finire con Galileo e la rivoluzione scientifica moderna. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Anche P. A. M. Dirac era, in qualche modo, un </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorico</i></span><span style="font-size: large;"> moderno. Egli fece delle osservazioni sui grandi numeri delle particelle dell’universo (come ad esempio 10 elevato a 39), che dovremmo prendere in considerazione in modo affine, ovviamente per gioco, quanto all’enorme </span><span style="font-size: large;"><i>problema bovino</i></span><span style="font-size: large;"> riferito a un epigramma di Archimede di 22 distici, indirizzato a Erastotene, che presenta 8 soluzioni numeriche minime che deborderebbero, come numero di cifre, da un volume di oltre 600 pagine (questo scritto possiede una filigrana allusiva non dichiarata, che spetta al lettore snidare rovistando in altri nostri appunti).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote74sym" name="sdfootnote74anc"><sup>74</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il punto che ci interessa è se la scienza si fonda tutta sull’osservazione più che sull’invenzione di principi primi. Il che è un paradosso. Quanto vale per la matematica, che è tipicamente deduttiva, non varrebbe per la fisica, sebbene non si dia scienza senza la matematica. E la cosmologia moderna? Non a caso abbiamo più volte alluso ad Archimede, che cercò di misurare la grandezza dell’Universo a partire dal granello di un seme di papavero. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel novero dei grandi scienziati esoterici, accanto a Keplero e a Newton, dovremmo aggiungere anche Archimede e Cartesio. Certe loro stranezze lo imporrebbero. Certe scoperte sembrano uscite a sorpresa dal cappello a cilindro di un prestigiatore. Vale anche per la formula dei poliedri di Cartesio. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>NUMEROGOLOGIA: GRANDI E PICCOLE SOPRESE</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’argomento resta quello del taccuino cifrato di Cartesio e della formula dei poliedri, che è indubbiamente elementare.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote75sym" name="sdfootnote75anc"><sup>75</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Dal momento che il </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">metodo storico indiziario</span></span><span style="font-size: large;"> è immaginativo e analogico, oltre che necessariamente logico, non ci tireremo indietro nella ricerca dei lati oscuri del problema del taccuino segreto sulla base di certi accostamenti, anche se il loro effettivo valore fosse soltanto quello di una semplice curiosità appena fondata o del tutto immaginaria (che il lettore possa svagarsi sogando ciò che non c’è). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Divertiamoci pure con la </span><span style="font-size: large;"><i>numerologia</i></span><span style="font-size: large;"> [pochi ma sapidi esempi], considerata però l’esistenza di esempi illustri come questi che seguono. In certi grandissimi matematici, come nel caso di Ramanujan, non si riesce a cogliere il preciso confine tra la raffinata numerologia e l’estrema genialità matematica, posto che la sua piccola dea domestica </span><span style="font-size: large;"><i>Namagiri</i></span><span style="font-size: large;">, venerata a Namakkal, in India, ha i suoi segreti.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote76sym" name="sdfootnote76anc"><sup>76</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se la genialità non si presentasse in forme assolutamente eccezionali, talvolta in forme mistiche e non materializzabili, rientrerebbe allora nell’ordinario, anche se ai confini decisamente superiori del talento autentico, però senza la potenza luminosa dell’arcobaleno, simbolo della divinità, o il fascino del mistero, che tale deve restare, al di sopra della ragione: diremmo, nella contemplazione oppure nel sogno ‘verace’. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Wolfgang Pauli era ossessionato dai numeri 3 e 4 (come Eddington). Divenuto intimo amico di Carl Gustav Jung, il grande psicanalista viennese, di cui fu il paziente più illustre e geniale, collaborò strettamente con lui: resta infatti un importante carteggio Puli-Jung, innestato sulla raccolta di strani sogni. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1954 Pauli pubblicò un libro, di recente tradotto in italiano, </span><span style="font-size: large;"><i>Psiche e Natura</i></span><span style="font-size: large;"> (in genere viene citata la teoria della contemporaneità, ovvero delle coincidenze significative di Jung-Pauli, ma non è di questo che qui si vuole parlare).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote77sym" name="sdfootnote77anc"><sup>77</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In questo straordinario libro di Pauli si discute del ruolo degli </span><span style="font-size: large;"><i>archetipi</i></span><span style="font-size: large;"> nella </span><span style="font-size: large;"><i>scienza</i></span><span style="font-size: large;">. Pauli riporta l’eccezionale carteggio segreto tra Keplero e Robert Fludd. Il grande fisico svizzero, attratto dalla </span><span style="font-size: large;"><i>gematria</i></span><span style="font-size: large;">, si era reso conto che il </span><span style="font-size: large;"><i>valore delle lettere</i></span><span style="font-size: large;"> che compongono la parola ebraica </span><span style="font-size: large;"><i>cabala</i></span><span style="font-size: large;"> è 137. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A questo numero primo, anche Pauli, come Eddington, assegnava un valore mistico. Pauli morì il 5 dicembre 1958, all’età di 58 anni. Il numero della sua cameretta d’ospedale era proprio il 137. Il matematico inglese G.H.Hardy, che aveva scoperto la grandezza di Rananujan, e l’aveva invitato presso di sé in Inghilterra, ricorda che era andato a trovarlo all’ospedale di Putney, dove era a letto ammalato, quella malattia che poi lo condusse alla morte. Il numero del taxi che aveva preso per arrivare all’ospedale era 1729. Ramanujan gli fece notare che si trattava di un numero assai interessante, che poteva essere espresso come somma di due cubi perfetti in due modi diversi.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote78sym" name="sdfootnote78anc"><sup>78</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Uno dei numeri di Platone è 729 (cubo di 9). Il numero 5040 di Platone ha 59 divisori (59 è numero primo). Tale numero corrisponde al fattoriale 7!. Come al prodotto di 7 per 8 per 9 per 10 (esaurisce, cioè, in due modi, il prodotto dei numeri della decade pitagorica, ferma restando la presenza del 7 = 4 + 3, vale a dire i due numeri che ossessionavano Pauli). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tra questi 59 divisori del numero 5040 non figura il numero 11. Ma 5038 è divisibile per 11 (si può notare che la differenza 2 corrisponde alla somma cifre di 11). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il triangolo di Tartaglia-Pascal, già noto agli Arabi di Spagna e probabilmente molto più antico, non solo ingloba in sé il sistema decimale, ma dà anche luogo (a certe semplicistiche condizioni di somma delle cifre), alla serie progressiva delle potenze di 11 (altro numero primo, immediatamente fuori dalla decade pitagorica).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote79sym" name="sdfootnote79anc"><sup>79</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nicomaco di Gerasa conosceva lo sviluppo del binomio (il secondo gradino </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorico</i></span><span style="font-size: large;"> del problema bovino di Archimede, tiene conto, 500 anni prima di Diofanto, di un piccolo teorema sulla relazione tra numeri </span><span style="font-size: large;"><i>quadrati</i></span><span style="font-size: large;"> e numeri </span><span style="font-size: large;"><i> triangolari</i></span><span style="font-size: large;">: </span><span style="font-size: large;"><i>Q dipari = 8t +1</i></span><span style="font-size: large;">, che rappresenta lo sviluppo del binomio alla seconda potenza di (2n + 1).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote80sym" name="sdfootnote80anc"><sup>80</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se dal numero cubo di Platone 729 sottraiamo 137, otteniamo 592, di cui uno dei fattori di scomposizione è il numero primo 37. In ogni caso la differenza tra 1729 e 729 è la potenza cubica della decade pitagorica. Nei Vangeli è narrato che la pesca miracolosa di Tiberiade diede 153 pesci, un numero pitagorico esagonale, un cui fattore è il primo 17. Perdonare 77 volte 7 fa 539. Il numero 666 dell’Apocalisse (fermo restando che l’apostolo San Giovanni richiama, accanto al trono di Dio, il numero benefico 24, che il fattoriale 4!), sottratto al numero 153 della pesca di Tiberiade, dà 513, con un fattore primo 19. Sottratto al perdonare 77 volte 7, dà il primo 127, che aggiunto alla </span><span style="font-size: large;"><i>decade</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorica riporta al 137 della costante di struttura fine. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si può notare che la somma-cifre di 1729 si riporta al numero 10, mentre la somma delle cifre di 729 attiene al numero 9 (come appunto la somma dei 5 poliedri regolari e dei 13 poliedri semiregolari), quando poi la somma-cifre di 137 restituisce ancora una volta la decade pitagorica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ovviamente il criterio della somma cifre è significativo in aritmetica soltanto come criterio di divisibilità per 11 (vedi ad es. il numero 5038, che presa ogni cifra, con il segno più e meno alternati in questo ordine, fornisce zero come risultato finale: i numeri che compaiono nello sviluppo del triangolo di Pascal, presi insieme come numero decimale unico lungo ciascuna riga, danno sempre zero come risultato). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Senza essere blasfemi, i 12 apostoli sembrano corrispondere alle 12 facce del dodecaedro cosmico. Ci siamo persi nel </span><span style="font-size: large;"><i>dare i numeri…</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>Scatola della Luna</i></span><span style="font-size: large;"> (come la chiamava Al-Biruni) era un congegno astronomico di tipo analogico. Un calcolatore meccanico dell’antichità. </span><span style="font-size: large;"><i>Cynthia</i></span><span style="font-size: large;"> era il nome della luna (presente in uno dei due anagrammi il cui testo era stato inviato da Galileo a Keplero nel 1610).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote81sym" name="sdfootnote81anc"><sup>81</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">Lo stesso nome compare in una composizione del poeta latino tardo Claudiano, a proposito della sfera celeste di Archimede, predata a Siracusa dal console Marcello nel 212 a. C. [Era stata poi appesa a una trave del tempio di Vesta a Roma, e qui Ovidiola descrisse]. Cinzia è ugualmente il nome della donna cantata da Propezio nelle Elegie: chi non vede la luna alzando gli occhi al cielo, di notte e anche di giorno? La </span><span style="font-size: large;"><i>Scatola della luna</i></span><span style="font-size: large;"> aveva una ruota meccanica con </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">59</span></span><span style="font-size: large;"> denti (ed è un numero primo). I matematici sono ‘lunatici’. E’stata la Luna a istruirli. La stessa </span><span style="font-size: large;"><i>luna </i></span><span style="font-size: large;">di Leopardi o dei </span><span style="font-size: large;"><i>lunatici</i></span><span style="font-size: large;"> di Fellini. Il sole e la luna. 365 è il prodotto di 5 per 73. I giorni di luna visibile sono 28, un numero pitagorico perfetto. Il mese lunare è il numero primo 29. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Numerologia, senz’altro: anche di un certo livello, in ceti casi, oppure banale. Ma i c.d. </span><span style="font-size: large;"><i>numeri ciclici</i></span><span style="font-size: large;"> hanno certe loro proprietà.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote82sym" name="sdfootnote82anc"><sup>82</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ad esempio, la somma frazionaria (in frazioni egiziane con numeratore 1) di tutti i divisori del numero perfetto pitagorico 28 (cioè le 5 frazioni 1/1 + 1/2 + 1/4 + 1/7 + 1/14 =28, che è poi il numero dei giorni di visibilità della luna), vale 2,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote83sym" name="sdfootnote83anc"><sup>83</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> lo stesso numero 2 che è poi la costante della formula dei poliedri Cartesio-Eulero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il breve excursus </span><span style="font-size: large;"><i>numerologico</i></span><span style="font-size: large;"> che abbiamo aggiunto, potrebbe essere impinguato con altre curiosità, fino a incontrare la terza legge orbitale di Keplero (quella che collega a una </span><span style="font-size: large;"><i>costante</i></span><span style="font-size: large;"> il rapporto tra i quadrati dei tempi di rivoluzione intorno al sole e il cubo delle distanze dall’astro centrale per orbite ellittiche). Aggiungeremo altre curiosità, senza alcuna autorità o competenza, solo per stimolo alla fantasia (fantasticare-ragionare: sogno e risveglio). Ma il numero 2 è affascinante: principio della mente, rappresenta l’atto stesso della creazione che si risveglia nella coscienza, come capacità di conoscenza. Ed è la dimensione dei poliedri, la dimensione due del piano delimitato. Cosa non diversa dal riportare sul piano le varie facce dei solidi platonici (facile per il cubo). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il numero N di Avogadro è uguale a 6,0226 per 10 alla 23 (numero di particelle per grammomolecola di sostanza). La costante gravitazionale G di Cavendish (1731-1810), il cui valore &#8211; da misurare sperimentalmente &#8211; non era ancora noto a Newton, è uguale a 6, 67 per 10 alla meno 11 newton, per metri al quadrato su chilogrammi al quadrato. La costante di Planck vale 6,63 alla meno 34 joule per secondo. Numerologia approssimata. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ chiaro che il sistema a base decimale deriva dalle 10 dita (come affermava Aristotele). Il fattore 6 è una coincidenza. Ma il numero 6 (numero fattoriale 3!, numero perfetto e numero triangolare pitagorico) è </span><span style="font-size: large;"><i>identificativo</i></span><span style="font-size: large;"> della sfera (le 6 direzioni o raggi essenziali sono i parametri fondamentali per le equazioni della meccanica celeste). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I bizzarri (a dir poco) decimali infiniti del numero </span><span style="font-size: large;"><i>e</i></span><span style="font-size: large;"> ed anche di </span><span style="font-size: large;"><i>pi greco</i></span><span style="font-size: large;"> sono legati tra loro dalla famosa formula di Eulero,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote84sym" name="sdfootnote84anc"><sup>84</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> definita la più bella di tutta la matematica. Si tratta di due numeri </span><span style="font-size: large;"><i>trascendenti</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote85sym" name="sdfootnote85anc"><sup>85</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Nel 1665 Newton aveva scoperto il numero </span><span style="font-size: large;"><i>e</i></span><span style="font-size: large;"> (la lettera identificativa “</span><span style="font-size: large;"><i>e</i></span><span style="font-size: large;">” fu introdotta nel 1739 da Eulero), ricavandolo da una serie fattoriale.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote86sym" name="sdfootnote86anc"><sup>86</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Archimede determinò invece il valore di </span><span style="font-size: large;"><i>pi-greco</i></span><span style="font-size: large;">, compreso tra i valori delle frazioni 22/7 e 22/71 (limite massimo e limite minimo). L’area di un cerchio di raggio 1 cm. è 3, 141… La superficie di questa sfera è </span><span style="font-size: large;"><i>4 pi-greco.</i></span><sup><span style="font-size: large;"><i><a href="#sdfootnote87sym" name="sdfootnote87anc"><sup>87</sup></a></i></span></sup><span style="font-size: large;"> 4 diviso </span><span style="font-size: large;"><i>pi greco</i></span><span style="font-size: large;"> è uguale a 1, 2732…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’area di una calotta sferica con un solo angolo e il quarto di cerchio sottostante, è 0, 2732 ( &lt; 4 &#8211; pi greco &gt; / pi greco). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il rapporto frazionario 1/27,32 è uguale a 0, 03660, mentre 1/366 corrisponde a 0,002732. Si riconoscono i numeri del periodo siderale della luna</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote88sym" name="sdfootnote88anc"><sup>88</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e quelli dell’anno bisestile. Qui la numerologia si fa abbastanza interessante. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’accelerazione della luna è 0, 273 centimetri su secondi al quadrato. Il raggio lunare è 0, 272 raggi terrestri. Il rapporto tra la massa terrestre e quella lunare è 1/81 = 0, 012345679 (nella serie decimale di 9 cifre manca all’appello il numero 8).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La terza legge di Keplero (che con le altre due leggi orbitali costò al grande astronomo un’enorme fatica per tanti anni di studi e di osservazioni) enuncia la costante (una sorta di </span><span style="font-size: large;"><i>invariante parmenideo</i></span><span style="font-size: large;">) del rapporto tra il quadrato dei tempi di rivoluzione il cubo della distanza (semiasse delle orbite ellittiche). Questa terza legge delle orbite ha permesso a Newton di fondare la dinamica e il calcolo infinitesimale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La terza legge di Keplero ha un carattere </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionale</i></span><span style="font-size: large;"> nascosto (vedi i nostri appunti su Archimede, parte terza). Se consideriamo il tempo </span><span style="font-size: large;"><i>t</i></span><span style="font-size: large;"> di rivoluzione alla stregua della linea svolta o perimetro</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote89sym" name="sdfootnote89anc"><sup>89</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> dell’ellisse-orbita, lungo la quale scorre un punto, e cioè il pianeta, allora la distanza </span><span style="font-size: large;"><i>r</i></span><span style="font-size: large;"> (o semiasse orbitale ellittico) può essere visto come un raggio rotazione che spazza parimenti un’area. Abbiamo un </span><span style="font-size: large;"><i>invariante</i></span><span style="font-size: large;"> omogeneo, che connette la dimensione 1 a quella 2. Poiché ciò avviene nello spazio reale </span><span style="font-size: large;"><i>s</i></span><span style="font-size: large;"> (che a piccola scala è di dimensione 3, in quanto soltanto l’orbita di Mercurio abbisogna della correzione spazio-temporale della teoria generale della relatività per via della maggiore vicinanza al sole che incurva lo spazio-tempo), a questo punto occorre aggiungere l’unità. Quindi i valori </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionali</i></span><span style="font-size: large;"> effettivi sono 2 e 3, e non più 1 e 2. Sostituendo all’integrale generico dello spazio percorso: </span><span style="font-size: large;"><i>s </i></span><span style="font-size: large;">= </span><span style="font-size: large;"><i>vt</i></span><span style="font-size: large;"> (cioè l’orbita compiuta contemporaneamente dal punto in movimento e dal semiasse-segmento che spazza l’area così completando il medesimo percorso), il rapporto </span><span style="font-size: large;"><i>v/t</i></span><span style="font-size: large;"> (che deriva legittimamente dalla divisione, per il prodotto </span><span style="font-size: large;"><i>t per t</i></span><span style="font-size: large;">, dei due termini dell’equazione della spazio percorso corrispondente al prodotto della velocità media per tempio impiegato), ci accorgiamo che il risultato di questa operazione corrisponde, in effetti, a un rapporto puro </span><span style="font-size: large;"><i>r/t</i></span><span style="font-size: large;">, che deve verificarsi necessariamente, perché </span><span style="font-size: large;"><i>s3/tt </i></span><span style="font-size: large;"> è correlabile a </span><span style="font-size: large;"><i>r3 /t2</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La conclusione della trasformazione ‘concettuale’ è che le distanze (</span><span style="font-size: large;"><i>r3</i></span><span style="font-size: large;">) devono essere prese al </span><span style="font-size: large;"><i>cubo</i></span><span style="font-size: large;">, poiché i tempi o periodi orbitali (</span><span style="font-size: large;"><i>t2</i></span><span style="font-size: large;">) devono essere presi al </span><span style="font-size: large;"><i>quadrato</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per un logico antico come Zenone, spazio al cubo e tempo al quadrato non avrebbero avuto alcun senso. Così come le stesse categorie di spazio e tempo erano messe in discussione: aspetti ingannevoli dell’Essere di Parmenide, che dovevano essere razionalmente esclusi. Per questa ragione Zenone inventò, di sana pianta, 40 paradossi (il numero corrisponde a 4 volte la decade pitagorica), che danno ancora oggi del filo da torcere, malgrado l’apparente sconfessione della teoria matematica dei limiti. Zenone, allievo di Parmenide, non lo fece con lo scopo di affermare alcunché, in modo positivo, ma solo al fine di confondere e di togliere di mezzo ogni contraria opinione rispetto al principio immutabile di permanenza.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote90sym" name="sdfootnote90anc"><sup>90</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Secondo il punto di vista pitagorico il punto ha dimensione 1, la linea intesa soltanto come segmento si conserva nella dimensione del 1 punto, mentre la superficie delimitata ha valore dimensionale 2 (come la curva infinita di Peano). La dimensione solida ha valore 3, il piano geometrico-numerico infinito (che chiude l’anello), ha valore 4 (come il numero indice “4” che è la costante della superficie sferica). Tutto ciò sarebbe stato rappresentato dai pitagorici nella raffigurazione simbolica della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> e di questa strana osservazione decisamente fuori dai canoni cercheremo di fornire una dimostrazione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ fuori di dubbio che i poliedri regolari e semiregolari sono </span><span style="font-size: large;"><i>topologicamente</i></span><span style="font-size: large;"> connessi alla sfera. In altri termini, il </span><span style="font-size: large;"><i>rotondo Sfero</i></span><span style="font-size: large;"> dei poemi di Parmenide e di Empedocle, che rappresentava l’Universo. Ecco perché gli elementi terrestri sono 4 secondo la ruota degli opposti. I pitagorici aggiunsero quello uranico, l’elemento celeste rappresentato dal dodecaedro, che era il riferimento degli astronomi e dei naviganti, come fascia zodiacale delle 12 costellazioni dell’eclittica o apparente percorso del sole, stagionalmente più o meno alta sull’orizzonte, che mutava con l’alternarsi dei cicli stagionali. Le coppie di opposti della “tavola pitagorica” sono 10. Il sistema decimale coesisteva con quello sessagesimale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I 5 solidi platonici trovano posto nella matematica moderna nell’ambito della teoria dei grafi.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote91sym" name="sdfootnote91anc"><sup>91</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Per i matematici moderni l’argomento appartiene al ramo della topologia, di cui la teoria dei grafi è una componente. La materia sognante dei solidi platonici è minuscola cosa nell’attuale panorama matematico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ciò non toglie che possa presentarsi curiosa e dilettevole, interessante dal punto di vista storico, ed è l’aspetto che ci riguarda, non essendo dei matematici, neanche a infimo livello. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>DIGRESSIONE SUL PITAGORISMO</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I pitagorici affermavano che il numero è essenza delle cose. In realtà, questa versione banale è frutto di una incomprensione di fondo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote92sym" name="sdfootnote92anc"><sup>92</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’armonia, la simmetria rendono le cose conoscibili. Molto probabilmente, le caratterizzano anche. Dunque, è questo il modo di essere e di prodursi del numero. Per esempio, l’aria veicola nello spazio veicola l’onda sonora. Si tratta in realtà di un frattale, che rende chiaro il suono all’orecchio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per i pitagorici i numeri erano la veste delle cose, che rimanevano misteriose, nel loro ‘in sé’. Il numero è un linguaggio relazionale. Non il significato puro. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le conoscenze astronomiche dei pitagorici erano singolarmente </span><span style="font-size: large;"><i>moderne</i></span><span style="font-size: large;">. Il metodo “per esaustione” nacque da una loro </span><span style="font-size: large;"><i>idea</i></span><span style="font-size: large;"> sull’eccesso e sul difetto dello </span><span style="font-size: large;"><i>gnomone</i></span><span style="font-size: large;">. I pitagorici, secondo certe opinioni, avrebbero elaborato più antiche dottrine, sia cinesi che indiane. Potrebbe trattarsi di un sincretismo matematico e geometrico di vasto raggio, che i pitagorici risolsero in modo coerente e accettabile. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un brano della </span><span style="font-size: large;"><i>Vita Pitagorica</i></span><span style="font-size: large;"> di Giamblico ricorda lo smarrimento del danaro della setta, ma in seguito a questa disgrazia, venne accordato loro di battere moneta con la geometria. Attenzione. E’ lo stesso racconto della </span><span style="font-size: large;"><i>via regia</i></span><span style="font-size: large;"> di Euclide e della </span><span style="font-size: large;"><i>moneta d’oro</i></span><span style="font-size: large;"> restituita. Il tesoro pitagorico </span><span style="font-size: large;"><i>nascosto</i></span><span style="font-size: large;"> consisteva in una filosofia </span><span style="font-size: large;"><i>astratta</i></span><span style="font-size: large;"> dello spazio, che non poteva essere compresa dai contemporanei profani, annegati nel senso immediato delle cose. Matematica e geometria danno luogo a una idealizzazione e sono come una scarnificazione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le dottrine segrete pitagoriche erano orali, come quelle di Platone. Il concetto geometrico di </span><span style="font-size: large;"><i>spazio</i></span><span style="font-size: large;"> era definito come </span><span style="font-size: large;"><i>ente continuo e illimitato</i></span><span style="font-size: large;">. Si trattava del piano pitagorico illimitato (legato ai numeri geometrici), non lo spazio a tre dimensioni del cosmo, racchiuso da una impalpabile superficie sferica che delimitava l’Essere e il Nulla. Essi immaginavano l’Essere come unico essente; il Nulla esterno al </span><span style="font-size: large;"><i>rotondo</i></span><span style="font-size: large;"><i>Sfero</i></span><span style="font-size: large;"> era la ragione profonda e avvolgente del </span><span style="font-size: large;"><i>tutto</i></span><span style="font-size: large;">. Le cose venivano generate da un piano infinito ideale, sostanza geometrica generatrice del numero e dei fenomeni legati alla leggi di proporzione e di armonia. Una visione astratta, fondata sulle simmetrie invarianti, resa concreta e accessibile dal paragone con le proporzioni musicali. Non un fatto immediato, ma qualcosa da intendere in altro modo, concettualmente e impalpabilmente, come la musica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per questa ragione i pitagorici studiarono a fondo la teoria delle proporzioni: aritmetica, geometrica e armonica. Il problema di Delo è tipicamente pitagorico (ne reca, infatti, il marchio inconfondibile). Riga e compasso rappresentavano le categorie del “retto” e del “curvo”, strumenti puri che Platone raccomandava ai geometri, evitando artifici meccanici od empirici. L’incommensurabile fu domato da un teorema (giustamente detto di Pitagora), la cui rappresentazione geometrica, in funzione della figura del quadrato, realizzava ruotando il primo approccio alla spirale (il raccordo dimensionale era stato colto dapprima come </span><span style="font-size: large;"><i>elica</i></span><span style="font-size: large;"> cilindrica, e, in seguito, si era passati alle sezioni coniche rette: materiali fossili di cui terrà conto Archimede). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ai pitagorici interessava anche il segreto dei numeri primi (il “crivello” di Erastotene, che fu un plagiario anche per quanto riguardava il </span><span style="font-size: large;"><i>mesolabio</i></span><span style="font-size: large;">, strumento meccanico per la duplicazione del cubo in base a segmenti proporzionali, celebrato con una dedica in un tempio, derivava da idee pitagoriche, espresse in manoscritti, raccolti e concentrati da tutte le parti, nella grande Biblioteca di Alessandria). I pitagorici riportavano i numeri primi sul piano geometrico, tra i numeri figurati. Ne osservavano la posizione. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In modo ingenuo, era forse la medesima </span><span style="font-size: large;"><i>idea base</i></span><span style="font-size: large;"> che dalla </span><span style="font-size: large;"><i>funzione</i></span><span style="font-size: large;"><i>zeta</i></span><span style="font-size: large;"> di Eulero</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote93sym" name="sdfootnote93anc"><sup>93</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> arriva all’ipotesi (non dimostrata) di Bernhard Riemann (1826 &#8211; 1866) attraverso il piano immaginario.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote94sym" name="sdfootnote94anc"><sup>94</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La geometria analitica di Cartesio, fondata sulle coordinate, associa due numeri a ogni punto del piano infinito, con origine di valore zero-zero. In questa maniera l’aritmetica e l’algebra erano associate alla geometria (equazione della retta ed equazioni delle sezioni coniche). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I numeri primi della forma &lt; </span><span style="font-size: large;"><i>6n + 1</i></span><span style="font-size: large;"> oppure</span><span style="font-size: large;"><i> – 1</i></span><span style="font-size: large;">&gt; ( per </span><span style="font-size: large;"><i>n</i></span><span style="font-size: large;"> maggiore di 3),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote95sym" name="sdfootnote95anc"><sup>95</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> sono </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorici</i></span><span style="font-size: large;"> (ne portano sicuramente il marchio: certe spunti sono inconfondibili; il che nulla toglie al genio di Pierre de Fermat o a quello di Cartesio che utilizzò magnificamente il piano infinito pitagorico concependo la geometria analitica). Anche l’aritmetica modulare di Gauss ha una impronta pitagorica.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote96sym" name="sdfootnote96anc"><sup>96</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> E possibile che i pitagorici avessero compreso qualcosa persino in tal senso. Poco più di 10-20 generazioni, storicamente continue e attive, sono sufficienti all’accumulo di un patrimonio ottimo di civiltà. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Gli uomini del passato erano acuti e problematici, con un loro tipico modo di ragionare. Mille strade diverse portano sempre a verità profonde. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il piano funge da modello di unificazione fra aritmetica e geometria. E’ una di quelle idee </span><span style="font-size: large;"><i>produttive</i></span><span style="font-size: large;">, che lasciano il segno, così definite dalla psicologia della </span><span style="font-size: large;"><i>Gestalt</i></span><span style="font-size: large;"> fondata da Max Wertheimer che si interessò al genio di Einstein. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il punto geometrico era definito dai pitagorici come </span><span style="font-size: large;"><i>unità avente</i></span><span style="font-size: large;"><i>posizione</i></span><span style="font-size: large;">. In Platone-Euclide è l’ente elementare che </span><span style="font-size: large;"><i>non ha parti</i></span><span style="font-size: large;"> (a coloro che sono </span><span style="font-size: large;"><i>curiosi</i></span><span style="font-size: large;"> suggeriamo di leggere in chiave di aritmetica primitiva, sia per lo zero che per i numeri primi, il canto 9 dell’Odissea, interpretando filologicamente il nome di </span><span style="font-size: large;"><i>Polifemo</i></span><span style="font-size: large;">).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote97sym" name="sdfootnote97anc"><sup>97</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per correlare la </span><span style="font-size: large;"><i>decade</i></span><span style="font-size: large;"> numerica alla 4</span><span style="font-size: large;">dimensioni (la quarta dimensione apparterrebbe al piano pitagorico illimitato e come è tale adombrata nel </span><span style="font-size: large;"><i>mito della caverna</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote98sym" name="sdfootnote98anc"><sup>98</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> i pitagorici utilizzarono un’immagine </span><span style="font-size: large;"><i>archetipa</i></span><span style="font-size: large;">: la rappresentazione simbolica delle 4 righe della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote99sym" name="sdfootnote99anc"><sup>99</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per i pitagorici il punto-unità, avente posizione, aveva lo stesso valore </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionale</i></span><span style="font-size: large;"> del segmento.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote100sym" name="sdfootnote100anc"><sup>100</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quindi erano convinti che la retta infinita avesse dimensione doppia, come il piano limitato (paradosso della curva di Peano, 1890). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Di conseguenza il cerchio di diametro infinito generava una circonferenza rettificata equipotente (come nella </span><span style="font-size: large;"><i>Dotta Ignoranza</i></span><span style="font-size: large;"> di Cusano). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Allo stesso modo il singolo punto individuava un cerchio infinitamente ridotto. Il valore dimensionale del punto era idealmente l’unità, a prescindere dalla materialità fisica. I pitagorici avevano una concezione puramente ideale del numero, non lo identificavano con alcun elemento materiale (si trattasse del </span><span style="font-size: large;"><i>calculus</i></span><span style="font-size: large;"> dal pastore, per la conta dei capi del gregge, la mattina, all’uscita al pascolo, e la sera al rientro nei ricoveri: le pietruzze corrispondenti dovevano coincidere, altrimenti qualche armento non aveva fatto ritorno e andava ritrovato). Il numero nasce da un corrispettivo materiale: 11 marinai, Ulisse compreso, aggrappati al ventre di 11 pecore per entrare nell’antro del Ciclope, che poi rappresenterebbe il simbolo dei popoli indigeni della Sicilia quando i Greci cominciarono a colonizzare l’isola fondando vari centri. In seguito il numero diviene astratto, seguendo le sue regole di pensiero. Quando incontrò la geometria, fu per il calcolo delle aree dei lotti terrieri, ma numero e geometria erano destinati a convivere: la geometria analitica di Cartesio è figlia del pensiero greco. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I pitagorici interrogarono lo spazio, sezionando un cono retto. Possiamo immaginarli già sulla riva di quel mare sulle cui sponde Newton raccolse le sue conchiglie metaforiche.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote101sym" name="sdfootnote101anc"><sup>101</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il cono retto ideale, generato da un triangolo rettangolo di rotazione con cateti identici) ha la proprietà di coniugare le 3 dimensioni. Le sezioni coniche</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote102sym" name="sdfootnote102anc"><sup>102</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> erano considerate come </span><span style="font-size: large;"><i>aree</i></span><span style="font-size: large;">, e non come curve lineari.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote103sym" name="sdfootnote103anc"><sup>103</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A questo punto siamo possiamo passare a tre frammenti di Eudemo-Proclo, riportati qui di seguito: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">Primo frammento</span></span><span style="font-size: large;">: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>I Pitagorici pensavano che tutta la scienza matematica dovesse venir divisa in </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">4 parti</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, attribuendo una di queste parti al ‘quanti’ (tò poson) e un’altra al ‘quanto’ (tò pelìkon) ed assegnando poi a ciascuna di queste parti a sua volta due parti. Perché essi dicevano che la quantità discreta , ovvero il ‘quanti’, può essere considerata o in sé stessa oppure in relazione con qualche altra; ma che la quantità continua, o il ‘quanto’, è o stabile o in movimento. Quindi affermavano che l’aritmetica contempla la quantità discreta in quanto esiste in sé, mentre la musica quella che è in relazione con altra; e che la geometria considera la quantità continua in quanto è stabile; ma l’astronomia contempla la quantità in quanto è di natura sua mobile </i></span><span style="font-size: large;">&gt;&gt; .</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote104sym" name="sdfootnote104anc"><sup>104</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il significato di questo passo fa leva sul numero 4. Ingloba 4 ripartizioni: aritmetica, musica, geometria e astronomia. I pitagorici scopersero analogie fra punto e unità, fra linea e diade, fra superficie e triade, che si ascriverebbero ai tre tipi di angoli rettilinei (acuti, retti, ottusi). Affermavano inoltre che il triangolo fosse il principio della generazione. Messa la cosa in questi termini, la questione rimane banale. Vista invece nell’ambito simbolico della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> diviene più sottile. La quarta dimensione (ultima riga simbolica) è quella adombrata da Platone. La scala dimensionale pitagorica segue la numerazione da 1 a 4, passando dal punto-unità-segmento al piano infinito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ragione concepibile delle cose concrete è il numero-dimensione. Si tratta del loro manifestarsi più puro. Gli oggetti fisici sono trini. Possono esistere perché triangolabili (unità minima). Il piano infinito è ideale, serve per giustificare l’Essere. La sua essenza è puramente logica. Ecco che il mondo </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorico</i></span><span style="font-size: large;"> di Parmenide è </span><span style="font-size: large;"><i>invariante</i></span><span style="font-size: large;"> (lo è anche in termini di fisica moderna). Ecco che la realtà chimica di Empedocle è </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorica</i></span><span style="font-size: large;"> (Giamblico aveva ragione a inserire nel catalogo dei pitagorici Parmenide ed Empedocle, mentre sbagliano i critici moderni, Popper compreso).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">Secondo frammento</span></span><span style="font-size: large;">:</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote105sym" name="sdfootnote105anc"><sup>105</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Il presente corollario benché c’insegni che lo spazio attorno ad un punto è distribuito in angoli eguali a </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">4 retti</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, è subordinato a quel </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">mirabile</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> teorema</i></span><span style="font-size: large;"><i>secondo cui</i></span><span style="font-size: large;"><i>soltanto i </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">3</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> poligoni seguenti possono riempire lo spazio attorno ad un punto, cioè il triangolo equilatero, il quadrato e l’esagono regolare. Però il triangolo equilatero dev’essere preso </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">6</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> volte; perché 6 volte 2/3 fa 4 angoli retti. E l’esagono deve essere preso 3 volte; perché l’angolo di qualsiasi esagono è retto ed 1/3 di retto. E il quadrato deve essere preso 4 volte; perché l’angolo di qualunque quadrato deve essere preso 4 volte. In conseguenza, 6 triangoli equilateri riuniti per gli angoli formano 4 retti, e così 3 esagoni e 4 quadrati. Ma tutti gli altri poligoni, per quanto siano complicati, riguardo agli angoli, sono deficienti di 4 retti o eccedenti , e quelli soltanto, presi gli anzidetti numeri di volte, dànno 4 retti.</i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">E’ questo il teorema pitagorico</span></i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Proclo, rifacendosi a Eudemo di Rodi, starebbe trascrivendo una banalità: 6 angoli di 60 gradi (come nel triangolo equilatero) fanno un angolo giro di 360; ugualmente 4 retti di 90 gradi e 3 angoli di 120 gradi (angolo esterno dell’esagono). Si tratta, però, dello spazio intorno a un punto. Quindi è implicito il piano infinito. Ed ecco che il teorema pitagorico è diventato la chiave per le caratteristiche solide dei 5 poliedri pitagorico-platonici. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il seme dello spazio è la triangolazione (così è in geodesia).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote106sym" name="sdfootnote106anc"><sup>106</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">Terzo frammento</span></span><span style="font-size: large;">: Sempre &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>secondo Eudemo, le </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">innovazioni</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> concernenti l’applicazione (paraballein), l’eccesso (uperballein) e il difetto (elleìpein) delle </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">aree</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> sono antiche e dovute ai Pitagorici. I moderni prendendo a prestito questi nomi li trasferirono alle così dette </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">linee coniche</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, parabola, iperbole ed ellisse; invece l’antica scuola nella sua nomenclatura relativa alla descrizione delle aree in piano su una retta finita prendeva i termini in questo senso. Un’area è detta applicata a una data retta quando una area uguale in superficie a una cert’area data è descritta su di essa; ma, quando la base dell’area è maggiore della data linea, allora l’area è detta essere </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">in eccesso</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>; e quando la base è minore, cosicché una parte della data linea resta fuori dell’area descritta, allora l’area è detta </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">in difetto</span></i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;</span><span style="font-size: large;"><i>. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quest’ultimo brano indica che furono i pitagorici a studiare per primi le sezioni coniche, intese però come </span><span style="font-size: large;"><i>aree</i></span><span style="font-size: large;"> e non come linee curve, cosicché cerchio e parabola risultano iscrivibili nel quadrato (questo il senso del passo), mentre non lo sono &#8211; per </span><span style="font-size: large;"><i>eccesso</i></span><span style="font-size: large;"> o per </span><span style="font-size: large;"><i>difetto</i></span><span style="font-size: large;"> &#8211; l’ellisse e l’iperbole. Un esempio è fornito dalla famosa </span><span style="font-size: large;"><i>scodella </i></span><span style="font-size: large;">di Galileo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote107sym" name="sdfootnote107anc"><sup>107</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Poiché un ramo di parabola, in senso figurato, è perfettamente inscrivibile in un quadrato, cioè quadrabile senza eccesso o difetto, se riuniamo due identici rami di parabola presi però uno inversamente all’altro (a formare una losanga chiusa) rispetto ai due vertici opposti lungo la sua diagonale di un quadrato di lato 6 (quindi con area 36), verificheremo facilmente che l’area del quadrato è stata divisa in 3 parti uguali (ciascuna di area 12), di cui solo due parti hanno identica forma, ponendosi invece in mezzo un’area curvilinea (quella a forma di losanga), che è attraversata simmetricamente dalle diagonali del quadrato.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote108sym" name="sdfootnote108anc"><sup>108</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ma anche questa area interamente curvilinea vale 12, e di conseguenza ognuno dei suoi 4 spicchi eguali in cui può essere tagliata dalle diagonali del quadrato vale 3 (cioè 1/12 dell’area del quadrato). L’area del triangolo isoscele iscritto nel quadrato 36 vale 18, mentre l’area racchiusa da un solo ramo di parabola inscritto in tale quadrato, vale 1/3 di 18, cioè 6, quanto il valore numerico del lato del quadrato. 36 è un numero pitagorico </span><span style="font-size: large;"><i>quadrato</i></span><span style="font-size: large;"> (derivante dalla somma dei primi 6 numeri dispari successivi: 1 + 3 + 5 + 6 + 9 + 11 = 36), mentre 6 è un numero fattoriale, pitagorico triangolare perfetto (cioè derivante dalla somma di 1 + 2 + 3 e dal loro prodotto 3!). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I pitagorici avevano compreso la connessione tra la sfera e i 5 poliedri regolari che vi si possono inscrivere. Inoltre, il triangolo rettangolo coi cateti uguali, ruotando gennera il cono retto, così come la rotazione di qualsiasi triangolo produce sempre un cono. Tra cono retto, sfera e cilindro – inscritti in un cubo unitario – si possono individuare delle relazioni. Ma il passaggio dal retto al curvo è reso possibile soltanto dal numero irrazionale e trascendente pi greco. Archimede farà utilizzo di queste pre-cognizioni pitagoriche, citando però espressamente soltanto l’atomista ionico Democrito, quanto ai volumi retti tra cubo e piramide, e curvilinei tra cilindro e cono, ricavati ai tempi di Demorito da esperienze empiriche attraverso la </span><span style="font-size: large;"><i>granularizzazione </i></span><span style="font-size: large;">della sabbia necessaria per il riempimento (ma è proprio questo il principio elementare che sta a base degli </span><span style="font-size: large;"><i>indivisibili</i></span><span style="font-size: large;"> e del metodo per </span><span style="font-size: large;"><i>esaustione </i></span><span style="font-size: large;">di Eudosso).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un poliedro è </span><span style="font-size: large;"><i>semplice</i></span><span style="font-size: large;"> se non ha ‘buchi’, cosicché la sua superficie possa essere trasformata, per deformazioni continue, nella superficie di una sfera. Poiché i pitagorici sapevano già che i poliedri regolari erano iscrivibili nella sfera, il significato dei 5 solidi è molto più profondo di quanto non appaia. Keplero ne aveva tratto ispirazione per il modello eliocentrico rappresentato nel </span><span style="font-size: large;"><i>Mistero Cosmografico</i></span><span style="font-size: large;"> (1596: l’anno della nascita di Certesio), al quale era sempre rimasto affezionato, ignorando la gravità newtoniana. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio doveva aver compreso la profondità di questi concetti, se aveva ritenuto di nascondere la sua scoperta, che Leibniz intese come partecipata in segreto ai Rosa-Croce tedeschi; ma è assai dubbio che Cartesio fosse legato a questa setta, anche se fu sospettato di appartenervi. Si trattava della formula dei poliedri semplici che connette facce, spigoli e vertici, resa nota da Eulero soltanto nel 1730. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per quale ragione Cartesio tenne segreta una formula così bella e semplice, e perché Leibinz, che ne era venuto a capo nel 1676, a Parigi, quando riuscì a decifrare il taccuino cifrato di Cartesio, non la rese nota? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si trattava forse di un segreto della setta dei Rosa-Croce che non poteva essere rivelato? E di quale </span><span style="font-size: large;"><i>segreto</i></span><span style="font-size: large;"> poteva trattarsi? Una formula geometrica non ha segreti al di là di quanto rivela. Sarebbe come affermare che il teorema di Pitagora, base fondamentale della geometria piana, dovesse rimanere segreto.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote109sym" name="sdfootnote109anc"><sup>109</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La formula, scoperta per primo da Cartesio, ma ovviamente attribuita a Eulero, che la pubblicò, riguarda una costante di relazione tra vertici, spigoli e facce di ogni poliedro semplice: il numero dei vertici, sottratto al numero degli spigoli, ed aggiunto al numero delle facce, è sempre uguale a </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">2</span></span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A tal fine Cartesio aveva confezionato una </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">triplice tabella</span></span><span style="font-size: large;">, potuta riconoscere da Leibniz in base alle figure tracciate sul foglio che si riportavano ai 5 solidi del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Tetraedro</i></span><span style="font-size: large;"><i>Cubo</i></span><span style="font-size: large;"><i>Ottaedro</i></span><span style="font-size: large;"><i>Dodecaedro </i></span><span style="font-size: large;"><i>Icosaedro </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Facce : 4 </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>6</b></span></span><span style="font-size: large;"> 8 12 20</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Vertici : 4 8 </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>6 </b></span></span><span style="font-size: large;"> 20 12</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Spigoli : </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>6 </b></span></span><span style="font-size: large;"> 12 12 30 30</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz riuscì a trascrivere soltanto una pagina e mezza delle sedici pagine che componevano il fascicolo cifrato. Forse non sapremo mai cosa contenessero le altre quattordici pagine e mezza, perché dopo il 1691 di questo taccuino segreto di Cartesio si è perduta ogni traccia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per dimostrare la formula dei poliedri semplici: v – s + f = 2, si può immaginare che il poliedro sia considerato cavo, con una superficie di gomma sottile. Se si asporta una faccia, si può deformare la superficie rimanente, fino a distenderla su un piano limitato. Rimarranno lo stesso numero di vertici e di spigoli, ancorché deformati, mentre il numero dei poligoni sarà diminuito di una sola unità. A questo punto il reticolato può essere triangolato. Con una serie di operazioni di questo genere, si può ridurre il tutto ad un solo triangolo, il quale avrà perciò 3 lati, 3 vertici, e 1 sola faccia: 3 – 3 + 1 = 1. A questo punto la formula dei poliedri – cioè la relazione tra vertici, facce e spigoli – è uguale a 1. Ne deduciamo, allora, aggiungendo la sola faccia che manca, che v – s + f = 2.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote110sym" name="sdfootnote110anc"><sup>110</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ci dobbiamo tuttavia domandare (come fece Arthur Schopenhauer nei riguardi della dimostrazione del teorema di Pitagora data da Euclide ), se si tratti di una dimostrazione superficiale, ancorché esibita in forma elementare,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote111sym" name="sdfootnote111anc"><sup>111</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> valida e convincente solo dal punto di vista formale, anziché una dimostrazione profonda, fermo restando che l’argomento appartiene alla topologia, cioè a un ramo specialistico della matematica moderna che non è neppure alla portata di un semplice laureato in questa disciplina. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">* E’ possibile fornire una dimostrazione elementare, ma profonda, dei 5 solidi pitagorici, che magari fosse già alla loro portata? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Resterebbe in ogni caso da dimostrare, sempre in modo semplice e diretto (senza cioè entrare nella topologia), perché i solidi pitagorici siano soltanto 5, e perché debbano avere soltanto 3 tipi di faccia poste in sequenza secondo il numero dei lati: 3, 4, 5: cioè facce triangolari equilatere nei tre casi simili del tetraedro, dell’ottaedro e dell’icosaedro; facce quadrate nel solo caso del cubo; e facce pentagonali regolari per il dodecaedro. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La seguente dimostrazione </span><span style="font-size: large;"><i>elementare</i></span><span style="font-size: large;"> che esistono soltanto i suddetti 5 casi di poliedri regolari con esclusione di ogni altra possibilità, è una dimostrazione vera e propria, derivata da prestigiosi autori, ma potrebbe non essere </span><span style="font-size: large;"><i>profonda</i></span><span style="font-size: large;">. Del resto, come fecero i pitagorici a giustificare la ‘costruibilità’ esclusiva dei 5 solidi cosmici? Che cosa rappresentavano per loro aldilà dei 4 elementi – aria, acqua, terra, fuoco – e del quinto elemento ‘cosmico’?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La formula dei poliedri è sempre quella di Cartesio-Eulero, giustificata in modo elementare, riducendo tutto a un triangolo, e poi alla fine aggiungendo il triangolo o la faccia rimanente. Verrebbe così comprovata la relazione: </span><span style="font-size: large;"><i>v – s + f =</i></span><span style="font-size: large;">2. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Passiamo adesso al secondo punto: cioè, che possono esistere soltanto i suddetti 5 solidi regolari. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dalla formula generale si ricava che </span><span style="font-size: large;"><i>nF = 2nS</i></span><span style="font-size: large;"> (cioè le facce sono il doppio degli spigoli, perché ogni spigolo appartiene a due facce). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si può perciò ottenere: </span><span style="font-size: large;"><i>2S/n + 2S /r – S = 2</i></span><span style="font-size: large;">. Ovvero: </span><span style="font-size: large;"><i>1/n + 1/r = ½ + 1/s</i></span><span style="font-size: large;">, in cui deve essere </span><span style="font-size: large;"><i>n</i></span><span style="font-size: large;"> maggiore o uguale a 3, e la stessa cosa per </span><span style="font-size: large;"><i>r</i></span><span style="font-size: large;">,</span><span style="font-size: large;">poiché un poligono deve avere almeno 3 lati, e almeno 3 lati devono incontrarsi nel vertice di ciascuno degli angoloidi del poliedro. Ma </span><span style="font-size: large;"><i>n</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>r</i></span><span style="font-size: large;"> non possono essere entrambi maggiori di 3, poiché in tal caso il primo membro dell’uguaglianza non potrebbe superare ½, e questo fatto è impossibile per ogni valore positivo di </span><span style="font-size: large;"><i>s.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per </span><span style="font-size: large;"><i>n = 3</i></span><span style="font-size: large;">, si ottiene: </span><span style="font-size: large;"><i>1 /r – 1/6 = 1/s</i></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><i>R</i></span><span style="font-size: large;"> può quindi essere uguale a 3, 4, 5 (</span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">6</span></span><span style="font-size: large;"> e ogni numero maggiore sono esclusi). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per questi valori di </span><span style="font-size: large;"><i>r</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>n</i></span><span style="font-size: large;"> si ottiene cioè che gli </span><span style="font-size: large;"><i>spigoli</i></span><span style="font-size: large;"> sono 6, 12 o 30 (il che corrisponde al tetraedro, all’ottaedro e all’icosaedro). Analogamente per </span><span style="font-size: large;"><i>r = 3</i></span><span style="font-size: large;">, si ha l’uguaglianza </span><span style="font-size: large;"><i>1/n – 1/6 = 1/s</i></span><span style="font-size: large;">, da cui segue che </span><span style="font-size: large;"><i>n = 3, 4 o 5</i></span><span style="font-size: large;"> e che, dunque, gli </span><span style="font-size: large;"><i>spigoli</i></span><span style="font-size: large;"> sono 6, 12, 30 (valori questa volta riguardanti il tetraedro, il cubo e il dodecaedro). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per sostituzione dalla formula generale, si ottengono i valori dei </span><span style="font-size: large;"><i>vertici </i></span><span style="font-size: large;">e delle </span><span style="font-size: large;"><i>facce</i></span><span style="font-size: large;"> dei 5 solidi pitagorico-platonici (cioè si arriva alla tabella di Cartesio individuata e riconosciuta da Leibniz).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote112sym" name="sdfootnote112anc"><sup>112</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Pertanto sono stati provati, in modo elementare, i 3 elementi essenziali di tutta la questione: 1) che la formula di Cartesio è esatta; 2) che vale soltanto per i 5 solidi regolari, aventi quel dato numero di facce; 3) che tali facce regolari possono essere soltanto il triangolo equilatero, il quadrato e il pentagono regolare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quindi l’esagono, e ogni altro poligono regolare con lati maggiori di 5, restano esclusi: non possono dar luogo a poliedri regolari iscrivibili nella sfera. Anzi, la sfera si pone al limite superiore di un poliedro di infiniti punti-faccia, così come il punto pitagorico (avente posizione) è, paradossalmente, il limite inferiore del cerchio e della sfera ‘puntiformi’. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C’è, per caso, un’altra via </span><span style="font-size: large;"><i>elementare</i></span><span style="font-size: large;"> per giungere al medesimo risultato di possibilità-impossibilità, ma che abbia caratteristiche concettuali </span><span style="font-size: large;"><i>profonde</i></span><span style="font-size: large;">? Quali furono i pensieri nascosti di Cartesio? E quali i pitagorici? Se guardiamo ai vari 6 che compaiono sulle tre righe della tabella di Cartesio, si potrebbe pensare all’esoterico numero 666 dell’Apocalisse di San Giovanni. Ma non è così. Cartesio venne a capo della relazione, ma non pubblicò il risultato, che anticipava di un secolo Eulero. Il segreto doveva essere d’altra natura. Anche se magari non riusciremo a svelare il segreto dell’estremo riserbo di Cartesio, che addirittura cifrò l’innocente formula geometrica, vogliamo tuttavia provarci. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In questo, il bel libro di Aczel non ci ha convinti. Anzi, l’evidente lacuna ci spinge alla curiosità di cercare di comprendere fino in fondo il mistero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dovremo tentare di ragionare come i pitagorici, di carpire il loro segreto? Può darsi che questo tentativo ci aiuti a rintracciare l’enigma di Cartesio. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>RITORNO AL PITAGORISMO </b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il ritorno al </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorismo </i></span><span style="font-size: large;">richiede una piccola ricapitolazione della vicenda dei 5 poliedri platonici con qualche notizia sui 13 poliedri semiregolari studiati da Archimede che ne costituiscono una evidente ripresa. Il neoplatonico Proclo attribuì ai pitagorici i 5 solidi regolari, chiamandoli </span><span style="font-size: large;"><i>figure cosmiche </i></span><span style="font-size: large;">e così</span><span style="font-size: large;">confermando l’associazione ai 4 elementi: fuoco, aria, acqua e terra; nonchè al cosmo (rappresentato dal dodecaedro), adombrato da Platone (</span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, 55 D). Il </span><span style="font-size: large;"><i>Demiurgo</i></span><span style="font-size: large;"> ha prodotto gli elementi utilizzando triangoli elementari (</span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, 54 A ss.). Platone riprende il teorema pitagorico descrivendo i 5 solidi e concludendo che il dodecaedro (cioè la </span><span style="font-size: large;"><i>quinta </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">combinazione</span></i></span><span style="font-size: large;">) </span><span style="font-size: large;"><i>servì a decorare l’universo</i></span><span style="font-size: large;"> (si tratta della fascia dello zodiaco), che secondo lui è </span><span style="font-size: large;"><i>unico</i></span><span style="font-size: large;"> (come nel poema di Parmenide e nel </span><span style="font-size: large;"><i>Mistero</i></span><span style="font-size: large;"><i>cosmografico</i></span><span style="font-size: large;"> di Keplero, pubblicato nel 1596, nell’ambito della concezione eliocentrica, respinta dalla Chiesa Cattolica col processo a Galileo). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio era informato. Conosceva benissimo Platone. Oggi però sappiamo che i Dialoghi di Platone riflettono le dottrine orali.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote113sym" name="sdfootnote113anc"><sup>113</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Sappiamo che Platone era essenzialmente un pitagorico. Ciò spiega pure la continuità millenaria che va dalla Scuola Italica e che giunge fino all’Accademia, e che attraverso il neoplatonismo e il neopitagorismo, si concluse ad Atene nel 529 d. C., con la chiusura dell’Accademia imposta dall’imperatore Giustiniano. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il pitagorismo, tuttavia, ha varcato un altro millennio, giungendo fino a noi. Non era una dottrina ingenua, sulla quale avrebbe operato il mito. Doveva essere una cosa seria, se nel ‘900 ritroveremo un dibattito filosofico scientifico sul pitagorismo moderno. Dai neopitagorici romani, come Nigidio Figulo e Cicerone, fino a Giamblico, a Damascio e a Proclo; da costoro fino ai neopitagorici moderni, come il famoso astronomo inglese Eddington, uno dei protagonisti della relatività generale di Einstein e dello spazio-tempo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La dottrina platonica degli elementi, che tanto colpì Werner Heisemberg, è geometrico-atomistica. Si fonda sulla simmetria e lo scambio; riguarda il movimento e la quiete, il grande e il piccolo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I 5 poliedri regolari del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> adombrano dottrine nascoste. Platone fornisce una spiegazione (</span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> 54 E) di come si sia prodotto </span><span style="font-size: large;"><i>ciascun genere</i></span><span style="font-size: large;"> di tali </span><span style="font-size: large;"><i>forme elementari</i></span><span style="font-size: large;"> e</span><span style="font-size: large;"><i> per il concorso di quali numeri</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il primo gruppo è quello del tetraedro, dell’ottaedro e dell’icosaedro. Si passa poi al cubo e al dodecaedro. Il dodecaedro viene brevemente definito come la </span><span style="font-size: large;"><i>quinta combinazione</i></span><span style="font-size: large;">, cioè come l’ultimo anello. Il Demiurgo si </span><span style="font-size: large;"><i>servì</i></span><span style="font-size: large;"> del dodecaedro </span><span style="font-size: large;"><i>per decorare l’universo.</i></span><span style="font-size: large;"> [Con riferimento alla fascia delle 12 costellazioni zodiacali]. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il Demiurgo fece utilizzo di triangoli elementari di specie diversa, e qui Platone fa implicito riferimento al </span><span style="font-size: large;"><i>mirabile</i></span><span style="font-size: large;"><i>teorema pitagorico</i></span><span style="font-size: large;"> riportato da Proclo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La questione di dividere il piano in poligoni congruenti è strettamente collegata ai solidi regolari. E’ probabile che gli antichi egizi conoscessero almeno tre tipi, e perciò Pitagora, partendo dal tetraedro, dall’ottaedro e dal cubo, costruì in seguito (Loria, op. cit., p. 39: </span><span style="font-size: large;"><i>per tentativi</i></span><span style="font-size: large;">) l’icosaedro e il dodecaedro che non sarebbero stati precedentemente noti (il che è falso, ma evidentemente Pitagora intendeva definirne meglio le proprietà). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sei triangoli equilateri riuniti danno il piano, e questo procedimento non può continuare. Tre quadrati congiunti per un vertice conducono al cubo e quattro danno un piano, onde dal quadrato non si può ottenere nulla di nuovo. Invece tre pentagoni regolari riuniti danno origine a un nuovo solido regolare, il dodecaedro, mentre non è possibile riunirne un maggior numero. E poiché, finalmente, tre esagoni riuniti formano un piano, il metodo di costruzione per tentativi non è più applicabile, e la determinazione dei poligoni regolari convessi è si è pertanto esaurita sulla base della sequenza 3, 4, 5. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nessun documento sta a provare quale sia stata la linea seguita dai pitagorici (Loria). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Dalla</i></span><span style="font-size: large;"><i>costruzione dell’icosaedro regolare</i></span><span style="font-size: large;"> (Loria, op. cit., p. 40) </span><span style="font-size: large;"><i>Pitagora fu probabilmente indotto a notare l’esistenza del pentagono regolare, mentre per il dodecaedro gli era indispensabile conoscere una </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">costruzione per tentativi</span></i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A questo punto il Loria passa all’esame di un pentagono, triangolato con 3 diagonali, indicando per confronto la proposizione 11 del secondo libro degli Elementi di Euclide, che infatti si riporta a questa suddivisione, </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per quanto grande sia l’ammirazione verso questo impeccabile storico della matematico, il Loria, ci permettiamo di dissentire. I tentativi precedono una scoperta teorica, e non si esauriscono nel solo fatto del provare e riprovare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I pitagorici dovevano sapere quale strada percorrere, ciò che stavano facendo e perché lo facevano. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I 5 solidi regolari non sono una curiosità empirica, ma un manifesto geometrico e simbolico. Dietro a queste figure ci deve essere una concezione teorica dello spazio. Anzi, qualcosa di più. La </span><span style="font-size: large;"><i>tetrakys </i></span><span style="font-size: large;">pitagorica riunirebbe due mondi apparentemente separati: la geometria e l’aritmetica, che vengono rappresentate in una sorta di scala simbolica che risale alle quattro dimensioni e che in aritmetica fondava il numero 10: per righe e per file. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si può notare che il pentagono regolare è triangolabile a partire da un triangolo isoscele ricavato dal suo vertice, e che questo procedimento, ulteriormente sviluppato, porta alla proposizione 11 di Euclide. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ‘diagonalizzazione’ progressiva del pentagono conduce alla famosa stella a 5 punte, che era il simbolo del pitagorismo, e che era nota già a Platone, come figura auto-replicante.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote114sym" name="sdfootnote114anc"><sup>114</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Infine il pentagono regolare, ‘diagonalizzato’ 5 volte di seguito, in modo progressivo orientato, genera 11 triangoli. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il Demiurgo costruì gli elementi o forme prime utilizzando dei “triangoli”, ma si trattava chiaramente di un’allegoria, che contiene il suo nucleo di allusioni. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Passiamo ai 13 solidi semiregolari di Archimede. Che il grande siracusano li abbia concepiti e studiati, componendo un’opera </span><span style="font-size: large;"><i>Sui Poliedri</i></span><span style="font-size: large;"> che non ci è pervenuta, lo sappiamo da Pappo (I-II sec. d. C.), che ne serbò notizia nella seconda parte del V libro della </span><span style="font-size: large;"><i>Collezione matematica</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per dimostrare che a parità di superficie la sfera è il corpo di volume massimo, Pappo la paragona ai 5 solidi regolari pitagorici e ai 13 solidi archimedei dotati di regolarità parziale. Per questi ultimi, Pappo osservava che il numero degli spigoli è espresso dalla </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">semisomma</span></span><span style="font-size: large;"> del numero dei lati di tutte le facce (che sono 18, 24, 36, 36, 48, 72, 60, 90, 90, 60, 120, 180, 150), mentre il numero dei vertici si ricava dividendo per 3, 4 o 5 la stessa semisomma, secondo che gli angoli del poliedro sono tutti triedri, tetraedri o pentaedri (123, 124, 243, 244, 483, 304, 603, 245, 604, 1203, 605 – ove gli indici indicano il numero delle facce di ciascun solido semiregolare archimedeo).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote115sym" name="sdfootnote115anc"><sup>115</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le facce dei poliedri di Archimede sono date da poligoni di 3, 4, 5, 6, 8, 10 e 12 lati. </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">Dieci</span></span><span style="font-size: large;"> poliedri presentano facce regolari di 2 tipi, i restanti </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">tre</span></span><span style="font-size: large;"> facce regolari di 3 tipi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Pappo si limita a descrivere questi poliedri senza riferirne l’origine e lo scopo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ probabile che Archimede conoscesse già la formula Cartesio-Eulero (in tal senso Loria, op. cit., p. 335). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La geometria di Archimede è ideativa e costruttiva,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote116sym" name="sdfootnote116anc"><sup>116</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e un anonimo scoliasta riferisce un procedimento uniforme per costruire i primi 5 casi dei solidi semiregolari archimedei, che costui potrebbe aver derivato dall’opera perduta del siracusano.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote117sym" name="sdfootnote117anc"><sup>117</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I poliedri semiregolari sono caratterizzati dalla proprietà di avere tutti gli angoli solidi identici. Per dualità, corrispondono ad essi analoghi poliedri, aventi facce fra loro identiche. Il metodo di Luca Pacioli (di derivazione dei cristalli) è in grado di condurre alla costruzione di 12 poliedri, ad eccezione del caso p10. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Secondo Pappo, Platone avrebbe fatto un’esposizione della teoria dei corpi regolari (opera che non è pervenuta), mentre stando a Erone, risulta che Platone avrebbe aperto ad Archimede la strada verso i poliedri semiregolari convessi, con l’esempio di uno o forse 2 corpi a 14 facce (Loria, op. cit., p. 123). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ci limiteremo al </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> e ai 5 solidi regolari </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorici</i></span><span style="font-size: large;">. Platone</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote118sym" name="sdfootnote118anc"><sup>118</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> spiega che il Demiurgo si è servito di due tipi di triangoli elementari: quello scaleno e rettangolo (avente il quadrato del lato maggiore triplo del quadrato del minore e il cateto minore uguale alla metà dell’ipotenusa), e quello isoscele, pure rettangolo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Col triangolo scaleno il Demiurgo forma il tetraedro, l’ottaedro e l’icosaedro nel modo seguente. Con 6 di questi triangoli forma un triangolo equilatero, la cui faccia è ripetuta 4, 8 e 20 volte (tetra, otto, icosaedro). La costruzione del cubo è elementare (6 facce che si richiudono ad anello). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Platone non specifica, però, la costruzione del dodecaedro (12 facce pentagonali regolari chiuse ad anello), e non lo identifica come elemento. Albino (o Alcinoo che sia), riferisce: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Dio si è</i></span><span style="font-size: large;"><i>avvalso del dodecaedro per l’universo: per questo motivo si vedono nel cielo 12 segni zodiacali nel cerchio dello zodiaco, e ciascuno di questi segni si divide in 30 parti; e come nel dodecaedro, che risulta composto da 12 pentagoni divisi ciascuno in 5 triangoli ulteriormente composti ciascuno di 6 triangoli, si trovano complessivamente 360 triangoli, così anche nello zodiaco si trovano altrettante parti </i></span><span style="font-size: large;">&gt;&gt;</span><span style="font-size: large;"><i>.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I matematici hanno osservato che con i triangoli di cui parla Platone non si può ottenere un pentagono, bensì un esagono. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per giustificare il passo sopra riportato del </span><span style="font-size: large;"><i>Didascalico</i></span><span style="font-size: large;"> di Albino si dovrebbero chiamare in causa altri triangoli e un differente sistema di triangolazione che è apparso improbabile nel contesto del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Alcuni studiosi hanno osservato che Platone potrebbe aver chiamato in causa il dodecaedro per il fatto che le diagonali si intersecano in modo che ad esse si applica la sezione aurea (vale a dire il pentagono stellato).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote119sym" name="sdfootnote119anc"><sup>119</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Come stanno le cose? In quale modo si può cogliere il presunto segreto, ideativo e costruttivo, dei 5 solidi pitagorici? Del resto, non sappiamo nulla di più di quanto annotato da Cartesio nel suo taccuino segreto, rispetto a quanto riportato nei suoi scarni appunti da Leibniz. Quindi bisogna </span><span style="font-size: large;"><i>immaginare</i></span><span style="font-size: large;">. E noi proveremo a farlo.</span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>UNA NUOVA DIMOSTRAZIONE</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La dimostrazione </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">elementare</span></span><span style="font-size: large;"> fornita nel precedente paragrafo (tratta da Courant e Robbins facendo a meno delle risorse matematiche della topologia moderna), procede su due gradini: 1) la dimostrazione della validità generale della formula di Eulero; 2) la prova che i poliedri regolari sono 5 soltanto e con quelle precise caratteristiche.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Attraverso una serie di argomentazioni originali, cercheremo invece di esibire una dimostrazione elementare </span><span style="font-size: large;"><i>profonda</i></span><span style="font-size: large;">, che possa rispondere a tre domande: 1) quale sarebbe il significato della costante 2 della formula di Cartesio-Eulero; 2) come i pitagorici ricavarono i 5 solidi e perché lo fecero; 3) perché il tipo e i rispettivi numeri della facce di questo 5 solidi regolari, esaustivi di ogni altra possibilità, sono necessari e insostituibili. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Iniziamo dalla considerazione che la </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorica unirebbe l’ordine della decade numerica con quello del succedersi delle 4 dimensioni. E’perciò necessario accostarsi, in modo elementare, al concetto di </span><span style="font-size: large;"><i>dimensione</i></span><span style="font-size: large;">, che tuttavia elementare non è, come ammoniva Poincarè nel 1912.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote120sym" name="sdfootnote120anc"><sup>120</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Questo concetto non presenta difficoltà, finché si ha a che fare con semplici figure geometriche come punti, rette, triangoli e poliedri. Un solo punto o una classe finita di punti hanno </span><span style="font-size: large;"><i>dimensione zero</i></span><span style="font-size: large;">. Un segmento (classe infinita di punti) ha </span><span style="font-size: large;"><i>una</i></span><span style="font-size: large;"> dimensione, la superficie di un triangolo o di una sfera ha </span><span style="font-size: large;"><i>due </i></span><span style="font-size: large;">dimensioni, la classe dei punti di un cubo ha </span><span style="font-size: large;"><i>tre </i></span><span style="font-size: large;">dimensioni.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote121sym" name="sdfootnote121anc"><sup>121</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ci domandiamo se tali affermazioni, comunemente accettate, siano corrette, almeno dal punto di vista ‘pitagorico’. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il concetto di dimensione è infatti scivoloso. Secondo Poincarè, una retta ha una dimensione, perché due qualsiasi punti su di essa possono essere separati tagliandola in un punto unico, che ha dimensione zero; mentre un piano ha due dimensioni, perché per separare una coppia di punti del piano si deve tagliar fuori un’intera curva chiusa (che ha dimensione 1). Questo fa pensare che la dimensionalità abbia un carattere induttivo. Che dimensione ha la c.d. </span><span style="font-size: large;"><i>polvere di Cantor</i></span><span style="font-size: large;">? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si prende un segmento e se ne sottrae la terza parte centrale. Si continua a procedere così, sempre di seguito. Allora la dimensione di quanto resta al limite di questo processo è 1 o zero?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote122sym" name="sdfootnote122anc"><sup>122</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Lo stesso potrebbe domandarsi estendendo il procedimento al piano: ha classe 1 o classe 2? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Immaginiamo di chiamare tutto ciò (più o meno arbitrariamente) principio di continuità dimensionale. Se assegniamo al punto (senza parti di Euclide) il valore 1 (come i pitagorici), potremo dire che il valore 2 appartiene allo stesso modo alla retta infinita e al piano limitato. Ce lo consentirebbero queste due osservazioni: il punto ha lo stesso valore del segmento (che pure contiene infiniti punti); la curva di Peano (una retta infinita) riempie tutto il piano delimitato (cioè un quadrato).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote123sym" name="sdfootnote123anc"><sup>123</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A questo punto possiamo dire che i corpi solidi appartengono alla dimensione tre, che è l’unica sperimentata dai sensi, a parte la teoria della relatività generale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Mentre la superficie sferica e il piano infinito pitagorico dovrebbero avere dimensione 4, chiudendo l’anello delle dimensioni geometriche che si manifesta ai sensi nel mondo a 3 dimensioni, attraverso i corpi fisici concreti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Poiché il punto, il segmento, la retta infinita, il piano delimitato e quello infinito sono astrazioni seppure di fertile impiego geometrico e matematico (il filosofo Thomas Hobbes litigò a lungo col matematico John Wallis sostenendo che la superficie deve avere uno spessore minimo e che il cerchio è quadrabile!), dovremmo concludere </span><span style="font-size: large;"><i>pitagoricamente</i></span><span style="font-size: large;"> per la necessità (non importa se ideale) di un piano illimitato,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote124sym" name="sdfootnote124anc"><sup>124</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> che sarebbe contemporaneamente </span><span style="font-size: large;"><i>spazio </i></span><span style="font-size: large;">e </span><span style="font-size: large;"><i>numero</i></span><span style="font-size: large;"> (basti pensare alla somma densa di infiniti “numeri quadrati” successivi). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Questo piano infinito </span><span style="font-size: large;"><i>ideale</i></span><span style="font-size: large;"> &#8211; che se infinitamente curvato corrisponde alla superficie sferica &#8211; sarebbe il generatore dell’universo geometrico euclideo, rappresentativo della realtà sensoriale.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote125sym" name="sdfootnote125anc"><sup>125</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Platone, nel mito della caverna, riporterebbe un’eco di tale concezione. Lo spazio infinito pitagorico che sarebbe, in mano al Demiurgo, il generatore di tutta la realtà fisica (è questo il senso dei 5 poliedri del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">), deve essere necessariamente piano non potendo aggiungersi una quinta dimensione (che del resto sarebbe fuori </span><span style="font-size: large;"><i>tetrakys</i></span><span style="font-size: large;">). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La sua necessità deriva da una astrazione, sulla quale è stata costruita la dottrina delle idee: un aspetto ‘segreto’ dei </span><span style="font-size: large;"><i>numeri ideali</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone, che sembra anticipare la teoria “cantoriana” della potenza degli insiemi infiniti, si connetterebbe al piano pitagorico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> conterrebbe in sé la rappresentazione simbolica di questo </span><span style="font-size: large;"><i>segreto</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si trattava forse dello stesso </span><span style="font-size: large;"><i>segreto</i></span><span style="font-size: large;"> venuto in mente a Cartesio, in analogia al mito della caverna, dove è adombrata la quarta dimensione? Forse Cartesio si aspettava una costante 3, e non la costante 2? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Perché Cartesio tenne segreta la sua formula, addirittura cifrandola? Che motivo poteva a avere, al di là del timore dell’Inquisizione per la visione eliocentrica? La Cosmografia di Keplero era stata pubblicata nel 1596 ed era conosciuta. Il timore di Cartesio sembra perciò inspiegabile, a meno che la sua formula non aderisse, di per sé, ad in mistero della setta dei Rosa Croce, destinato a rimanere segreto. Stiamo ripetendo quanto già detto. Si può uscire dalla gabbia? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La costante 2 della formula dei poliedri semplici avrebbe il valore </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionale</i></span><span style="font-size: large;"> del </span><span style="font-size: large;"><i>piano delimitato</i></span><span style="font-size: large;">. Sarebbe stata questa la </span><span style="font-size: large;"><i>prova </i></span><span style="font-size: large;">in mano ai pitagorici per giustificare il criterio della </span><span style="font-size: large;"><i>continuità dimensionale</i></span><span style="font-size: large;"> nell’ambito della dicotomia </span><span style="font-size: large;"><i>limitato</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>illimitato</i></span><span style="font-size: large;">. Archimede avrebbe poi risolto le dicotomie pitagoriche di </span><span style="font-size: large;"><i>movimento-stasi</i></span><span style="font-size: large;"> e di </span><span style="font-size: large;"><i>retto-curvo</i></span><span style="font-size: large;">. E lo avrebbe fatto proseguendo sulla scia di una concezione già avviata nei fondamenti, dagli stessi pitagorici della Magna Grecia. Il numero 4 è la costante della superficie sferica, pari a 4 cerchi massimi (risultato bellissimo!). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dal momento che abbiamo definito Archimede come un grande pensatore di matrice </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorico-platonica</i></span><span style="font-size: large;">, e non un atomista epicureo come invece sostiene lo storico della scienza Michel Serres, dobbiamo appoggiarci di nuovo a lui, cercando di rintracciare il filo nascosto della c.d. </span><span style="font-size: large;"><i>questione archimedea</i></span><span style="font-size: large;">. Dobbiamo cioè domandarci come fece a trovare il volume e la superficie della sfera, come ottenne l’area del cerchio e il valore della circonferenza, come trovò il valore approssimato di pi-greco. Limitandoci al minimo indispensabile, formuleremo delle ipotesi per giustificare l’intuizione dimensionale di questi </span><span style="font-size: large;"><i>rapporti semplici</i></span><span style="font-size: large;">, che Archimede proverà in modo formale attraverso le sue principali dimostrazioni.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote126sym" name="sdfootnote126anc"><sup>126</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel trattato sul </span><span style="font-size: large;"><i>Metodo</i></span><span style="font-size: large;"> (al termine della proposizione 2) Archimede fa una mezza rivelazione: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Veduto ciò: che qualunque sfera è quadrupla del cono avente per base il cerchio massimo e altezza uguale al raggio della sfera, mi </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">venne l’idea</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> che la superficie di qualunque sfera è quadrupla del cerchio massimo della sfera: </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">la supposizione</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> consisteva nel ritenere che come qualunque cerchio è uguale ad un triangolo avente per base la circonferenza del cerchio e l’altezza uguale al raggio del cerchio, così qualunque sfera sia uguale al cono avente per base la superficie della sfera e l’altezza uguale al raggio della sfera</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;. Egli dice la verità, ma l’analogia che qui illustra e confessa, da sola non è sufficiente. In ogni caso, la dimostrazione formale esibita nella proposizione 33 di </span><span style="font-size: large;"><i>Sfera e</i></span><span style="font-size: large;"><i>cilindro</i></span><span style="font-size: large;"> non svela l’arcano. Se abbiamo ragione, Archimede potrebbe aver associato il valore dimensionale 4 del piano infinito pitagorico (un piano ideale e illimitato che giustificava e riempiva di sé il </span><span style="font-size: large;"><i>rotondo sfero</i></span><span style="font-size: large;"> dell’Universo, oltre il quale nulla poteva esistere) al mistero del </span><span style="font-size: large;"><i>curvo</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I solidi semiregolari di Archimede sono 13, i solidi regolari pitagorico-platonici sono 5: 5 e 13 sono due numeri primi. Se prendiamo le singole cifre, in ordine progressivo dispari, di questi tre numeri primi: cioè 1, 3 e 5, e poi raddoppiamo la serie ottenendo le coppie 1-1, 3-3, e 5-5 (cioè 6 cifre in tutto), con un ordine simmetrico a partire dal centro si può ricavare la frazione o rapporto 355/113. Tale frazione fornisce il valore di </span><span style="font-size: large;"><i>pi greco</i></span><span style="font-size: large;"> fino alla sesta cifra decimale.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote127sym" name="sdfootnote127anc"><sup>127</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il che non ci sembra casuale, anche se abbiamo fatto ricorso alla numerologia. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ venuto il momento di ritornare alla formula di Cartesio-Eulero per i poliedri semplici, sul presupposto che la </span><span style="font-size: large;"><i>costante 2</i></span><span style="font-size: large;"> di questa formula abbia natura </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionale</i></span><span style="font-size: large;">, rappresentando cioè la dimensione due del </span><span style="font-size: large;"><i>piano delimitato</i></span><span style="font-size: large;"> (che è poi il generatore e il ricettacolo dei poliedri trasferiti sul piano attraverso operazioni di triangolazione).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote128sym" name="sdfootnote128anc"><sup>128</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il corrispondente </span><span style="font-size: large;"><i>geometrico</i></span><span style="font-size: large;"> dei cosiddetti </span><span style="font-size: large;"><i>numeri</i></span><span style="font-size: large;"><i>catalani</i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote129sym" name="sdfootnote129anc"><sup>129</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> che vengono spesso chiamati in causa in problemi di matematica combinatoria, si ottiene da tagli diagonali orientati, operando sulla serie progressiva del triangolo, del quadrato, del pentagono, dell’esagono, e via dicendo. I rispettivi valori </span><span style="font-size: large;"><i>catalani</i></span><span style="font-size: large;"> di questi tagli orientati (che esauriscono le possibilità collegando due a due i punti di vertice della figura), sono i seguenti: 1 per il triangolo, 2 per il quadrato, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">5</span></span><span style="font-size: large;"> per il pentagono, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">14</span></span><span style="font-size: large;"> per l’esagono, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">42</span></span><span style="font-size: large;"> per l’ettagono, 132 per l’ottagono, ecc. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Osservando alcuni di questi numeri, ci accorgiamo di conoscerli già: il numero </span><span style="font-size: large;"><i>catalano</i></span><span style="font-size: large;"> del pentagono corrisponde all’anello esaustivo dei </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">5</span></span><span style="font-size: large;"> solidi pitagorici regolari (nonché alla stella auto-replicante a 5 punte cui dà luogo e che era il simbolo della scuola pitagorica, con il relativo rapporto della sezione aurea, già nota agli antichi egizi). </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">14</span></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">42</span></span><span style="font-size: large;"> sono inoltre numeri archimedei nel senso precisato nei nostri appunti su Archimede.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote130sym" name="sdfootnote130anc"><sup>130</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il primo numero </span><span style="font-size: large;"><i>perfetto</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorico è il numero </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">6</span></span><span style="font-size: large;">, che essendo un numero </span><span style="font-size: large;"><i>fattoriale</i></span><span style="font-size: large;"> (3!), oltre che </span><span style="font-size: large;"><i>triangolare</i></span><span style="font-size: large;">, riunisce la combinazione di somma e di prodotto delle prime 3 dimensioni (ovvero delle prime tre righe della </span><span style="font-size: large;"><i>tetrakys</i></span><span style="font-size: large;">). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il numero 6 può essere associato sia alla sfera che al cubo. Alla sfera, in quanto correlato ai sui 6 raggi fondamentali o direzioni spaziali (mentre 4 e 4/3 sono, rispettivamente, le costanti dimensionali di superficie e di volume della sfera stessa). Al cubo, per via delle 6 facce quadrate uguali. Ma il numero </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">6</span></span><span style="font-size: large;"> della sfera sta anche ad indicare che la sfera è il limite estremo dello sviluppo per facce dei </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">5</span></span><span style="font-size: large;"> solidi pitagorici, corrispondendo ad un solido regolare, e perfettamente simmetrico, di infinite facce-punto. Di conseguenza, il valore della superficie sferica deve essere quello stesso del piano pitagorico (la costante 4 della superficie sferica corrisponde al valore del piano infinitamente esteso). Ne consegue per tale ragione che possiamo assegnare al cubo e alla sfera, come solidi regolari, uno stesso valore, che è poi il prodotto di 6 per 4 per la sfera (24), e di 8 per 3 per il cubo (24). Infatti, 3 piani intersecatesi simmetricamente in 3 direzioni diverse danno luogo a 8 regioni spaziali *[basti ripensare ai due specchi del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone, posti a spigolo di 90 gradi, i quali triplicano l’immagine]. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quanto ai 5 solidi pitagorici iscrivibili nella sfera e a essa topologicamente corrispondenti, possiamo avere la serie delle facce triangolari equilatere (tre casi), delle facce quadrate (un solo caso), e infine delle facce pentagonali (un solo caso). Sarebbe questo il senso recondito del </span><span style="font-size: large;"><i>teorema pitagorico</i></span><span style="font-size: large;">, correlato al piano e all’angolo giro di 360 gradi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La sfera può essere vista come il caso estremo di solido regolare, la cui facce sono date da infinite unità-punto. Per questa ragione Platone (senza dire nulla di più) connette il dodecaedro alla fascia astronomica dello zodiaco, lungo l’eclittica, contrassegnata dal percorso apparente del sole nelle sue variazioni stagionali. Nella sfera si combina il prodotto fattoriale delle 4 dimensioni (4! =24), e questo valore corrisponde al prodotto &lt; 6 per 4 &gt; fornito altresì dai 6 raggi direzionali e dal valore 4 della superficie sferica, corrispondente al piano infinito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dal punto di vista tridimensionale, la sfera 24 e il cubo 24 sono equivalenti, sebbene caratterizzati da due numeri diversi: il 6 della sfera, numero perfetto fattoriale; e il numero 8 del cubo, che è la terza potenza di 2. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Moltiplicando il valore 8 del cubo per 3, in senso dimensionale, si ritorna al valore 24. Sfera e cubo sono equivalenti, anche perché ai 6 raggi fondamentali della prima corrispondono le 6 facce piane del cubo. Tuttavia, la sfera seguita da avere infinite facce-punto, mentre il numero della facce di un solido regolare può essere inferiore a 6, dal momento che &lt; 24 : 6 </span><span style="font-size: x-large;">&gt; </span><span style="font-size: large;">consente il minimo di 4 facce piane. Ed è questo il caso limite inferiore, che riguarda il tetraedro, iscrivibile nella sfera, composto soltanto da 4 facce triangolari equilatere. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il tetraedro si pone, perciò, al limite inferiore della serie dei 5 solidi, ma il suo numero dimensionale (4 per 3 = 12), è correlato a quello della sfera e del cubo. A questo punto si può notare che il valore somma di ogni triangolo equilatero di 3 lati, è 3 (cioè 3 segmenti di valore dimensionale 1, come per il punto pitagorico), e, di conseguenza, il valore complessivo &lt; 4 per 3 = 12 &gt; è accettabile rispetto alla sfera 24. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I punti di contatto con la superficie sferica sono inoltre 4, corrispondendo infatti il numero dei vertici al numero delle facce, in modo che venga sempre rispettato il valore dimensionale 3, proprio del solido in se stesso. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non può esistere un </span><span style="font-size: large;"><i>–edro</i></span><span style="font-size: large;"> di sole 3 facce. Non lo consentirebbe l’intuizione e neppure il ragionamento già fatto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si deve però ancora dimostrare che il limite massimo della facce triangolari equilatere possibili è 20 (caso dell’icosaedro), quando poi il valore 8 delle facce triangolari dell’ottaedro si correla ugualmente al valore 24 della sfera, poiché 8 per 3 (tale il valore dei 3 segmenti identici della faccia equilatera) dà sempre 24. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Abbiamo più volte asserito – in questo senso – che il valore della sfera è 24 (6 per 4, ovvero 4!). Dal momento che 4 è il valore minimo delle facce e che 24 è il valore assegnabile alla sfera che si compone di infinite facce-punto, si deve coerentemente convenire che 20 facce triangolari equilatere è il valore massimo consentito. Infatti l’icosaedro chiude l’anello del numero massimo di facce dal momento che si trova al quinto posto di serie, mentre il valore 20 delle facce deriva dal prodotto del minimo di 4 facce (corrispondente al valore 4 del piano infinito) col valore 5 dell’ordine stesso di serie (totale 20). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La differenza tra la sfera </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">24</span></span><span style="font-size: large;"> a infinite facce e l’icosaedro a </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">20</span></span><span style="font-size: large;"> facce, è </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">4</span></span><span style="font-size: large;">, ma questo numero rappresenta, ancora una volta, il valore dimensionale del piano infinito pitagorico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’icosaedro chiude l’anello della facce possibili. Se poi assegniamo a questo solido il valore 60 (cioè 20 facce per 3, con il 3 dimensionale dato dalla somma dei tre lati uguali del triangolo equilatero), possiamo sempre verificare che questo numero (divisore dell’angolo giro), restituisce la </span><span style="font-size: large;"><i>decade</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorica, dando luogo al quoziente 6 della sfera. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le facce dei ciascuno dei 5 solidi regolari possono essere tutte quante adagiate su un piano limitato (esempio tipico è il modello a T del cubo a 6 facce). Possono poi essere triangolate. Questo è quanto affermava il </span><span style="font-size: large;"><i>Demiurgo</i></span><span style="font-size: large;"> nel </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se prendiamo i valori </span><span style="font-size: large;"><i>catalani</i></span><span style="font-size: large;"> di ciascuna faccia, complessivamente il tetraedro vale 4, l’ottaedro 8, l’icosaedro 20, il cubo 12, e il dodecaedro 60. Tali numeri sono tutti quanti divisori dell’angolo giro di 360 gradi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Troviamo perciò i seguenti valori, rispetto all’angolo giro: </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">90</span></span><span style="font-size: large;">, 45, 18, 30, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">6</span></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’angolo giro di 360 gradi non è invece divisibile per 14, con un risultato intero. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Di conseguenza </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">l’esagono è tagliato fuori dall’anello</span></span><span style="font-size: large;">. Ugualmente avviene per l’ettagono, l’ottagono ecc., i cui valori catalani (42, 132..) sono inapplicabili. Questo spiega, ancora una volta, perché il valore limite della sfera coincide coi suoi 6 raggi fondamentali (ovvero i 6 parametri strettamente necessari per le equazioni orbitali, ecc.). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’anello dei 5 solidi pitagorici non può dunque superare la serie fitta 3, 4, 5 dei lati delle facce possibili (il limite invalicabile, in termini catalani, è quello del pentagono regolare). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Restava però da spiegare perché ci siano solo tre &#8211; </span><span style="font-size: large;"><i>edri</i></span><span style="font-size: large;"> a facce triangolari equilatere (4, 8, 20 facce), mentre con facce quadrate e pentagonali possiamo avere soltanto due casi unici.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se sommiamo i 3 numeri delle facce triangolari equilatere (4, 8, 20) dei 3 -</span><span style="font-size: large;"><i>edri</i></span><span style="font-size: large;"> (cioè tetraedro, ottaedro ed icosaedro), otteniamo 32, vale dire 2 elevato alla quinta.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote131sym" name="sdfootnote131anc"><sup>131</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se facciamo la differenza, a partire da 20, otteniamo 8, cioè 2 alle terza. Se dividiamo per 4 il numero rispettivo delle facce (4, 8, 20), otteniamo invece i valori 1, 2, e 5. I valori intermedi 3 e 4 non sono ammessi, sia perché già implicati in senso dimensionale, ma anche perché 12 non è potenza di 2, e perché 16, che lo è, non è però divisore </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">intero</span></span><span style="font-size: large;"> dell’angolo giro di 360 gradi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Valori superiori a 20 facce, non sono consentiti, anche perché il semisolido non può debordare dalla decade, dal momento che 360/20 = 18, pari a 1/10 di angolo piatto. Il valore 18 è pari infatti a ¼ dell’angolo di 72 gradi, che a propria volta corrisponde ad 1/5 di angolo giro. L’angolo giro di 360 gradi può essere diviso per 3, per 4, per 5, e per 6 (120, 90, 72, 60). Ma la divisione per 6 non è accettabile in termini catalani. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Restano perciò le sole possibilità della divisione per 3, per 4 e per 5, le quali rappresentano i numeri indice delle serie poliedri regolari a triangoli equilateri, quadrati e pentagoni. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Resta poi da dimostrare perché esistano casi unici per facce quadrate e pentagonali. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il cubo (come è di per sé evidente), si presenta come esemplare unico. Vale al riguardo il ragionamento già fatto, al confronto del valore 24 della sfera. Anche il dodecaedro è un caso unico, a ragione del fatto che il numero massimo delle 12 facce pentagonali è dato dal prodotto dimensionale del valore solido 3 moltiplicato per il valore 4 del piano infinito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non è possibile riconoscere valori superiori, come ad esempio 15 o 30 facce poligonali. Quindi, le due serie uniche non ammettono affini. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La serie degli </span><span style="font-size: large;"><i>edri</i></span><span style="font-size: large;"> equilateri è essa stessa chiusa ad anello in 3 soli esemplari, la cui somma di facce (32) è la </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">quinta</span></span><span style="font-size: large;"> potenza del </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">2</span></span><span style="font-size: large;">. Due è il valore dimensionale del piano limitato. L’esponente 5 coincide invece col numero stesso dei 5 poliedri regolari possibili. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si tratta della massima </span><span style="font-size: large;"><i>triangolazione</i></span><span style="font-size: large;"> riferibile allo spazio 3 avvolto su se stesso, essendo il valore 6 della sfera la conseguenza diretta del fattoriale dimensionale 3!</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sarebbe impossibile un –</span><span style="font-size: large;"><i>edro</i></span><span style="font-size: large;"> triangolare (necessariamente equilatero) con più di 32 facce (ovvero con un esponente 6 della potenza del 2). Ancora una volta ritroviamo il limite superiore della sfera. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">La formula di Cartesio-Eulero ingloba, pertanto, una costante dimensionale 2, che è propria del piano delimitato, come appunto doveva essere</span></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La somma delle </span><span style="font-size: large;"><i>facce</i></span><span style="font-size: large;"> e dei </span><span style="font-size: large;"><i>vertici </i></span><span style="font-size: large;">dei 5 solidi regolari è 50 + 50 = 100. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>media </i></span><span style="font-size: large;">rispettiva delle facce e dei vertici dei 5 solidi corrisponde alla </span><span style="font-size: large;"><i>decade</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorica. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La somma degli </span><span style="font-size: large;"><i>spigoli</i></span><span style="font-size: large;"> è 90.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote132sym" name="sdfootnote132anc"><sup>132</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Manca cioè la </span><span style="font-size: large;"><i>decade</i></span><span style="font-size: large;">, poiché ogni spigolo appartiene a 2 facce, e i solidi possibili sono 5 in tutto (il che spiega la differenza 10 rispetto alla media sopra indicata). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il numero 50 rappresenta anche la somma dei quadrati dei lati del triangolo scaleno elementare 3, 4, 5 (cioè la prima </span><span style="font-size: large;"><i>terna pitagorica</i></span><span style="font-size: large;">). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il valore degli </span><span style="font-size: large;"><i>spigoli </i></span><span style="font-size: large;">è dato dalla sequenza 6, 12, 12, 30, 30. Dividendo tutto per 6 (numero assegnato alla sfera), otteniamo la serie: 1, 2, 2, 5, 5 (con somma 15). Il prodotto fattoriale delle 4 dimensioni (o 4 righe dei valori della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> pitagorica: 1, 2, 3, 4) dà 24 (un numero che compare anche nell’Apocalisse)</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote133sym" name="sdfootnote133anc"><sup>133</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il 24 preso 2 volte, dà 48. Se aggiungiamo 15, otteniamo </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">63</span></span><span style="font-size: large;">. Se da questo numero 63, così ottenuto, sottraiamo 50 (la somma cioè delle facce, ovvero dei corrispondenti vertici dei 5 solidi pitagorici), ritroviamo il numero 13, che è poi quello dei 13 solidi </span><span style="font-size: large;"><i>simiregolari</i></span><span style="font-size: large;"> di Archimede.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote134sym" name="sdfootnote134anc"><sup>134</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">*Il numero 63 merita attenzione, poiché deriva dalla formula delle potenze del numero 2 con </span><span style="font-size: large;"><i>esponente numero primo</i></span><span style="font-size: large;">, meno l’unità (esempio: &lt; </span><span style="font-size: large;"><i>2 elevato alla n –</i></span><span style="font-size: large;"><i>1</i></span><span style="font-size: large;"> &gt; – </span><span style="font-size: large;"><i>1</i></span><span style="font-size: large;">, con </span><span style="font-size: large;"><i>n numero primo = 7</i></span><span style="font-size: large;"> = &lt; 2 alla </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">sesta</span></span><span style="font-size: large;"> – 1 &gt; = 64 –1 = 63).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote135sym" name="sdfootnote135anc"><sup>135</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se prendiamo ancora una volta i valori </span><span style="font-size: large;"><i>catalani</i></span><span style="font-size: large;"> dei 5 solidi pitagorici: cioè 4, 8, 12, 20,60 (corrispondenti al tetraedro, all’otttaedro, al cubo, all’icosaedro e al dodecaedro), e dividiamo per il valore </span><span style="font-size: large;"><i>dimensionale</i></span><span style="font-size: large;"> 4 (che è l’invariante della superficie sferica ed è anche il valore dimensionale da noi attribuito al piano pitagorico infinito), otteniamo la serie 1, 2, 3, 5, 20. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La somma di questi numeri è </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">31</span></span><span style="font-size: large;">. Se estraiamo la radice cubica di questo numero, otteniamo un’approssimazione molto più soddisfacente di pi &#8211; greco rispetto a come veniva derivato rozzamente in antico, dalla radice cubica di 10.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote136sym" name="sdfootnote136anc"><sup>136</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La somma dei cubi dei numeri 3, 4, e 5 dà invece 216 (27 + 64 + 125), che è la </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">settima</span></span><span style="font-size: large;"> potenza del 2, mentre 64 è la sesta potenza, e 32 è la quinta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se prendiamo 3 piani (ricordando sempre lo specchio a 90 gradi di Platone), e li riuniamo simmetricamente, otteniamo (come Già detto) 8 regioni spaziali identiche</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote137sym" name="sdfootnote137anc"><sup>137</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">(il numero 8, che è la terza potenza di 2, corrisponde alle 8 facce triangolari equilatere dell’ottaedro, che possono essere ridotte a 4 per il tetraedro, mentre l’icosaedro ne possiede 20). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In tutto abbiamo 32 facce triangolari equilatere (4 + 8 + 20). Dividendo per 4, cioè, riducendo al minimo comune divisore, come già visto, otteniamo: 1, 2, 5. La somma di questi numeri è 8. Ancora una volta ritorna il numero 8 del cubo (in corrispondenza ai 3 piani ortogonalmente simmetrici e alle 8 regioni spaziali), che è la terza potenza del valore dimensionale 2 del piano limitato (seconda riga della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;">). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se moltiplichiamo la serie 4, 8, 20 per 6 (ogni triangolo equilatero è scomponibile a sua volta in un massimo di 6 triangoli), otteniamo la sequenza: 24, 48, 120. In tale serie, risultano vuote la caselle intermedie 72 e 96 (24, 48, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">72</span></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">96</span></span><span style="font-size: large;">, 120). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ciò dipende dal fatto che gli estremi della serie, 24 e 120, sono dati dai fattoriali 4! e 5! </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Perché esiste l’ottaedro 48, che in base a questo ragionamento non dovrebbe figurare nel novero dei solidi regolari possibili? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La spiegazione è molto semplice. Il triangolo equilatero può essere scomposto in 6 triangoli, come pure in 3. Tracciate le mediane, esse si incontrano nel baricentro. Invece che 6 triangoli rettangoli uguali, adesso abbiamo preso soltanto 3 triangoli isosceli identici. Nel secondo caso (3 triangoli isosceli), abbiamo il tetraedro; nel primo caso (6 triangoli rettangoli), abbiamo l’ottaedro. Pertanto l’ottaedro (8) ha il </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">doppio</span></span><span style="font-size: large;"> delle facce equilatere del tetraedro (4). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Tale fatto è impossibile per il cubo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La somma delle facce del tetraedro (4) e del dodecaedro (8) corrisponde alle 12 facce pentagonali del dodecaedro. Per l’icosaedro, a facce triangolari equilatere, sono 120 i triangoli fondamentali da considerare. 120 è infatti multiplo di </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">10</span></span><span style="font-size: large;">, così come la “decade” rappresenta la somma totale dei valori dimensionali. Pertanto ritroviamo, ancora una volta, la presenza della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Come già fatto presente, le 20 facce triangolari equilatere dell’icosaedro corrispondono al valore dimensionale 4 del piano pitagorico infinito moltiplicato per il numero (chiuso ed esaustivo) dei 5 solidi regolari.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote138sym" name="sdfootnote138anc"><sup>138</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il numero massimo delle facce pentagonali del dodecaedro (12), è pari al prodotto della terza (3) e quarta riga (4) della </span><span style="font-size: large;"><i>tetrakrys</i></span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ad analoghe considerazioni portano i valori di massima triangolazione delle rispettive facce di ogni poliedro pitagorico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Possiamo costruire la seguente tabella: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">tetraedro: 24 triangoli</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">ottaedro: 48 “ “ </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">cubo: 24 “ “ (= 6 per 4) </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">icosaedro: 120 “ “ (= 6 per 20)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">dodecaedro: 132 “ “ (= 12 per 11)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La somma di questi valori, relativi al numero massimo possibile dei triangoli per ciascun poliedro, fornisce il valore 360, corrispondente infatti all’angolo giro di 360 gradi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il valore 132 del dodecaedro (che supera di 12 unità il valore dell’icosaedro), è quello residuale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Stranamente la semplice somma delle sue cifre restituisce il numero 6 assegnato alla sfera. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Estendendo questo spunto alla </span><span style="font-size: large;"><i>somma delle cifre</i></span><span style="font-size: large;"> ridotta al massimo possibile per i 5 poliedri della tabella (criterio che però vale soltanto per la verifica della divisibilità per 11 quando il numero considerato, preso con segno alternato di somma e differenza delle sue cifre, dia alla fine un risultato divisibile per 11), si ha (in aggiunta all’evidente alternanza delle cifre di sintesi massima) questa singolarità: tetraedro 6, ottaedro 3, cubo 6, icosaedro 3, dodecaedro 6 (totale 24 = 4!). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La scala dimensionale considerata dai pitagorici corrispondeva alle righe della </span><span style="font-size: large;"><i>tetraktys</i></span><span style="font-size: large;"> che rappresentava altresì la somma dei numeri naturali da 1 a 10. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In questo modo essi </span><span style="font-size: large;"><i>razionalizzarono</i></span><span style="font-size: large;"> lo spazio intorno a un punto designato dall’unità, legandolo ai numeri naturali fondati sulle 10 dita. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Lo studio dei 5 solidi regolari, e quello delle </span><span style="font-size: large;"><i>aree </i></span><span style="font-size: large;">delle sezioni coniche regolari (cioè iscrivibili in un quadrato: il cerchio e la parabola; e quelle in eccesso e in difetto: l’ellisse e l’iperbole), furono un importante lascito pitagorico per la geometria greca. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se in un semiquadrato è perfettamente iscrivibile un triangolo isoscele, un semicerchio e un ramo di parabola, quanto valgono allora le rispettive aree, posto che quella del triangolo isoscele corrisponde a 1/2? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quanto è lunga la curva del semicerchio e del ramo di parabola rispetto al lato del quadrato? Era questo l’approccio primitivo per cercare di risolvere la dicotomia </span><span style="font-size: large;"><i>retto</i></span><span style="font-size: large;">-</span><span style="font-size: large;"><i>curvo</i></span><span style="font-size: large;">, considerato che lo studio dei 5 solidi regolari esauriva la dicotomonia </span><span style="font-size: large;"><i>limitato-illimitato</i></span><span style="font-size: large;">? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Alle domande sulle dicotomie pitagoriche </span><span style="font-size: large;"><i>retto-curvo</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>stasi-quiete </i></span><span style="font-size: large;">diede efficace risposta Archimede, il grande geometra </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorico</i></span><span style="font-size: large;"> preconizzato da Platone in un passo della Repubblica. Si trattava di individuare degli </span><span style="font-size: large;"><i>invarianti</i></span><span style="font-size: large;">, e questi sono dati da quei </span><span style="font-size: large;"><i>rapporti semplici</i></span><span style="font-size: large;"> (cioè razionali e proporzionali) che caratterizzano la parabola, la spirale, il cono, la sfera, il cilindro, e certi altri solidi di rotazione (conoidi e sferoidi). </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE </b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Se questo inusitato approccio al segreto del </span><span style="font-size: large;"><i>teorema pitagorico</i></span><span style="font-size: large;"> riportato da Eudemo-Proclo fosse soltanto di tipo </span><span style="font-size: large;"><i>numerologico</i></span><span style="font-size: large;"> anziché </span><span style="font-size: large;"><i>logico</i></span><span style="font-size: large;"> come invece riteniamo,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote139sym" name="sdfootnote139anc"><sup>139</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> ci siamo però già cautelati con illustri esempi di numerologia, per cui non abbiamo molto da temere. Se invece la nostra ‘idea’ potesse risultare accettabile, potrebbero derivarne interessanti conseguenze.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote140sym" name="sdfootnote140anc"><sup>140</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse il taccuino segreto di Cartesio (accuratamente rilegato in pergamena e cifrato) è veramente andato perduto per sempre, perciò non sapremo mai cosa potessero contenere quelle altre 14 pagine e mezza, non potute trascrivere da Leibniz. La mente di Cartesio spaziava, mentre la pur elegante formula dei poliedri non poteva dire più di tanto. Ma sappiamo che le prime due derivazioni di </span><span style="font-size: large;"><i>pi-greco/4</i></span><span style="font-size: large;"> in serie numerica convergente, sono quelle di Leibniz e Gregory (1671).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote141sym" name="sdfootnote141anc"><sup>141</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La serie di </span><span style="font-size: large;"><i>frazioni egiziane</i></span><span style="font-size: large;">, a segni alternati di numeri dispari </span><span style="font-size: large;"><i>pitagorici </i></span><span style="font-size: large;">successivi nella somma infinita convergente a </span><span style="font-size: large;"><i>pi greco/4</i></span><span style="font-size: large;"> di questa serie, forse si collegherebbe al rapporto frazionario tra il numero trascendente di </span><span style="font-size: large;"><i>pi greco</i></span><span style="font-size: large;"> (3,142….), mediatore tra </span><span style="font-size: large;"><i>retto</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>curvo</i></span><span style="font-size: large;">, e il valore </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">4</span></span><span style="font-size: large;"> della superficie sferica nonché del piano pitagorico infinito?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote142sym" name="sdfootnote142anc"><sup>142</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il numero naturale 4, che figura al denominatore della frazione </span><span style="font-size: large;"><i>pi-greco / 4</i></span><span style="font-size: large;"> cui tende la serie di Leibniz, ha forse un significato soltanto apparentemente di tipo aritmetico, ma che in realtà è di tipo ‘dimensionale’? E se così fosse, dato e non concesso, allora che tipo di conseguenza matematiche ne potrebbero derivare in generale? Ci limitiamo alla proposta, incapaci di valutare a fondo la serie di argomentazioni sopra affacciate, che abbiamo voluto chiamare numerologia, sebbene il ragionamento abbia delle basi apparentemente fondate. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Più che della mera ‘suggestione’ storico-letteraria di un racconto non banale – derivante dal </span><span style="font-size: large;"><i>mito della caverna</i></span><span style="font-size: large;">, ma anche dai 5 solidi del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> e dal genio filosofico e matematico di Cartesio quale autore di quel taccuino segreto venuto tra le mani di Leibniz – la curiosa faccenda potrebbe persino condurre a un nuovo approccio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’ “universo matematico” astratto dovrebbe corrispondere al </span><span style="font-size: large;"><i>dover essere</i></span><span style="font-size: large;"> (sia in senso positivo che in senso negativo), regolato da </span><span style="font-size: large;"><i>ananke</i></span><span style="font-size: large;"> ovvero la necessità ‘parmenidea’.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote143sym" name="sdfootnote143anc"><sup>143</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il carattere fondamentale della matematica deriverebbe dunque da un </span><span style="font-size: large;"><i>quid</i></span><span style="font-size: large;"> ineliminabile, che Cartesio non esiterebbe a riportare all’</span><span style="font-size: large;"><i>io penso</i></span><span style="font-size: large;">, fondandosi l’identità sulla separazione (dualità), e ciò generando la logica. L’immensa foresta degli “enti matematici” sarebbe una nostra costruzione, ma non gratuita oppure completamente libera, in quanto troverebbe sempre una risposta nel mondo esterno: da ciò l’</span><span style="font-size: large;"><i>irragionevole efficacia</i></span><span style="font-size: large;"> della matematica, appunto come strumento necessario e insostituibile per conseguire in termini oggettivi la conoscenza scientifica. </span><span style="font-size: large;"><i>Episteme</i></span><span style="font-size: large;">, la conoscenza vera, nei limiti delle sue possibilità, sarebbe il rapporto lucido ed oggettivo tra mente (</span><span style="font-size: large;"><i>cogito</i></span><span style="font-size: large;">) e realtà esterna (</span><span style="font-size: large;"><i>res extensa</i></span><span style="font-size: large;">). </span><span style="font-size: large;"><i>Essere sarebbe </i></span><span style="font-size: large;">– perciò – </span><span style="font-size: large;"><i>come pensare</i></span><span style="font-size: large;">, nel senso della filosofia dell’Essere, in Parmenide di Elea. La matematica non lineare della complessità rimarrebbe adeguata. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il bel libro del matematico Amir D. Aczel, </span><span style="font-size: large;"><i>Il taccuino segreto di</i></span><span style="font-size: large;"><i>Cartesio</i></span><span style="font-size: large;"> (Mondadori 2006), ha sollevato una domanda cruciale: perché Cartesio si nascose in quelle 16 pagine? Che cosa aveva compreso da non volerlo rivelare? Cosa rappresentava quella formula, ricostruita da Leibniz? Anche da studente di liceo, mi sarei appassionato a questa strana vicenda. Soprattutto oggigiorno, in un mondo che è così ricco, ma al tempo stesso così povero, in tutto (anche nel fascino del mistero, anche nella speranza). Aczel, nell’epilogo, fa presente che il tratto essenziale dello pera di Cartesio è stato lo sforzo di porre la fisica e la cosmologia su una solida base matematica, quella espressa dalla geometria euclidea. Sorprendentemente, i metodi utilizzati dai cosmologi moderni sono in sostanza delle estensioni di quelli introdotti da Cartesio. Uno dei nuovi modelli della geometria dell’Universo è un gigantesco ottaedro. Forse Keplero era nel giusto? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Le teorie moderne mutano in continuazione. Ma l’impressione che si ricava è che in quelle pagine perdute Cartesio avesse cifrato dei pensieri matematici sul mistero dello spazio geometrico. Da qui all’Universo nella sua interezza la prospettiva è “pitagorica”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il nostro è un racconto trasversale, che percorre i piccoli sentieri della curiosità e della stranezza, ma che solleva anche un dubbio serio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il dubbio è se i matematici moderni manipolino, ovviamente con eccezionale bravura e geniale creatività, dei simboli formali, scarnificati da ogni rapporto realistico, oppure se la matematica continui sempre a intrattenere un dialogo col mondo, non bastando l’eccezione significativa che la fisica si impossesserebbe </span><span style="font-size: large;"><i>ex post</i></span><span style="font-size: large;"> dello strumento matematico, astrattamente fine a se stesso, rinnovando l’armamentario. La cosmologia moderna è spaventosa. Il vivente reclama la poesia, il mito aveva bisogno del cielo stellato. La natura è bella ed è al tempo stesso assassina. L’infinito incombe ciecamente. L’uomo “spera”. Spirito e materia. Leggende e speranze. Il segreto di Dio nell’affresco della Creazione nella Cappella Sistina. La “grande bellezza” che non si realizza? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio, nascondendo nel suo taccuino la formula cifrata dei poliedri semplici del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, manipolati dal Demiurgo per la generazione dell’universo (sempre che di questo soltanto si fosse trattato), avrebbe forse manifestato contrario avviso? Quella formula, così semplice, poteva contenere un segreto cosmico? La matematica, per Cartesio, che fu un grandissimo innovatore, era nel vivo della realtà delle cose, era una ottima immagine del mondo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote144sym" name="sdfootnote144anc"><sup>144</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Al segreto di una formula di innocenti apparenze era dunque oscuramente implicito il mistero di una verità pericolosa e perciò non rivelabile? Non il timore dell’Inquisizione, che non ha mai potuto perseguire i matematici in quanto tali, l’avrebbe trattenuto: neppure con riguardo al </span><span style="font-size: large;"><i>Mistero Cosmografico</i></span><span style="font-size: large;"> di Keplero e alla moderna eliocentrica; bensì qualcos’altro, più misterioso e sfuggente. Che cosa, se non una pericolosa e delicatissima intuizione </span><span style="font-size: large;"><i>teologico-matematica</i></span><span style="font-size: large;">? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Forse Cartesio aveva associato la formula dei poliedri a Mosè, alle tavole della Legge, e ai 10 comandamenti? Oppure pensò che il Demiurgo ci ha come schiacciati sulla dimensione 2 del piano limitato,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote145sym" name="sdfootnote145anc"><sup>145</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> mentre nulla sapremo di quella superiore? Ed ecco allora il nostro timore, derivante per analogia dal </span><span style="font-size: large;"><i>mito della caverna</i></span><span style="font-size: large;">, dove gli uomini sono destinati a riconoscere la verità soltanto dalle ombre proiettate sulla parete, a ricavare da forme oscure, mobili e distorte, ciò che essi non possono attingere direttamente, non potendo sostenere col loro sguardo la vista accecante del sole? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Platone adombrava dottrine segrete. Cartesio lo aveva compreso? Insomma, voleva evitare noie teologiche, pur pensando tra sé e sé che l’uomo brancola tra buio e luce, tra materia e spirito? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per Cartesio la materia, che è caratterizzata dall’estensione (</span><span style="font-size: large;"><i>res extensa</i></span><span style="font-size: large;">), e la mente (</span><span style="font-size: large;"><i>res cogitans</i></span><span style="font-size: large;">), che è impalpabile, sono separate, pur costituendo la diade della conoscenza. La mente si sporge al di sopra della materia. Essa è una realtà inestesa e spirituale.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote146sym" name="sdfootnote146anc"><sup>146</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Perciò immateriale. Immateriale quanto il piano infinito pitagorico che avvolge </span><span style="font-size: large;"><i>la ben rotonda verità</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>il rotondo sfero</i></span><span style="font-size: large;"> dei poemi sulla natura di Parmenide di Elea e di Empedocle di Agrigento, contenendo tutti i numeri dell’Universo? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Che significato assegnò Cartesio alla costante 2 della sua formula? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’identificazione di spazio e materia comportava una serie di conseguenze: 1) la identità della materia che costituisce il mondo; 2) l’estensione indefinita del mondo; 3) la divisibilità all’infinito della materia; 4) l’impossibilità del vuoto (Paolo Rossi). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Come lo spazio euclideo, il mondo o </span><span style="font-size: large;"><i>la materia estesa che compone l’universo non ha limiti</i></span><span style="font-size: large;"> (Cartesio, Opere, II, 81).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote147sym" name="sdfootnote147anc"><sup>147</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’intuizione del piano pitagorico infinito, che avvolgerebbe </span><span style="font-size: large;"><i>il rotondo sfero retto da</i></span><span style="font-size: large;"><i>Giuntura</i></span><span style="font-size: large;"> (secondo l’immagine di Empedocle), distruggeva forse la sua concezione del mondo, che se non era quella di Giordano Bruno (infiniti mondi), volgeva però all’infinità della materia contrapposta alla mente? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ma poiché Dio è infinito, Cartesio aveva concluso che </span><span style="font-size: large;"><i>chiameremo indefinite queste cose al solo fine di riservare a Dio il nome di infinito</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Come Parmenide, anche Cartesio osservava la contraddittorietà, strettamente logica, di un nulla esistente. Quindi, risultandogli inconcepibile il vuoto, il problema del trasferimento luminoso doveva coinvolgeva la materia sottile.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote148sym" name="sdfootnote148anc"><sup>148</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cosa racchiudevano al loro interno le forme elementari del Demiurgo, ancorché invisibili all’occhio, per la loro piccolezza? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il mistero di che cosa passò per la testa di quel genio che era Cartesio, quali furono le vere ragioni della sua estrema reticenza, che potrebbero anche esulare dalla sua opinabile fraternità coi Rosa-Croce tedeschi,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote149sym" name="sdfootnote149anc"><sup>149</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> rimane tale. Ma quella formula dei poliedri semplici, così elegante e così fresca, che avrebbe aggiunto altra fama alla sua già grande celebrità, il filosofo della chiarezza non volle rivelarla, anzi la tenne racchiusa nel suo taccuino cifrato, in seguito sparito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un solo dato è certo: che Cartesio la concepì; la sua improvvisa morte ce l’ha consegnata, insieme con tutte le sue carte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il taccuino segreto era stato accuratamente rilegato, Cartesio non lo avrebbe distrutto comunque, anche se non fosse morto in così poco tempo, lontano dalla sua patria e di una morte misteriosamente sospetta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il </span><span style="font-size: large;"><i>delitto Cartesio</i></span><span style="font-size: large;"> (se si trattò, appunto, di un assassinio per avvelenamento, consumato in Svezia), e il taccuino segreto, adeguatamente preservato sotto cifratura, ebbero forse a che fare col mistero degli alchimisti e con la setta nordica dei Rosa-Croce? Ecco una bella domanda, alla quale, con tutta la buona volontà, non si sarebbe in grado di fornire risposta. Ma i 5 poliedri regolari dei pitagorici del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone potrebbero sottintendere una connessione con le proprietà simmetriche dello spazio e della materia (le 4 forze, più una quinta interazione fondamentale), che ovviamente, al di là dei portati scientifici della fisica moderna, potevano al limite costituire il massimo segreto dell’alchimia, quello della trasmutazione per ricomposizione di </span><span style="font-size: large;"><i>nuove forme</i></span><span style="font-size: large;"> derivanti l’una dall’altra.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote150sym" name="sdfootnote150anc"><sup>150</sup></a></span></sup></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">***</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’Universo del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> ha forma sferica e movimento circolare: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Tutto questo ragionamento il </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">Dio che sempre è</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> fece attorno al dio che ad un certo momento doveva essere, e produsse un corpo liscio ed omogeneo, da tutte le parti equidistante dal centro, perfetto ed intero, e costituito da corpi perfetti </i></span><span style="font-size: large;">&gt;&gt; ( 34 B). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ecco l’inizio del dialogo del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, all’incontro dei personaggi: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">&lt;&lt; SOCRATE – </span><span style="font-size: large;"><i>Uno, due, tre! E </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;"><b>il quarto</b></span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, o Timeo, fra quelli che ieri erano convitati e che oggi invitano al banchetto, dov’è</i></span><span style="font-size: large;">? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">TIMEO – </span><span style="font-size: large;"><i>E stato colto da una indisposizione, o Socrate. Infatti, non sarebbe mancato di sua volontà a questa riunione</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;">*** </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Mancherà sempre qualcuno o qualcosa, ma si continui a dialogare. Il nostro spazio umano e sociale è “numero” ed è “parola”. Quanto occorre, e quanto basta, per la “rappresentazione”. </span></p>
<p align="JUSTIFY">(avv. Arcangelo Papi, marzo 2014)</p>
<div id="sdfootnote1">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Vedi A. Koyrè, <i>Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione</i>, Torino, 1967, raccolta di saggi; B. Russell, <i>La visione scientifica del mondo</i>, Milano, 1993: G. Preti, <i>Storia del pensiero scientifico</i>, Milano, 1959; L. Russo, <i>La rivoluzione dimenticata</i>, Milano, 1997, I edizione.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Cfr. W. Pauli, <i>Psiche e natura</i>, Adelphi, 2006. La filosofia della storia di Hegel potrebbe aver aperto una strada alla psicanalisi di C. G. Jung. Va in ogni caso segnalato il saggio di J. Janes, <i>Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza</i>, Milano, 1996.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><a href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> Su questo aspetto degli a priori kantiani si rinvia a E. T. Bell, <i>La magia dei numeri</i>, Milano, 1949.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Sui problemi posti dalla dimostrazione in matematica si rinvia a J. D. Barrow, <i>La luna nel pozzo cosmico</i> (<i>contare</i>, <i>pensare ed essere</i>), Milano, 1995.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p><a href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Vedi ad es. la voce <i>Archimede</i> di Attilio Frajese nel <i>Grande dizionario enciclopedico</i> U.t.e.t.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p><a href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Il famosissimo teorema di Pitagora più essere dimostrato in centinaia di modi diversi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> Vedi D.L. Goodstein – J.R.Goodstein, <i>Il moto dei pianeti intorno al Sole</i> (<i>Una lezione inedita di R. Feynman</i>), Bologna, 1997.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p><a href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> Su Parmenide vedi E. Cassirer, <i>Da Talete a Platone</i>, Bari, 1992.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Cfr. il libro del fisico del Cern E. Klein, <i>Sette volte la rivoluzione</i> (<i>I grandi della fisica contemporanea</i>), Milano, 2006, pp. 125 ss. (capitolo 5: <i>Le variazioni nascoste di Wolfgang Pauli</i>)</p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p><a href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a> Cfr. J. D. Barrow, op. cit., pp. 181-184..</p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a> Sul <i>Linguaggio segreto nei numeri</i> cfr. J. King, Casal Monferrato, 1997; Sui numeri primi, la tavola periodica degli elementi e la fisica quantistica cfr. <i>La formula segreta dell’universo</i> di P. Plictha, Casal Monferrato, 1998; ma anche P.G. Odifreddi sul numero 7, Le Scienze n. 463, marzo 2007, p. 103.</p>
</div>
<div id="sdfootnote12">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a> Sul Cardinale da Cusa cfr. L. de Bernart, <i>Cusano e i matematici</i>, Scuola Nomale Superiore, Pisa, 1999.</p>
</div>
<div id="sdfootnote13">
<p><a href="#sdfootnote13anc" name="sdfootnote13sym">13</a> Ricorre nel 2007 il terzo centenario della nascita di Eulero: vedi articolo di P.G. Odifreddi, Le Scienze n. 464 , aprile 2007, p. 105 (<i>Buon compleanno, Eulero</i>!).</p>
</div>
<div id="sdfootnote14">
<p><a href="#sdfootnote14anc" name="sdfootnote14sym">14</a> In tal senso G. Loria, op. cit., p. 335.</p>
</div>
<div id="sdfootnote15">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote15anc" name="sdfootnote15sym">15</a> Vedi G. Reale, <i>Timeo </i>di Platone, testo greco a fronte, con note e appendice sulla costruzione e struttura dei 5 solidi regolari, Rusconi, Milano, 1994.</p>
</div>
<div id="sdfootnote16">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote16anc" name="sdfootnote16sym">16</a><span style="font-size: xx-small;">22 </span> A. D. Aczel, op. cit., p. 223. Uno dei primi fisici teorici a rendersi conto dell’importanza in fisica nucleare della teoria dei gruppi, introdotta per primo da Galois, è stato Ettore Majorana.</p>
</div>
<div id="sdfootnote17">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote17anc" name="sdfootnote17sym">17</a> Per i 5 solidi pitagorici regolari e i 13 solidi archimedei irregolari, mi baso essenzialmente sulla trattazione di G. Loria, <i>Le scienze esatte nell’antica Grecia</i>, Milano, 1913, nonchè sulla sua <i>Storia delle matematiche</i>, Milano, 1950. Platone, cfr. <i>Timeo</i>, 53 B-55 D, non definisce i 5 solidi del Demiurgo come <i>figure cosmiche</i>. Però il Demiurgo è meno ingenuo di quanto possa sembrare: il passo cela infatti dottrine non scritte (cfr.G. Reale).</p>
</div>
<div id="sdfootnote18">
<p><a href="#sdfootnote18anc" name="sdfootnote18sym">18</a> In tal senso Piergiorgio Odifreddi. Sono stati scoperti esemplari litici dei solidi platonici.</p>
</div>
<div id="sdfootnote19">
<p><a href="#sdfootnote19anc" name="sdfootnote19sym">19</a> Vedi al riguardo Pietro Emanuele, <i>Cogito ergo sum</i>, Salani 2001, pagg. 174-175.</p>
</div>
<div id="sdfootnote20">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote20anc" name="sdfootnote20sym">20</a> E’ il problema moderno ed attuale della c.d. intelligenza artificiale, fermi restando i limiti di certe espressioni come libertà, consapevolezza ecc., di cui non si può postulare l’assolutezza, mentre esiste e sapere di esistere ha in sé un valore assoluto.</p>
</div>
<div id="sdfootnote21">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote21anc" name="sdfootnote21sym">21</a> E’ quanto sosteneva lo storico Georges Duby in mancanza di documentazione.</p>
</div>
<div id="sdfootnote22">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote22anc" name="sdfootnote22sym">22</a> Il lettore può trovare ampia soddisfazione nel ponderoso capolavoro divulgativo di R. Pensose, <i>La strada che porta</i> <i>alla realtà</i>, Milano 2005.</p>
</div>
<div id="sdfootnote23">
<p><a href="#sdfootnote23anc" name="sdfootnote23sym">23</a> E. Pies, <i>Il delitto Cartesio</i>, Sellerio, 1999.</p>
</div>
<div id="sdfootnote24">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote24anc" name="sdfootnote24sym">24</a> Sulle forme replicanti, che anticipano i moderni frattali, vedi D’Arcy W. Thompson (1917), <i>Crescita e forma</i>, Milano, 1992. Su Platone e le figure auto-simili, vedi P. Zellini, <i>Gnomon</i>, Milano, 1999.</p>
</div>
<div id="sdfootnote25">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote25anc" name="sdfootnote25sym">25</a> Vedi R. Courant e H. Robbins, <i>Cos’è la matematica</i>?, Milano, 1971, pp. 355 ss. La formula Cartesio-Eulero vale per tutti i poliedri <i>semplici</i>, regolari e non, ma non per i poliedri che <i>non</i> sono semplici. I poliedri semiregolari furono studiati da Archimede. La topologia moderna è un ramo fondamentale della matematica avanzata.</p>
</div>
<div id="sdfootnote26">
<p><a href="#sdfootnote26anc" name="sdfootnote26sym">26</a> Chiaramente, raccomandiamo la lettura del bel libro di Aczel, autore di altri stimolanti saggi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote27">
<p><a href="#sdfootnote27anc" name="sdfootnote27sym">27</a> Si tratta della <i>Geometria</i>, recata in appendice dall’opera dal <i>Discorso sul Metodo</i> (1637).</p>
</div>
<div id="sdfootnote28">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote28anc" name="sdfootnote28sym">28</a> Vedi <i>Storia della scienza moderna e contemporanea</i> a cura di P. Rossi, vol. 1, <i>Dalla rivoluzione scientifica all’età dei </i> <i>lumi</i>, pp. 232 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote29">
<p><a href="#sdfootnote29anc" name="sdfootnote29sym">29</a> Storia della scienza moderna, vol.I, , Milano, 2000, p. 235, a cura di P. Rossi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote30">
<p><a href="#sdfootnote30anc" name="sdfootnote30sym">30</a> Vedi P.G. Odifreddi, <i>La matematica del ‘900</i>, Torino, 2000, p. 29.</p>
</div>
<div id="sdfootnote31">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote31anc" name="sdfootnote31sym">31</a> Curiosamente il numero 13 si ripete a proposito di altrettanti punti o torri collegate per l’osservazione del moto solare, secondo quanto risulta da recentissime scoperte archeologiche sulla civiltà Incas in Perù.</p>
</div>
<div id="sdfootnote32">
<p><a href="#sdfootnote32anc" name="sdfootnote32sym">32</a> Cfr. E. Colerus, <i>Piccola storia della matematica</i>, Torino, 1960, p. 72; nonché G.Loria, op. cit. pp. 333 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote33">
<p><a href="#sdfootnote33anc" name="sdfootnote33sym">33</a> Richiamati da G. Loria, op. cit., p. 39-40, e p. 339.</p>
</div>
<div id="sdfootnote34">
<p><a href="#sdfootnote34anc" name="sdfootnote34sym">34</a> Aczel, op. cit., p. 204.</p>
</div>
<div id="sdfootnote35">
<p><a href="#sdfootnote35anc" name="sdfootnote35sym">35</a> Cfr. op. cit., p. 335, con riferimento ai lavori, citati in nota 2, di R. Baltzer, 1861.</p>
</div>
<div id="sdfootnote36">
<p><a href="#sdfootnote36anc" name="sdfootnote36sym">36</a> G. Loria, op. cit.,p. 337.</p>
</div>
<div id="sdfootnote37">
<p><a href="#sdfootnote37anc" name="sdfootnote37sym">37</a> Vedi i frammenti del poema di Empedocle, a cura di C.Gallavotti, Milano, 1993.</p>
</div>
<div id="sdfootnote38">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote38anc" name="sdfootnote38sym">38</a> Sulle dottrine non scritte di Platone vedi G. Reale, <i>Per una nuova interpretazione di Platone</i>, Milano, 1997, con appendice illustrata sulla sezione aurea nell’arte greca, nonché dello stesso autore, <i>Platone – Alla ricerca della sapienza</i> <i>segreta</i>, Milano, 1998. Su Platone e la fisica moderna vedi scritti divulgativi di W. Heisemberg.</p>
</div>
<div id="sdfootnote39">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote39anc" name="sdfootnote39sym">39</a> Su Archita vedi G. Loria, op, cit., pp. 99-105; nonché <i>Pitagora – Le opere e le testimonianze</i>, Milano, 2001, 2 voll., a cura di M. Giangiulio, accanto ad un frammento riportato da Aulo Gellio, <i>Notti Attiche</i>, X, 12</p>
</div>
<div id="sdfootnote40">
<p><a href="#sdfootnote40anc" name="sdfootnote40sym">40</a> Vedi Platone, <i>Tutti gli scritti</i>, a cura di G. Reale, Milano, 2000.</p>
</div>
<div id="sdfootnote41">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote41anc" name="sdfootnote41sym">41</a> A. Piccato<i>, Dizionario dei termini matematici</i>, voce <i>stereometria</i>, Milano, 1987; nonché S. Maracchia, <i>Piccola storia</i> <i>della geometria solida pre-euclidea</i>, Roma, 1971.</p>
</div>
<div id="sdfootnote42">
<p><a href="#sdfootnote42anc" name="sdfootnote42sym">42</a> Vedi H. Meschkowski<i>, Mutamenti del pensiero matematico</i>, Milano, 1973, pp. 15 ss. In tale senso Proco.</p>
</div>
<div id="sdfootnote43">
<p><a href="#sdfootnote43anc" name="sdfootnote43sym">43</a> Cfr. R. Rucker, <i>La quarta dimensione</i>, Milano, 1994, pp. 23-26; R. Casati, <i>La scoperta dell’ombra</i>, Milano, passim.</p>
</div>
<div id="sdfootnote44">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote44anc" name="sdfootnote44sym">44</a> Lucio Russo, in <i>La rivoluzione dimenticata</i>, Milano, 1997, seguito da <i>Flussi e Riflussi</i>, Milano, 2003 (favorevolmente accolta <i>La riv. dim</i>. da S. Guarracino, in <i>Le età della storia</i>, Milano, pp. 110 ss.), ripercorre analiticamente lo stato molto più avanzato della scienza antica in età alessandrina.</p>
</div>
<div id="sdfootnote45">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote45anc" name="sdfootnote45sym">45</a> Si attribuisce a Cebisev questo detto: <i>Nell’antichità i problemi matematici erano posti dagli dèi – un esempio era la</i> <i>duplicazione del cubo</i>. <i>Nel periodo classico da semidei come potevano esserlo Newton e Leibniz, Euler e Lagrange. Oggi sono proposti dai tecnici</i> (citato da P. Zellini, <i>Gnomon</i>, Milano, p. 15).</p>
</div>
<div id="sdfootnote46">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote46anc" name="sdfootnote46sym">46</a> Si allude alla <i>questione archimedea</i> ben profilata dallo storico della matematica Attilio Frajese (<i>Opere di Archimede</i>, Torino, 1974, Introduzione), nonché al c.d. <i>pensiero produttivo</i> studiato dalla Gestalt (cfr.<i>Albert Einstein e Max Wertheimer</i>, di P. Damerow, in L’eredità di Einstein , Padova, 1994, a cura di G. Pisent e J. Renn, pp. 43 ss.) e al <i>pensiero trasformativo</i> di <i>Come Leonardo</i>, D. Perkins, Milano, 2001.</p>
</div>
<div id="sdfootnote47">
<p><a href="#sdfootnote47anc" name="sdfootnote47sym">47</a> La dimostrazone del c.d. “ultimo teorema di Fermat” (cioè l’impossibilità di terne ‘pitagoriche’ di potenza superiore a 2) venne raggiunta da Wiles soltanto nel 1995, chiudendo un percorso che era iniziato con Eulero per la potenza terza.</p>
</div>
<div id="sdfootnote48">
<p><a href="#sdfootnote48anc" name="sdfootnote48sym">48</a> Vedi Pierre de Fernet, <i>Osservazioni su Diofanto</i>, a cura di A. Conte, con prefazione di G. Colli, Milano, 2006.</p>
</div>
<div id="sdfootnote49">
<p><a href="#sdfootnote49anc" name="sdfootnote49sym">49</a> Vedi ad es. M. Piazza, <i>Intorno ai numeri</i> (<i>Oggetti, proprietà, funzioni utili</i>), Milano, 2000.</p>
</div>
<div id="sdfootnote50">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote50anc" name="sdfootnote50sym">50</a> Il calcolo combinatorio ha radici più antiche, ma forse <i>Giacomo Casanova matematico</i> rivendicherebbe l’invenzione del gioco del lotto. E’ da notare il fascino iptonizzante dello spettacolo dell’estrazione dei numeri al lotto, che cattura inevitabilmente l’attenzione di adulti e bambini, anche se non hanno effettuato la giocata. Quindi i numeri esercitano un fascino che può venire soltanto dallo loro antichissima storia.</p>
</div>
<div id="sdfootnote51">
<p><a href="#sdfootnote51anc" name="sdfootnote51sym">51</a> L. Cresci, <i>I numeri celebri</i>, Milano, 2000, p. 137.</p>
</div>
<div id="sdfootnote52">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote52anc" name="sdfootnote52sym">52</a> Vedi Martin Gardner, <i>Successioni affascinanti: i numeri di Fibonacci e i numeri catalani</i>, Le Scienze n.12, agosto 1969 e n. 99, novembre 1976.</p>
</div>
<div id="sdfootnote53">
<p><a href="#sdfootnote53anc" name="sdfootnote53sym">53</a> Cfr. A. Aveni, <i>Scale fino alle stelle</i>, Milano, 1997.</p>
</div>
<div id="sdfootnote54">
<p><a href="#sdfootnote54anc" name="sdfootnote54sym">54</a> Cfr<i>. I Presocratici</i> (<i>testimonianze e frammenti da Talete a Empedocle</i>), a cura di A. Lami, Milano, p. 131.</p>
</div>
<div id="sdfootnote55">
<p><a href="#sdfootnote55anc" name="sdfootnote55sym">55</a> Su Filolao si raccomanda ancora una volta la lettura di <i>Gnomon</i>, op. cit. del matematico P. Zellini.</p>
</div>
<div id="sdfootnote56">
<p><a href="#sdfootnote56anc" name="sdfootnote56sym">56</a> P. Zellini, <i>Gnomon</i>, op. cit.,p. 16.</p>
</div>
<div id="sdfootnote57">
<p><a href="#sdfootnote57anc" name="sdfootnote57sym">57</a> Cfr. J. Dieudonné, <i>L’arte dei numeri</i>, Milano, 1989, pp. 49 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote58">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote58anc" name="sdfootnote58sym">58</a> Cfr. J.Dieudonnè, <i>L’arte dei numeri </i>(<i>matematica e matematici oggi</i>), op. cit., p. 54, per l’antica rappresentazione geometrica delle radici di un numero.</p>
</div>
<div id="sdfootnote59">
<p><a href="#sdfootnote59anc" name="sdfootnote59sym">59</a> Sui <i>Numeri figurati e le loro proprietà</i>, vedi M. Gardner, Le Scienze n.80, aprile 1975.</p>
</div>
<div id="sdfootnote60">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote60anc" name="sdfootnote60sym">60</a> Cfr. C. Lauricella, <i>Storia del Pensiero</i>, Torino, 1938, vol. I, p. 74; nonché K. Popper, <i>Congetture e Confutazioni</i>, op. cit.., <i>La natura dei problemi filosofici</i>, pp. 136 ss. La <i>tavola delle contrarietà pitagoriche</i>, argomento trascurato, è invece importante, anche se fosse di epoca posteriore.</p>
</div>
<div id="sdfootnote61">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote61anc" name="sdfootnote61sym">61</a> Secondo Michel Serres, Lucrezio e l’origine della fisica, Palermo, 2000, pp. 17 ss., Archimede sarebbe uno scienziato atomista epicureo. Invece gli arabi che lo tradussero e lo studiarono, lo definirono <i>figlio di Pitagora</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote62">
<p><a href="#sdfootnote62anc" name="sdfootnote62sym">62</a> Vedi P. Zellini, <i>Breve Storia dell’Infinito</i>, Milano, 1980.</p>
</div>
<div id="sdfootnote63">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote63anc" name="sdfootnote63sym">63</a> G. Semerano, <i>L’infinito: un equivoco millenario</i> (<i>Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero</i> <i>greco</i>), Milano, 2001.</p>
</div>
<div id="sdfootnote64">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote64anc" name="sdfootnote64sym">64</a> Orapollo contribuì non poco a stravolgere le possibilità di interpretazione dei geroglifici, anche in presenza del recupero della stele di Rosetta. Ma i greci erano venuti ad apprendere in Egitto, e certamente Erodoto non è il primo, anzi è tra gli ultimi viaggiatori del passato remoto. Pitagora e Solone vi si erano ammaestrati.</p>
</div>
<div id="sdfootnote65">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote65anc" name="sdfootnote65sym">65</a> Nel 1919 i suoi esami comparativi delle stelle ai bordi del sole sulle fotografie dell’eclisse di quell’anno provarono la teoria generale della relatività. Eddington è altresì autore di <i>Spazio, tempo e gravitazione</i>, 1920, trad. it. Milano, 1971.</p>
</div>
<div id="sdfootnote66">
<p><a href="#sdfootnote66anc" name="sdfootnote66sym">66</a> Vedi oggi <i>I sei numeri dell’universo</i> (<i>Le</i> <i>forze profonde che spiegano il cosmo</i>), del cosmologo Martin Rees, Milano, 2002.</p>
</div>
<div id="sdfootnote67">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote67anc" name="sdfootnote67sym">67</a> Non è detto che tutte queste <i>costanti </i>siano tali, anzi è possibile che la costane <i>c </i>della luce presenti temporalmente delle fluttuazioni minime nei limiti di precisione sperimentale..</p>
</div>
<div id="sdfootnote68">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote68anc" name="sdfootnote68sym">68</a> L’unità minima di carica oggi non è più rappresentata dall’elettrone, ma dai quark , che possiedono carica elettrica frazionaria. Ma nessuno ha mai visto un qark libero, a differenza dell’elettrone orbitale o nucleare.</p>
</div>
<div id="sdfootnote69">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote69anc" name="sdfootnote69sym">69</a> La <i>costante lambda</i> di Einstein, da lui riconosciuta come il suo più grande errore, è stata invece ripescata da alcuni cosmologi moderni. Alcuni anni fa si cominciò a parlare di universo piatto, ma non in senso euclideo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote70">
<p><a href="#sdfootnote70anc" name="sdfootnote70sym">70</a> Ovviamente in termini numeroloigici.</p>
</div>
<div id="sdfootnote71">
<p><a href="#sdfootnote71anc" name="sdfootnote71sym">71</a> Il lettore tenga presente che parla Eddington, famoso scienziato, e non l’autore del presente articolo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote72">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote72anc" name="sdfootnote72sym">72</a> In realtà il valore sperimentale della costante di struttura fine (introdotta da Sommerfeld e che rappresenta il quadrato della carica dell’elettrone diviso per la costante di Plance e per la velocità della luce) è dato da un numero frazionario, pari a 1 /137, 036.</p>
</div>
<div id="sdfootnote73">
<p><a href="#sdfootnote73anc" name="sdfootnote73sym">73</a> Cfr. F. Di Trocchio, <i>Le bugie della scienza </i>(<i>Perché e come gli scienziati imbrogliano</i>), Milano, 1993.</p>
</div>
<div id="sdfootnote74">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote74anc" name="sdfootnote74sym">74</a> Il problema bovino attribuito dalle fonti ad Archimede è stato trattato di recente dal prof. Umberto Bartocci dell’Università di Perugia e dal prof. Umberto Cerruti dell’Università di Torino (vedi i rispettivi siti elettronici).</p>
</div>
<div id="sdfootnote75">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote75anc" name="sdfootnote75sym">75</a> Nel sito elettronico del prof. Umberto Cerruti, intitolato <i>Blog Matematico</i> e liberamente consultabile su Internet, che si arricchisce con cadenza periodica sempre di nuovi articoli, ognuno dei quali più interessate dell’altro, vengono trattati anche raffinati aspetti matematici connessi ai solidi regolari platonici e ai numeri figurati pitagorici.</p>
</div>
<div id="sdfootnote76">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote76anc" name="sdfootnote76sym">76</a> Vedi R. Kanigel, <i>L’uomo che vide l’infinito</i> (<i>La vita breve di Srinivasa Ramanujuan, genio della matematica</i>), Milano, 2003. pp.36 ss.; D. Wells, <i>Personaggi e paradossi della matematica</i>, Milano, 2002, p. 38-39. Molti aneddoti sui grandi matematici antichi e moderni sono riportati nel contesto dell’eccellente <i>Blog Matematico</i> del prof. Umberto Cerruti, che in una serie progressiva, continuamente aggiornata, di articoli matematici di grande livello, è capace unire al rigore scientifico e all’ originalità degli argomenti trattati, una grande freschezza narrativa su questioni niente affatto semplici.</p>
</div>
<div id="sdfootnote77">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote77anc" name="sdfootnote77sym">77</a> Colgo l’occasione per ricordare l’enigmatica figura del torinese Adolfo Gustavo Rol, citando per una <i>analogia</i> che potrebbe interessare gli esoterici moderni, l’eccellente articolo di Pier Giorgio Odifreddi, <i>La fisica mente</i>, pubblicato in <i>La scienza e i vortici del dubbio</i>, 1999, pp. 397-421, Atti del Convegno di Perugia, collana Ricerche Filosofiche dell’Università di Perugia, a cura di L.Conti e M. Mamone Capria (l’articolo passa in rassegna le varie teorie proposte a riguardo dell’interazione tra la coscienza del soggetto e l’oggetto degli esperimenti quantistici).</p>
</div>
<div id="sdfootnote78">
<p><a href="#sdfootnote78anc" name="sdfootnote78sym">78</a> Vedi dettagli in <i>Blog Matematico</i> del prof. Umberto Cerruti.</p>
</div>
<div id="sdfootnote79">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote79anc" name="sdfootnote79sym">79</a> La teoria dei numeri, che è regina della matematica, non ha nulla a che fare con la nostra numerologia. Il lettore interessato alla teoria dei numeri scorra senz’altro il <i>Blog Matematico</i> del prof. Cerruti, dove potrà accostarsi con una certa facilità a molte cose difficili.</p>
</div>
<div id="sdfootnote80">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote80anc" name="sdfootnote80sym">80</a> E’ strano che Archimede utilizzi nel secondo gradino del problema bovino un piccolo teorema algebrico che poi figura in Diofanto. Ma è in sé evidente che si tratta di antiche nozioni pitagoriche.</p>
</div>
<div id="sdfootnote81">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote81anc" name="sdfootnote81sym">81</a> Su <i>Galilei e Keplero,</i> M. Bucciantini, Torino, 2003 (<i>Filosofia, cosmologia e teologia nell’Età della</i> <i>Controriforma</i>). Sugli anagrammi di Galileo indirizzati a Keplero dopo aver osservato col cannocchiale i monti lunari e l’anello non risolto di Saturno, vedi A. Koestler, <i>I sonnambuli</i>, Milano 1990, pp. 367 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote82">
<p><a href="#sdfootnote82anc" name="sdfootnote82sym">82</a> Cfr. Martin Gardner, Le Scienze n. 36, agosto 1971.</p>
</div>
<div id="sdfootnote83">
<p><a href="#sdfootnote83anc" name="sdfootnote83sym">83</a> M. Gardner, <i>Numeri perfetti e coppia di numeri amicali</i>, Le Scienze n. 22, giugno 1970.</p>
</div>
<div id="sdfootnote84">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote84anc" name="sdfootnote84sym">84</a> Questa formula, che comprende anche il numero immaginario <i>i</i>, è solo un caso particolare di un’altra formula che lega il numero <i>i </i>alle funzioni trigonometriche. Tuttavia potrebbe inglobare un oscuro retroscena <i>dimensionale</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote85">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote85anc" name="sdfootnote85sym">85</a> Il concetto di trascendenza è stato introdotto da J. Liouville (1809-1882), ma dimostrato per pi greco soltanto nel 1882 da F. Lindemann (1852-1901).</p>
</div>
<div id="sdfootnote86">
<p><a href="#sdfootnote86anc" name="sdfootnote86sym">86</a> Vedi B. de Finetti, <i>Tre personaggi della matematica</i>: <i>e, pi reco, i</i>, Le Scienze n. 39, novembre 1971.</p>
</div>
<div id="sdfootnote87">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote87anc" name="sdfootnote87sym">87</a> La determinazione del valore della superficie sferica è il massimo <i>mistero</i> di Archimede, anche rispetto a quanto dichiarato espressamente nella parte conclusiva della dimostrazione della <i>proposizione 2</i> del <i>Metodo meccanico</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote88">
<p><a href="#sdfootnote88anc" name="sdfootnote88sym">88</a> Il periodo <i>siderale</i> della luna, da non confondere con quello sinodico, è di 27, 322 giorni terrestri.</p>
</div>
<div id="sdfootnote89">
<p><a href="#sdfootnote89anc" name="sdfootnote89sym">89</a> Il calcolo del perimetro dell’ellisse è una questione difficile.</p>
</div>
<div id="sdfootnote90">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote90anc" name="sdfootnote90sym">90</a> Vedi ad esempio N. Falletta, <i>Il libro dei paradossi</i>, Milano, 1994, capitolo 25, pp. 209 ss., con ampia bibliografia.</p>
</div>
<div id="sdfootnote91">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote91anc" name="sdfootnote91sym">91</a> Umberto Cerruti, “Blog Matematico”, 11 settembre 2005, pp. 4 ss. Si tratta di grafi del genere hamiltoniano, tranne l’ottaedro che è euleriano.</p>
</div>
<div id="sdfootnote92">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote92anc" name="sdfootnote92sym">92</a> Per esempio, si veda il saggio di Peter Kinglsey, Misteri <i>e magia nella filosofia antica – Empedocle e la tradizione</i> <i>pitagorica</i>, Milano 2007. Sul pitagorismo si vedano: Augusto Rostagni, <b>Il verbo di Pitagora</b>, Torino, 1924; Leonardo Ferrero, <i>Storia del pitagorismo nel mondo romano</i>, Torino, 1955; Christiane L. Joost – Guagier, <i>Pitagora e il suo</i> <i>influsso sul pensiero e sull’arte</i>, Edizioni Arkeios, 2008.</p>
</div>
<div id="sdfootnote93">
<p><a href="#sdfootnote93anc" name="sdfootnote93sym">93</a> Vedi Courant-Robbins, op. cit., pp. 698 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote94">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote94anc" name="sdfootnote94sym">94</a> Vedi M. Du Sautoy, <i>L’Enigma dei numeri primi</i> (<i>L’ipotesi di Riemann, il più grande mistero della matematica</i>), Milano, 2004; K. Devlin, <i>I problemi del millennio</i> (<i>I sette enigmi matematici irrisolti del nostro tempo</i>), Milano, pp. 33 ss., capitolo <i>La musica dei numeri primi</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote95">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote95anc" name="sdfootnote95sym">95</a> Ad esempio 6 per 10 – 1 dà 59, che è primo. Ma anche 61 è primo per gemellarità. L’indice 6 della formula indicata nel testo potrebbe connettersi alla sfera, nel modo che vederemo in seguito. I numeri primi di Fermat sono di altra forma, come pure i numeri primi di Marsenne. Su questo vedi Blog Matematico del prof. Umberto Cerruti; nonché il Quaderno de le Scienze n.24, dicembre 2001, pp. 70 ss.m dedicato a Fermat; I. Peterson<i>, Il turista matematico</i> (Viaggio nella scienza dei numeri), Firenze, 1998, pp. 49 ss.; K. Devlin, Dove va la matematica, Milano, 1994, pp. 14 ss,; idem <i>Il linguaggio della matematica</i> (<i>Rendere visibile l’invisibile</i>), Milano, 1998, pp. 41 ss. E’ cgoaro che non è stata ancora trovata una formula generale, valida per tutti i casi, generativa dei numeri primi. Quindi ognuna delle formula attuali, antiche o moderne, presenta dei limiti di validità. La formula di Fermat risalente al 1640 e fondata sulle potenze ulteriori di 2 alla seconda, venne provata falsa da Eulero nel caso di &lt; <i>“2 alla seconda con ulteriore esponente 5” +1</i> &gt;, che infatti produce un numero elevato dato dal prodotto di 6.700. 417 per 641 (ovviamente si ratta di due numeri primi). Altra formula che non dà più risultati per <i>n</i> =41, è l’espressione &lt; <i>n alla quadratato – n + 41 </i>&gt;, valida per n fino a 40. E’ poi interessante la proposizione IX, 36 degli <i>Elementi </i>di Euclide: &lt;&lt; <i>Se, partendo dall’unità, si prendono quanti si voglia numeri raddoppiando successivamente sino a che la loro somma venga ad essere un numero primo</i>, e se <i>la somma stessa viene moltiplicata per l’ultimo dei numeri considerati, il prodotto sarà un numero perfetto</i>&gt;&gt;. Si tratta di un <i>fossile pitagorico</i>, che connette i numeri primi ai numeri perfetti: dal fatto che &lt; 2 alla settima – 1 = 127 &gt; è primo, possiamo dedurre &lt; 2 alla sesta = 8128 &gt; è un numero <i>perfetto pitagorico</i>, cioè <i>somma di tutti i suoi divisori</i>. Sosteneva il matematico J. Hadamard che la bellezza è un criterio di verità. La <i>musica</i> dei numeri primi è perciò necessariamente <i>bella</i>, e potrebbe risultare un frattale per l’orecchio o l’occhio della mente. Neppure si può escludere che al fondo più riposto della fisica dell’atomo si nasconda un ragnatela di numeri primi… mediata da pi greco…(stiamo immaginando). Il problema di trovare una formula generale, applicando la quale si possano trovare <i>soltanto</i> e <i>tutti</i> i numeri primi, è ancora insoluto. La <i>funzione zeta</i> di Riemann è la strada che stanno battendo i matematici oggi. Sui numeri primi vedi E. Borel, <i>Les nombres premiers</i>, Parigi, 1958. I numeri primi sono infiniti, coma già sapevano i greci. Anche questa dimostrazione riportata da Euclide dovrebbe essere stata ricavata da un fossile pitagorico.</p>
</div>
<div id="sdfootnote96">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote96anc" name="sdfootnote96sym">96</a> Gauss, a 19 anni, realizzò l’impresa della costruzione di un poligono di 17 lati, con riga e compasso, passando poi ad altre importanti dimostrazioni correlate. I Greci erano in grado di costruire poligoni regolari con un numero di lati multipli di 2, 3, e 5, ma non sarebbero stati in grado, si sostiene, di costruire poligoni regolari con un numero primo di lati. Teodoro di Cirene e Archita di Taranto, cioè i maestri pitagorici di Platone, ebbero grande influenza su tutta la scuola platonica. Teodoro aveva dimostrato che i rapporti che noi oggi indichiamo come radice quadrata di 5, 7, … 17 sono commensurabili con l’unità. Archita introdusse l’idea di considerare una curva come generata dal moto di un punto e una superficie come generata dal moto di una curva (M. Klein, <i>Storia del pensiero matematico</i>, Torino, 1996, vol.. I, p. 53). Sull’aritmetica modulare e il concetto di congruenza, cfr. Courant-Robbins, op. cit., pp. 76 ss.. Sempre a questa età (1796), Gauss annotò nel suo diario: <i>Eureka! num = t + t + t</i>, nel senso che ogni intero è la somma di non più di 3 numeri quadrati. Tale risultato è in realtà <i>pitagorico</i> e<i> dimensionale</i>, dal momento che la dimensione del piano illimitato è quella dell’indice 4 della superficie sferica: il che spiega il fatto che la capienza infinita del piano numerico pitagorico, dove i numeri triangolari rappresentano la semplice somma aritmetica dei numeri progressivi in ragione dell’unità, sovrasta l’indice dimensionale 3 della somma astratta di 3 qualsivoglia numeri triangolari. Il che non vale per i numeri quadrati, che risultano dalla somma progressiva dei numeri dispari (1 + 3 + 5 + 7 ecc.). La somma di due quadrati <i>successivi</i> (ad es. 9 + 16 = 25) è sempre un quadrato, perché dimensionale del piano infinito è 4, cioè 2 alla seconda. Un numero quadrato dispari è dato dalla somma di 8 numeri triangolari più l’unità. Anche questo banale teorema nasconde un verità dimensionale. Sui solidi regolari pitagorici vedi C. B. Boyer, <i>Storia della matematica</i>, Milano, 1980, pp. 59 ss. Uno scolio del XIII libro di Euclide riferisce che i pitagorici conoscevano soltanto tre poliedri regolari, ma è invece da credere che li conoscessero appieno, poiché è stato rintracciato un dodecaedro etrusco risalente al IV sec. a.C. Del resto la stella a 5 punte (formata tracciando le 5 diagonali della faccia pentagonale di un dodecaedro regolare) era il simbolo (autoreplicante all’infinito) della scuola pitagorica. Tale costruzione chiama direttamente in causa i numeri catalani geometrici. Keplero affermò che la geometria ha due grandi tesori: il teorema di Pitagora, e la divisione della linea in media ed estrema ragione.</p>
</div>
<div id="sdfootnote97">
<p><a href="#sdfootnote97anc" name="sdfootnote97sym">97</a> Cfr. R. Kaplan, <i>Zero</i>, Milano, 1999 ; C. Seiffe, <i>Zero</i> (<i>La storia di un’idea pericolosa</i>), Milano, 2002.</p>
</div>
<div id="sdfootnote98">
<p><a href="#sdfootnote98anc" name="sdfootnote98sym">98</a> Platone, <i>Repubblica</i>, VII, 514 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote99">
<p><a href="#sdfootnote99anc" name="sdfootnote99sym">99</a> Il numero della <i>giustizia</i> acquista così il suo significato simbolico (come la 4 direzioni). Non è escluso che i pitagorici conoscessero lo sviluppo triangolare del binomio. Anzi, è assai probabile.</p>
</div>
<div id="sdfootnote100">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote100anc" name="sdfootnote100sym">100</a> K. Popper, <i>Congetture e confutazioni</i>, op. cit., <i>La natura dei problemi filosofici</i>, si sofferma, pp. 146 ss., sul problema epistemologico, postosi in antico, sul punto e sulla linea. La questione potrebbe concernere l’antefatto platonico della presenza di Parmenide e di Zenone ad Atene verso il 450, anche se questo fatto è stato storicamnente messo in discussione. La concezione del punto pitagorico, pur non coincidendo con la definizione di Euclide, sembra ben fondata (sarebbe stata questa la ragione per cui Cartesio potè assegnare al punto del piano 2 valori di coordinata). L’ipotesi che il piano illimitato pitagorico, geometrico e numerico, potesse avere dimensione 4, come sosteniamo, per quanto trovi un solido appoggio nelle dottrine segrete di Platone sottintese nella Repubblica, non è accettabile in base alla concezione matematica moderna. Nei presenti appunti mostreremo invece la straordinaria efficacia di questo concetto.</p>
</div>
<div id="sdfootnote101">
<p><a href="#sdfootnote101anc" name="sdfootnote101sym">101</a> Il libro divulgativo di Eddigton sulla teoria generale della relatività, <i>Spazio, tempo e gravitazione</i>, termina con queste parole: &lt;&lt; <i>Abbiamo scoperto una strana impronta sulla spiaggia dell’ignoto. Abbiamo escogitato profonde teorie, l’una dopo l’altra, per spiegarne la provenienza. Alla fine siamo riusciti a ricostruire la creatura che aveva lasciato quell’impronta. Ed ecco!, è la nostra impronta</i> &gt;&gt;.</p>
</div>
<div id="sdfootnote102">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote102anc" name="sdfootnote102sym">102</a> Sulle sezioni coniche pitagoriche (in questo caso l’ellisse), vedi F.Vitale, <i>L’astronomia nell’antica Pompei e nella</i> <i>Magna Grecia</i>, Episteme n. 7/1, dicembre 2003, pp. 29 ss. Nella stessa rivista diretta dal prof. Umberto Bartocci, sono stati pubblicato articoli che toccano gli argomenti qui trattati. Segnalo, nell’ordine, G. Faina, <i>Matematica e computers</i> (<i>Metodi classici e metodi</i> <i>sperimentali nella ricerca in geometria combinatoria</i>), Episteme n 3, 2001; U. Bartocci e R. V. Macrì, <i>Il linguaggio</i> <i>della matematica</i>, Episteme n. 5, 2002; R. V. Macrì, <i>Neopitagorismo e relatività</i>, Episteme n. 6, 2002; F. Marcacci, <i>La</i> <i>dimostrazione matematica pre-euclidea tra costruzione e rigore</i>; <i>Arturo Renghini e la sua</i> <i>opera dedicata alla matematica pitagorica</i>, Episteme n. 8, 2004.</p>
</div>
<div id="sdfootnote103">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote103anc" name="sdfootnote103sym">103</a> Questo avvenne in seguito, con Apollonio di Pergamo e con la geometria cartesiana. Anche Archimede studiò le sezioni coniche, ma questi suoi lavori non ci sono pervenuti.</p>
</div>
<div id="sdfootnote104">
<p><a href="#sdfootnote104anc" name="sdfootnote104sym">104</a> Aritmetica, geometria e astronomia costituiscono le scienze formative dei <i>custodi</i>. Il trivio e il quadrivio si riportano al 3 al 4, i numeri ossessione di W. Pauli.</p>
</div>
<div id="sdfootnote105">
<p><a href="#sdfootnote105anc" name="sdfootnote105sym">105</a> Eudemo-Proclo (Taylor), dopo il commento alla proporzione (probabilmente interpolata ) di Euclide: <i>due linee rette</i> <i>che si tagliano formano 4 angoli eguali a due retti.</i></p>
</div>
<div id="sdfootnote106">
<p><a href="#sdfootnote106anc" name="sdfootnote106sym">106</a> Cfr. Giovanni Schiaparelli, 1884, rivista “La natura”, <i>Dimensioni terrestri e cosmiche</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote107">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote107anc" name="sdfootnote107sym">107</a> Vedi <i>Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti locali</i>, giornata prima (1638). Il momento in cui il semicerchio (inserito in modo rovesciato nel semiquadrato, vale e dire a forma di scodella), viene introdotto, è quando Salviati propone: &lt;&lt; <i>come si possa mai capire</i> <i>che un sol punto è uguale a una linea</i> &gt;&gt; (quando cioè si tratta di presentare una sorta di paradosso: vedi P. Freguglia, op. cit. p. 139; Bottazzini, Freguglia, Toti Rigatelli, op. cit., p. 239 ss., paragrafo <i>Galileo e i paradossi dell’infinito</i>). Nel 1636 Fermat si occupò invece della quadratura geometrica delle infinite parabole, per le quali le ascisse sono proporzionali a una potenza qualunque dell’applicata, anticipando ciò che in termini moderni è sarebbe il calcolo dell’integrale che esprime l’area della superficie compresa tra la parabola di equazione y = x elevato alla n (con n intero positivo), l’asse delle ascisse e una ordinata qualunque. &lt;&lt; <i>Se le potenze delle ordinate sono in un rapporto costante con la sola lunghezza delle porzioni del diametro, ossia con il lato, il rapporto del parallelogramma con la figura è di 2 a 1 per il triangolo, di 3 a 2 per la parabola, di 4 a 3 per la parabola cubica, di 5 a 4 per la parabola biquadratica etc. in infinitum</i> &gt;&gt; (<i>Ad Bon. Cavalierii quaestiones responsa</i>). Nel 1657 Fermat pubblicava anche il metodo di quadratura delle infinite iperboli utilizzando una progressione geometrica (il procedimento non vale per l’iperbole equilatera detta Apolloniana).</p>
</div>
<div id="sdfootnote108">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote108anc" name="sdfootnote108sym">108</a> Questi identici rapporti di aree derivano come conseguenza dal fatto che Archimede aveva stabilito il rapporto semplice di 4/3 dell’area del ramo di parabola rispetto al triangolo inscritto in essa. Ignoro se una figura simile figura elementare sia presa in considerazione da qualche geometra del passato. Ma essa potrebbe in qualche modo nascondersi all’interno della struttura invisibile del problema bovino di Archimede.</p>
</div>
<div id="sdfootnote109">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote109anc" name="sdfootnote109sym">109</a> Il teorema di Pitagora è la famosa quarantasettesima proposizione di Euclide. Arthur Schopenhauer ne <i>Il mondo</i> <i>come volontà e rappresentazione</i> portò un duro attacco alla dimostrazione del teorema di Pitagora fornita da Euclide, che è piuttosto complicata. Secondo il filosofo tedesco siamo come un dottore che conosce sia la malattia che la sua cura ma non rende conto del come funziona la cura. Secondo lui la dimostrazione di Euclide è una <i>brillante esibizione</i> <i>di malignità</i>, poiché verrebbe infilata la verità da una porta secondaria, invece di presentarla apertamente come diretta intuizione di relazioni spaziali. Secondo Martin Gardner le argomentazioni di Schopenahuer sono ingenue, e la dimostrazione fornita dal filosofo tedesco non ha carattere generale, riguardando soltanto il caso del triangolo rettangolo isoscele. Nel 1945 fu pubblicata da Hermann Baravalle una dimostrazione dinamica del teorema in 5 passaggi. I metodi ingegnosi per la dimostrazione di questo teorema si contano a centinaia.</p>
</div>
<div id="sdfootnote110">
<p><a href="#sdfootnote110anc" name="sdfootnote110sym">110</a> Vedi Courant-Robbins, op. cit., pp.355-357.</p>
</div>
<div id="sdfootnote111">
<p><a href="#sdfootnote111anc" name="sdfootnote111sym">111</a> Infatti la topologia è un ramo avanzato della matematica moderna.</p>
</div>
<div id="sdfootnote112">
<p><a href="#sdfootnote112anc" name="sdfootnote112sym">112</a> Vedi Courant -Robbins, op. cit., pp. 359-360.</p>
</div>
<div id="sdfootnote113">
<p><a href="#sdfootnote113anc" name="sdfootnote113sym">113</a> Vedi G. Reale, <i>Platone</i> (<i>Alla ricerca della sapienza segreta</i>), Milano, 1998</p>
</div>
<div id="sdfootnote114">
<p><a href="#sdfootnote114anc" name="sdfootnote114sym">114</a> Su questi aspetti concernenti Platone vedi P. Zellini, <i>Gnomon</i>, op. cit.</p>
</div>
<div id="sdfootnote115">
<p><a href="#sdfootnote115anc" name="sdfootnote115sym">115</a> Cfr. G. Loria, op. cit., p. 337</p>
</div>
<div id="sdfootnote116">
<p><a href="#sdfootnote116anc" name="sdfootnote116sym">116</a> Altre costruzioni di questi poliedri sono indicate dall’arabo Abu’l Wafa.</p>
</div>
<div id="sdfootnote117">
<p><a href="#sdfootnote117anc" name="sdfootnote117sym">117</a> Si rinvia a G. Loria, op. cit., per i necessari complementi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote118">
<p><a href="#sdfootnote118anc" name="sdfootnote118sym">118</a> Vedi nota illustrativa ed esplicativa del <i>Timeo</i> nell’edizione curata da G. Reale.</p>
</div>
<div id="sdfootnote119">
<p><a href="#sdfootnote119anc" name="sdfootnote119sym">119</a> Vedi M.Livio, <i>La sezione aurea</i> (<i>Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni</i>), Milano, 2003.</p>
</div>
<div id="sdfootnote120">
<p><a href="#sdfootnote120anc" name="sdfootnote120sym">120</a> Cfr. Courant-Robbins, op.cit., pp. 371-376.</p>
</div>
<div id="sdfootnote121">
<p><a href="#sdfootnote121anc" name="sdfootnote121sym">121</a> Courant e Robbins, op. cit., p.371.</p>
</div>
<div id="sdfootnote122">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote122anc" name="sdfootnote122sym">122</a> La dimensione frattale della c.d<i>. polvere di Cantor</i> è frazionaria, ed è rappresentata da log (2) / log (3) = 0,<span style="text-decoration: underline;">63,</span> ponendosi tra 0 e 1. Il c.d. <i>fiocco di neve</i> di Koch che ricorda una forma esagonale, dà luogo a una curva di contorno che al limite è infinita. Al passo iniziale 0 la lunghezza della curva è il perimetro del triangolo equilatero, cioè 3. Poi tende a crescere. La dimensione (di Huasdorff) di questi frattali è log (n) / log (r), posto che (ad ogni passo successivo) a un segmento se ne sostituiscono n di lunghezza 1/ r ( 1 r-esimo del precedente). La dimensione della curva di Peano è log (9) / log (3) = 2 (devo questi chiarimenti, qui molto succintamente riportati, alla cortesia del Prof. Umberto Cerruti dell’Università di Torino). La polvere di Cantor si ottiene sostituendo ad un segmento 2 segmenti di lunghezza 1/3 (cioè spezzando un segmento unitario sempre di più in tante parti per sottrazione di 1/3).</p>
</div>
<div id="sdfootnote123">
<p><a href="#sdfootnote123anc" name="sdfootnote123sym">123</a> Nel 1890 il famoso matematico torinese Giuseppe Peano scoprì questa proprietà paradossale, che in seguito venne chiamata curva di Hilbert.</p>
</div>
<div id="sdfootnote124">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote124anc" name="sdfootnote124sym">124</a> Questa stessa idea fonda la geometria cartesiane delle coordinate. Si tratta infatti di un piano infinito diviso in 4 quadranti intorno a un punto zero, dove ciascun punto del piano è caratterizzato da un coppia di numeri. In realtà la coppia di numeri del punto si riferisce all’uico vertice esterno di una superficie quadrata o rettangolare, mentre il punto zero di confluenza degli assi ha valore neutro per sovrapposizione di valori direzionali (+ 1, + 1, &#8211; 1, &#8211; 1).</p>
</div>
<div id="sdfootnote125">
<p><a href="#sdfootnote125anc" name="sdfootnote125sym">125</a> Il quinto postulato di Euclide, sottoposto a revisione moderna con le nuove geometrie, sarebbe stato invece formulato in quel modo, proprio per escludere a priori spazi curvi, cioè concavi o convessi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote126">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote126anc" name="sdfootnote126sym">126</a> Ovviamente l’opera di Archimede è molto densa, articolata e complessa, e non può risolversi in due battute. Tuttavia certi rapporti semplici come 4 per la superficie sferica, 4/3 per il suo volume ecc., non hanno fino ad oggi trovato una vera spiegazione al di fuori del calcolo infinitesimale, che certamente Archimede non conosceva. Le dimostrazioni di Archimede sono alquanto formali, mentre è certo che egli adoperava un <i>metodo</i> <i>meccanico</i> di tipo euristico, aiutandosi in questo modo. Ma anche il <i>Metodo</i> di Archimede non è sufficiente a spiegare fino in fondo il segreto di questi fondamentali rapporti semplici, che gli studenti usano ogni giorni secondo le moderne formule della geometria elementare. Per questi aspetti si vedano in nostri appunti sui “Segreti di Archimede”.</p>
</div>
<div id="sdfootnote127">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote127anc" name="sdfootnote127sym">127</a> Questo risultato fu raggiunto dall’astronomo cinese Tsu Chung-Chin nel V secolo d.C. La determinazione di pi greco da parte di Archimede procede da un’opera sintetica (probabilmente mutila) di tre sole proposizioni, la <i>Misura del</i> <i>cerchio. </i>Il valore trovato da Archimede si pone tra le frazioni 22 / 7 e 22 / 71. In questo contesto si ignora come Archimede abbia calcolato con precisione la radice quadrata di 3 per difetto e per eccesso ( 265 / 153 e 1351 / 780). La frazione 355/ 311 è un convergente dello sviluppo in frazione continua di pi greco. Questa approssimazione notevole deriva dal fatto che lo sviluppo della frazione continua è: (3,,7,1,5,1,292,1,1,1,2….), dove all’improvviso appare il quoziente parziale 292 così grande (devo al Prof. Umberto Cerruti anche questo chiarimento).</p>
</div>
<div id="sdfootnote128">
<p><a href="#sdfootnote128anc" name="sdfootnote128sym">128</a> Il triangolo coi suoi tre lati rappresentati da tre segmenti di valore dimensionale 1 (al pari del punto-unità pitagorico) e da tre punti distinti di vertice, avrebbe una somma dimensionale 3, e questo spiegherebbe perchè la forma simmetrica del triangolo equilatero (per quanto il baricentro sia posto sui 2/3 bisettrice dando luogo però a 6 t. rettangoli uguali e 3 tre isosceli identici) possa dal logo alla triplice serie dei poliedri regolari con tale faccia.</p>
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<div id="sdfootnote129">
<p><a href="#sdfootnote129anc" name="sdfootnote129sym">129</a> Per una breve presentazione dei catalani geometrici vedi L. Cresci, <i>I numeri celebri</i>, op. cit., p. 129</p>
</div>
<div id="sdfootnote130">
<p><a href="#sdfootnote130anc" name="sdfootnote130sym">130</a> Si fa rinvio ai “Segreti di Archimede” su questo stesso sito.</p>
</div>
<div id="sdfootnote131">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote131anc" name="sdfootnote131sym">131</a> Archimede per stabilire il valore della circonferenza del cerchio usò poligoni regolari inscritti e circoscritti di 96 lati, cioè 3 volte il valore di 32.</p>
</div>
<div id="sdfootnote132">
<p><a href="#sdfootnote132anc" name="sdfootnote132sym">132</a> Vedi la tabella di Cartesio.</p>
</div>
<div id="sdfootnote133">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote133anc" name="sdfootnote133sym">133</a> San Giovanni nell’Apocalisse (4, 1, ss.) parla di Dio e del numero delle creature che lo circondano : <i>Nel mezzo Lui, l’Unico, l’Innominabile e utt’attorno quattro creature potenti. Sul trono 24 sedie con 24 anziani….</i>Newton scrisse di nascosto un trattato sull’Apocalisse (insieme ad altre opere di carattere religioso ed esoterico), che era la sua riposta all’opera di Mede, pubblicata nel 1627, <i>La chiave dell’Apocalisse</i> (vedi M. Withe, Newton – L’ultimo mago, Milano, 2001; B. J. Teeter Dobbs, <i>Isaac Newton scienziato e alchimista</i>, Roma, 2002).</p>
</div>
<div id="sdfootnote134">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote134anc" name="sdfootnote134sym">134</a> Mi limito a sottolineare questa coincidenza, astenendomi da una analisi specifica dei 13 poliedri semiregolari di Archimede. Il numero <span style="text-decoration: underline;">63</span> così ottenuto somiglia al valore frazionario della dimensione della polvere di Cantor, che è 0,<span style="text-decoration: underline;">63</span> (come riportato nella relativa nota).</p>
</div>
<div id="sdfootnote135">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote135anc" name="sdfootnote135sym">135</a> Il caso già visto di 2 alla quinta non rientra nello schema, perché 6 non è numero primo. Il significato di questa formula generativa di numeri primi consiste nel fatto che se il risultato è divisibile per <i>n</i> , allora <i>n</i> è un <i>numero primo</i>. Tale formula delle potenze di 2 con esponente n numero primo, deriva da un’opera matematica cinese, risalente a verso il 250 a.C., che raccoglieva 246 problemi riguardanti calcoli applicati alla vita pratica, ma anche problemi geometrici e aritmetici. Si intitolava <i>Nove capitoli sull’arte matematica</i>. Tale formula non è valida in senso assoluto perché ad es. con <i>n </i>= 341 cessa di avere efficacia. Il numero 341, che è un semiprimo e non un numero primo (infatti 11 per 31 = 341), è ugualmente divisore di &lt; 2 elevato alla 341-1 &gt;, sconfessando la regola di generazione di <i>n</i> primi per divisibilità.</p>
</div>
<div id="sdfootnote136">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote136anc" name="sdfootnote136sym">136</a> Vedi M.Gardner, <i>Lo straordinario numero trascendente pi greco</i>, Le Scienze n.46, giugno 1972. La radice cubica di 10 fornisce l’approssimazione 3,162…; mentre la radice cubica di 31 fornisce il valore 3,1413…L’esponente di radice, nel nostro percorso, corrisponde allo spazio 3.</p>
</div>
<div id="sdfootnote137">
<p><a href="#sdfootnote137anc" name="sdfootnote137sym">137</a> Il numero 8 era associato alla dea Cibele di origine frigia, venerata a Roma come <i>Magna Mater</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote138">
<p><a href="#sdfootnote138anc" name="sdfootnote138sym">138</a> L’icosaedro chiude la triplice tabella delle facce, dei vertici e degli spigoli elencati da Cartesio.</p>
</div>
<div id="sdfootnote139">
<p><a href="#sdfootnote139anc" name="sdfootnote139sym">139</a> Dal punto di vista <i>numerologico</i> si può notare che il numero 31 è composto dalle prime due cifre di <i>pi greco</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote140">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote140anc" name="sdfootnote140sym">140</a> La probabilità che due numeri interi presi a caso non abbiano divisori comuni è espressa dal rapporto &lt; 6/ pi greco al quadrato &gt;.</p>
</div>
<div id="sdfootnote141">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote141anc" name="sdfootnote141sym">141</a> Wallis, che ebbe una lunga e singolarissima polemica con T. Hobbes, il quale si ostinava a ritenere che la superficie avesse spessore e che il cerchio fosse quadrabile (come pensava Cusano in polemica col Regiomontano), derivò nel 1665 una formula di pi greco mezzi, fondata su prodotti.</p>
</div>
<div id="sdfootnote142">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote142anc" name="sdfootnote142sym">142</a> La complessa formula di derivazione di pi greco di Ramanujan (1914) prevede al primo termine una frazione, con al numeratore la radice quadrata di 8 e al denominatore il numero 9801 (viene poi moltiplicata per un certo integrale da zero a infinito). Il denominatore di tale frazione potrebbe avere un valore dimensionale, mentre il numero al denominatore potrebbe essere riconducibile <i>numerologicamente</i> alla <i>decade</i> per <i>somma cifre</i> (9801 = 9+9 = 18 =9). Il numero 9 deriverebbe <i>numerologicamente </i>dall somma del valore 4 del piano infinito e dal valore 5 del numero dei solidi pitagorici connessi alla sfera. Ma potrebbe essere anche la terza potenza della dimensione 9 come anche semplicemente il numero nove. Non si sa mai ciò che effettivamente certe prodigiose formule matematiche possono nascondere (infatti esse sono nate da <i>qualcosa </i>che potrebbe persino sfuggire al sommo genio del loro autore). Ciò non toglie che la matematica avanzata e la topologia moderna, dopo Riemann e Poincarè, risultino in questi due ultimi secoli lontanissime dalle conoscenze dell’uomo comune, al cui genere apparteniamo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote143">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote143anc" name="sdfootnote143sym">143</a> A coloro che amano il pensiero di Platone suggeriamo la lettura del saggio di F. Nietzsche, <i>Plato amicus sed</i>, Milano, ristampa 2002. A coloro che non essendo matematici, siano comunque interessati alla geometria e ai fondamenti essenziali della topologia, consigliamo la lettura della <i>Geometria intuitiva</i> di D. Hilbert e S. Cohnn-Vossen, Milano, ristampa 2001, con un complemento di topologia a cura di P.S. Aleksandrov. Personalmente siamo convinti che tesori di pensiero si celino ancora in angoli oscuri di apparenze o considerati abbondantemente superati. Ad esempio il pensiero di Parmenide (per quei pochi frammenti che ci sono pervenuti), sembra attualissimo sotto diversi aspetti.</p>
</div>
<div id="sdfootnote144">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote144anc" name="sdfootnote144sym">144</a> Vedi G. Israel, <i>La visione matematica della realtà</i>, Bari, 2003, ove però Cartesio non è mai citato; nonché P. J. Davies e R. Hersch, <i>Il sogno di Cartesio</i> (<i>Il mondo secondo la matematica</i>), Milano, 1988.</p>
</div>
<div id="sdfootnote145">
<p><a href="#sdfootnote145anc" name="sdfootnote145sym">145</a> Basti pensare, per analogia, a <i>Flatlandia </i> di E. A. Abbott, ed. it. Milano, 1993.</p>
</div>
<div id="sdfootnote146">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote146anc" name="sdfootnote146sym">146</a> Vedi ad es. P. Emanuele, <i>Cogito ergo sum</i> (<i>Breve storia della filosofia attraverso i detti dei filosofi</i>), Cuneo, 2001, pp. 173 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote147">
<p><a href="#sdfootnote147anc" name="sdfootnote147sym">147</a> Su Cartesio segnaliamo G. Rosis-Lewis, <i>Cartesio</i> (<i>Una biografia</i>), Roma, 1997; R. Lauth, <i>Descartes</i> (<i>La concezione</i> <i>del sistema della filosofia</i>), Milano, 2000.</p>
</div>
<div id="sdfootnote148">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote148anc" name="sdfootnote148sym">148</a> Vedi oggi ad es. B. S. Chandrasekhar, <i>Perché il vetro è trasparente</i>, Bologna, 2001. Ma il mistero della luce si conserva nell’enigma della sua dualità onda- particella, malgrado il principio di complementarità di Bohr.</p>
</div>
<div id="sdfootnote149">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote149anc" name="sdfootnote149sym">149</a> Vedi P. Arnold, <i>Storia dei Rosa-Croce</i>, Milano, 1991, con prefazione di U.Eco, pp. 278 ss. Cartesio, nel 1620, allora ventitreenne, arruolato nell’esercito dal principe di Nassau, che si interessava di alchimia, soggiornò in Baviera, nel Wuertemmberg, dove fece la conoscenza di Johann Faulhaber, autore della <i>Analyse des Gèometries</i>, mentre a Norimberga si trovava un altro matematico, Pierre Roten. Rientrato in Francia nel 1623, fu sospettato pubblicamente <i>di essersi arruolato nella Confraternita</i>. Quando Cartesio ritorna a Parigi, Marsenne stava scrivendo un commento al Genesi. Ma i rapporti di Cartesio con i Rosa Croce sembrano assai labili e incerti. Nel suo studio incompiuto sul Buon Senso, si rivela imparzialmente critico. Tuttavia il famoso manifesto rosacrociano di Parigi apparve proprio nel periodo in cui Cartesio era rientrato dalla Germania. Il nostro racconto appartiene al genere del realismo fantastico di cui caposcuola sono stati L.Pauwels e J. Bergier. Quindi rimandiamo alle loro pagine de <i>Il mattino dei maghi</i>, Milano, 1963, dove si parla dei Rosa-Croce. Il primo e l’ultimo consiglio dato da papiro Harris era: &lt;&lt; Chiudete la bocca! Chiudete la bocca! &gt;&gt;. Ed è questo che fece Cartesio, non fosse stata la curiosità di Leibniz e di chi lo aveva imbeccato ad andare a frugare tra quelle carte segrete.</p>
</div>
<div id="sdfootnote150">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote150anc" name="sdfootnote150sym">150</a> Trascurando le tante considerazioni e riflessioni su Platone da parte del famoso fisico atomico nonchè premio Nobel Werner Heisenberg, contenute in molti scritti divulgativi del suo pensiero di fisico moderno, si rimanda, a proposito di alchimia (le cui origini si pongono <i>scientificamente</i> in età greco-alessandrina: cfr. L. Russo, op. cit,. e G. Luck, <i>Il magico nella cultura antica</i>, Milano, 1994, pp. 406 ss.), al <i>Mattino dei maghi</i> di Pauwels e Bergier, allo studio su <i>Fulcanelli</i> di G. Dubois (Roma, 1996), a <i>Polvere d’inferno</i> di P. Kolosimo (Milano, 1975), a <i>L’elisir e la</i> <i>pietra</i> di M. Baigent e R. Leigh (Milano, 1998), a <i>I segreti dell’alchimia</i> di P. Marshall (Milano, 2001), ad <i>Arcana Sapienza</i> di M. Pereira (Milano, 2001), e<i> Alla ricerca della pietra filosofale</i> di P. Cortesi (Roma, 2002). L’aura di mistero che caratterizza la cabala alchemica ha impegnato Isaac Newton (il padre della scienza moderna praticava in segreto l’alchimia) e la ricerca psicanalitica di C. G. Jung. E’ possibile ipotizzare che il geloso riserbo del taccuino cifrato di Cartesio fosse connesso con l’alchimia, di cui certamente Cartesio non fu un fautore, mentre Newton fu alchimista in segreto, per tutta la vita.</p>
</div>
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		<title>Cartesio e la formula segreta &#8211; Parte 1°</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2014 01:57:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; CARTESIO E LA FORMULA DEI POLIEDRI *** &#160; &#160; Abstract: In un affascinante saggio del matematico Amir D. Aczel è spiegato il mistero del “taccuino segreto” di Cartesio, che a suo tempo attirò l’attenzione di Leibniz, a Parigi. Il grande filosofo francese, fondatore della geometria analitica, aveva scoperto la formula dei poliedri, prima che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>CARTESIO E LA FORMULA DEI POLIEDRI </b></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>***</b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Abstract</b></span></span><span style="font-size: large;">: In un affascinante saggio del matematico Amir D. Aczel è spiegato il mistero del “taccuino segreto” di Cartesio, che a suo tempo attirò l’attenzione di Leibniz, a Parigi. Il grande filosofo francese, fondatore della geometria analitica, aveva scoperto la formula dei poliedri, prima che la riscoprisse Eulero. Forse, questa bella relazione era già nota ad Archimede. Ripercorrendo certi aspetti della vita di Cartesio, proponiamo in queste pagine di semplici appunti alcune considerazioni del tutto originali. Non siamo matematici, il nostro è un racconto diverso, che si aggiunge a quello magistralmente tracciato da Aczel. I lettori ‘curiosi’ noteranno che i temi trattati in questo sito si inseguono a vicenda, come in un labirinto. Non reputiamo necessario disporre e poi indicare il filo d’Arianna. Il bello è questo: le strade vanno ovunque, passando e ripassando da molti luoghi. In specie quelli dell’anima. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: large;"><b>ANTEFATTO – GLI STRANI APPUNTI DI LEIBNIZ A PARIGI</b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>1*</b></span><span style="font-size: large;"> Il grande filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> (morto di gotta il 14 novembre 1716, ad Hannover, pressoché dimenticato dai contemporanei, solo e senza eredi),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> discendeva da una famiglia protestante di origine slava. Era nato a Lipsia il primo luglio 1646. A venti anni, a Norimberga, dopo aver pubblicato a Lipsia i suoi primi scritti di logica, era divenuto un affiliato della setta dei Rosa-Croce, per acquisirne in seguito la carica di segretario. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1672, dopo un breve periodo a Londra, si era recato a Parigi in missione diplomatica per conto della corte di Magonza, al seguito del barone Boineburg, un diplomatico tedesco che lo aveva introdotto presso l’elettore Giovanni Filippo come consigliere per questioni politiche, culturali e religiose. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Poco prima di rientrare in Germania e accettare nel 1677 a Hannover l’incarico di bibliotecario del duca Giovanni Federico di Brunswick, che lo terrà bloccato per quasi tutto il resto della sua vita intorno a un’opera storica di poco conto, tesa a dimostrare, con la discendenza dei Brunswick dalla casa d’Este, la legale dignità principesca,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Leibniz, che aveva iniziato in quegli anni a interessarsi al calcolo infinitesimale,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">sospinto dall’interesse nei confronti di Cartesio (1596-1650), e probabilmente informato dall’amico Christian Huygens (1629-1695) che in quegli anni si trovava nella capitale francese, cercò di rintracciare le carte segrete del grande filosofo francese, che dopo la sua morte, avvenuta a Stoccolma l’11 febbraio 1650, all’età di 54 e in circostanze poco chiare, erano finite in mano a Claude Clerselier (1614-1684). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Clerselier, che aveva conosciuto Cartesio a Parigi, nel 1648, qualche tempo prima che decidesse di recarsi in Svezia, presso la Corte della giovane regina Cristina (1626-1689), dopo la sua morte, era divenuto il custode delle carte personali del filosofo, nonché l’editore della sua corrispondenza, pubblicata a Parigi, in tre volumi, tra il 1657 e il 1667. Clerselier era anche il cognato dell’ambasciatore francese in Svezia, Pierre Chanut (1601-1662), che si era adoperato affinché Cartesio, che si trovava ormai da più di venti anni in Olanda, accettasse l’invito della regina a trasferirsi a Stoccolma in qualità di precettore.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il primo giugno 1676 Leibniz scese da una carrozza, salì una rampa di scale, bussò alla massiccia porta di legno dell’abitazione parigina di Clerselier, che aveva preso in consegna i manoscritti segreti di Cartesio, inviatigli dalla Svezia per nave nel 1652. Clerselier, pur esitando, permise a Leibniz di consultare quelle strane carte, che facevano parte dell’elenco stilato nei giorni immediatamente seguenti la morte filosofo. Il tedesco riuscì a penetrare il cifrario di un taccuino riservato e ne trascrisse un riassunto di una pagina e mezza. Questi appunti di Leibniz, che erano appena un estratto del taccuino segreto,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> finirono con la sua morte nella confusione delle sue carte, conservate ad Honnover. Qui furono recuperati nel 1860 da Louis-Alexandre Foucher de Careil, uno studioso di Leibniz, che però non era un matematico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In seguito, nel 1890, l’Accademia francese delle Scienze pubblicò una seconda volta questi appunti di Leibniz, con un commento di Ernest de Jonqières, che non aveva una preparazione sufficiente per comprenderne il contenuto. Nel 1966 ci fu un nuovo tentativo da parte di un gruppo di ricerca che utilizzò le preziose informazioni raccolte nel 1912 presso la Biblioteca Nazionale di Francia, da due ottimi studiosi, Charles Adam e Paul Tannery.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ma ancora una volta il “taccuino” di Cartesio (o, meglio, gli appunti di Leibniz integrati da altre informazioni), rifiutò di restituire i suoi segreti, finché il mistero non fu rivelato nel 1987 dal sacerdote e matematico francese Pierre Costabel.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz era venuto a capo della formula generale dei poliedri semplici, dovuta a Cartesio, ma scoperta e pubblicata da Eulero soltanto nel 1730, senza averla divulgata a propria volta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio era stato perseguitato dall’accusa, più o meno infondata, di essere un Rosa-Croce fin dal 1623, al momento del suo ritorno a Parigi, prima del viaggio in Italia durato due anni, che fu di nuovo avanzata nel 1629, allorquando decise di recarsi in Olanda, per restarci venti anni, salvo qualche sporadico e breve ritorno in Francia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Questo, in estrema sintesi, l’antefatto del </span><span style="font-size: large;"><i>Taccuino segreto di Cartesio</i></span><span style="font-size: large;">, titolo inglese </span><span style="font-size: large;"><i>Descaters’ Secret Notebook</i></span><span style="font-size: large;"> (2005), un libro di Amir D. Aczel pubblicato in Italia da Arnoldo Mondatori (2006). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Matematico di fama del Bentley College di Boston, Aczel è autore di una serie di brillanti saggi divulgativi.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> In questo libro, dedicato al mistero del “taccuino” di Cartesio, vengono ripercorse con vivacità stilistica anche la vita e l’opera del grande filosofo,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> passato a fama imperitura soprattutto per il </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso</i></span><span style="font-size: large;"><i>sul metodo</i></span><span style="font-size: large;"> (pubblicato anonimo a Leida, in Olanda, nel 1637),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc"><sup>10</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> il cui ultimo allegato di </span><span style="font-size: large;"><i>Geometria</i></span><span style="font-size: large;"> (a sua volta diviso in tre libri), conteneva la svolta fondamentale per la matematica moderna, fondando la </span><span style="font-size: large;"><i>geometria analitica</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc"><sup>11</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">All’inizio e alla fine Aczel si sofferma in particolare su un manoscritto cifrato risalente al 1619,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc"><sup>12</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> composto di 16 pagine accuratamente rilegate in pergamena, recante alcuni disegni, oltre che degli strani simboli alchimistici e cabalistici. Di questo </span><span style="font-size: large;"><i>taccuino</i></span><span style="font-size: large;">,</span><span style="font-size: large;">che venne inventariato subito dopo la morte di Cartesio insieme ad altri manoscritti, si sono perse le tracce subito dopo il 1691. La vicenda è molto interessante, ricca di fascino e di mistero, ma in sé non è nuova. Se qualcosa di questo taccuino si è potuta salvare, lo dobbiamo senz’altro alla pagina e mezza di appunti presi da Leibniz a Parigi. Questi appunti, confluiti nella enorme quantità di carte della Biblioteca di Hannover, oggi Biblioteca Leibinz, sono l’unica testimonianza materiale di quel diario o registro che Cartesio portò con sé fino alla morte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’affascinante racconto di Aczel, che per scrivere questo libro si trasferì per un certo periodo a Parigi, effettuando ricerche anche ad Hannover, ripropone alcune domande intorno a una vicenda nota da secoli. La notizia del taccuino non solo è presente nell’accurata biografia del Baillet, pubblicata a Parigi nel 1691 in due volumi,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote13sym" name="sdfootnote13anc"><sup>13</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> ma è stata attentamente riesaminata nel 1995 da Geneviève Rodis-Lewis nella sua aggiornata biografia di Cartesio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Gli appunti trascritti da Leibniz sono fondamentali perché ci hanno conservato una parte essenziale di ciò che andò purtroppo perduto dopo la morte dei primi custodi: Claude Clerselier e in seguito l’abate Jean-Baptiste Legrand. Dopo la morte di Legrand (1704), i manoscritti scomparvero.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote14sym" name="sdfootnote14anc"><sup>14</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Forse potranno riapparire tra le carte di un qualche polveroso e dimenticato archivio di un monastero francese,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote15sym" name="sdfootnote15anc"><sup>15</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> a meno che non siano stati deliberatamente distrutti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dal momento che la strana vicenda del </span><span style="font-size: large;"><i>taccuino segreto</i></span><span style="font-size: large;"> di Cartesio ci porterà forse un po’ più lontano di quanto Aczel abbia scritto nel suo bel libro, vale subito la pena d’affacciare che strada facendo aggiungeremo gli opportuni complementi d’informazione nel testo o nelle note, fermo restando che al centro dell’attenzione resta il contenuto di questo diario personale o registro cifrato, che stranamente neppure Leibniz volle far conoscere dopo la sua scoperta e dopo averne afferrato il contenuto. Resta inoltre misterioso il fatto che Clerselier si sarebbe opposto a che Leibniz potesse copiare l’intero documento, dopo che nei tre anni e mezzo trascorsi a Parigi Leibniz aveva fatto ogni sforzo per localizzare quel tesoro. Perché Cartesio teneva un taccuino segreto? Di che cosa parlava? E perché Leibniz si era preso la briga di andare fino a Parigi, cercare Clerselier e copiare alcune pagine? Perché Clerselier rivelò l’esistenza del taccuino, imponendo tuttavia a Leibniz delle rigide restrizioni?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote16sym" name="sdfootnote16anc"><sup>16</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cartesio aveva portato con sé in Svezia quelle carte custodite in una cassetta, ed evidentemente vi assegnava grande importanza. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Resta infine il dubbio che alcune di esse possano essere state eliminate subito dopo la morte, escludendole dall’inventario. Questo sospetto deriva dalla strana morte di Cartesio, ufficialmente a causa di una polmonite, che potrebbe tuttavia nascondere il giallo di un delitto politico, consumato con un avvelenamento da arsenico.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote17sym" name="sdfootnote17anc"><sup>17</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il continuo girovagare del filosofo da un luogo all’altro era l’indizio di un timore per qualcuno o qualcosa. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>LA MORTE DI CARTESIO A STOCCOLMA</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Io desidero unicamente la tranquillità e il riposo</i></span><span style="font-size: large;">. Queste sue parole non trovarono conferma nella vicenda esistenziale di Cartesio che si trascinò infatti con irrequietudine da un luogo all’altro senza una stabile dimora.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote18sym" name="sdfootnote18anc"><sup>18</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Secondo alcuni (Morris Kline) Descartes fu il primo grande filosofo moderno, e soltanto accidentalmente un matematico. Secondo altri fu essenzialmente un matematico e un genio astratto (E.T. Bell). La sua vita si svolse in un’epoca in cui l’Europa era in preda alla guerra, tra le ansie di una ricostruzione politica e religiosa (la guerra dei trent’anni che imperversò tra cattolici e protestanti). Dopo quella dei </span><span style="font-size: large;"><i>maghi</i></span><span style="font-size: large;"> rinascimentali,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote19sym" name="sdfootnote19anc"><sup>19</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> l’età di Cartesio è stata il grande secolo della nascita della scienza moderna, soprattutto con Galileo Galilei (1564-1642); fu anche il secolo dell’Inquisizione, che Cartesio temeva fortemente. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Più di due anni dopo l’improvvisa morte di Cartesio a Stoccolma, le carte segrete – insieme al taccuino custodite con cura in una cassetta – erano arrivate nel 1652 a Parigi nelle mani di Clerselier, che per quanto notevolmente più giovane era stato a Parigi un ammiratore di Cartesio, oltre che in rapporti con padre Marin Mersenne (1588-1648) ed epistolari con Pierre de Fermat, il quale abitava a Tolosa.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote20sym" name="sdfootnote20anc"><sup>20</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Clerselier, fervente seguace cartesiano,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote21sym" name="sdfootnote21anc"><sup>21</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> era il cognato dell’ambasciatore di Francia in Svezia, Pierre Chanut, che aveva sposato sua sorella. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dall’Olanda, dove si trovava ormai da venti anni, attraverso la mediazione di Pierre Chanut che era evidentemente interessato ad un avvicinamento di rapporti tra Francia e Svezia, il cattolico Cartesio</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote22sym" name="sdfootnote22anc"><sup>22</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> era stato chiamato alla corte della giovane regina Cristina, che era protestante,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote23sym" name="sdfootnote23anc"><sup>23</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e che aveva fatto di tutto per attrarlo. Cartesio doveva aver riposto qualche speranza in questa chiamata, ma giunto in Svezia, asserì in una lettera datata 15 gennaio 1650: </span><span style="font-size: large;"><i>Qui non sono nel mio elemento</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote24sym" name="sdfootnote24anc"><sup>24</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Le sue aspettative erano rimaste deluse, per quanto la giovane regina gli si fosse molto affezionata e si mostrasse vogliosa di apprenderne gli insegnamenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio, che tra il 1627 e il 1628, stimolato dai cardinali de Brulle e de Bagné, aveva atteso alla stesura delle </span><span style="font-size: large;"><i>Regulae ad directionem ingenii</i></span><span style="font-size: large;"> e, forse, della </span><span style="font-size: large;"><i>Ricerca della Verità.</i></span><span style="font-size: large;"> Dopo l’assedio e la conquista de La Rochelle, ultima roccaforte degli Ugonotti che affacciava sul mare, decise di ritirarsi in Olanda. Le ragioni di questa decisione non sono mai state chiare.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote25sym" name="sdfootnote25anc"><sup>25</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il trasferimento fu permanente, nel senso che Cartesio sarebbe rimasto in Olanda per vent’anni, e quando lasciò quel paese lo fece per andare in Svezia, e non per tornare in Francia (salvo brevi viaggi a Parigi nel 1644, 1647 e 1648). Nel </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso sul metodo</i></span><span style="font-size: large;"> aveva affermato di essersi trasferito in un paese pacifico, di cui ammirava la popolazione attiva e prospera. L’Olanda aveva leggi sulla stampa più liberali che non in Francia. Qui Cartesio poteva pubblicare le sue opere. Secondo una congettura, Cartesio aveva abbandonato la Francia poiché qui lo si accusava (già dal 1623), di essere un Rosa-Croce. Era rimasto in contatto con padre Mersenne, che era il tramite. Soltanto il dotto minorita, di otto anni più vecchio, sapeva dove ogni volta Cartesio si trovasse. Sembrava proprio che avesse paura, che si nascondesse da qualcuno o da qualcosa. Temeva fortemente l’Inquisizione. L’Olanda era protestante. Cartesio, nel 1647, fu trascinato a Utrecht in uno dei più violenti conflitti accademici della storia, che lo vedeva sul banco d’accusa dei calvinisti più accesi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per venti anni di seguito, fino a che si decise ad accogliere l’invito in Svezia, altro paese protestante, percorse tutta l’Olanda rifugiandosi in oscuri villaggi, negli alberghi e nei cantucci più nascosti delle grandi città, mantenendo metodicamente una voluminosa corrispondenza scientifica e filosofica con gli spiriti più illuminati d’Europa usando Mersenne come intermediario esclusivo, che conosceva ogni momento l’indirizzo segreto di Cartesio. In Olanda Cartesio si sposò in segreto con una strana donna, che gli diede una figlia, Francine, che però morì a sei anni di scarlattina. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Durante i suoi lunghi vagabondaggi in Olanda esplorò altri domini oltre la filosofia e la matematica: ottica, chimica, fisica, anatomia, embriologia, medicina, osservazioni astronomiche, metereologia, compreso uno studio sull’arcobaleno. Tutto ciò che si presentava al suo spirito era grano per il suo mulino. Nel corso di un breve viaggio in Inghilterra si accostò anche al magnetismo. Ma non volle pubblicare il trattato sul </span><span style="font-size: large;"><i>Mondo</i></span><span style="font-size: large;">, pubblicato postumo, una parte del quale finì per confluire ne </span><span style="font-size: large;"><i>I principi della filosofia</i></span><span style="font-size: large;">, editi nel 1644 e dedicati alla principessa Elisabetta di Boemia (figlia di Elisabetta, nata Stuart, che aveva sposato Federico V di Boemia, detto con derisione il </span><span style="font-size: large;"><i>re d’inverno</i></span><span style="font-size: large;"> perchè era durato una sola stagione), che bambina di appena due anni era fuggita in carrozza coi suoi genitori il 9 novembre 1620 da Praga, assediata e conquistata dall’esercito cattolico di Massimiliano di Baviera. Alla stessa principessa Elisabetta, che era dotata di ingegno e che forse era si era innamorata del filosofo, Cartesio dedicò anche </span><span style="font-size: large;"><i>Le passioni</i></span><span style="font-size: large;"><i>dell’anima</i></span><span style="font-size: large;">, uscite nel 1649. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sfinito dalla </span><span style="font-size: large;"><i>querelle</i></span><span style="font-size: large;"> di Utrecht, Cartesio fece un’altra visita a Parigi, e fu qui che conobbe Clerselier, che aveva letto tutti i libri di Cartesio ed era un seguace della sua filosofia oltre che consigliere del Parlamento. Secondo Baillet nacque tra i due una grande amicizia. Cartesio confidò al più giovane amico </span><span style="font-size: large;"><i>i segreti più intimi del suo cuore</i></span><span style="font-size: large;">. Clerselier combinò un incontro tra Cartesio e suo cognato Pierre Chanut, che padre Mersenne aveva descritto in una lettera come grande ammiratore della filosofia di Cartesio. Chanut, molto introdotto a corte, divenne ben presto l’ambasciatore francese in Svezia, e fu in grado di allettare Cartesio con le attenzioni della regina Cristina. Chanut intendeva servirsi di Cartesio per cementare l’alleanza tra la Francia e la Svezia. In questo periodo Chanut fece da intermediario in un lungo corteggiamento reciproco tra Cristina di Svezia e il filosofo. Fino a quando nell’agosto del 1649 l’ammiraglio Fleming della Flotta reale svedese non si presentò in Olanda a casa di Cartesio per trasportarlo per nave a Stoccolma. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il primo settembre 1649 Cartesio partì da Egmont per andare ad Amsterdam per imbarcarsi per la Svezia. Era accompagnato dal nuovo valletto tedesco Henry Schluter, che parlava correntemente anche il latino e il francese. Prima di partire scrisse a Clerselier, facendogli sapere che stava per recarsi in Svezia più per la fiducia riposta in Chanut che per sua decisione. Temeva infatti la contraddizione che la giovane regina di un paese protestante, ricevesse la sua istruzione da una persona di un’altra religione.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote26sym" name="sdfootnote26anc"><sup>26</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">I primi di settembre partì con un presagio di morte,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote27sym" name="sdfootnote27anc"><sup>27</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e giunto in Svezia il 4 di ottobre (ricorrenza della festa di S. Francesco d’Assisi),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote28sym" name="sdfootnote28anc"><sup>28</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> dopo un difficile viaggio per nave, durato circa un mese per le avverse condizioni del tempo,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote29sym" name="sdfootnote29anc"><sup>29</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cartesio non ebbe più buona sorte.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote30sym" name="sdfootnote30anc"><sup>30</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Anziché morire di polmonite </span><span style="font-size: large;"><i>a frigore</i></span><span style="font-size: large;"> a causa delle levatacce mattiniere (la regina infatti lo convocava nel suo studio non riscaldato alle 5 di mattina, probabilmente però non tutti i giorni), forse Cartesio fu avvelenato. Come vedremo, l’ipotesi estrema dell’omicidio politico ha le sue buone ragioni, e sembra innestarsi in un mistero ancor più fitto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Si deve comunque supporre che Cartesio avesse portato con sé i suoi scritti riservati, lasciando cose minori in Olanda. Baillet, nella sua biografia, descrive l’inventario stilato a Stoccolma pochi giorni dopo la morte (14-15 febbraio). Copia di questo inventario fu rintracciata nel 1912 presso la Biblioteca Nazionale di Parigi da Adam e Tannery. Una seconda copia era stata inviata in Olanda dall’ambasciatore Pierre Chanut al padre di Christian Huygens, Constanijn, che era segretario di Maurizio di Nassau, principe d’Orange. Dal giovane Christian Huygens, che sarebbe diventato un famoso fisico e che a quel tempo si trovava nella capitale francese, Leibniz avrebbe appreso che i manoscritti inediti di Cartesio era finiti a Parigi nelle mani di Claude Clerselier, il cognato dell’ambasciatore. Leibniz, che si trovava a Parigi al seguito del barone von Boineburg, riuscì comunque a individuarne il custode. Il filosofo e matematico tedesco era già un esperto di decifrazione dei codici, e venne facilmente a capo del manoscritto cifrato, rubricato nell’inventario di Stoccolma come </span><span style="font-size: large;"><i>Documento M</i></span><span style="font-size: large;">. Il Baillet aveva cercato invano di capire gli scritti matematici, compreso il taccuino segreto, che gli era stato imprestato dell’abate Legrand. Non riuscendo a venire a capo dei simboli e dei misteriosi disegni, venne però a sapere da Legrand della visita di Leibniz a casa di Clerselier, più di venti anni prima. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ paradossale il fatto che il filosofo del razionalismo, il grande cultore della verità derivante dal dubbio sistematico e dalle idee chiare e distinte, sia impregnato di mistero. Il mistero dei suoi sogni visionari, ma profondamente rivelatori, occorsi in Germania nel 1619, la notte di San Martino, in una stanza riscaldata da una stufa di faenza (</span><span style="font-size: large;"><i>poele</i></span><span style="font-size: large;">), non si sa bene se a Ulm o a Neuburg sulle rive del Danubio. Quello del suo instancabile girovagare per l’Europa e dei suoi contatti rosa-crociani. Le sue eccezionali conoscenze e scoperte, che gli venivano dalla riflessione e dall’introspezione, anziché dall’esperimento. Il mistero dei suoi timori, e, forse, anche quello di una necessaria doppiezza (rappresentata dal mascheramento e dalla </span><span style="font-size: large;"><i>favola del Mondo</i></span><span style="font-size: large;">), accanto ad un estremo riserbo. Il mistero della sua morte, compresa la vicenda del presunto cranio conservato al Musée de l’Homme a Parigi.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote31sym" name="sdfootnote31anc"><sup>31</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il mistero della paura dell’Inquisizione e quello dei manoscritti segreti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A ben guardare, le ragioni di sospetto si moltiplicano, attraversando la vita di Cartesio insieme ad altre vicende, che si avrà modo di accennare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Anche il ruolo dell’ambasciatore Chanut è ambiguo e contraddittorio.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote32sym" name="sdfootnote32anc"><sup>32</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non solo potrebbe aver finto, come alibi, la malattia che lo colse pochi giorni prima di quella di Cartesio, che alloggiava nell’ambasciata e che si ammalò il primo febbraio 1650. Ma potrebbe essere stato il tramite di una congiura di palazzo derivante da nuovi equilibri e persino da un ordine del re di Francia, dopo la conclusione della guerra dei trent’anni tra cattolici e protestanti, che era iniziata nel 1618. Il dubbio sistematico si impone per queste sospette faccende in presenza di riscontri indiziari e di altre strane circostanze come quella della frettolosa e povera sepoltura, della mancanza del cranio, ecc. In questo quadro di sospetti e di domande aperte al dubbio, potrebbe collocarsi anche l’inventario dei manoscritti segreti e la successiva sorte degli stessi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leinbinz, trasferitosi alla fine del 1666 a Norimberga, era divenuto il segretario dei Rosa-Croce. E’ alquanto improbabile che Cartesio sia stato segretamente affiliato a questa setta, peraltro da lui criticata, anche se ne fu sospettato, quando in coincidenza del suo rientro a Parigi, nel 1623, prima della partenza per l’Italia dove rimase due anni, apparvero nella capitale i primi manifesti Rosa-Croce.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote33sym" name="sdfootnote33anc"><sup>33</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Molto probabilmente ebbe dei contatti con importanti esponenti rosa-croce.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote34sym" name="sdfootnote34anc"><sup>34</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Il </span><span style="font-size: large;"><i>taccuino segreto</i></span><span style="font-size: large;"> potrebbe tuttavia riaprire questa possibilità, per quanto questo diario diviso in più sezioni risalga ad età giovanile (nel 1619 Cartesio aveva appena 23 anni). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ possibile supporre che il razionalista cattolico Cartesio, che però visse quasi sempre in mezzo ai protestanti,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote35sym" name="sdfootnote35anc"><sup>35</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> ma che si recò umilmente in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto per sciogliere un </span><span style="font-size: large;"><i>voto</i></span><span style="font-size: large;">, </span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote36sym" name="sdfootnote36anc"><sup>36</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> si fosse posto addosso una </span><span style="font-size: large;"><i>maschera</i></span><span style="font-size: large;">?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote37sym" name="sdfootnote37anc"><sup>37</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Un uomo come lui </span><span style="font-size: large;"><i>ha forse abbreviato di mille anni l’infanzia dello spirito umano</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote38sym" name="sdfootnote38anc"><sup>38</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"><i>Sì, Descartes era irresoluto</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>perfino incostante</i></span><span style="font-size: large;">. Ed era anche </span><span style="font-size: large;"><i>molto suscettibile</i></span><span style="font-size: large;">. Egli però </span><span style="font-size: large;"><i>era umano, benefattore, compassionevole, generoso</i></span><span style="font-size: large;">. Fatto è che si riconciliò con tutti i suoi oppositori, coi quali aveva polemizzato.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote39sym" name="sdfootnote39anc"><sup>39</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La riconciliazione con Gassendi, nel 1648 a Parigi, fu di dominio pubblico.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote40sym" name="sdfootnote40anc"><sup>40</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La filosofia di Cartesio era impregnata di metafisica razionalista.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote41sym" name="sdfootnote41anc"><sup>41</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Strettamente caratterizzata dal dualismo mente-corpo (vale a dire la </span><span style="font-size: large;"><i>res cogitans</i></span><span style="font-size: large;"> o anima contrapposta alla </span><span style="font-size: large;"><i>res extensa </i></span><span style="font-size: large;">o materia), questa concezione dava luogo a diversi problemi teologici di difficile soluzione, come quello della resurrezione dei corpi e quello della transustanziazione nell’Eucarestia. Potè dunque apparire pericolosa, anche se l’anima secondo Cartesio era immateriale. L’anima apparteneva soltanto all’uomo, mentre gli animali andavano considerati come degli automi meccanici.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote42sym" name="sdfootnote42anc"><sup>42</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cil non toglie che Cartesio sia stato il fondatore della psicologia e il padre del </span><span style="font-size: large;"><i>mind-body-problem</i></span><span style="font-size: large;"> (venuto alla ribalta in età contemporanea con l’informatica e il problema dell’intelligenza artificiale).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote43sym" name="sdfootnote43anc"><sup>43</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Per quanti entusiasmi avesse sollevato in tutta Europa, fu anche oggetto di dileggio. Il difficile della questione stava nel conciliare col meccanismo, che richiede infatti una causa di contatto fisico, i rapporti tra mente e corpo, considerati come realtà profondamente separate. I seguaci di Cartesio, detti per questa ragione </span><span style="font-size: large;"><i>cartesiani</i></span><span style="font-size: large;"> (Cordemoy, Guelincx, Malebranche ecc.), dovettero arrampicarsi sull’occasionalismo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote44sym" name="sdfootnote44anc"><sup>44</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’insegnamento della filosofia di Cartesio fu messo al bando in Francia da Luigi XIV, e all’Indice il 20 settembre 1663, </span><span style="font-size: large;"><i>fino a che non sia</i></span><span style="font-size: large;"><i>corretta</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>Descartes è stato completamente dimenticato</i></span><span style="font-size: large;">, affermò Voltaire. Ma Cartesio è stato più volte riscoperto. Nel 1762 l’Accademia francese mise a concorso un </span><span style="font-size: large;"><i>Elogio di Rène</i></span><span style="font-size: large;"><i>Descartes</i></span><span style="font-size: large;">, e il premio fu diviso tra Thomas e Gaillard. Antoine-Leonard Thomas, che era un amico di Voltaire, paragonò Cartesio a Colombo, che ha scoperto </span><span style="font-size: large;"><i>le rive del Nuovo Mondo</i></span><span style="font-size: large;"> che ha poi esplorato Magellano, come ha fatto appunto Newton. Locke e il sensismo hanno però vinto su Cartesio. Ma si potrebbe trattare di una vittoria apparente, poiché è oggi di novo attualissimo il problema scientifico mente-corpo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote45sym" name="sdfootnote45anc"><sup>45</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Concluse d’Alembert nell’Enciclopedia: </span><span style="font-size: large;"><i>si può averlo combattuto con successo, ma solo servendosi delle armi che egli stesso ha fornito</i></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><i>Se ha finito col credere di poter spiegare tutto, ha almeno cominciato col dubitare di tutto</i></span><span style="font-size: large;">. Hegel ne fa la lode come </span><span style="font-size: large;"><i>eroe della filosofia</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Descartes voleva fondare su Dio ogni certezza, spingendo il dubbio più lontano possibile. Per questa ragione si affidò a 4 fondamentali regole direttive, che respingono il metodo aristotelico-scolatistico perché rifiutano sia il nesso sensazione-intellezione (l’atto della mente è immediata intuizione intellettuale), sia il procedimento sillogistico deduttivo (la scienza si costruisce con atti di intellezione evidente e procede secondo catene di ragioni rette sempre dal criterio dell’evidenza).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote46sym" name="sdfootnote46anc"><sup>46</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il che fu frainteso dagli avversari, che lo accusarono di negare Dio. Ed invece il </span><span style="font-size: large;"><i>dubbio sistematico </i></span><span style="font-size: large;">è una </span><span style="font-size: large;"><i>regola direttiva</i></span><span style="font-size: large;"><i>della ragione</i></span><span style="font-size: large;">, un principio epistemologico di grande importanza. L’intuizione vi ha un ruolo fondamentale come sguardo diretto dello spirito.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote47sym" name="sdfootnote47anc"><sup>47</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio fu il primo pensatore ad avere ben presente il grande problema dell’apertura alle dissidenze cattoliche e alle altre religioni del globo, il che scandalizzava il Baillet. Da Cartesio si arriva al nostro tempo, a Husserl e a Cassirer. E se nel 1676 Roemer (1644-1710) riuscì a fare la prima stima della enorme velocità della luce servendosi dei ritardi dei satelliti di Giove scoperti da Galileo, a questo metodo (ma la luna è troppo vicina) aveva già pensato Cartesio (sebbene avesse presupposto a tavolino che la luce si propagasse istantaneamente). Il sistema cartesiano è un intreccio di metafisica, ragione e scienza, fondato sulla certezza somma dell’atto di pensiero (</span><span style="font-size: large;"><i>je pense, donc je suis</i></span><span style="font-size: large;">; </span><span style="font-size: large;"><i>ego cogito, ergo sum</i></span><span style="font-size: large;">) e su precise regole </span><span style="font-size: large;"><i>ad</i></span><span style="font-size: large;"><i>directionem ingenii</i></span><span style="font-size: large;"> (idee chiare e distinte).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote48sym" name="sdfootnote48anc"><sup>48</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Per quanto Cartesio non si fondi sul metodo sperimentale (che è invece il sostegno di Galileo Galilei), tuttavia non lo ignora. E’ questa la differenza tra un filosofo scienziato (che fondò la matematica moderna) e un fisico matematico sperimentalista (che oggi corrisponde alla differenza tra fisica teoria e fisica sperimentale). La </span><span style="font-size: large;"><i>mathesis universalis</i></span><span style="font-size: large;"> (matematica universale) ebbe un grande ruolo in questo sistema esplicitato dal </span><span style="font-size: large;"><i>metodo</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote49sym" name="sdfootnote49anc"><sup>49</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Nel definire le regole del metodo, Cartesio ha in mente, come unico paradigma possibile, il metodo matematico. Ma egli non ne segue le singole parti, bensì tenta una unificazione, che gli riesce con la sublime invenzione della </span><span style="font-size: large;"><i>geometria analitica</i></span><span style="font-size: large;">. L’antica geometria greca (limitata però dagli strumenti puri della riga e del compasso) aspirava agli stessi traguardi della rappresentazione del mondo. Superato il culmine del primo periodo alessandrino,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote50sym" name="sdfootnote50anc"><sup>50</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> sopraggiunse il declino per quanto l’algebrista Diofanto, sulla cui opera meditava Pierre de Fermat, sia un inspiegabile prodotto del terzo secolo d.C., a meno di dover presupporre che si possa trattare della punta emergente di un filone carsico molto più antico, di cui però nulla ci è pervenuto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ‘matematizzazione’ dell’universo era stato il sogno dei Pitagorici.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote51sym" name="sdfootnote51anc"><sup>51</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Allo stesso modo Il </span><span style="font-size: large;"><i>Sogno d</i></span><span style="font-size: large;">i </span><span style="font-size: large;"><i>Cartesio</i></span><span style="font-size: large;"> sarebbe stato quello di un mondo di trionfante razionalità.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote52sym" name="sdfootnote52anc"><sup>52</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Quella piccola parte del diario segreto di Cartesio contenuto tra i manoscritti della cassetta privata, censiti Stoccolma subito dopo la morte e finiti poi nella mani di Clerselier, decifrata e ricopiata da Leibniz, riguardava proprio i Pitagorici. Si trattava di un loro segreto, convogliato poi da Platone nel </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">. Quella formula che Cartesio aveva saputo derivare dallo studio dei 5 solidi regolari del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, e che egli non aveva mai voluto divulgare tenendola per sé, fu invece resa nota da Eulero nel 1730, a Pietroburgo. Forse Eulero, passando da Hannover e diretto in Russia, aveva potuto dare una sbirciata alla copia di Leibniz, di cui conosceva l’esistenza. Si tratta di un giallo matematico, tanto più che quella stessa formula poteva essere già nota agli stessi Pitagorici, come pure ad Archimede. Perchè Cartesio decise di non divulgarla? Quale altro mistero ci può essere dietro una tale reticenza? Quella formula dei poliedri semplici (valida anche per i 13 poliedri semiregolari di Archimede) avrebbe sconvolto il mondo? Quando Eulero la rese nota come sua scoperta, quella elegante formula venne accolta come espressione di spirito geometrico puramente razionale. Connetteva infatti vertici, facce e spigoli dei poliedri semplici a un invariante. Ma quei 5 solidi platonici erano stati inseriti da Kerplero nell’opera che più egli amava: il </span><span style="font-size: large;"><i>Mysterium Cosmographicum</i></span><span style="font-size: large;">, pubblicato nell’anno in cui Cartesio nasceva, il 1596. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il fatto strano era che il rosa-crociano Leibniz, grande filosofo e grandissimo matematico, avesse cercato proprio quei manoscritti segreti di Cartesio, di cui ricopiò soltanto una pagina e mezza, come preavvertito dell’esistenza di ciò che esattamente andava cercando. Per quale ragione Leibniz non copiò oltre, visto che era venuto a capo di un codice di cui probabilmente poteva conoscere la chiave? Che fine hanno fatto gli originali, dopo che Baillet, senza comprenderli, li aveva potuti controllare? Aczel fornisce la sua versione, che tuttavia non appare cristallina. Restano margini di dubbio e delle serie perplessità. Ecco dunque l’occasione che ci ha spinti a scrivere queste pagine, ove si vorrebbe mettere a fuoco il problema. Ma prima di intrattenerci su questa ricerca indiziaria, bisogna concludere con il ritratto di Cartesio, per quel poco che può occorrere. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’età della rivoluzione scientifica, che portò alla modernità, usciva dalla magia rinascimentale</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote53sym" name="sdfootnote53anc"><sup>53</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e dalle ombre del passato. Pertanto si ritiene che sia stato Galileo Galilei (1564-1642),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote54sym" name="sdfootnote54anc"><sup>54</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> col suo metodo sperimentale, a dare la svolta. Aristotele era stato sbugiardato. Questa rivoluzione, che prende le mosse dalla riscoperta di Archimede (a sua volta autore di un proprio metodo), porterà a Newton (1642-1727),</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote55sym" name="sdfootnote55anc"><sup>55</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e alla nascita vera e propria della scienza moderna. Quando Newton si decise a pubblicare i </span><span style="font-size: large;"><i>Principia</i></span><span style="font-size: large;"> riprese (forse con spirito polemico) il titolo dei </span><span style="font-size: large;"><i>Principi della filosofia</i></span><span style="font-size: large;"> (</span><span style="font-size: large;"><i>Principia</i></span><span style="font-size: large;"><i>philopsophiae</i></span><span style="font-size: large;">) che Cartesio aveva pubblicato nel 1644 dedicandoli alla principessa Elisabetta di Boemia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Davvero il mondo è matematico? La fiducia di Galileo era ben riposta? Secondo Giambattista Vico,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote56sym" name="sdfootnote56anc"><sup>56</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> la matematica era arbitaria. Si trattava secondo lui di una creazione umana. Soltanto la storia, la scienza nuova che fosse perfettamente conoscibile e riguardasse al tempo steso il mondo reale, era oggettiva: in essa l’uomo e Dio collaborano.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote57sym" name="sdfootnote57anc"><sup>57</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Fu per questa ragione per cui Cartesio, cercando di superare il dubbio sistematico ed eliminando le conoscenze fittizie (dalla cui strage sopravvivono soltanto la logica, la geometria e l’algebra), si indirizzò alle 4 regole direttive dell’intelletto.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote58sym" name="sdfootnote58anc"><sup>58</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Avvertì l’esigenza di ancorare tutto alla certezza di Dio, principio primo d’ogni cosa. Oggi si ha la pretesa di dover fare a meno della metafisica, ricadendo in un gorgo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote59sym" name="sdfootnote59anc"><sup>59</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il XVIII secolo segnò un’eclisse. Si rivolge contro Cartesio il consiglio che egli aveva fornito di percorrere i </span><span style="font-size: large;"><i>Princìpi</i></span><span style="font-size: large;"> una prima volta </span><span style="font-size: large;"><i>come romanzo</i></span><span style="font-size: large;">. Questo </span><span style="font-size: large;"><i>romanzo della natura</i></span><span style="font-size: large;">, già denunciato da Pascal, divenne un leitmotiv per Voltaire.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote60sym" name="sdfootnote60anc"><sup>60</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’</span><span style="font-size: large;"><i>Elogio</i></span><span style="font-size: large;"> di Mercier rivolto a Cartesio (stampato a Ginevra) si apre con una citazione di Lucrezio: </span><span style="font-size: large;"><i>Tu pater et rerum inventor</i></span><span style="font-size: large;">. Secondo Baillet, </span><span style="font-size: large;"><i>Ha ben vissuto chi si è nascosto</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote61sym" name="sdfootnote61anc"><sup>61</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Le idee viaggiano in segreto, sono come spore portate dal vento dello spirito. Cartesio fu un seminatore di idee, tanto è vero che chiunque lo accostasse ne usciva modificato in meglio. Eppure </span><span style="font-size: large;"><i>Mundus est fabula</i></span><span style="font-size: large;">, come nella scritta che compare nel libro dispiegato accanto al ritratto di Cartesio, fatto da Weenix.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote62sym" name="sdfootnote62anc"><sup>62</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz era attratto dalla filosofia di Cartesio, anche se la criticava. Ambedue furono grandi matematici, ma è Cartesio colui che ha aperto la vie più profonde. Leibniz (come Ettore Majorana) aveva una grande facilità nello scomporre numeri e nel ricombinare lettere (anagrammi). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1692 il </span><span style="font-size: large;"><i>Lexicon</i></span><span style="font-size: large;"><i>philosophicum</i></span><span style="font-size: large;"> di E. Chauvin pubblicò un bell’anagramma: RENATO CARTESIUS = TU SCIS RES NATURAE. Leibniz, davanti alla resistenza ostinata di una certa ‘scolastica’ cartesiana, diffonde quest’altro anagramma: CARTESIUS = SECTARIUS.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote63sym" name="sdfootnote63anc"><sup>63</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La segregazione non è una dissimulazione, poiché coincide col ritiro necessario alla ricerca della verità. Il </span><span style="font-size: large;"><i>signor d’Escartes</i></span><span style="font-size: large;"> si ritira (</span><span style="font-size: large;"><i>s’écarter</i></span><span style="font-size: large;"> in francese) suo </span><span style="font-size: large;"><i>deserto</i></span><span style="font-size: large;">, dato che il riposo è la condizione di una intensa attività intellettuale.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote64sym" name="sdfootnote64anc"><sup>64</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ma perché Cartesio, che pure sembrava aver messo radici in Olanda, cambiava continuazione luoghi di residenza? Perché tanto girovagare? Aveva forse qualcosa da temere? Si sentiva insidiato, oppure si trattava soltanto di inquietudine esistenziale o delle abitudini girovaghe di un instancabile cosmopolita, la cui moralità provvisoria era quella di adottare i costumi dei vari luoghi? Temeva l’Inquisizione, e si trattò di un continuo conflitto di coscienza tra fede interiore e razionalismo necessario? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Alcune opere furono pubblicate postume: </span><span style="font-size: large;"><i>Il Mondo</i></span><span style="font-size: large;"><i>di</i></span><span style="font-size: large;"><i>Descartes</i></span><span style="font-size: large;"> o </span><span style="font-size: large;"><i>il Trattato sulla luce</i></span><span style="font-size: large;">; </span><span style="font-size: large;"><i>L’uomo e la Formazione del feto</i></span><span style="font-size: large;">. Vennero pubblicate le corrispondenze di Cartesio e vi furono le scoperte di altri inediti.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote65sym" name="sdfootnote65anc"><sup>65</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In punto di morte sembrò che la coscienza avesse abbandonato il filosofo del </span><span style="font-size: large;"><i>cogito ergo sum</i></span><span style="font-size: large;">. Ma la testimonianza dell’ambasciatore di Francia, nella cui dimora avvenne il decesso, è che Cartesio avesse parlato cogli occhi, impossibilitato a parlare con la bocca. Sembrò ansioso di conoscere l’ultima verità. Furono prese due maschere del defunto: una di gesso e l’altra di cera.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il problema della resurrezione dei corpi sembra estraneo alla filosofia dualista, che contrappone materia e mente. Per Cartesio l’anima costituiva l’unità della persona, mentre la materia del corpo si rinnova incessantemente. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Come spiegava Cartesio la follia, che appare come affezione della mente? Si trattava forse di una malattia della ghiandola mediatrice dell’epifìsi? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio era profondamente logico, da grandissimo matematico quale fu. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ciò non toglie che alcune sue deduzioni siano risultate assolutamente erronee, poiché anche se per nulla gratuite, erano sbagliate le premesse. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Adesso, in punto di morte, l’anima si scioglieva dal corpo, salendo alla sua eternità. Se la filosofia di Cartesio sembrava mettere in crisi il libero arbitrio, </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio combattè per la sua vita fino all’ultimo, chiedendo una bevanda alcolica aromatizzata con del tabacco, quindi si arrese. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’ambasciatore francese non interpretò male il linguaggio degli occhi di Cartesio morente: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Si ritirò contento dalla vita e appassionato di andare a vedere svelata e a possedere una verità che aveva cercato tutta una vita</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La malattia era iniziata dieci giorni prima, il primo di febbraio. Salvo un’apparente ripresa, tornò gravissima: la sua respirazione era intermittente, e sputava, con difficoltà, un sangue nerastro e corrotto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’ipotesi dell’avvelenamento – in luogo della polmonite che sarebbe stata causata dal freddo per via dagli orari impervi imposti dalla regina a un filosofo che amava dormire a lungo stando al caldo, e che peraltro sembra far ponte sulla malattia che pochi giorni prima aveva colpito l’ambasciatore francese, anche se la polmonite non è contagiosa – può tener banco, se dopo </span><span style="font-size: large;"><i>Il delitto</i></span><span style="font-size: large;"><i>Cartesio</i></span><span style="font-size: large;"> di Eike Pies (1996), questa traccia è stata ripresa (2002) nella biografia di Cartesio di Jean-Marc Varaut.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote66sym" name="sdfootnote66anc"><sup>66</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Questa ipotesi argomentata per primo da Pies, che oltre ad essere uno storico è un medico, si sorregge su alcuni importanti elementi: il primo medico di corte, du Ryer, che era amico di Cartesio e si definiva cartesiano, si trovava lontano da Stoccolma, impossibilitato ad accorrere per tempo; il secondo medico, Weulles, era (stando a Baillet) un </span><span style="font-size: large;"><i>nemico giurato di Cartesio</i></span><span style="font-size: large;"> fin dai tempi dell’offensiva sferrata contro di lui a Utrecht dai calvinisti più accesi; Cartesio, che proveniva da una famiglia di medici famosi, doveva avere ottime conoscenza di medicina (in Olanda aveva sezionato e studiato molti animali), e non si fidava affatto di Weulles, anzi cercò di curarsi da solo, rifiutando fino all’estremo, il salasso; c’erano poi degli ottimi motivi politici per eliminare il filosofo, odiato da alcuni cortigiani; l’ambasciatore potrebbe averlo attirato in una trappola, profittando della passione della regina Cristina di averlo con sé a corte, e avrebbe perciò inscenato l’alibi programmato di una sua malattia, immediatamente precedente; l’assassinio sarebbe stato consumato col veleno (arsenico). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La ricostruzione medico legale e storico-scientifica di Eike Pies è straordinariamente precisa e circostanziata. Al capezzale dell’ammalato accorse anche il medico olandese Wullenius (Joan van Wullen), il quale indirizzò subito alla regina una lettera segreta sulla morte di Cartesio, nella stessa data dell’11 febbraio (Pies, op. cit., pp. 112 ss.). Perché Cartesio, nella tollerante e laboriosa Olanda, cambiava così spesso città, girovagando da un luogo all’altro? Temeva forse qualche pericolo, era stato minacciato da qualcuno? Il crimine sarebbe stato ideato con la segreta complicità di Chanut dai grammatici protestanti di corte, che odiavano Cartesio e temevano grandemente l’influenza del suo genio sulla regina, quindi per le sorti politiche della Svezia protestante. In questo quadro politico-criminale si inserirebbe la frettolosa sepoltura di Cartesio nel povero cimitero delle minoranze religiose e degli orfani dell’ospizio, compreso il possibile sfregio della decapitazione, e, infine, l’inventario dei manoscritti segreti (tuttavia il taccuino, abilmente cifrato da Cartesio, non venne eliminato, probabilmente perché ritenuto innocuo). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Pierre-Daniel Huet, che in seguito divenne vescovo, sempre critico nei confronti del cartesianismo, recatosi a Stoccolma nel 1652, descrive il piccolo sepolcro di Cartesio, però ornato da una magnifica iscrizione. Questa iscrizione, concepita da Chanut, parla di una pietra (</span><span style="font-size: large;"><i>sub hoc lapide</i></span><span style="font-size: large;">), mentre la costruzione provvisoria era di legno.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote67sym" name="sdfootnote67anc"><sup>67</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Gli scritti della cassetta vennero riportati in Francia nel 1652, mentre la salma (decapitata?) vi fu trasferita soltanto nel 1667. </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>LA CASSETTA DEI MANOSCRITTI DI CARTESIO, LEIBNIZ E IL TACCUINO SEGRETO</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quali documenti – non pubblicati, riservati o impubblicabili – conteneva la cassetta di Cartesio, che fu ispezionata a Stoccolma dall’ambasciatore Pierre Chanut pochi giorni dopo quella strana morte, che alcune dicerie sunito imputarono ai gelosi </span><span style="font-size: large;"><i>grammatici protestanti</i></span><span style="font-size: large;"> di corte? Il punto è importante, quanto la domanda su che cosa cercasse Leibniz, il primo giugno del 1676, bussando alla casa parigina di Clerselier, e soprattutto chi l’avesse informato. Talvolta nei piccoli dettagli si possono celare i maggiori indizi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Aczel riporta l’inventario dei manoscritti segreti,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote68sym" name="sdfootnote68anc"><sup>68</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> sollevando alcune domande a proposito della curiosità di Leibniz. Fornisce anzitutto una traccia che attiene alla </span><span style="font-size: large;"><i>fraternitas</i></span><span style="font-size: large;"> dei Rosa-Croce tedeschi, di cui il giovane genio di Hannover era da tempo divenuto il segretario. Pur non pronunciandosi apertamente, sembra peraltro favorevole all’ipotesi dell’avvelenamento (che dal 2002 ha iniziato ad avere maggior credito tra gli studiosi). Quindi ritiene che l’estremo riserbo di Cartesio, che non pubblicò la formula, fosse strettamente legato all’eliocentrismo e al timore dell’inquisizione. Ma se quella innocente ed elegante formula generale dei poliedri, poi formalmente dimostrata e resa pubblica dal grande matematico svizzero Leonardo Eulero (1707-1783) nel 1730 in Russia, risaliva effettivamente al 1619-1620, si sarebbe trattato di un timore infondato (Galileo venne censurato soltanto nel 1633). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La questione che ci interessa è quella del contenuto del taccuino cifrato o diario personale di Cartesio (documento M dell’inventiario), rilegato in pergamena e contenente disegni, simboli e una triplice tabella numerica, che come comprese Leibniz, facendo il corretto collegamento con i 5 </span><span style="font-size: large;"><i>solidi regolari</i></span><span style="font-size: large;"> o </span><span style="font-size: large;"><i>figure cosmiche</i></span><span style="font-size: large;"> del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone, riguardava infatti la formula generale dei </span><span style="font-size: large;"><i>poliedri semplici</i></span><span style="font-size: large;">, in base alla quale vengono tra loro collegati i vertici, gli spigoli e le facce di questi solidi ad un rapporto invariante. Ma se si fosse trattato di una semplice e innocua formula, quella stessa che fu poi resa nota da Eulero e che ancora oggi ne porta il nome, non ci sarebbe stata alcuna ragione perché Cartesio avesse rifiutato di renderla nota, anzi nascondendola e addirittura cifrandola. Il mistero di tutta la questione non è la formula segreta ma l’eccezionale e apparentemente inspiegabile riserbo di Cartesio. Aczel lo collega all’eliocentrismo di Keplero, che infatti nel 1596, anno stesso della nascita di Cartesio, aveva pubblicato il </span><span style="font-size: large;"><i>Mysterium Cosmographicum</i></span><span style="font-size: large;">,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote69sym" name="sdfootnote69anc"><sup>69</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> opera che gli fu sempre cara.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote70sym" name="sdfootnote70anc"><sup>70</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ma questa spiegazione di Aczel non sembra pienamente soddisfacente, nemmeno a pensare al grande timore di Cartesio di rimanere invischiato nelle reti dell’Inquisizione. La ragione dell’estremo nascondimento (ma anche della gelosa conservazione di questo scritto, poi sparito dopo la morte dell’abate Legrand), potrebbe essere un’altra, più profonda e inquietante. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Morto Cartesio, tutti gli indumenti e gli suoi effetti personali furono dati al suo valletto olandese Scluter, mentre il contenuto della cassetta (manoscritti, copie di lettere e altri documenti) venne censito nei giorni immediatamente successivi (14 e 15 febbraio 1650). Sulla base del sospetto suffragato da molteplici indizi di un assassinio con avvelenamento da arsenico, non possiamo certamente essere sicuri tutti i manoscritti segreti di Cartesio custoditi nella cassetta, e dai quali recandosi a Stoccolma aveva ritenuto di no separarsi, siano stati tutti quanti catalogati, senza eliminarne nessuno. In base all’inventario stilato da Chanut, si sarebbe trattato: della lettera di scuse formali a Voetius per la polemica di Utrecht; di nove volumi di copie di lettere polemiche contro quest’ultimo; delle copie delle obiezioni e risposte inviate a vari oppositori; delle copie delle lettere indirizzate alla principessa Elisabetta di Boemia (la più cara e giovane amica di Cartesio). C’erano inoltre frammenti (sic) di manoscritti mai pubblicati, dai titoli oscuri: </span><span style="font-size: large;"><i>Preamboli</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>Democratica</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>Experimenta</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>Parnassus</i></span><span style="font-size: large;">. Dovevano formare altrettante sezioni del misterioso taccuino di pergamena che attirò l’attenzione di Leibniz, il quale riuscì a venire a capo della cifratura che lo proteggeva. La vicenda delle carte merita attenzione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Due anni e mezzo più tardi, nel 1652, l’ambasciatore Pierre Chanut era in procinto di lasciare la Svezia per un incarico diplomatico in Olanda. Daniel Lipstrop, biografo tedesco di Lubecca, aveva insistito per prendere visione di questi documenti lasciati da Cartesio, ma Chanut si era sempre rifiutato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Adesso l’ambasciatore spediva tutto in Francia, presso suo cognato Claude Clerselier, a Parigi. La cassa giunse per nave a Le Havre, e poi da Rouen risalì la Senna con una chiatta, diretta a Parigi. La chiatta ebbe un incidente, la cassetta finì in acqua, ma venne ripescata, e infine Clerselier fece asciugare i fogli preservandoli (anche questa vicenda può suscitare qualche sospetto).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz ebbe da Clerselier l’autorizzazione di scorrere quegli scritti, e la sua attenzione si concentrò sul taccuino. Fece in tempo a decifrarlo e a ricopiarne una pagina e mezza (un estratto o un suo compendio). Questi appunti sono stati rintracciati verso la metà dell’800 tra le carte di Leibniz, e dice Aczel compresi soltanto nel 1987. Ci permettiamo di dubitare, visto che il grande storico della matematica Gino Loria, operativo all’Università di Genova a cavallo tra l’800 e il ‘900, dice chiaramente che la formula dei poliedri </span><span style="font-size: large;"><i>Cartesio-Eulero</i></span><span style="font-size: large;"> era già nota ad Archimede.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote71sym" name="sdfootnote71anc"><sup>71</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il fatto che il Rosa-Croce Leinbinz (1646-1716), che all’età di 20 venti anni aveva aderito alla setta di Norimberga e ne era divenuto ufficialmente il segretario, abbia ricercato a Parigi presso Clerselier quei manoscritti segreti di Cartesio per ricopiarne poi una parte specifica (per una pagina e mezza), farebbe presupporre che ne sapesse già qualcosa, e che dunque vi si fosse indirizzato almeno in base alla traccia del biografo tedesco di Cartesio, Daniel Lisptorp.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote72sym" name="sdfootnote72anc"><sup>72</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Forse Leinbiz venne a capo del codice cifrato non per virtù propria, ma dal momento che la cifratura poteva essere di tipo rosa-crociano (il Baillett, infatti, non ne venne a capo, pur essenso stato informato dall’abate Legrand della visita di Leibniz). E’ anche ipotizzabile che il Clerselier si sia opposto ad una copiatura completa, quando si accorse dell’eccessivo interesse di un esponente Rosa-Croce. Ma potrebbe essere che Leibniz abbia copiato soltanto ciò che gli interessava.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leggendo i </span><span style="font-size: large;"><i>Preamboli </i></span><span style="font-size: large;"> Leibniz scorse queste parole: </span><span style="font-size: large;"><i>Offerto, ancora una volta, agli studiosi eruditi del mondo intero, e specialmente a G.F.R.C.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio aveva in qualche modo dato notizia, in certi ambienti, di questi suoi studi. Non una pubblicazione, ma una specie di comunicazione riservata, diretta o per lettera? E’ un fatto compiuto, non una enunciazione di intenzioni. E tutto sembra coincidere con l’esordio giovanile del genio di Cartesio, che comincia ad affacciarsi con una certa sicurezza, dopo l’incontro con Beeckam, che quanto meno servì a rivelare l’immenso talento matematico del giovane, sicuramente affascinato dalle cose militari e già mirabile spadaccino,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote73sym" name="sdfootnote73anc"><sup>73</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> che si era arruolato a 22 anni (1618) in uno dei due reggimenti francesi agli ordini dell’esercito olandese protestante,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote74sym" name="sdfootnote74anc"><sup>74</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> condotto dal principe Maurizio Nassau-Orange. Il taccuino inaugura l’anno 1619, quando era ormai scoppiata la guerra dei trent’anni, dopo la defenestrazione di Praga di due inviati del re cattolico Ferdinando d’Asburgo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz era perfettamente in grado di comprendere la sigla abbreviata: </span><span style="font-size: large;"><i><b>G</b></i></span><span style="font-size: large;"><i>ermaniae </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>F</b></i></span><span style="font-size: large;"><i>raternitas </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>R</b></i></span><span style="font-size: large;"><i>osae </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>C</b></i></span><span style="font-size: large;"><i>rucis</i></span><span style="font-size: large;">. Il giovane genio, militante da 10 anni nella setta iniziatica, aveva esattamente toccato il punto fondamentale. Ed infatti trascrisse correttamente la parola chiave </span><span style="font-size: large;"><i>Germania</i></span><span style="font-size: large;">. L’ordine dei Rosa-Croce era l’organizzazione della società alchemica di Norimberga.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote75sym" name="sdfootnote75anc"><sup>75</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il diario, registro o taccuino rilegato in pergamena di Cartesio, costituiva un documento strettamente personale, recante la data di inaugurazione del documento privatissimo (primo gennaio 1619). Si trattava di un dono personale di Beeckman, ricevuto a Breda. Vediamo in breve la ricostruzione che ne fa Geneviéve Rodis-Lewis,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote76sym" name="sdfootnote76anc"><sup>76</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> per ritornare poi ad Aczel.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Anzitutto la conservazione del registro mostra l’attaccamento di Cartesio ai suoi pensieri personali. All’interno della copertina si trovava la data la data </span><span style="font-size: large;"><i>primo gennaio 1619</i></span><span style="font-size: large;"> (Cartesio aveva 23 anni). Sul frontespizio recava il titolo </span><span style="font-size: large;"><i>Parnassus</i></span><span style="font-size: large;">. Il quaderno strettamente personale si iniziava nel nome delle Muse dell’ispirazione. La parte scientifica, che appare </span><span style="font-size: large;"><i>in recto</i></span><span style="font-size: large;"> nella copia di Leibniz, è più importante dell’insieme delle piccole sezioni (incomplete) da lui trascritte nel </span><span style="font-size: large;"><i>verso</i></span><span style="font-size: large;">. La prima di queste si intitola </span><span style="font-size: large;"><i>Preambula, </i></span><span style="font-size: large;">il che spinse Leibniz a cominciare proprio da qui</span><span style="font-size: large;"><i>.</i></span><span style="font-size: large;"> Alcune pagine bianche intermedie permetteranno su ciascuna delle sezioni, cioè degli </span><span style="font-size: large;"><i>Experimenta</i></span><span style="font-size: large;">. Procedendo nel </span><span style="font-size: large;"><i>verso</i></span><span style="font-size: large;"> (non dobbiamo dimenticare che il taccuino è perduto e che pertanto Leibniz e Baillet costituiscono le uniche due fonti originali a disposizione), e superando alcune linee su Democrito e si qualche considerazione sulle scienze, appare il grande </span><span style="font-size: large;"><i>discorso</i></span><span style="font-size: large;"> intitolato </span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;">. Questa parte è importantissima poichè contiene il racconto dei 3 sogni fatti da Cartesio nella notte di San Martino tra il 10 e l’11 di novembre 1619, in una stanza riscaldata (</span><span style="font-size: large;"><i>poele</i></span><span style="font-size: large;">) da una </span><span style="font-size: large;"><i>stufa di faenza</i></span><span style="font-size: large;">, non si sa bene se ad Ulm, oppure a Neuburg sulle rive del Danubio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Anche il Baillet attesta che sotto il titolo di </span><span style="font-size: large;"><i>Preambula</i></span><span style="font-size: large;">, figurava la citazione bibilica: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>L’inizio della saggezza è il timore di Dio</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt; (non ripresa da Leibniz). Segue immediatamente il seguente passo, che Leroy ha interpretato quale filosofia in maschera: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Come gli attori, perché il rossore della vergogna non appaia loro in volto, veston la </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">maschera</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, così io sul punto di salire su questa scena mondana, di cui fin qui fui spettatore, mi </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">avanzo mascherato</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>. Quando, giovinetto, mi venivano presentati ingegnosi ritrovati, mi chiedevo se potessi raggiungerli da me, senza leggere l’autore; e così, poco a poco, mi accorsi che usavo regole certe. La scienza è come una donna; se resta riservata presso lo sposo, tutti la rispettano; se fa copia di sé, si fa vile</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;</span><sup><span style="font-size: large;"><i><a href="#sdfootnote77sym" name="sdfootnote77anc"><sup>77</sup></a></i></span></sup><span style="font-size: large;"> (la frase è in latino e la parola maschera è ovviamente data dal termine </span><span style="font-size: large;"><i>personam</i></span><span style="font-size: large;">).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote78sym" name="sdfootnote78anc"><sup>78</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Una nuova sezione, gli </span><span style="font-size: large;"><i>Experimenta</i></span><span style="font-size: large;">, doveva aprirsi con un racconto che Leibniz ha trascurato.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote79sym" name="sdfootnote79anc"><sup>79</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Dice Baillet che a Cartesio si era annunciato l’amore per la verità, che non lo abbandonò mai per tutta la sua vita. Questa nuova scienza potrebbe essere la prima idea o intuizione della </span><span style="font-size: large;"><i>mathesis universalis</i></span><span style="font-size: large;">, che comprende tutto ciò che è soggetto all’ordine alla misura. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il manoscritto continuava. Leibniz lesse un altro frammento (documento C1): </span><span style="font-size: large;"><i>OLYMPICA – XI novembris 1620, coepi intelligere fundamentum inventi mirabilis</i></span><span style="font-size: large;"> (11 novembre 1620, cominciai a comprendere il fondamento di una mirabile scoperta), se non piuttosto: </span><span style="font-size: large;"><i>X novembris 1619, plenus forem </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">enthousiasmo</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, et mirabilis fondamenta reperirem…</i></span><span style="font-size: large;">(10 novembre, pieno di </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">entusiasmo</span></span><span style="font-size: large;">, trovati i fondamenti di una mirabile scienza…). 10 o 11 novembre 1619? La parola </span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">entusiasmo</span></i></span><span style="font-size: large;"> rimanda poi ad una analoga espressione usata da Keplero. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio si riferisce ai suoi tre famosi sogni, fatti in una stanza riscaldata, e molto probabilmente alla scoperta dei primi fondamenti della </span><span style="font-size: large;"><i>geometria analitica</i></span><span style="font-size: large;">, che fu poi una delle tre appendici allegate al </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso sul metodo</i></span><span style="font-size: large;">,</span><span style="font-size: large;">pubblicato anonimo in Olanda nel 1637. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz, rientrato in Germania, rimase in contatto con Nicolas Malebranche (1638-1715), uno dei principali cartesiani, e in una lettera del 23 gennaio 1679, Leibniz gli scrive dicendo che grazie alla principessa Elisabetta di Boemia è riuscito a vedere il suo trattato cartesiano: </span><span style="font-size: large;"><i>Cartesio ha delle cose belle; la sua mente era estremamente acuta e assennata. Ma è impossibile fare tutto nello stesso tempo, e così ci ha dato soltanto alcuni splendidi spunti</i></span><span style="font-size: large;">… Prima di poter leggere il taccuino di Cartresio, Leibniz stava già elaborando a Parigi le prime idee del suo calcolo differenziale e integrale, che poi originò la famosa polemica con Newton.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote80sym" name="sdfootnote80anc"><sup>80</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Aczel ritiene che Leibniz si sia dato da fare per arrivare agli scritti segreti di Cartesio a ragione del calcolo infinitesimale. E qui potrebbe aprirsi la via ad un’altra misteriosa pista, che concluderà questo scritto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Perché Cartesio teneva un taccuino segreto? Di che cosa parlava esattamente nella sua interezza? E perché Leibniz si era preso la briga di andare fino a Parigi, cercare Clerselier, e poi copiare soltanto alcune pagine di questo taccuino?</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote81sym" name="sdfootnote81anc"><sup>81</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Perché non le ricopiò tutte? Glielo impedì forse Clerselier, oppure anche qui si nasconde un altro enigma?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Prima di scoprire cosa fu ricopiato da Leibniz, in tutto non più di una pagina e mezza, cerchiamo di verificare meglio la vicenda aggiungendo in base ad altri dettagli. Quando Cartesio si incontrò la prima volta con Beeckman a Breda (la fonte questa volta è il biografo tedesco Lipstorp), ed ebbe l’occasione di rivelare il suo eccezionale talento matematico, gli volle offrire in omaggio l’inizio del </span><span style="font-size: large;"><i>Compendio di</i></span><span style="font-size: large;"><i>musica.</i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote82sym" name="sdfootnote82anc"><sup>82</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Ne avrebbe ricevuto in contraccambio quel piccolo registro in pergamena, affinché vi potesse annotare le sue riflessioni.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote83sym" name="sdfootnote83anc"><sup>83</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> All’interno della copertina si trovava la data </span><span style="font-size: large;"><i>1 gennaio 1619</i></span><span style="font-size: large;"> (probabilmente apposta in presenza di Beeckman) e sul frontespizio il titolo </span><span style="font-size: large;"><i>Parnassus</i></span><span style="font-size: large;"> (che come detto alluderebbe alle Muse dell’ispirazione). Cartesio vi riassunse, come una specie di </span><span style="font-size: large;"><i>memento</i></span><span style="font-size: large;">, le sue riflessioni di quel periodo. Secondo l’inventario di Stoccolma (Aczel, op. cit., p. 189), figuravano frammenti di manoscritti mai pubblicati, come </span><span style="font-size: large;"><i>Preamboli</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>Democritica</i></span><span style="font-size: large;">, </span><span style="font-size: large;"><i>Experimenta </i></span><span style="font-size: large;">e </span><span style="font-size: large;"><i>Parnassus</i></span><span style="font-size: large;">. Quel taccuino in pergamena sarebbe stato un documento distinto, cioè a se stante. Era quanto Leibniz stava cercando (oppure trovò con sua sorpresa). Quest’unico documento era cifrato, e Leibniz ne venne a capo. Pertanto gli appunti di Leibniz sarebbero una sintesi del documento. I </span><span style="font-size: large;"><i>Preambol</i></span><span style="font-size: large;">i e l’</span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;"> annunciavano una </span><span style="font-size: large;"><i>mirabile scoperta</i></span><span style="font-size: large;">. La vicenda dei tre famosi sogni di Cartesio comincia mescolarsi con la formula segreta contenuta nel taccuino, ma si tratterebbe di due cose ben distinte. &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Sì, c’è un altro manoscritto</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt; disse l’anziano Clerselier, quando Leibniz, dopo 5 giorni di copiatura (oppure di ricerca, decifrazione ed altro – n.d.r), chiese se c’era dell’altro. Sì, c’era quel taccuino, &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>ma nessun altro l’ha mai visto prima d’ora</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;. &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>In ogni caso, non credo che lei lo capirebbe. Ci ho lavorato sopra per anni, ma nulla di quanto c’è entro, simboli, disegni, formule, ha un senso. E’ completamente cifrato</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt; (Aczel, op. cit., p. 14).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote84sym" name="sdfootnote84anc"><sup>84</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Clerselier però impose rigide restrizioni per questo ultimo documento che venne in mano a Leibniz. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Insomma la questione è veramente intricata, anche se Aczel prova a dipanarla. Non è nemmeno chiaro l’anno, se 1619 o 1620, quanto alla mirabile scoperta.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote85sym" name="sdfootnote85anc"><sup>85</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> La grande intuizione che viene dichiarata sarebbe stata infatti quella di esprimere le equazioni dell’algebra con delle curve geometriche. Ed è l’idea fondamentale della geometria analitica. Ma il taccuino ( una sua sezione) era intitolato </span><span style="font-size: large;"><i>De solidorum elementis</i></span><span style="font-size: large;"> (Leibniz afferrò che si trattava dei 5 solidi regolari del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Paltone, 53 A ss.).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote86sym" name="sdfootnote86anc"><sup>86</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Prima di riprendere con Leibniz e la sua ricerca delle carte segrete di Cartesio, bisogna ripercorrere i tre famosi sogni di quella notte, la notte di san Martino, in una calda stanza (</span><span style="font-size: large;"><i>poele</i></span><span style="font-size: large;">) in Germania. Questi tre sogni, a quali si interessò anche Freud, costituirono per Cartesio una svolta fondamentale. Ed è dal </span><span style="font-size: large;"><i>voto</i></span><span style="font-size: large;"> di ringraziamento per queste visioni che viene il viaggio in Italia: sia per accostarsi alla tradizione degli algebristi italiani,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote87sym" name="sdfootnote87anc"><sup>87</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> ma anche per recarsi in atto di umile devozione al santuario della Madonna di Loreto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Con la defenestrazione di Praga (1618), era iniziata la guerra dei trent’anni. Ferdinando di Asburgo sarà eletto re di Boemia e poi d’Ungheria. Cartesio era al seguito delle truppe di Massimiliano di Baviera, il capo dei cattolici tedeschi, che accerchiavano Praga. Federico V di Boemia, che era protestante, sua moglie l’inglese Elisabetta, e la loro prima figlia (quella Elisabetta che allora aveva appena due anni e che divenne poi la grande allieva di Cartesio), riuscirono fuggire in carrozza verso l’esilio. In questo periodo, in Germania, Cartesio fa l’incontro con un altro matematico, Joahann Faulhaber, che doveva essere un alto esponente dei Rosa-Croce.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote88sym" name="sdfootnote88anc"><sup>88</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio si dovette guardare dalla nomea di rosacrociano, che gli era piovuta addosso a Parigi, nel 1623, poco prima della partenza per il suo viaggio in Italia (1623-25), allorquando apparvero nella capitale francese i primi manifesti degli </span><span style="font-size: large;"><i>invisibili</i></span><span style="font-size: large;">. Non scordiamo che Leibniz era il segretario della setta e che la capitale dei Rosa-Croce era Norimberga.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">In Turenna, la regione nativa di Cartesio, la notte di San Martino sfilavano processioni notturne in ricordo dei morti. Cartesio vi aveva partecipato da bambino, forse con l’angoscia di aver provocato, con la sua nacita, la morte della madre, Jeanne Brochard. Il bisnonno materno, Jean Ferrand,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote89sym" name="sdfootnote89anc"><sup>89</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> era stato il medico personale della regina Eleonora d’Austria, moglie di Francesco I (1494-1547).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote90sym" name="sdfootnote90anc"><sup>90</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cartesio inaugura una nuova sezione del suo registro personale, intitolata </span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;">, con le seguenti parole iniziali: </span><span style="font-size: large;"><i>X novembris 1619, cum plenus forem </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">enthousiasmo</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, et </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">mirabilis scientiae</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> fondamenta reperirem</i></span><span style="font-size: large;">…(il 10 novembre 1619, mentre ero pieno d’entusiasmo</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote91sym" name="sdfootnote91anc"><sup>91</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e stavo scoprendo i fondamenti di una scienza mirabile…).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote92sym" name="sdfootnote92anc"><sup>92</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio si mise a letto ed ebbe una serie di 3 sogni assai vividi e intensi, i sogni più famosi e analizzati della storia (ma non dobbiamo scordare che molte importanti scoperte scientifiche e matematiche avvennero in sogno o in una particolare condizione di soprappensiero, e forse il caso moderno più noto è quello dei sogni del fisico quantististico Wolfgang Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945, a lungo trascritti e studiati insieme a C. G. Jung).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote93sym" name="sdfootnote93anc"><sup>93</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cartesio non ci dice quando si coricò. Appena addormentato fece il primo sogno. Camminando per strada era stato assalito da un vento impetuoso, che lo spingeva con forza </span><span style="font-size: large;"><i>contro la chiesa. </i></span><span style="font-size: large;">Intorno a lui tutti erano ben diritti, ma egli era incurvato. Una persona lo chiamò per nome dicendogli se voleva andare a trovare il signor N.,che aveva da dargli un melone. Cartesio aveva dormito sul fianco sinistro. Adesso si girò a destra. Venne il secondo sogno. Udì un rombo di tuono, aprì gli occhi e vide la stanza piena di scintille. Passata la paura si addormentò. Nel terzo sogno comparve un libro. Lo aprì e vide che era un dizionario. Ma questo libro si trasformò subito nel </span><span style="font-size: large;"><i>Corpus Poetarum</i></span><span style="font-size: large;">, e Cartesio potè leggere l’Idillio XV del poeta latino Decimo Magno Ausonio</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote94sym" name="sdfootnote94anc"><sup>94</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> (che era originario di Bordeaux e che divenne precettore, nel 367 avanzato, a Treviri, dell’imperatore Graziano appena decenne). Il primo verso recitava: </span><span style="font-size: large;"><i>Quid vitae sectabor iter</i></span><span style="font-size: large;">? ( Che via seguirò in questa vita?). A questo punto comparve uno sconosciuto che gli mostrò un’altra composizione di Ausonio,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote95sym" name="sdfootnote95anc"><sup>95</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> l’idillio XVII, ove si leggeva: </span><span style="font-size: large;"><i>Est et non</i></span><span style="font-size: large;"> (“E’ e non è”, di Pitagora).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote96sym" name="sdfootnote96anc"><sup>96</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Poi i sogni si interruppero, ma Cartesio continuò a dormire. Alla fine delle prima </span><span style="font-size: large;"><i>Meditazione</i></span><span style="font-size: large;"> Cartesio descrive questo dormiveglia di sogni, al quale era già abituato da collegiale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Lo </span><span style="font-size: large;"><i>Spirito della Verità</i></span><span style="font-size: large;"> sarebbe apparso a Certesio con la sua eccezionale carica di entusiasmo e forza immaginativa, che soltanto in sogno può rivelarsi. Colpisce la circostanza delle notte di San Martino, che è destinata a ripetersi più volte. Cartesio potrebbe averci ricamato sopra, ma i sogni devono essere accettati. Ne conseguì il viaggio devozionale al santuario di Loreto? Preferiamo pensare che in mezzo ci sia un altro fatto importante, che Cartesio però collegò a quei sogni avuti in Germania nel 1619. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il testo ricopiato da Leibniz è separato dal racconto dei sogni da qualche commento sulla loro simbologia (il vento e luce significano realtà spirituali…) e sull’ispirazione dei poeti.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote97sym" name="sdfootnote97anc"><sup>97</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Inutile insistere sulle allegorie, posto che il melone potrebbe rappresentare il globo del Mondo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Il </span><span style="font-size: large;"><i>piccolo registro</i></span><span style="font-size: large;">, segnalato dall’inventario di Stoccolma, secondo G. Lewis-Rodis era già andato perduto quando Baillet scrisse la sua biografia. Quindi fu il primo documento a sparire, ben prima della morte di Legrand. Sembrò che Cartesio vi avesse scritto a suo uso un’introduzione che conteneva i fondamenti della sua algebra, ma l’avrebbe cominciata nel 1620, utilizzando caratteri </span><span style="font-size: large;"><i>cossici</i></span><span style="font-size: large;">, vale a dire simboli di incognita algebrica. Gli </span><span style="font-size: large;"><i>Esercizi per gli elementi dei solidi</i></span><span style="font-size: large;"> (ai quali si riferisce in definitiva Aczel), usavano ancora questi caratteri e potrebbero risalire secondo Pierre Costabel al 1620-1621. Si tratterebbe dunque di un lavoro di cui Cartesio non ha più parlato, che non appare affatto come una scoperta così onorevole da ricordare l’esaltazione dell’anno precedente (G. Lewis-Rodis, op. cit., p. 75). Il registro, almeno preso nell’altro verso, nella sezione degli </span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;">, rivelerebbe che durante l’inverno 1620-1621 Cartesio non fu assorbito soltanto da lavori scientifici. Leinbinz, avendo dovuto seguire nella sua copia la sucessione delle pagine in una stessa sezione, fa apparire dopo la data del 23 settembre una serie di sei frammenti che esplorano le altezze dell’Olimpo con maggiore ampiezza dell’anno precedente (Rodis-Lewis, p. 76). Dopo i sogni, Cartesio avrebbe abbozzato qualche considerazione sulle sulla figurazione sensibile delle realtà spirituali, e con l’ispirazione dei poeti avrebbe tracciato una visione d’insieme sulle corrispondenze tra spirituale e le figure sensibili (insomma stava meditando sul </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;"> di Platone). Si sarebbe ancora ben lontani dalla futura metafisica, contentandosi Cartesio di riflettere sull’amore, sulla carità e sull’armonia. Queste meditazioni lo portano a riflettere sulla </span><span style="font-size: large;"><i>Genesi</i></span><span style="font-size: large;"> della Bibbia. Vi si coglie persino l’espressione dell’infinito nel finito. In tutto l’</span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;"> si componeva di una ventina di righe a caratteri grandi, di notevole intensità.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote98sym" name="sdfootnote98anc"><sup>98</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dopo i </span><span style="font-size: large;"><i>Preamboli</i></span><span style="font-size: large;">, ove Cartesio enunciava di voler scoprire la verità e di avanzare mascherato, Leibniz lesse più oltre le seguenti parole: </span><span style="font-size: large;"><i>TESORO MATEMATICO DI </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">POLYBIUS</span></i></span><span style="font-size: large;"><i> IL COSMOPOLITA</i></span><span style="font-size: large;"> – </span><span style="font-size: large;"><i>Che fornisce al</i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">lettore</span></i></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote99sym" name="sdfootnote99anc"><sup>99</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> (sic – n.d.r.) </span><span style="font-size: large;"><i>i veri mezzi per risolvere tutte le difficoltà di questa scienza; vi si dimostra che, su queste difficoltà, lo spirito umano non può trovare nulla di più. Questo per liberarsi delle chiacchiere oziose e per bandire l’imprudenza di taluni che promettono di mostrare nuovi miracoli in tutte le scienze. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio aveva progettato di scrivere un libro su una importante scopetta matematica servendosi di uno pseudonimo, che poi poteva richiamarsi al suo nome di battesimo, di </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;">Rinato</span></span><span style="font-size: large;">? E subito dopo: </span><span style="font-size: large;"><i>Offerto, </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">ancora una volta</span></i></span><span style="font-size: large;"><i>, agli studiosi eruditi del mondo intero, e specialmente a </i></span><span style="font-size: large;"><i><b>G.F.R.C.</b></i></span><span style="font-size: large;"> Ma c’è qualcosa che non quadra. Si tratterebbe di una intenzione, che poi è già data per fatto compiuto. E’ inutile che Aczel (p. 14) si affanni a dire che i </span><span style="font-size: large;"><i>Preamboli</i></span><span style="font-size: large;"> e l’</span><span style="font-size: large;"><i>Olympica</i></span><span style="font-size: large;"> annunziavano la </span><span style="font-size: large;"><i>mirabile scoperta</i></span><span style="font-size: large;">. Di quel scoperta si poteva trattare? Insomma, secondo Aczel, la scoperta mirabile sarebbe stata quella della formula di Eulero, però mai rivelata per ragioni che non convincono fino in fondo. La Rodis-Lewis (op. cit., pp. 53 ss.), sembra invece affacciare la perplessità di Cartesio circa il sapere dei Rosa-Croce, è in questo contesto fa riferimento al lungo titolo che troneggia nel mezzo di una pagina nella prima sezione personale del registro, appunto il </span><span style="font-size: large;"><i>Tesoro</i></span><span style="font-size: large;">. E si chiede infine: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Com’è possibile che autori seri abbiano potuto domandarsi se Descartes avesse terminato quest’opera, quando è evidente che non aveva neppure cominciato</i></span><span style="font-size: large;">? &gt;&gt;. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ne sappiamo meno di prima. Aczel punta sulla formula dei poliedri, che però non è neppure perfettamente chiarita da Costabel. Per altri biografi l’opera di </span><span style="font-size: large;"><i>Polybius</i></span><span style="font-size: large;"> sarebbe stata perduta, per la Rodis-Lewis non sarebbe stata mai cominciata. Ma queste annotazioni, sparite con le altre carte, fanno parte del riassunto o degli appunti incompleti presi da Leibniz, e trovano alcuna conferme nella biografia di Baillet, che è insostituibile. Infine il pellegrinaggio a Loreto avvenne alcuni anni dopo. Invece la nuova scienza compare nel </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso sul metodo</i></span><span style="font-size: large;">, ma molti anni dopo. Tuttavia Cartesio non si volle ai separare da quegli appunti. L’enigma esiste e come. Tra il 1620 e il 1623 Cartesio avrebbe composto, dopo l’incontro con Johann Faulhaber (1580-1635), uno dei maggiori matematici tedeschi di quegli anni, sicuramente Rosa-Croce, nel periodo tra il 1620 e il 1623, i </span><span style="font-size: large;"><i>Progymnasmata</i></span><span style="font-size: large;"><i>de solidoirum elementis</i></span><span style="font-size: large;">,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote100sym" name="sdfootnote100anc"><sup>100</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> mai pubblicato (?), di cui però non vi è alcuna traccia nell’inventario di Stoccolma. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Gli appunti di Leibniz (una pagina e mezza), hanno consentito di stabilire che almeno una sezione del taccuino segreto era dedicata ai solidi del Timeo. Questa parte del manoscritto sarebbe stata cifrata (secondo Baillet), ma Leibniz sarebbe venuto a capo del codice. Del registro segreto in pergamena, sparito in chissà quali circostanze, resta soltanto questo estratto.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote101sym" name="sdfootnote101anc"><sup>101</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Poiché queste pagine sono dedicate ai solidi platonici del </span><span style="font-size: large;"><i>Timeo</i></span><span style="font-size: large;">, Cartesio ne è l’illustre mediatore. Prima di rivolgerci all’argomento, ci è sembrato utile fornire un breve profilo funzionale di Platone, di G. W. Leibniz e di Cartesio, partendo da quest’ultimo, ma passando attraverso i Pitagorici.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote102sym" name="sdfootnote102anc"><sup>102</sup></a></span></sup></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>CARTESIO, LEIBNIZ E PLATONE</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">René Descartes nacque il 31 marzo 1596 a La Haye,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote103sym" name="sdfootnote103anc"><sup>103</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> in Francia, nei pressi di Poitiers, nella verde regione della Turenna. I suoi antenati, sia paterni che materni, erano stati dei famosi medici. Il padre, Joachim Descartes, era consigliere del Parlamento della Bretagna, e risiedeva per ragioni di servizio a Rennes. La madre, Jeanne Brochard, gli aveva lasciato molte proprietà terriere, dalla cui oculata vendita Cartesio ricavò cospicue somme. Nel 1607, all’età di 11 anni, entrò nel prestigioso collegio dei Gesuiti a La Flèche, che era stato istituito, tra la fine del 1603 e il 1604, dal re Enrico IV, un buon re che fu poi assassinato di pugnale il 14 maggio del 1610 da un visionario ex fogliante di nome Ravaillac. Il cuore del re venne sepolto nella cappella del Collegio dei Gesuiti, dove tra i primi allievi figurava Mersenne, che aveva 8 anni più di Cartesio. Nel 1611, a La Flèche, venne celebrata la scoperta dei satelliti di Giove, effettuata da Galileo con suo cannocchiale. Qui Cartesio potrebbe aver letto un libro del padre Richeome, </span><span style="font-size: large;"><i>Il pellegrino di</i></span><span style="font-size: large;"><i>Loreto</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dopo aver conseguito la licenza nel 1615, Cartesio studiò legge a Poitiers, ottenendo il baccellierato in diritto canonico e civile. </span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote104sym" name="sdfootnote104anc"><sup>104</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Si recò poi a Parigi (Cartesio era un abile spadaccino), e dopo un periodo di grande spensieratezza (fu anche un abilissimo e ammirato giocatore d’azzardo), si consegnò all’isolamento per coltivarsi nello studio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1618 si arruola in uno dei due reggimenti francesi dell’esercito del principe Maurizio Nassau-Orange. A Breda fa la conoscenza il matematico olandese Isaac Beeckam,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote105sym" name="sdfootnote105anc"><sup>105</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> il primo serio studioso che accortosi del grandissimo talento matematico del giovane francese, lo spinge alla ricerca. Nel 1619, all’età di 23 anni, Cartesio si arruola una seconda volta, nell’esercito cattolico del duca Massimiliano di Baviera, e trascorre alcuni mesi a Neuberg, sul Danubio. A Ulm fa la conoscenza del rosa-crociano Faulhaber, notevolissimo matematico, che sembra riferirsi a Cartesio quando accenna a un </span><span style="font-size: large;"><i>Carolus Zolindius</i></span><span style="font-size: large;">, che potrebbe essere </span><span style="font-size: large;"><i>Polybius-</i></span><span style="font-size: large;">Cartesio.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote106sym" name="sdfootnote106anc"><sup>106</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio era letteralmente affascinato dall’ordine che regnava nella vita militare ed anche dalla geometria delle manovre dei vari reparti.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote107sym" name="sdfootnote107anc"><sup>107</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">Viaggiò instancabilmente da un luogo all’altro. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La notte del 10 novembre 1619 Cartesio ebbe tre eccezionali sogni, uno di seguito all’altro, e </span><span style="font-size: large;"><i>pieno di entusiasmo</i></span><span style="font-size: large;"> avrebbe scoperto, in quest’occasione onirica, </span><span style="font-size: large;"><i>i fondamenti di una scienza mirabile</i></span><span style="font-size: large;">.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote108sym" name="sdfootnote108anc"><sup>108</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1623-1625 compì un viaggio in Italia, e si recò anche al santuario di Loreto,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote109sym" name="sdfootnote109anc"><sup>109</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> nelle Marche, per scogliere il suo voto a riguardo della meravigliosa scoperta. Cominciò ad aggirarsi in tutta l’Europa, finché nel 1628-29 si stabilì in Olanda,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote110sym" name="sdfootnote110anc"><sup>110</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> dove rimase per 20 anni, cambiando però continuamente località.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote111sym" name="sdfootnote111anc"><sup>111</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1649 accolse finalmente l’invito della regina Cristina di Svezia (che era stato favorito dall’interessamento diretto dell’ambasciatore francese a Stoccolma Pierre Chanut), la quale gli aveva inviato un ammiraglio con tanto di nave, giungendo a Stoccolma il 4 di ottobre, dopo un mese di pericolosa navigazione causa il clima avverso. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio muore a Stoccolma, nella sede dell’ambasciata francese ove aveva alloggio, l’11 febbraio 1650, ufficialmente per una polmonite.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Amir Aczel ripercorre la biografia di Cartesio, sottolineando le relazioni scientifiche e quelle umane, accanto ad altri aspetti strettamente privati. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Indubbiamente, Cartesio fu assai timoroso dell’Inquisizione, che aveva già duramente colpito Galileo Galilei, e dunque si cautelò, tanto più che egli era decisamente eliocentrico, quando la Chiesa, in base alle Scritture, prese a combattere l’ipotesi che la Terra ruotasse intorno al sole, e non fosse più al centro dell’Universo. Fra il 1627 e il 1628, inseritosi nel circolo di padre Marin Mersenne,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote112sym" name="sdfootnote112anc"><sup>112</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Cartesio scrisse gran parte delle </span><span style="font-size: large;"><i>Regole per la direzione dell’ingegno</i></span><span style="font-size: large;">. Nel 1633, informato della condanna del grande fiorentino, rinunciò a pubblicare in Olanda un suo trattato di fisica, che si intitolava il </span><span style="font-size: large;"><i>Mondo</i></span><span style="font-size: large;">, ovvero </span><span style="font-size: large;"><i>Trattato sulla luce</i></span><span style="font-size: large;">, </span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote113sym" name="sdfootnote113anc"><sup>113</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> in quanto fondato sulla teoria eliocentrica copernicana e sulle nuove concezioni di Keplero.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote114sym" name="sdfootnote114anc"><sup>114</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1637 esce anonimo, a Leida, l’opera fondamentale che lo consegnò a fama imperitura e lo fece conoscere universalmente in tutta Europa, il </span><span style="font-size: large;"><i>Discorso sul metodo.</i></span><span style="font-size: large;"> Quest’opera opera filosofica conteneva tre appendici: la </span><span style="font-size: large;"><i>Diottrica</i></span><span style="font-size: large;">, le </span><span style="font-size: large;"><i>Meteore</i></span><span style="font-size: large;"> e la </span><span style="font-size: large;"><i>Geometria</i></span><span style="font-size: large;">. Quest’ultimo allegato del </span><span style="font-size: large;"><i>Metodo</i></span><span style="font-size: large;"> ha rivoluzionato la matematica, aprendo la via a quella moderna. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel 1644 scrisse e pubblicò </span><span style="font-size: large;"><i>I principi filosofia</i></span><span style="font-size: large;">, mentre nel 1645 dà inizio alle </span><span style="font-size: large;"><i>Passioni dell’anima</i></span><span style="font-size: large;">, ambedue dedicate alla principessa Elisabetta di Boemia che dall’età di due anni si trovava in esilio con la sua famiglia scappata da Praga dopo la conquista cattolica.</span><span style="font-size: large;">Nel 1648 risponde agli attacchi dell’allievo infedele Regio, col quale aveva rotto nel 1646, indirizzandogli le </span><span style="font-size: large;"><i>Osservazioni su un certo manifesto.</i></span><span style="font-size: large;">Nel 1648 si rifugia in Francia, mentre in Olanda infuria la Fronda, e a Parigi progetta d’istituire una scuola di arti e mestieri. Morto Mersenne, il ruolo di corrispondente di Cartesio viene assunto da Pierre de Carcavi. Verso la meta del 1649, dopo alcuni tentennamenti, accetta l’invito della regina Cristina, per morire pochi mesi dopo, a Stoccolma. Sulla morte di Cartesio, a parte l’ipotesi delittuosa, regnano due versioni: quella altamente edificante del Baillet, e quella del medico nemico di Cartesio, che perfidamente la descrisse come </span><span style="font-size: large;"><i>un epilogo indegno di un così grande filosofo</i></span><span style="font-size: large;">. I resti di Cartesio riposano nella vecchia chiesa di Saint-Germain-des-Prés.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La sua lucida filosofia, scrupolosamente metodica e razionale, si fonda sulla geniale intuizione dell’esistenza indubitabile del pensiero che pensa. Ma questa intuizione basilare è già presente nel frammento 3 del poema sulla natura di Parmenide di Elea, se adeguatamente analizzato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dell’aspetto fisico di Cartesio, che aveva tratti marcati e amava vestirsi in modo originale, prediligendo il colore verde, che poteva ricordargli i giardini della sua terra natale non lontana dai famosi castelli della Loira, restano dipinti, ritratti, busti, incisioni e sculture. Famoso è il ritratto di Cartesio conservato al Louvre, eseguito da Frans Hals, il maestro di Harleem.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote115sym" name="sdfootnote115anc"><sup>115</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ciò che sopravvive è il suo genio matematico. Oggi, la modernità tecnologica fa ovunque impiego della geometria analitica delle coordinate: dal sistema satellitare Gps, ai pixel dei videoschermi. Cartesio fu anche un grande fisico teorico, scoprendo tra l’altro la legge d’inerzia, il principio di minima azione (ripreso in seguito da Maupertuis), e la legge di rifrazione (prima di Snellius).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non fu insensibile al fascino femminile. Cartesio si innamorò da bambino di una ragazzina strabica. Quando realizzò che il fascino dipendeva da quel difetto, si rese immune. Nella Turenna si disse che avesse avuto una relazione con una donna chiamata La Menaudière. Cartesio non aveva fatto voto di castità ed era molto sensibile al fascino femminile. Abilissimo spadaccino, ebbe pure un duello, nel 1625, ad Orleans, per una dama che lo amava, certa Madame de Rosay, che avrebbe anche potuto sposare. Non uccise l’avversario, ma abilmente lo disarmò, con una colpo magistrale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Durante il soggiorno in Olanda ebbe una relazione (1634) con una strana donna, cha sapeva leggere e scrivere, ma faceva la domestica.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote116sym" name="sdfootnote116anc"><sup>116</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Forse contrasse un matrimonio segreto, ed ebbe certamente una figlia che adorava, Francine, morta a 6 anni di scarlattina. Tra la giovane principessa Elisabetta di Boemia e Cartesio che aveva superato i quarant’anni, sorse probabilmente una profonda relazione sentimentale, accanto a quella intellettuale, poiché la principessa decaduta, era grandemente dotata sotto ogni punto di vista. Con la regina Cristina, che amava panni maschili ed era androgina, per quanto giovanissima tutto si volse sul piano del rapporto tra maestro e allieva regale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La regina Cristina di Svezia (1626-1679), che abdicò dal trono nel 1654 e in seguito non volle mai sposarsi, serbò per tutta la vita una grande stima di Cartesio, che aveva contribuito, nei pochi mesi in cui ne fu il precettore, alla sua profonda conversione al cattolicesimo. Se volessimo tirare un bilancio generale col beneficio dell’inventario (poiché il dubbio sistematico appare in questo caso di un livello troppo elevato), potremmo azzardare che Cartesio non è ancora del tutto conosciuto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">G. W. Leibniz (1646-1716), l’altro grande personaggio della vicenda del taccuino segreto, nato a Lipsia, fu un genio precocissimo, un grande filosofo e un grandissimo matematico. Nel 1666, dopo il dottorato in diritto e in filosofia conseguito a Jena, venne cooptato dai Rosa-Croce a Norimberga, divenendone il segretario. Qui si legò al barone di Boneburg, che lo introdusse alla corte dell’Elettore di Magonza Giovanni Filippo. Decisivo fu il soggiorno a Parigi, dal 1672 al 1676, ove entrò in contatto con Arnaul, Malebranche e Huygens. Durante un breve soggiorno a Londra visitò la Royal Society e conobbe Newton. In Olanda conobbe Spinoza, il grande filosofo monista. Divenuto bibliotecario ad Hannover, qui morì, lasciando una grande quantità di carte. Viaggiò anche in Italia (verso il 1690), e si fece promotore di vaie istituzioni scientifiche, compresa l’Accademia delle scienze di Berlino (1700). A Parigi perfezionò nelle scienze e in matematica, ed è di questo periodo la scoperta del calcolo infinitesimale pubblicato però nel 1684. Compose varie opere filosofiche che tuttavia non ebbero mai il carattere di un vero e proprio trattato, e negli ultimo anni di vita compose i </span><span style="font-size: large;"><i>Saggi di Teodicea</i></span><span style="font-size: large;"> (1710) e la </span><span style="font-size: large;"><i>Monadologia</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Ammirò la grandezza di Cartesio e ma criticò alcuni aspetti di qusto sistemo che lasciavano poco spazio al libero arbitrio e sollevavano gravi problemi nella relazione mente-corpo. Interessato alla logica e alla matematica, ove eccelleva, non solo ebbe una robusta scontro con Newton a proposito della paternità del calcolo infinitesimale, ma la notazione introdotta da Leibniz finì per avere il sopravvento sui fluenti e sulle flussioni di Newton che nei </span><span style="font-size: large;"><i>Principia</i></span><span style="font-size: large;"> non si era discostato dal metodo puramente geometrico. Il vescovo e filosofo idealista irlandese George Berckeley (1685-1753) sollevò gravi obiezioni di metodo a proposito del calcolo infinitesimale, che pure funzionava e le cui remote origini si vorrebbero ricondurre al metodo per </span><span style="font-size: large;"><i>esaustione</i></span><span style="font-size: large;"> risalente a Eudosso e ad Archimede, forse larvatamente ispirati dall’atomista ionico Democrito. I fondamenti più solidi del calcolo infinitesimale, che insieme alla geometria analitica di Cartesio aprì la via alla grande matematica moderna, furono individuarti soltanto alla fine dell’800.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote117sym" name="sdfootnote117anc"><sup>117</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nel pensiero di Leibniz assunse una grande importanza la costruzione di una nuova logica o </span><span style="font-size: large;"><i>organo</i></span><span style="font-size: large;">, chiamata </span><span style="font-size: large;"><i>caratteristica universale</i></span><sup><span style="font-size: large;"><i><a href="#sdfootnote118sym" name="sdfootnote118anc"><sup>118</sup></a></i></span></sup><span style="font-size: large;"> o </span><span style="font-size: large;"><i>logica combinatoria</i></span><span style="font-size: large;">, intesa come </span><span style="font-size: large;"><i>calcolo </i></span><span style="font-size: large;">o </span><span style="font-size: large;"><i>algebra generale</i></span><span style="font-size: large;"> capaci di fornire dimostrazioni necessarie come quelle matematiche. L’idea consisteva nel sostituire all’oscurità e ambivalenza del linguaggio ordinario, dei caratteri o simboli precisi e in equivoci, esattamente corrispondenti alle definizioni.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote119sym" name="sdfootnote119anc"><sup>119</sup></a></span></sup></p>
<p><span style="font-size: large;">Questo programma si inseriva nel vasto orizzonte del superamento delle controversie che dividevano i popoli, nella speranza di raggiungere una vera comunicazione tra lingue e civiltà diverse, superando differenze ideologiche e religiose.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Con la </span><span style="font-size: large;"><i>Monadologia</i></span><span style="font-size: large;"> (che si fondava sul principio degli indiscernibili), cercò di conciliare l’ordine dell’universo, il provvidenzialismo divino e la libertà umana. Ne conseguì la dottrina dell’armonia prestabilita. Per Leibniz questo era il migliore dei mondi possibili (</span><span style="font-size: large;"><i>Saggi di Teodicea</i></span><span style="font-size: large;">, I, 9).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote120sym" name="sdfootnote120anc"><sup>120</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> L’irridente e caustico Voltaire (1694-1778) ci scherzò sopra: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Non so se venni condotto nel migliore degli ospedali possibili. Ma sta il fatto che venni ammassato con due o tremila disgraziati che soffrivano come me. Alcuni erano stati trapanati e sezionati vivi, d altri erano state amputate bracci e gambe </i></span><span style="font-size: large;">&gt;&gt;. Ma l’idea dell’ordine universale ebbe un impatto fondamentale per l’idea del progresso nell’ambito dall’assolutismo illuminato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Qui interessa soltanto la polemica col dualismo cartesiano. Leibniz aveva cercato di sviluppare la teoria dei numeri, allo scopo di fondare sulla matematica il sapere universale, senza passare come Cartesio attraverso la geometria e la meccanica. L’ostacolo era dato dalla separazione tra il mondo naturale dominato dalla meccanica e il mondo umano connesso alla mente. Leibniz cercò di instaurare un ponte di collegamento, collegando idee e sensazioni (intanto nel 1690 il sensista inglese John Locke aveva pubblicato il </span><span style="font-size: large;"><i>Saggio sull’intelletto umano</i></span><span style="font-size: large;">,</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote121sym" name="sdfootnote121anc"><sup>121</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> e nel 1710 George Berkeley aveva illustrato il suo spiritualismo col </span><span style="font-size: large;"><i>Trattato sui principi della conoscenza umana</i></span><span style="font-size: large;">).</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote122sym" name="sdfootnote122anc"><sup>122</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> A tal fine concepì il mondo naturale come un insieme di sostanze finite dotate di forza. Queste forze possono dar luogo a fenomeni meccanico-dinamici, ma anche a fenomeni psicologici come le idee, con un comune ordine. Quindi non vi è separazione tra idee e oggetti, e le idee sono rappresentative delle cose, distinguendo però tra verità di fatto (di natura contingente e imprevedibile) e verità di ragione (necessariamente adeguate). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leinbiz inventò anche la macchina calcolatrice, proseguendo sulle orme di Pascal. Venne eletto a vita presidente dell’Accademia prussiana delle scienze, e fu consigliere segreto dello zar Pietro il Grande. La sua produzione fu sempre frammentaria e occasionale. L’ateismo di Spinoza non rientrava affatto nel suo conformismo religioso. Fu invece un pensatore enciclopedico, con la grande cultura di un sofista o di una prestigiosa figura rinascimentale. Non si sposò. Non ebbe eredi. Dimenticato da tutti, trascorse gli ultimi anni in solitudine. Si ignora persino dove si trovi la sua tomba.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Leibniz rivela un aspetto tardo ed evoluto del movimento occulto dei Rosa-Croce: il tentativo di superare, in nome della ragione e del progresso, le divisioni tra gli uomini. Fondando la logica simbolica, ritenne che la </span><span style="font-size: large;"><i>caratteristica universale</i></span><span style="font-size: large;"> (ambizioso progetto di formalizzazione del pensiero umano intrapreso dopo il 1670 e certamente coltivato a Parigi), avrebbe permesso di superare, senza ambiguità, anche i contrasti teologici, accostando la verità e avvicinando i popoli. Cercò di separare le varie parti di un ragionamento in componenti logiche, ciascuna delle quali doveva essere associata a un numero primo.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote123sym" name="sdfootnote123anc"><sup>123</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Leinbinz si interessò anche ai pittogrammi cinesi in vista di una linguaggio rappresentabile attraverso una stringa di simboli. Le leggi del ragionamento venivano elencate come particolari regole per operare sulle stringhe, e tutta la deduzione logica si riduceva all’esecuzione i calcoli algebrici.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote124sym" name="sdfootnote124anc"><sup>124</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cartesio, formulando la quarta regola direttiva, faceva notare che alla matematica deve essere attribuito &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>soltanto tutto ciò in cui si può ricercare un certo ordine e misura, a prescindere se questa misura debba essere indagata nei numeri, nelle figure, i nelle stelle, nei toni, o altrove. Perciò dev’esservi una </i></span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">scienza generale</span></i></span><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><i>Che spiega tutto ciò che si può esaminare secondo l’ordine e la misura, in quanto non siano riferiti a una materia particolare</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt;</span><span style="font-size: large;"><i>. </i></span><span style="font-size: large;">E’ la </span><span style="font-size: large;"><i><span style="text-decoration: underline;">mathesis universalis</span></i></span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Cosa cercava Leibniz tra i manoscritti di Cartesio nel 1676? Poiché durante il soggiorno parigino aveva cominciato ad interessarsi sempre di più alla logica simbolica, si deve presupporre che cercasse di verificare se per caso Cartesio avesse tenuto nascosto qualche principio fondamentale nell’ambito della conoscenza universale. L’ipotesi del collegamento col calcolo infinitesimale accennata da Aczel appare debole e recessiva.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Lenbniz scrive a sua volta: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Tutta la nostra attività razionale consiste semplicemente nel mettere insieme</i></span><span style="font-size: large;"><i>e sostituire dei caratteri, siano qusti parole o simboli o immagini…se riuscissimo a trovare caratteri o segni appropriati per esprimere tutti i nostri pensieri con la stessa chiarezza e precisione con cui l’aritmetica esprime i numeri e l’analisi geometrica esprime le linee, potremmo estendere ciò che si fa in aritmetica e in geometria a tutti i campi che siano riconducibili al ragionamento. Infatti tutti problemi che dipendono dal ragionamento verrebbero affrontati tramite la trasposizione di caratteri e una sorta di calcolo…E se qualcuno mettesse in dubbio i miei risultati, gli direi:”Calcoliamo, signore”, di modo che, ricorrendo a penna e inchiostro, risolveremmo la questione in breve tempo</i></span><span style="font-size: large;">&gt;&gt;.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote125sym" name="sdfootnote125anc"><sup>125</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’ottimismo di Leibniz è noto. A parte la complessità computazionale, il teorema &lt; P=NP? &gt;</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote126sym" name="sdfootnote126anc"><sup>126</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> è ancora uno dei 7 enigmi irrisolti del nuovo secolo nel terzo millennio.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote127sym" name="sdfootnote127anc"><sup>127</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Esistono indubbiamente i paradossi linguistici, che pongono una inestricabile ambiguità. Tuttavia il concetto di </span><span style="font-size: large;"><i>metalinguaggio</i></span><span style="font-size: large;"> di Alfred Tarski consente di superarli. Non si può disporre di un criterio di verità in un linguaggio o fa lo stesso in un sistema logico, senza fuoriuscire dal sistema per formulare enunciati </span><span style="font-size: large;"><i>su</i></span><span style="font-size: large;"> di esso nel suo metalinguaggio. La scoperta di nuove geometrie avrebbe limitato quella piana di Euclide (riformulata da Hilbert), e accanto a questa relativizzazione se ne porrebbero altre di natura logica, in qualunque rappresentazione simbolica o matematica. Pertanto il formalismo matematico cercò di ridurre la matematica in una rete di assiomi e di regole sufficientemente ectoplasmatiche, cioè arbitrariamente corretti.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote128sym" name="sdfootnote128anc"><sup>128</sup></a></span></sup></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">E’ venuto il momento di accennar a Platone. Le nostre annotazioni, che ovviamente non hanno pretese, servono soltanto (rispetto all’argomento) a delineare grossomodo qualche aspetto generale. A parte l’ardua questione del </span><span style="font-size: large;"><i>platonismo</i></span><span style="font-size: large;"> in matematica (una delle varie concezioni tra le quali si dibattono i matematici, in alternativa alla creazione umana e libera degli enti matematici), l’antico padre ateniese della filosofia (non soltanto della metafisica), molto disse, ma anche molto preferì tacere. I </span><span style="font-size: large;"><i>Dialoghi</i></span><span style="font-size: large;"> platonici integrati dalle </span><span style="font-size: large;"><i>Lettere</i></span><span style="font-size: large;">) sono la splendida punta emergente di un corpo di dottrine orali o segrete.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote129sym" name="sdfootnote129anc"><sup>129</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> Anche in questo caso cominceremo da un sogno. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">&lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Si racconta che Socrate abbia sognato di tenere sulle ginocchia un piccolo cigno, che subito mise le ali, volò via e cantò dolcemente, e che il giorno successivo si presentò a lui Platone, ed egli disse che quel piccolo cigno era proprio lui</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt; (Diogene Laerzio, III 5). </span><span style="font-size: large;"><i>Fedone</i></span><span style="font-size: large;">, 85 B: &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Anch’io mi ritengo compagno dei cigni nel loro servizio e sacro al medesimo dio, Apollo, e ritengo di avere avuto dal dio il dono della divinazione </i></span><span style="font-size: large;">&gt;&gt;. &lt;&lt; </span><span style="font-size: large;"><i>Platone era nato nel settimo giorno del mese di Targellione,</i></span><sup><span style="font-size: large;"><i><a href="#sdfootnote130sym" name="sdfootnote130anc"><sup>130</sup></a></i></span></sup><span style="font-size: large;"><i> nello stesso giorno in cui i Deli dicono sia nato Apollo</i></span><span style="font-size: large;"> &gt;&gt; (Diogene L., III, 2). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">La dottrina delle idee ingloba una grande profondità matematica, che attiene ai </span><span style="font-size: large;"><i>numeri ideali</i></span><span style="font-size: large;">, una sorta di anticipazione delle moderne concezioni degli insiemi di Cantor.</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote131sym" name="sdfootnote131anc"><sup>131</sup></a></span></sup></p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">Fine della prima parte</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">(Avv. Arcangelo Papi, marzo 2014)</p>
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<div id="sdfootnote1">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> E. J. Aiton, <i>Leibniz</i>, Il Saggiatore, Milano, 1991; nonché F. Adorno, T. Gregory, V.Verra, <i>Manuale di Storia della</i> <i>Filosofia</i>, vol. II, Laterza, Bari, 1996, pp. 213 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Soltanto l’Accademia delle Scienze di Parigi lo ricordò nel primo anniversario della morte con un elogio di Fontanelle.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> Leibniz era giunto a Parigi nel marzo del 1672 in missione diplomatica allo scopo di proporre al re di Francia Luigi XIV una spedizione in Egitto per distoglierlo dalle mire sull’Olanda che avrebbero potuto minacciare la Germania. Nel 1666 Leibniz, che aveva allora appena venti anni, divenne il segretario dei Rosa Croce di Norimberga, dopo aver pubblicato a Lipsia una <i>Dissertazione sull’arte</i> <i>combinatoria</i> che gli valse l’abilitazione in filosofia. In quest’opera aveva ripreso alcuni spunti dell’<i>Ars Magna</i> del teologo e filosofo catalano Raimondo Lullo, sviluppandola in senso logico-metafisico al fine di pervenire a una <i>ars inveniendi</i>, cioè a una logica della scoperta di nuove verità mediante la combinazione di concetti semplici. Nel 1674 a Parigi, aveva intrapreso i primi studi intorno al calcolo infinitesimale, la cui successiva elaborazione lo portò ad un memorabile scontro con Newton.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Nell’ottobre del 1684 sugli <i>Acta eruditorum</i> Leibniz pubblicò <i>Nova methodus pro maximis et minimis</i> in cui espose il principi formali del calcolo differenziale. In novembre, sulla stessa rivista, pubblicò le <i>Meditationes de cognitione, veritate et ideis</i>, in cui fissa le linee fondamentali della sua gnoseologia.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> L’ecclesiastico Adrien Baillet, uno dei primi biografi di Cartesio, pubblicò in Francia, a Parigi, nel 1691, <i>La Vie de Monsier</i> <i>Des-Cartes</i>, in 2 volumi, reperibile in italiano in edizione abbreviata, Adelphi, Milano, 1996. In quest’opera ci si sofferma sulle carte segrete di Cartesio. Pertanto il Baillet è insostituibile per le parti non potute copiare da Leibniz.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Claude Clerselier mantenne il possesso di tutti i manoscritti di Cartesio fino alla sua morte, intervenuta diciotto anni dopo che Leibinz ne aveva frettolosamente copiato una parte nel 1676. I manoscritti, alla morte di Clerselier, passarono in mano all’abate Jean-Baptiste Legrand, e qui furono consultati da Adrien Baillet, per la sua biografia di Cartesio, pubblicata nel 1691 Parigi in due volumi.. Dopo la morte di Legrand i manoscritti scomparvero. Quindi abbiamo soltanto alcuni frammenti trascritti da Leibniz accanto alla descrizione di alcuni altri, presente nella biografia del Baillet, che si riporta all’inventario stilato a Stoccolma da Pierre Chanut il 14 e 15 febbraio 1650. Adam e Tannery scoprirono nel 1912 che una copia di tale inventario si trovava nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Una seconda copia era stata inviata da Chanut in Olanda al padre di Christian Huygens. Quindi Leibniz sarebbe stato informato da Huygens a Parigi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p><a href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> P. Costabel, <i>Renè Descartes. Exercises pour les éléments des solides</i>, Parigi, Epimèthèe, 1987.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> <i>L’enigma di Fermat</i>, il Saggiatore, Milano, 1998; <i>Probabilità 1</i>, Garzanti, 1999; <i>L’equazione di Dio</i>, il Saggiatore, 2000; <i>Il mistero dell’Alef</i>, il Saggiatore, 2002; <i>Entanglement</i> (<i>Il più grande mistero della fisica</i>), Raffaello Cortina Editore, 2004; <i>L’enigma della</i> <i>bussola</i>, Raffaello Cortina Editore 2005; <i>Il taccuino segreto di Cartesio</i>, Mondatori, 2006; <i>Pendulum: Lèon Foucault e il trionfo della scienza</i>, il Saggiatore, 2006. Vale la pena di accennare all’argomento del primo di questi libri. Pierre de Fermat (1601-1665), era un giurista francese nato a Tolosa, contemporaneo di Cartesio (1596-1650), di padre Marin Mersenne (1588-1648), che svolse un importante ruolo di tramite fra i maggiori scienziati dell’epoca, e di Blaise Pascal (1623-1662). Nel 1638, studiando l’<i>Aritmetica</i> di Diofanto (il misterioso algebrista greco-alessandrino del III sec. d. C.), nella traduzione latina edita nel 1621 a Parigi da Gaspar Bachet di Mèiziriac, che pure era accompagnata da savi commenti e dotte note, Fermat, che era un genio, aveva a sua volta effettuato diverse annotazioni direttamente sul testo, via via che leggendo l’opera gli affacciavano certe idee. I suoi interessi non riguardavano solo la geometria, ma anche lo studio dei numeri interi (criteri di divisibilità, numeri primi, numeri perfetti, ecc.) e la ricerca di soluzioni intere di vari tipi di equazioni algebriche, dopo il contributo dato da Viète (1540-1603) a questo settore che aveva avuto grande importanza per i matematici arabi. (P. de Fermat, <i>Osservazioni su Diofanto</i>, a cura di A. Conte con prefazione di G. Colli, Bollati Boringhieri, 2006<i>; Fermat</i>, Quaderno de Le Scienze n.24, dicembre 2001, pp.82 ss.). Riflettendo sulla questione 28 del secondo libro dell’<i>Aritmetica</i> di Diofanto, Fermat ebbe un altro dei suoi colpi di genio o improvvise intuizioni. Non bastandogli il margine della pagina, annotò brevemente: &lt;&lt; <i>Non è possibile dividere un cubo in due cubi, o un biquadrato in due biquadrati; né in generale dividere alcuna altra potenza </i><i><span style="text-decoration: underline;">di grado superiore al secondo</span></i><i> in due altre potenze dello stesso grado: della qual cosa ho scoperto una </i><i><span style="text-decoration: underline;">dimostrazione</span></i><i> veramente </i><i><span style="text-decoration: underline;">mirabile</span></i><i>, che non può essere contenuta nella ristrettezza del margine </i>&gt;&gt;. Questa affermazione (chiamata dai moderni l’ultimo teorema di Fermat) stabilisce che non si può andare oltre le c.d. terne pitagoriche. La relazione che la somma di due quadrati può essere a sua volta un quadrato (espressione del teorema di Pitagora utilizzando tre numeri naturali diversi con esponente 2: ad es. &lt; 3 per 3 + 4 per 4 = 5 per 5 &gt;), è vera soltanto per la seconda potenza. Con esponenti superiori a 2 la relazione è falsa. Fermat si limitò all’asserzione, già di per se stessa stupefacente, ma non fornì alcuna dimostrazione (eccetto forse il caso dell’esponente 3 ). Ad una questione così facilmente enunciabile corrisponde infatti un immensa dimostrazione, ottenuta soltanto pochi anni fa. A partire da Leonardo Eulero (1707-1783), che fornì una dimostrazione di impossibilità per la terza potenza, tanti altri illustri matematici provarono, per oltre tre secoli, a giungere per gradi alla dimostrazione definitiva, valida per tutti i casi fino all’infinito, che Fermat aveva sostenuto di possedere ma che non aveva potuto trascrivere non bastandogli il margine del foglio. Soltanto nel 1994 il matematico inglese Andrew Wiles (al quale non venne assegnata la prestigiosa medaglia Fields recante il ritratto di Archimede ed equivalente al Nobel per la matematica in quanto avena già superato i 40 anni di età) pervenne, dopo strenue fatiche con oltre duecento pagine di raffinatissima matematica ultramoderna, alla dimostrazione definitiva del teorema. Fermat è l’inventore del metodo dimostrativo della <i>discesa infinita</i>. I matematici pensano che Fermat, per quanto avesse enunciato un teorema esatto e avesse dichiarato di averne la prova generale, in realtà non possedesse una vera dimostrazione. Tuttavia non è categoricamente escluso che possa esistere una via molto più semplice di quella utilizzata da Wiles, che è infatti di estrema complessità, alla portata di Fermat che tuttavia neppure lontanamente poteva immaginare gli innumerevoli teoremi di massima sofisticazione chiamati in causa nella dimostrazione moderna di Wiles. Anche Cartesio, che è stato il fondatore della matematica moderna, fu attratto da alcuni problemi inerenti al cubo, come la duplicazione dell’altare di Delo, antico problema insoluto della geometria greca, implicante l’estrazione la radice cubica, un algoritmo che non può essere costruito geometricamente con riga e compasso. <i> </i></p>
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<div id="sdfootnote9">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Su Cartesio scienziato vedi ad es. <i>Storia della</i> <i>Scienza moderna e contemporanea</i> diretta da Paolo Rossi, vol. 1, <i>Dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi</i>, Torino, U.t.e.t, 1998, passim; M. Mamiani, <i>Storia della scienza moderna</i>, Laterza, Bari, 1998, passim; G. Preti, <i>Storia</i> <i>del pensiero scientifico</i>, Mondatori, Milano, passim; Quaderno de Le Scienze n. 16, ottobre 2000, collana I grandi della scienza, <i>Cartesio</i> (<i>La spiegazione del mondo fra scienza e metafisica</i>), a cura di Ettore Lojacono, il traduttore italiano di Cartesio.</p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a> Il titolo dell’opera era <i>Discorso sul Metodo per guidare correttamente la Ragione e ricercare</i> <i>la Verità nelle Scienze</i>; <i>inoltre, saggi di questo Metodo in Diottrica, Meteore, Geometria</i>. L’opera venne pubblicata l’8 giugno 1637, quando Cartesio aveva 41 anni. Vincendo ogni riserbo, scrisse in francese anziché in latino, dopo che nel 1633, l’anno del processo a Galileo, aveva rinunciato a pubblicare <i>Il Mondo</i> ovvero <i>Il Trattato della Luce</i>, per timore dell’Inquisizione. Quest’opera fu pubblicata postuma a Parigi nel 1664.</p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a> Il termine di <i>geometria analitica</i> venne usato in seguito, per distinguere la geometria cortesia da quella greca, che era infatti <i>sintetica</i>. La grande scoperta nasceva dall’esatta risposta alla domanda di quale relazione intercorresse tra il calcolo dell’aritmetica e le operazioni della geometria. Cartesio fornì una base geometrica alle operazioni algebriche, mostrando che le cinque operazioni aritmetiche (compresa l’estrazione della radice quadrata), corrispondono a semplici operazioni geometriche effettuaste con la riga e il compasso. Nel XVII secolo si produsse l’assorbimento dell’antica matematica greca. Il metodo delle coordinate di Cartesio aveva qualcosa in comune con quello di Fermat, individuato nel 1629, ma fu risolto in modo innovativo, profondamente diverso. Secondo quanto lasciò scritto il matematico olandese Isaac Beeckman, le idee di Cartesio sulla geometria delle coordinate risalgono al 1619, cioè all’epoca stessa del taccuino segreto e dell’estratto che ne fece Leibniz a Parigi: cfr. M.Kline, <i>Storia del pensiero matematico</i>, Einaudi, Torino, vol. I, 1999, p. 368; C. B. Boyer, <i>Storia della matematica</i>, Mondadori, Milano, 1890, p. 386, a proposito della datazione della formula segreta di Cartesio (concernente i poliedri semplici e attribuita a Eulero che la pubblicò nel 1730 a Pietroburgo), che risalirebbe anch’essa al 1619, vale a dire all’epoca immediatamente seguente ai tre famosi sogni fatti da Cartesio in Germania nella notte di San Martino.</p>
</div>
<div id="sdfootnote12">
<p><a href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a> Vedi G. Rodis-Lewis, <i>Cartesio</i> (<i>Una biografia</i>), 1995, trad.it. 1997, Editori Riuniti, Roma, pp.45 ss. e 74 ss.</p>
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<div id="sdfootnote13">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote13anc" name="sdfootnote13sym">13</a> Esistono altre biografie di Cartesio, composte nel XVII secolo. Tre anni dopo la sua morte, il tedesco Daniel Lipstorp compose due piccole opere in latino, che presentavano una breve biografia. L’opera di Baillet è tuttavia completa e assai accurata.</p>
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<div id="sdfootnote14">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote14anc" name="sdfootnote14sym">14</a> G. Rodis-Lewis, op. cit., p. 6, fa presente che Legrand fu un prezioso collaboratore di Baillet. Le carte di Legrand, che aveva intenzione di pubblicare un’edizione generale delle opere di Cartesio, sono sparite. Baillet si rammarica del fatto che Clerselier e Chanut, che erano grandi amici di Cartesio e ne avevano raccolte le confidenze, non abbiano scritto una biografia. Chanut fu l’autore del magniloquente epitaffio della prima povera tomba in legno di Cartesio, a Stoccolma, nel cimitero degli orfani e delle minoranze religiose.</p>
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<div id="sdfootnote15">
<p><a href="#sdfootnote15anc" name="sdfootnote15sym">15</a> Aczel, op. cit. p. 190.</p>
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<div id="sdfootnote16">
<p><a href="#sdfootnote16anc" name="sdfootnote16sym">16</a> Cfr. Aczel, op. cit., pp. 11 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote17">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote17anc" name="sdfootnote17sym">17</a> Questa ipotesi era stata affacciata per primo nel 1996 da Eike Pies, medico e storico tedesco, ed è presa in considerazione da Aczel anche in base a studi più recenti: vedi Aczel, op. cit., pp. 180 ss.</p>
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<div id="sdfootnote18">
<p><a href="#sdfootnote18anc" name="sdfootnote18sym">18</a> Vedi E. T. Bell, <i>I grandi matematici</i>, 1937, trad.it. 1950, Sansoni, Firenze, p. 35.</p>
</div>
<div id="sdfootnote19">
<p><a href="#sdfootnote19anc" name="sdfootnote19sym">19</a> Vedi ad es. I. P. Couliano, <i>Eros e magia nel rinascimento</i>, il Saggiatore, Milano, 1987.</p>
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<div id="sdfootnote20">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote20anc" name="sdfootnote20sym">20</a> Cartesio una volta disse: &lt;&lt; <i>Fermat est gascon</i>, <i>moi non</i> &gt;&gt;. Tolosa si trova in Linguadoca, nel sud della Francia, e non nel nord-ovest, come la Turenna, la regione da cui veniva Cartesio. In questa terra l’11 novembre si celebrava la festa di San Martino di Tours. La ricorrenza del 10-11 novembre è stranamente significativa nella vita di Cartesio.</p>
</div>
<div id="sdfootnote21">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote21anc" name="sdfootnote21sym">21</a> Sono chiamati <i>cartesiani</i> i seguaci di Cartesio, che si fecero propugnatori e continuatori della sua filosofia fondata sul raziocinio e sulla chiarezza. Il movimento si diffuse dapprima in Olanda, e con altri caratteri, in Germania e in Francia, nei salotti, nelle accademie, e in ambienti religiosi non dominanti, ma di grande prestigio, come gli oratoriani e i giansenisti. Uno dei problemi sollevati dalla concezione cartesiana che teneva distinta la <i>res cogitans</i> (anima o mente) dalla <i>res extensa</i> (materia o corpo), era come si potesse realizzare l’azione, posto che secondo il filosofo occorreva il contatto, vale a dire una causa meccanica. Escludendo ogni omogeneità tra anima e corpo, cioè una reciproca influenza, come posso muovere il mio braccio? Messa in questi termini, l’eccezione è impropriamente banale. L’<i>occasionalismo</i> fu la soluzione adottata dalla maggior parte dei <i>cartesiani </i>(La Forge, Clauberg, Cordemoy, Guelincx, Malebranche ecc): è Dio l’unica causa che senza intermediari di sorta produce tutti i cambiamenti. Questi sviluppi filosofici e metafisici, criticati anche da Leibniz, che aveva studiato a fondo Cartesio, non ne mettono però in ombra gli aspetti scientifici. La seconda metà del XVII secolo fu decisamente cartesiana, e lo stesso Newton dovette fare i conti non solo con la fisica professata dal francese, che non ammetteva un’azione a distanza, senza contatto. Lalande, d’Alembert e Laplace furono cartesiani. Nel XX secolo le interpretazioni di Cartesio possono essere distinte in tre indirizzi: Cartesio come scienziato; Cartesio come pensatore religioso (che cercò di conciliare la scienza di Galileo con la dottrina della Chiesa); Cartesio come filosofo fondatore del <i>razionalismo</i>, culminato in Kant e nell’idealismo, che continua a vivere in tutte le forme di trascendentalismo moderno (neokantismo, neoeghelismo, nella filosofia della scuola di Marburgo e con Husserl, nonchè dei seguaci come Cassirer). Il genio matematico e il razionalismo di Cartesio sono così luminosi che non si può fare meno di restarne profondamente colpiti.</p>
</div>
<div id="sdfootnote22">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote22anc" name="sdfootnote22sym">22</a> Cartesio aveva portato con sé il certificato di battesimo. A Leida, nell’Olanda protestante dove Cartesio aveva soggiornato a più riprese, Saumaise testimoniò che egli <i>era cattolico romano, e tra i più zelanti</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote23">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote23anc" name="sdfootnote23sym">23</a> La regina abdicò nel 1654. A Roma, nel 1677, dichiarò a padre Poisson quanta influenza ebbe Cartesio per la sua conversione al cattolicesimo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote24">
<p><a href="#sdfootnote24anc" name="sdfootnote24sym">24</a> G. Rodis-Lewis, op. cit., p. 237.</p>
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<div id="sdfootnote25">
<p><a href="#sdfootnote25anc" name="sdfootnote25sym">25</a> Aczel, op.cit., p. 121.</p>
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<div id="sdfootnote26">
<p><a href="#sdfootnote26anc" name="sdfootnote26sym">26</a> Aczel, op. cit., p. 176.</p>
</div>
<div id="sdfootnote27">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote27anc" name="sdfootnote27sym">27</a> G. Rodis-Lewis, op. cit., p. 242. Cartesio, il 30 agosto 1649, alla vigilia della partenza, si preoccupò dei suoi affari finanziari, lasciando anche precise istruzioni a Hoghelande sui libri e le lettere che rimanevano in un baule, portando però con sé quasi tutti i suoi scritti, il cui inventario fu redatto a Stoccolma nei giorni immediatamente seguenti alla sua morte. Cartesio aveva anche pensato di poter morire in viaggio. Forse furono le delusioni provate in Francia e in Olanda a tentare una nuova avventura.</p>
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<div id="sdfootnote28">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote28anc" name="sdfootnote28sym">28</a> A proposito di Assisi porremo sotto gli occhi del lettore delle notevoli sorprese a proposito di Cartesio e della regina di Cristina di Svezia. Ad Assisi, nella Basilica inferiore di San Francesco, dove si trova l’importante cappella con i magnifici affreschi di Simone Martini illustranti le storie di San Martino di Tours secondo la biografia di Sulpicio Severo, vivente ancora Cartesio si verificarono alcuni voli miracolosi del frate Giuseppe di Copertino, poi fatto santo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote29">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote29anc" name="sdfootnote29sym">29</a> Il capitano di quella nave lasciò scritto che aveva appreso da Cartesio in quelle 3-4 settimane di difficile viaggio dall’Olanda a Stoccolma, tante più cose che non in quarant’anni di navigazione. Nel 1619 il giovane filosofo si era interessato a un calcolo della distanza percorsa unicamente in base alla lettura degli astri, senza conoscere la durata del viaggio. Cartesio era un esperto anche dei problemi di navigazione.</p>
</div>
<div id="sdfootnote30">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote30anc" name="sdfootnote30sym">30</a> La morte di Cartesio è abbastanza sospetta. A Stoccolma potrebbe aver ritrovato quel clima ostile che nel 1647 aveva già segnato a Utrecht lo scontro con i calvinisti più rigidi. Il filosofo ‘cattolico’ aveva due nemici: i protestanti più accaniti e l’Inquisizione.</p>
</div>
<div id="sdfootnote31">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote31anc" name="sdfootnote31sym">31</a> Lo svedese Berzelius, trovandosi a Parigi, aveva inteso dire che le spoglie di Cartesio erano incomplete, mancando proprio la testa. Di ritorno a Stoccolma, seppe che si era appena venduto all’asta il <i>cranio di Descartes,</i> che era passato di mano in mano.<i> </i> Lo acquistò allo stesso prezzo dall’acquirente, e lo inviò in Francia dopo che Cuvier si interessò alla questione. Si tratta del cranio conservato nel museo parigino. L’ambasciatore Chanut compì dopo la morte di Cartesio azioni inspiegabili, sconsigliando la regina dall’erigere una sepoltura maestosa. Il corpo fu sepolto nel cimitero delle minoranze religiose e dell’ospizio degli orfani. Le spoglie (decapitate?) di Cartesio furono riesumate il 2 ottobre 1666 e portate in Francia, dove dopo alcune peripezie oggi riposano nell’antica chiesa di Saint-Germain-des-Près (Aczel, pp. 185-186). Il cranio attribuito a Cartesio condivide la teca con un cranio <i>Cro-Magnon</i>, vecchio di 100.000 anni.</p>
</div>
<div id="sdfootnote32">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote32anc" name="sdfootnote32sym">32</a> La cosa non è sfuggita alla Rodis- Lewis, che non manca di sottolineare questa ambiguità, rinunciando però a ricercarne le eventuali ragioni nascoste.</p>
</div>
<div id="sdfootnote33">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote33anc" name="sdfootnote33sym">33</a> G. Rodis-Lewis, op. cit. pp. 53 ss., si sofferma sulla questione, rifacendosi agli studi di G. Cohen. Beillet nega ogni appartenenza. Il problema si risolverebbe con una iniziale curiosità, seguita da qualche contatto, ma anche da una severa critica razionale, a meno che non si tratti di una maschera o schermo. Vedi anche P. Arnold, Storia dei Rosa-Croce, trad. it. Milano, Bompiani, 1991, pp. 278 ss. (Cartesio e Faulhaber).</p>
</div>
<div id="sdfootnote34">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote34anc" name="sdfootnote34sym">34</a> Il principale referente Rosa-Croce sarebbe stato il matematico tedesco Johann Faulhaber (1580-1635), conosciuto e frequentato a Ulm da Cartesio. Nel 1622 il matematico tedesco pubblicò <i>i Miracula arithmetica</i>, dove si può leggere il seguente passo: &lt;&lt; <i>Poiché il nobile molto dotto signor Carolus Zlindius</i> (<i><span style="text-decoration: underline;">Polybius</span></i>), <i>mio beneamato signore e amico mi</i> <i>ha fatto sapere che presto pubblicherà, a Venezia o a Parigi, tali tavole</i>….&gt;&gt;. Una sezione del taccuino segreto di Cartesio, i <i>Preamboli</i>, vista da Leibniz oltre che studiata dal Baillet, affermava con chiarezza che Cartesio progettava di scrivere un libro su una verità matematica servendosi dello pseudonimo di <i>Polybius il Cosmopolita</i>. La circostanza si collega bene al viaggio in Italia del 1623-1625, con una sosta anche a Venezia. Infine lo pseudonimo di <i>Polybius</i> (equivalente <i>a più vite</i> o <i>rinato</i>) sembra riferirsi al nome Réne (rinato o nato a nuova vita). La <i>maschera</i> del giovane Cartesio, che sembra ripercorrere il ricordo delle prime recite di un ragazzino timido presso il collegio dei Gesuiti a La Fleche, sarebbe stata assunta per evitare l’accusa di non avere <i>né religione, né fede</i>. Ma potrebbe trattarsi del conflitto interiore tra fede e ragione, accanto al timore di essere frainteso. Cartesio era profondamente credente, ma forse trovava arduo conciliare la sua fede (come fatto intimo e personale), con la sua filosofia razionale, per quanto fondata sulla necessaria esistenza di Dio come verità prima. Postulata la separazione tra anima e corpo, con la morte è l’anima che può staccarsi, lasciando il corpo al suo destino di disfacimento. Il che non si contrappone radicalmente con la promessa della resurrezione dei corpi. Ma una idea di questo genere poteva anche apparire pericolosa, anche nei riguardi del miracolo dell’Eucarestia.</p>
</div>
<div id="sdfootnote35">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote35anc" name="sdfootnote35sym">35</a> Il fatto che Cartesio sia vissuto per oltre 20 anni in Olanda, prima di recarsi in Svezia, altro paese protestante, è un indicatore di rilievo. In Olanda continuò a cambiare una città dopo l’altra. Questa inquietudine potrebbe nascondere il timore di certi pericoli persecutori. Indubbiamente Cartesio temeva fortemente l’inquisizione. Dopo il processo a Galileo del 1633 avvertì l’esigenza di non esporsi ritirando dalla pubblicazione il <i>Mondo</i> ovvero <i>Il trattato sulla luce</i>, che fu pubblicato postumo nel 1664.</p>
</div>
<div id="sdfootnote36">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote36anc" name="sdfootnote36sym">36</a> Il pellegrinaggio al santuario di Loreto durante il viaggio in Italia ha sollevato molti interrogativi. Non si sa bene se si fosse trattato di un voto o di una promessa. L’occasione potrebbe essere stata la serie dei tre sogni rivelatori della notte di San Martino del 10-11 novembre 1619. La questione è legata all’estratto di Leibniz dal taccuino segreto. Vedi G. Rodis-Lewis, op. cit., pp. 60 ss., nonché pp. 261 ss.: Leibniz sostituì alla parola <i>voto</i> (vocabolo generalmente ripetuto), il verbo <i>promisi</i>. Il voto fatto da Cartesio doveva essere adempiuto a piedi e in panni assai umili.</p>
</div>
<div id="sdfootnote37">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote37anc" name="sdfootnote37sym">37</a> Nei <i>Preamboli</i> del diario segreto di Cartesio datato primo gennaio 1619, si leggeva: &lt;&lt; <i><span style="text-decoration: underline;">Il timore di Dio è il principio della saggezza</span></i><i>. Come gli attori, perché il rossore della vergogna non appaia loro in volto, </i><i><span style="text-decoration: underline;">veston la maschera</span></i>…&gt;&gt;. La prima frase è un passo della Bibbia.</p>
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<div id="sdfootnote38">
<p><a href="#sdfootnote38anc" name="sdfootnote38sym">38</a> Cfr. G. Rodis-Lewis, op.cit., p. 282.</p>
</div>
<div id="sdfootnote39">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote39anc" name="sdfootnote39sym">39</a> Cartesio ebbe molti scontri polemici, il più famoso dei quali è quello dell’Università di Utrecht con Voetius (1643). Polemizzò anche con Pierre Gassendi (1592-1655), atomista fautore del vuoto che per Cartesio era inconcepibile; con il teologo Antoine Arnauld (1612-1694); ed ebbe in seguito rapporti tesi l’oldandese Isaac Beeckman, dopo un felice rapporto di amicizia.</p>
</div>
<div id="sdfootnote40">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote40anc" name="sdfootnote40sym">40</a> Pierre Gassendi (1592-1655), filosofo, matematico e fisico francese, amico e corrispondente di Mersenne, tentò di conciliare cristianesimo ed epicureismo. Copernicano eliocentrico, egli presuppose l’atomismo e il vuoto, sostenendo che la conoscenza trae alimento soltanto dall’esperienza. L’esatto contrario di Cartesio, che distingueva tre tipi di idee: le idee <i>innate</i>, le idee <i>avventizie</i> (che sembrano venire dal di fuori), e le idee <i>fatte e inventate da me stesso</i> (<i>factitiae</i>).</p>
</div>
<div id="sdfootnote41">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote41anc" name="sdfootnote41sym">41</a> Vedi R. Lauth, <i>Descartes</i> (<i>La concezione del sistema della filosofia</i>), Saggi Istituto Italiano Per Gli Studi Filosofici, Napoli, Guerini e Associati, 2000; E. Severino, <i>La filosofia</i> (<i>dai Greci al nostro tempo</i>), Milano, 1996, pp. 435 ss.; F. Adorno, T. Gregory, V. Verra, <i>Manuale di storia della filosofia</i>, vol. 2, Bari, Laterza, pp. 151 ss.; P. Emanuele, <i>Cogito</i> <i>ergo sum</i> , Salani, Milano, 2001, pp. 165 ss; idem<i>, I cento talleri di Kant</i>, Salani, Milano. 2003; R. H. Popkin e A. Stroll, <i>Filosofia per tutti</i>, Net, Milano, 2003, pp. 146 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote42">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote42anc" name="sdfootnote42sym">42</a> In Olanda Cartesio sezionò molti animali. La sua ricerca fisiologica era diretta all’epifìsi, annessa all’encefalo, detta <i>glandola pineale</i> o <i>conarium</i>. Secondo Cartesio questa ghiandola era la mediatrice insostituibile tra anima e corpo. Cartesio potrebbe aver visitato nel 1618 i giardini dell’elettore palatino di Heidelberg, dove infatti Salomon de Caus aveva costruito degli automi meccanici, dal momento che nel trattato dell’<i>Uomo </i>accenna a questi automi (nei giardini dei re, con la sola forza impressa dall’acqua), compresa la celebre colomba di Archita da Taranto (Aulo Gellio, <i>Notti Attiche</i>, X,12). Vedi M. G. Losano, <i>Storie di automi</i> (<i>Dalla</i> <i>Grecia classica alla belle époque</i>), Torino, Eunaudi, 1990. <i> </i></p>
</div>
<div id="sdfootnote43">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote43anc" name="sdfootnote43sym">43</a> Il filosofo inglese Gilbert Ryle ha coniato la frase <i>spettro della macchina</i> per indicare, al contrario, che chi si affanna cercare un’anima dentro il corpo è simile a quei primitivi che vedono per la prima volta un’automobile che si muove, ignorando l’esistenza di un motore. Secondo John Searle esistono sia la mente che il corpo: ma non sono due sostanze diverse, bensì due diverse presentazioni di una stessa sostanza: cit. da P. Emanuele, <i>Cogito Ergo Sum</i> (<i>Breve storia</i> <i>della filosofia attraverso i detti dei filosofi</i>), Salani, Milano, p. 175. Secondo Cartesio l’anima (<i>res cogitans</i>) è <i>una sostanza di cui tutta l’essenza o natura non è che pensare.</i> Ed è questa la affine posizione del matematico inglese Roger Penrose che ha dedicato molti saggi alla questione dell’intelligenza artificiale.<i> </i>Il fatto che gli animali non possedendo una mente o anima fossero come degli automi è oggi fortemente messo in discussione: vedi ad es. D. Mainardi, <i>Nella</i> <i>mente degli animali</i>, Cairo, Milano, 2006. Ma anche il paradigma evoluzionistico di Darwin ha degli oppositori, in Italia il prof. Sermonti.<i> </i></p>
</div>
<div id="sdfootnote44">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote44anc" name="sdfootnote44sym">44</a> In base a questa soluzione è Dio stesso che crea e sincronizza il continuo raccordo, e senza intermediari di sorta, produce tutti i cambiamenti che osserviamo nell’universo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote45">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote45anc" name="sdfootnote45sym">45</a> Sul problema dell’intelligenza artificiale e sul ruolo dello sperimentatore in fisica quantistica, vedi ad es. P. G. Odifreddi, <i>La fisica mente</i>, in <i>La scienza e i vortici del dubbio</i>, Università degli Studi di Perugia, Ricerche Filosofiche a cura di L. Conti e M. Mamone Capria, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999, pp. 397 ss.; nonché i vari saggi del matematico inglese Roger Penrose, che esaminano (con soluzione negativa) la questione dell’intelligenza artificiale e della componete quantistica del cervello.</p>
</div>
<div id="sdfootnote46">
<p><a href="#sdfootnote46anc" name="sdfootnote46sym">46</a> F. Adorno, T. Gregory, V.Verra, <i>Manuale di Storia della Filosofia</i>, Laterza, Bari, 1996, vol 2, p. 157.</p>
</div>
<div id="sdfootnote47">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote47anc" name="sdfootnote47sym">47</a> Sul sistema filosofico di Cartesio vedi R. Lauth, <i>Descartes</i> (<i>La concezione del sistema della filosofia</i>), Guerini e Associati, Napoli, 2000. Il fondamento della fisica secondo Cartesio è la metafisica. A proposito della materia Cartesio determina 3 leggi, dedotte dall’immutabilità divina (teoria degli urti e legge d’inerzia).</p>
</div>
<div id="sdfootnote48">
<p><a href="#sdfootnote48anc" name="sdfootnote48sym">48</a> <i>Le regole per la guida dell’intelligenza</i> si collocano tra il 1627 e il 1628.</p>
</div>
<div id="sdfootnote49">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote49anc" name="sdfootnote49sym">49</a> Vedi R. Lauth, op.cit., pp. 259 ss. Anche Cartesio iniziò, come Leibniz, ad interessarsi da giovane alle opere di Raimondo Lullo (<i>Ars compendiosa inveniendi veritatem</i>, <i>Ars generalis ultima</i> ecc.). Ciò avvenne fra il 1619-1620, con scritti di geometria, di ottica e di logica. E’ l’epoca cui risale il taccuino segreto o registro personale, datato <i>primo gennaio 1619</i>, che gli venne donato dal matematico olandese Isaac Beeckman in cambio di un piccolo <i>Compendio di</i> <i>musica</i>. Beeckman gli fece scoprire che la fisica deve essere trattata con formule matematiche.</p>
</div>
<div id="sdfootnote50">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote50anc" name="sdfootnote50sym">50</a> Occorre però fare i conti con la più profonda riscoperta della scienza antica, valorizzata dall’importante saggio del matematico italiano Lucio Russo, <i>La rivoluzione dimenticata</i> (<i>Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna</i>), Feltrinelli, Milano, I ed. 1997.</p>
</div>
<div id="sdfootnote51">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote51anc" name="sdfootnote51sym">51</a> Su questo sforzo dei Pitagorici veda l’insuperato saggio del matematico inglese E.T.Bell, <i>La magia dei numeri</i>, trad. it. 1949, Longanesi, Milano; accanto all’eccellente <i>Gnomon</i> del matematico italiano P. Zellini, (<i>Una indagine sul</i> <i>numero</i>). Adelphi, 1999.</p>
</div>
<div id="sdfootnote52">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote52anc" name="sdfootnote52sym">52</a> Ci si riferisce al libro di P. Davies e R. Hersh, <i>Il sogno di Cartesio </i>(<i>Il mondo secondo la matematica</i>), Edizioni Comunità, 1988, Milano, pp. 9 ss. Il problema della ‘matematizzazione’ della realtà, oltre che essere stato affrontato dai pitagorici, venne riproposto da Galileo: l’universo <i>è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi e altre figure geometriche</i>. Galilei si rifà ai pitagorici e al <i>Timeo</i> di Platone: cfr. E. Severino, <i>La filosofia dai greci al nostro tempo</i>, 1996, edizione Cde, p. 338. Vedi anche G. Israel, <i>La visione matematica della realtà</i>, Laterza, Bari, 1996; nonché J.Barrow, <i>La luna nel pozzo cosmico</i> (<i>Contare, pensare ed essere</i>), ed. it. 1992, Milano, Adelphi, pp. 215 ss. a proposito di Cartesio e di Leibniz. Il fisico teorico inglese P.A.M. Dirac sposò la sorella di Eugene Wigner, Margit, nel 1937. Nel 1960 Wigner scrisse un famoso articolo (in <i>Communications on Pure and Applied Mathematics</i>, 13, 1960, pp. 1-14), intitolato <i>L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze</i> <i>della natura</i>, in cui sostenne che la potenza della matematica nelle scienze fisiche può essere spiegata solo in termini di <i>miracolo</i> o di <i>magnifico dono</i> <i>che non</i> <i>siamo in grado comprendere nè di meritare</i>, come se le profonde ragioni di tale efficacia fossero poste oltre i limiti della nostra comprensione del mondo. <i> </i></p>
</div>
<div id="sdfootnote53">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote53anc" name="sdfootnote53sym">53</a> Vedi al riguardo E. Garin, <i>La cultura filosofica del rinascimento italiano</i> (<i>Ricerche e documenti</i>), Bompiani, Milano, 1994; I. P. Couliano, <i>Eros e magia nel rinascimento</i>, ed. it. 1987, il Saggiatore, Milano; W. Eamon, <i>La Scienza e i</i> <i>Segreti della Natura</i> (<i>I ‘libri di segreti’ nella cultura medievale emoderna</i>), Genova, Ecig, 1994; F. A. Yates, <i>Cabbala e</i> <i>occultismo nell’età elisabettiana</i>, Torino, Einaudi, 1982; idem <i>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</i>, Bari, Laterza, 1985; <i>L’arte della memoria</i>, Einaudi, 1972.</p>
</div>
<div id="sdfootnote54">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote54anc" name="sdfootnote54sym">54</a> Le opere di Galileo sono state raccolte dall’Istituto poligrafico e zecca dello Stato nel 1995. Vedi L. Geymonat, Galileo Galilei, Einaudi, 1957; M. Cammerota, <i>Galileo Galilei e la cultura scientifica nell’età della controriforma</i>, 2 voll., Salerno Editrice, Roma, 2004; M.Bucciantini, <i>Galileo e Keplero</i> (<i>Filosofia, cosmologia e teologia nell’Età della</i> <i>Controriforma</i>, Einaudi, 2003.</p>
</div>
<div id="sdfootnote55">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote55anc" name="sdfootnote55sym">55</a> Le opere ufficiali di Newton (<i>Principi matematici della filosofia naturale</i> e <i>Scritti di ottica</i>) sono stati pubblicati in lingua italiana dalla U.t.e.t. Collana Classici della Scienza (1965 e 1978). Vedi R. S. Westfall, <i>Newton</i>, 2 voll., trad. it. 1989, Einaudi. Coesiste accanto allo scienziato ufficiale, un Newton esoterico. Vedi M. Withe, <i>Newton -L’ultimo</i> mago, Rizzoli, Milano, 2001; B. J. Teeter Dobbs, <i>Isaac Newton &#8211; Scienziato e alchimista</i>, Ed. Mediterranee, Roma, 2002. Vedi anche V. I. Arnol’d, <i>Huygens – Barrow – Newton – Hooke</i>, Bollati Boringhieri, Milano, 1996.</p>
</div>
<div id="sdfootnote56">
<p><a href="#sdfootnote56anc" name="sdfootnote56sym">56</a> <i>La scienza nuova</i>, 1744, introduzione e note di P. Rossi, Rizzoli, Milano, 1977.</p>
</div>
<div id="sdfootnote57">
<p><a href="#sdfootnote57anc" name="sdfootnote57sym">57</a> Vedi B. Russell, <i>La saggezza dell’occidente</i>, 1959, trad. it. 1997, Tea , Milano, p. 268.</p>
</div>
<div id="sdfootnote58">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote58anc" name="sdfootnote58sym">58</a> B. Russell, op. cit., p. 251: la prima regola è di non accettare mai niente se non idée chiare e distinte; in secondo luogo dobbiamo suddividere ciascun problema in tante parti quante sono necessarie per risolverlo; in terzo luogo, i pensieri devono seguire un ordine che va dal semplice al complesso, e dove l’ordine non c’è dobbiamo introdurne uno; la quarta regola stabilisce che dobbiamo sempre esercitare il nostro controllo per esser certi che niente sia stato trascurato. Cartesio adopera questo metodo quando applica l’algebra ai problemi geometrici, creando quella che chiamiamo geometria analitica.</p>
</div>
<div id="sdfootnote59">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote59anc" name="sdfootnote59sym">59</a> Vedi H. Kueng, <i>L’inizio di tutte le cose</i> (<i>Creazione o evoluzione</i>? <i>Scienza e religione a confronto</i>), Mondadori, 2006; nonché F.J.Tripler, Fisica dell’immortalità (Dio e la resurrezione dei morti), Mondadori, 1995. Il tema del tramonto dell’<i>episteme</i> nella scienza moderna è ben esaminato da E. Severino, op. cit., pp. 841. La questione metafisica forma oggetto del citato saggio di E. T. Bell sulla <i>Magia dei numeri</i>. Poiché la scienza moderna avrebbe bandito ogni metafisica a partire da Carnai, siamo arrivati allo scientismo, di cui è in qualche modo espressione <i>Il Vangelo secondo</i> <i>la Scienza</i> di P.G. Odifreddi, Eineudi, 1999, la cui tematica radicale, malgrado il titolo principale, è chiarita dal sottotitolo: <i>Le religioni alla prova del nove</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote60">
<p><a href="#sdfootnote60anc" name="sdfootnote60sym">60</a> G.Rodis-Lewis, op. cit. p. 280.</p>
</div>
<div id="sdfootnote61">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote61anc" name="sdfootnote61sym">61</a> La massima sarebbe stata tratta dai <i>Tristia</i> di Ovidio, ma somiglia alquanto al <i>vivi nascosto</i> di Epicuro. Eppure Cartesio non era un atomista come Gassendi, non ammettendo il vuoto.</p>
</div>
<div id="sdfootnote62">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote62anc" name="sdfootnote62sym">62</a> Sui vari ritratti del filosofo (pitture, sculture, incisioni) vedi G. Rodis-Lewis, op. cit. pp. 271 ss. Cartesio aveva tratti marcati, profondi occhi scuri, ed amava il colore verde per il suo vestiario, talvolta bizzarro.</p>
</div>
<div id="sdfootnote63">
<p><a href="#sdfootnote63anc" name="sdfootnote63sym">63</a> G. Rodis-Lewis, op.cit., p. 280.</p>
</div>
<div id="sdfootnote64">
<p><a href="#sdfootnote64anc" name="sdfootnote64sym">64</a> G. Rodis.Lewis, op. cit., p. 271.</p>
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<div id="sdfootnote65">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote65anc" name="sdfootnote65sym">65</a> Ad Hannover nel 1908 fu trovato l’originale francese del dialogo <i>La ricerca della verità</i>, probabilmente appartenuto a Leibniz. Il <i>Balletto sulla pace</i> è stato scoperto nel 1920. Secondo Cassirer è assai probabile che in Svezia Cartesio abbia iniziato a comporre <i>La ricerca della verità per mezzo del lume naturale</i>…, che sarebbe stato interrotto dalla morte. Il Balletto deriva dalla pace della guerra dei 30 anni tra cattolici e protestanti, che venne celebrata a corte da Cristina di Svezia appena ventitreenne. Sembra che Socrate (secondo Platone) abbia iniziato a comporre versi poco prima della morte. Così avrebbe fatto Cartesio, prestandosi alle richieste della regina Cristina che premeva, per <i>i versi di un balletto</i> <i>che sarà danzato qui domani sera</i>. La regina che amava panni mascolini, aveva appena tenuto il ruolo di Diana (la luna) nel balletto <i>Diana vittoriosa</i>, che celebrava la sua avversione per il matrimonio.</p>
</div>
<div id="sdfootnote66">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote66anc" name="sdfootnote66sym">66</a> E. Pies, <i>Il delitto Cartesio</i>, trad. it. 1999, Sellerio, Palermo; J.M. Varaut, <i>Descartes</i>. <i>Un cavalier francais</i>, Paris, Plon, 2002. Molti uomini di corte temevano l’influenza religiosa e politica di Cartesio sulla regina protestante, che infatti abdicò nel 1654, recandosi a Roma e poi dichiarandosi cattolica. Non mancavano perciò i motivi politici per un avvelenamento, di cui il medico e storico Eike Pies avrebbe rintracciato tutti i riscontri di una indagine criminale.</p>
</div>
<div id="sdfootnote67">
<p><a href="#sdfootnote67anc" name="sdfootnote67sym">67</a> G. Rodis-Lewis, op. cit. pp. 255-256.</p>
</div>
<div id="sdfootnote68">
<p><a href="#sdfootnote68anc" name="sdfootnote68sym">68</a> Cfr. op. cit., pp. 188-89.</p>
</div>
<div id="sdfootnote69">
<p><a href="#sdfootnote69anc" name="sdfootnote69sym">69</a> A titolo di curiosità si può notare che una raffigurazione simile a quella delle orbite planetarie di Keplero secondo i 5 solidi platonici inscritti in un sfera, figura nell’edizione italiana del <i>Mattino dei maghi</i> di Pauwels e Bergier, Mondatori, 1971. Ma in questo caso si tratta di una incisione di M. C. Escher, <i>Stars</i>, 1948.</p>
</div>
<div id="sdfootnote70">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote70anc" name="sdfootnote70sym">70</a> Vedi <i>Keplero</i> (<i>semplici leggi per l’armonia dell’universo</i>), Quaderno de Le Scienze n. 13, febbraio 2000, a cura di A. .M. Lombardi. E’ probabile che il giovane Cartesio avesse conosciuto Keplero in Germania e avesse studiato con lui l’ottica. Non sembra invece che nel suo viaggio in Italia durante il soggiorno in Toscana Cartesio avesse avuto modo di incontrarsi con Galileo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote71">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote71anc" name="sdfootnote71sym">71</a> G.Loria, <i>Le scienze esatte nell’antica Grecia</i>, Cisalpino-Goliardica, Milano, 1987, ristampa anastatica dell’edizione Hoepli 1914, pag. 335, ove si accenna: &lt;&lt; <i>avere Archimede conosciuta quella celebre relazione fra i numeri dei vertici, delle facce e degli spigoli che porta i nomi di </i><i><span style="text-decoration: underline;">Descartes</span></i><i> e di Eulero, ipotesi questa che può confortarsi con l’osservazione che, basandosi su quella formola, è possibile dimostrare direttamente l’esistenza dei 13 solidi di Archimede</i> &gt;&gt;<i>. </i></p>
</div>
<div id="sdfootnote72">
<p><a href="#sdfootnote72anc" name="sdfootnote72sym">72</a> Su Lipstorp vedi G. Rodis-Lewis, op. cit., pp. 7,8,15,43,73,76,288, 299, 305.</p>
</div>
<div id="sdfootnote73">
<p><a href="#sdfootnote73anc" name="sdfootnote73sym">73</a> Sembra che Cartesio abbia scritto un trattato sulla scherma.</p>
</div>
<div id="sdfootnote74">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote74anc" name="sdfootnote74sym">74</a> Cartesio sia da parte di padre che di madre proveniva da una famiglia di illustri medici. Potrebbe darsi che il suo cattolicesimo nascondesse una lontana origine <i>catara</i>, malgrado la diversa zona geografica della Francia, la Turenna nord occidentale anziché la Francia del sud. Il fatto che Cartesio (1628) volle assistere di persona alle fasi finali dell’assedio della Rochelle durato 13 mesi, dove erano rinserrati gli ultimi Ugonotti, potrebbe costituire un altro indizio di questa traccia che non ha trovato alcun riscontro nelle biografie. Ma questa labile ipotesi potrebbe spiegare i continui timori del filosofo, la metafora della <i>maschera</i>, e persino la <i>favola del mondo</i>. Anche se non si raccorda con la testimonianza della regina Cristina di Svezia la quale asserì che la sua conversione al cattolicesimo fu stimolata da Cartesio nel breve periodo trascorso a Stoccolma, prima dell’improvvisa morte. La setta dei Rosa-Croce, sorta in Germania con la leggendaria figura di Christian Rosencreutz, potrebbe aver oscurato le proprie vere origini.</p>
</div>
<div id="sdfootnote75">
<p><a href="#sdfootnote75anc" name="sdfootnote75sym">75</a> Aczel, op. cit., p. 199.</p>
</div>
<div id="sdfootnote76">
<p><a href="#sdfootnote76anc" name="sdfootnote76sym">76</a> Op.cit., pp. 47 ss e pp. 75 ss.</p>
</div>
<div id="sdfootnote77">
<p><a href="#sdfootnote77anc" name="sdfootnote77sym">77</a> Cartesio, <i>Cogitationes privatae</i>, in <i>Opere filosofiche</i>, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1986 (cfr. Aczel, p. 3, Introduzione.</p>
</div>
<div id="sdfootnote78">
<p><a href="#sdfootnote78anc" name="sdfootnote78sym">78</a> Il che costituisce immediatamente un richiamo al teatro antico. <i>Larvatus prodeo</i> è molto più efficace della traduzione <i>avanzo mascherato</i>. L’estremo riserbo giustifica l’impressione di un segreto personale mantenuto per tutta la vita. Forse Cartesio stava elaborando una <i>scienza nuova</i>? I tre sogni della notte di San Martino del 1619 lo lasciano arguire, anche se sono passati nove mesi dall’inaugurazione di quel diario segreto.</p>
</div>
<div id="sdfootnote79">
<p><a href="#sdfootnote79anc" name="sdfootnote79sym">79</a> Il Baillet lo pone nel 1621, al ritorno dalla Danimarca verso le isole Frisone.</p>
</div>
<div id="sdfootnote80">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote80anc" name="sdfootnote80sym">80</a> Nell’agosto del 1676 Newton scrisse a Leibniz accusandolo di utilizzare il suo lavoro, sebbene i suoi lavori siano stati pubblicati soltanto nel 1736.</p>
</div>
<div id="sdfootnote81">
<p><a href="#sdfootnote81anc" name="sdfootnote81sym">81</a> Vedi Aczel, op. cit., p. 15.</p>
</div>
<div id="sdfootnote82">
<p><a href="#sdfootnote82anc" name="sdfootnote82sym">82</a> Il che evidenzia che il giovane Cartesio aveva preso le mosse dai pitagorici.</p>
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<div id="sdfootnote83">
<p><a href="#sdfootnote83anc" name="sdfootnote83sym">83</a> G. Rodis-Lewis, op. cit., p. 47.</p>
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<div id="sdfootnote84">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote84anc" name="sdfootnote84sym">84</a> Le date del primo giugno e del cinque giugno 1676, per l’inizio della copiatura e per copiatura finale del taccuino, sono quelle riportate da Leibniz sulla copia manoscritta. Ma come si spiega allora la sopravvivenza di una sola pagina e mezza? Forse sono andati perduti altri separati appunti presi qua e là da Leibniz? Oppure impiegò alcuni giorni a per la decifrazione, ma a questo punto il racconto non regge più.</p>
</div>
<div id="sdfootnote85">
<p><a href="#sdfootnote85anc" name="sdfootnote85sym">85</a> Aczel, p. 72, fa riferimento all’anno 1620.</p>
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<div id="sdfootnote86">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote86anc" name="sdfootnote86sym">86</a> Vedi <i>Timeo</i> di Platone, testo greco a fronte, nell’edizione curata da G. Reale, con note ed appendice illustrativa, Rusconi, Milano, 1994.</p>
</div>
<div id="sdfootnote87">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote87anc" name="sdfootnote87sym">87</a> Si tratta della vicenda della soluzione generale delle equazioni di terzo e quarto grado, accennata da Aczel, che si intreccia coi nomi di Nicolò Fontana, detto Tartaglia, di Scipione del Ferro, di Girolamo Cardano e di Ludovico Ferrari. Un giallo matematico rinascimentale, che può essere approfondito in E. Giusti, <i>Ipotesi sulla natura degli oggetti</i> <i>matematici</i>, Bollati Boringhieri, Milano, 1999, pp. 28 ss. Tramite E. Galois e la soluzione delle equazioni di quinto grado, siamo entrati nella c.d. teoria dei gruppi, che ha n rilievo fondamentale nella matematica e nella fisica moderna. Passato per la Toscana non sembra si sia incontrato con Galileo.</p>
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<div id="sdfootnote88">
<p><a href="#sdfootnote88anc" name="sdfootnote88sym">88</a> E. Mehl, <i>Descartes en Allemagne</i>, Strasburgo, 2001.</p>
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<div id="sdfootnote89">
<p><a href="#sdfootnote89anc" name="sdfootnote89sym">89</a> Si può notare la costante <i>Jean</i> dei nomi propri, che potrebbe essere altamente indicativa.</p>
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<div id="sdfootnote90">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote90anc" name="sdfootnote90sym">90</a> Il concordato di Bologna dell’agosto 1516 con papa Leone X, segnò la vittoria del gallicanesimo. Francesco I chiamò presso di sé in Francia Leonardo da Vinci nel 1516. Nel 1509 a Milano Luca Pacioli aveva dato alle stampe il <i>De divina</i> <i>proportione</i> con i pregevolissimi disegni a rilievo di Leonardo, in forma piena (<i>solidus</i>) e in trasparenza (<i>vacuus</i>), dei 5 solidi platonici.</p>
</div>
<div id="sdfootnote91">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote91anc" name="sdfootnote91sym">91</a> Oltre che collegarsi ad una analoga espressione usata da Keplero, la parola entusiasmo sembra riportarsi etimologicamente ad una sorta di invasamento divino.</p>
</div>
<div id="sdfootnote92">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote92anc" name="sdfootnote92sym">92</a> La <i>mirabile scienza</i> sarebbe la <i>mathesis universalis</i>, che prenderà forma compiuta nella <i>Geometria</i> allegata al Discorso sul metodo del 1637.</p>
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<div id="sdfootnote93">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote93anc" name="sdfootnote93sym">93</a> Vedi W. Pauli, <i>Psiche e Natura</i>, 1952, riproposto in edizione italiana dalla Adelphi, Milano, 2006, con nota editoriale. In quest’opera il famoso fisico riporta anche il carteggio segreto tra Keplero e Robert Fludd. Anche Dante credeva ai sogni premonitori, che secondo lui apparivano alla mattina, prima del risveglio. In antico l’arte dei sogni era molto coltivata. A parte i famosi sogni biblici, ci resta <i>L’Interpretazione dei sogni</i> di Artemidoro, II sec. a.C., che sembra anticipare la psicanalisi moderna: vedi l’edizione curata da Fabbri Editori, Milano, 1996, con prefazione di Cesare Musatti.</p>
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<div id="sdfootnote94">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote94anc" name="sdfootnote94sym">94</a> Poiché ad Assisi si conservano ancora i misterioso resti di una adiacenza della casa del poeta latino Properzio, è assai probabile che la scritta incisa con una punta metallica sull’intonaco accanto alla porta di uscita del sito magico, risalente al 22 febbraio dell’anno 367 d.C., sia stata apportata da Ausonio di ritorno in Francia dopo essersi recato a Roma da Vettio Protestato, che aveva inaugurato all’inizio di quell’anno la prefettura dell’Urbe.</p>
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<div id="sdfootnote95">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote95anc" name="sdfootnote95sym">95</a> Il fatto si spiegherebbe molto bene dal momento che il <i>Corpus omnium veterum poetarum latinorum</i> nelle edizioni reperibili nel periodo della giovinezza di Cartesio, recavano le due composizioni di Ausonio a recto e verso di pagina.</p>
</div>
<div id="sdfootnote96">
<p><a href="#sdfootnote96anc" name="sdfootnote96sym">96</a> Vedi G. Rodis-Lewis, op. cit., p. 62.</p>
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<div id="sdfootnote97">
<p><a href="#sdfootnote97anc" name="sdfootnote97sym">97</a> G. Rodis-Lewis, op. cit., p. 64.</p>
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<div id="sdfootnote98">
<p><a href="#sdfootnote98anc" name="sdfootnote98sym">98</a> G.Rodis-Lewis, op. cit., p. 78.</p>
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<div id="sdfootnote99">
<p><a href="#sdfootnote99anc" name="sdfootnote99sym">99</a> Quindi Cartesio intendeva pubblicare, oppure si tratta di un’opera ermetica capitata tra le mani del giovane filosofo? Aczel ritiene che all’intenzione di scrivere non seguì alcun risultato. Qui figura la sigla già vista nel testo: G.R.F.C. Ma se si fosse trattato di un manoscritto rosa-crociano?</p>
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<div id="sdfootnote100">
<p><a href="#sdfootnote100anc" name="sdfootnote100sym">100</a> Vedi E. Lojacono, <i>Cartesio</i>, Quaderno de Le Scienze cit., p. 19, a proposito dei Rosa- Croce.</p>
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<div id="sdfootnote101">
<p><a href="#sdfootnote101anc" name="sdfootnote101sym">101</a> Che forma oggetto del capitolo XXI del libro di Aczel.</p>
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<div id="sdfootnote102">
<p><a href="#sdfootnote102anc" name="sdfootnote102sym">102</a> Su Pitagora e Pitagorici vedi <i>Le opere e le testimonianze</i>, Mondatori, 2 voll., 2000, a cura di M. Giangiulio.</p>
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<div id="sdfootnote103">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote103anc" name="sdfootnote103sym">103</a> Si può notare l’affinità del nome del piccolissima città o villaggio natale di Cartesio con la gande città olandese, L’Aia, vicina a Leida.</p>
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<div id="sdfootnote104">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote104anc" name="sdfootnote104sym">104</a> La tesi di laurea di Cartesio venne scoperta all’Università di Poitiers nel 1985. Reca la data 10 novembre 1616. Nella vita di Cartesio tale data della vigilia della festa di S. Martino tende stranamente ripetersi per alcuni fondamentali avvenimenti, come quello della notte dei tre sogni (10-11 novembre 1619 sulle rive del Danubio).</p>
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<div id="sdfootnote105">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote105anc" name="sdfootnote105sym">105</a> In seguito i rapporti tra i due si ruppero in una astiosa polemica durante i lunghi anni del soggiorno in Olanda, in quanto il matematico olandese, colto da infondata gelosia, prese accampare inesistenti diritti sulle originali conquiste matematiche di Cartesio, che lo condussero a fondere algebra e geometria.</p>
</div>
<div id="sdfootnote106">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote106anc" name="sdfootnote106sym">106</a> Aczel, op. cit., p. 66. Avendo già ipotizzato che <i>Polybius il Cosmopolita</i> possa essere lo pseudonimo di un oscuro rosa-croce, anzichè lo pseudonimo di Cartesio in <i>maschera</i>, non aderiamo a questa identificazione dovuta a Eduard Mehl, professore di storia dell’Università di Strasburgo, il quale ritiene che Cartesio abbia pubblicato a Parigi un <i>Thesaurus mathematicus</i> sotto lo pseudonimo di Polybius.</p>
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<div id="sdfootnote107">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote107anc" name="sdfootnote107sym">107</a> Nel 1628 volle assistere all’assedio della Rochelle, ultima fortezza ugonotta affacciata sul mare. In questa drammatica occasione si interessò alla diga di sbarramento che gli ingegneri francesi stavano costruendo davanti al porto per impedire che giungessero agli Ugonotti i rifornimenti della flotta inglese e studiò le traiettorie dei colpi di cannone. In questa occasione fece la conoscenza di Desargues, al seguito del cardinale Richelieu. Un valletto di Cartesio che lo aveva accompagnato in Olanda era un profugo ugonotto. Si chiamava Jean Gillot. Cartesio si accorse del talento matematico di questo giovane servitore. In una lettera a Constantin Huygens, il padre di Christian, che era il segretario del principe d’Orange, descrisse questo ragazzo come il solo allievo che avesse avuto. Gillot continuò a studiare in Olanda con Huygnes e poi con vari matematici dell’epoca. In seguito divenne matematico ufficiale del re del Portogallo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote108">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote108anc" name="sdfootnote108sym">108</a> La parola <i>entusiasmo</i> usata da Cartesio deriva da una annotazione autografa sotto la data <i>Anno 1619 Kalendis Januarii</i>, che figurava all’interno della copertina dell’<i>Olympica</i> (documento classificato C1). Questa parola è la stessa usata da Keplero. All’epoca Cartesio si trovava in Germania. Si incontrò con Keplero? L’ipotesi sembra trovare un certo suffragio. Lueder Gaebe, studioso di Keplero, ha avanzato l’ipotesi che questo incontro abbia avuto luogo. Il primo febbraio 1620, Johann-Baptist Hebenstreit, direttore del liceo di Ulm, scrisse a Keplero a Linz chiedendogli se avesse ricevuto le lettere che un certo <i>Cartelius</i> presumibilmente gli aveva portato. Hebenstreit scriveva: &lt;&lt; Cartelius è un uomo di genuina cultura e di singolare cortesia. Non mi piace infastidire gli amici mandando loro importuni vagabondi, ma Cartelius sembra un tipo di persona diversa, e davvero meritevole della tua considerazione &gt;&gt;. Gaebe ha identificato Cartesio in questo <i>Cartelius</i>, poiché Max Caspar, curatore delle opere di Keplero, ha notato che una <i>s </i>allungata avrebbe potuto facilmente essere scambiata per una <i>l.</i> Si suppone che Cartesio abbia studiato ottica con Keplero. <i> </i></p>
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<div id="sdfootnote109">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote109anc" name="sdfootnote109sym">109</a> La leggenda vuole che la casa della Madonna sia stata trasportata dagli angeli dalla Palestina a Loreto. Narra la tradizione che il 10 maggio 1291, essendo stata quell’anno invasa dai Maomettani la Palestina, la casa della Sacra Famiglia venne miracolosamente trasportata da mani angeliche sopra il colle di Tersatto, presso Fiume (in Istria). Il 10 dicembre 1294 la Casa sparì da Tersatto, per comparire di qua dell’Adriatico, nelle vicinanze di Recanati, in mezzo a un bosco di lauri, da cui il nome <i>Lauretum</i>. Sorse così la Basilica, anche se l’attuale chiesa del Bramente venne iniziata nel 1468. La vicenda è molto complessa nelle sue circostanze, anche in relazione alle date. L’abate Richeome aveva scritto un’opera intitolata Il pellegrinaggio a Loreto, che Cartesio aveva sicuramente letto da ragazzo in collegio. Tra i visitatori della Basilica della Madonna di Loreto venne annoverato Galileo Galilei. Anche se non esiste alcuna memoria al riguardo, è possibile che Cartesio, diretto in Toscana, abbia fatto tappa ad Assisi, visitata dalla regina Cristina di Svezia dopo l’abdicazione nel 1654 e il suo ritiro a Roma. Nella Basilica inferiore egli avrebbe potuto ammirare la cappella laterale coi bellissimo affreschi di Simone Martini sulle storie di San Martino. E’ assai probabile che Cartesio, allora un giovane sconosciuto, abbia sostato alcuni giorni ad Assisi.</p>
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<div id="sdfootnote110">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote110anc" name="sdfootnote110sym">110</a> Cartesio girovagò per tutta l’Olanda, cambiando spesso città. La scelta dell’Olanda protestante fu molto probabilmente dettata dalla maggior tolleranza di nazione di pacifici traffici. Qui scrisse <i>Les passions de l’ame</i> in cui si occupava del rapporto tra corpo e anima (pubblicata nel 1649), e i Principia philosophiae (pubblicati nel 1644, mentre l’edizione francese è del 1647), ambedue dedicati alla principessa Elisabetta di Boemia. Nel 1647, a Utrecht, Cartesio fu trascinato suo malgrado in uno dei più violenti conflitti accademici della storia. Voetius, sotto falso nome, pubblicò un libello contro di lui. L’accusa più grave era quella dell’appartenenza ai Rosa-Croce.</p>
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<div id="sdfootnote111">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote111anc" name="sdfootnote111sym">111</a> In Olanda, mentre ad Amsterdam preparava con calma il <i>Discorso sul metodo</i>, Cartesio conobbe una domestica che gli rassettava la stanza presa in affitto, certa Hèlena Jans, che però sapeva leggere e scrivere. Nacque una relazione (poi Cartesio si giustificò dicendo che non aveva fatto alcun voto di castità), e ne derivò forse un matrimonio segreto. Il frutto di questa unione fu una bambina, Francine, morta però di scarlattina a sei anni, il 7 settembre 1640. La bambina nacque il 19 luglio 1635 e venne battezzata secondo il rito protestante della madre, a Deventer, l’8 agosto. Immenso fu il dolore per la perdita di questa sua unica figlia. In seguito il rapporto con questa donna si ruppe, e un cane divenne amico di Cartesio per le sue lunghe passeggiate.</p>
</div>
<div id="sdfootnote112">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote112anc" name="sdfootnote112sym">112</a> E’ importante la corrispondenza tra Cartesio e Mersenne, più vecchio di mlui di otto anni, anche con riguardo alla decisione di non pubblicare il saggio sul <i>Mondo</i> ovvero il <i>Trattato sulla luce</i>, per tema dell’Inquisizione e forse anche per un conflitto interno tra fede e scienza: vedi Aczel, op. cit., pp. 121ss.</p>
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<div id="sdfootnote113">
<p><a href="#sdfootnote113anc" name="sdfootnote113sym">113</a> Quest’opera di Cartesio fu pubblicata postuma a Parigi nel 1664.</p>
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<div id="sdfootnote114">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote114anc" name="sdfootnote114sym">114</a> Keplero aveva individuato le prime due leggi sui moti planetari nel 1609, mentre soltanto nel 1618 (<i>Harmonices Mundi</i>) si rese conto della terza legge, che stabiliva una costante derivante dal rapporto tra i quadrati dei tempi di rivoluzione dei pianeti intorno al sole e il cubo del semiasse orbitale maggiore. Una specie di anticipazione di questa legge fondamentale delle orbite planetarie era però stata intuita da Keplero nel <i>Mysterium Cosmographicum</i>, pubblicato nel 1596. Si vedano: <i>Keplero</i> (<i>semplici leggi per</i> <i>l’armonia dell’Universo</i>), Quaderno de Le Scienze n.13, febbraio 2000, a cura di A.M. Lombardi, pp. 44 ss.; A. Koestler, <i>I Sonnambuli</i> (<i>Storia delle concezioni dell’Universo</i>), trad. it. Milano, Jaca Book, 2002; M. Bucciantini, <i>Galileo e</i> <i>Keplero </i>(<i>Filosofia, cosmologia e teologia nell’Età della Controriforma</i>), op. cit., 2003.</p>
</div>
<div id="sdfootnote115">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote115anc" name="sdfootnote115sym">115</a> Ma anche questo ritratto, che indubitabilmente rappresenta le fattezze di Cartesio, potrebbe nascondere un giallo: vedi G. Rodis-Lewis, op. cit., pp. 273-274.</p>
</div>
<div id="sdfootnote116">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote116anc" name="sdfootnote116sym">116</a> Questa apparente incongruenza si inserisce nel quadro ipotetico, mai affacciato da nessuno, che Cartesio potesse nascondere radici catare. Un suo valletto era ugonotto. Rivelò talento matematico e divenne matematico ufficiale del re del Portogallo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote117">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote117anc" name="sdfootnote117sym">117</a> Vedi ad esempio in forma discorsiva ma esauriente D. Berlinski, <i>I numeri e le cose</i> (<i>Un viaggio nel calcolo infinitesimale</i>), Rizzoli, Milano, 2001.</p>
</div>
<div id="sdfootnote118">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote118anc" name="sdfootnote118sym">118</a> La <i>caratteristica universale</i> mirava alla costituzione di una esaustiva enciclopedia di tutto il sapere, a un inventario completo della conoscenza umana.</p>
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<div id="sdfootnote119">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote119anc" name="sdfootnote119sym">119</a> Questa idea, che derivava in fondo da Raimondo Lullo, divenne l’algebra boleana, e il fondamento logico dei moderni linguaggi di programmazione. Ma durante il secolo scorso, quando si pensò alla teoria informatica, furono scoperti, tra i tanti successi della cumputerizzazione , i limiti posti dalla complessità di certi algoritmi (macchina infinita di Turing), accanto al famoso teorema di indicibilità o di incompletezza dell’aritmetica di Goedel (1931).</p>
</div>
<div id="sdfootnote120">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote120anc" name="sdfootnote120sym">120</a> Alcuni testi talmudici raccontano che all’epoca della creazione Dio fece almeno 26 tentativi, riuscendovi soltanto al ventisettesimo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote121">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote121anc" name="sdfootnote121sym">121</a> A Locke è comunemente associata l’espressione che <i>nell’intelletto non v’è nulla che non sia stato prima sotto i sensi</i>. In realtà il filosofo inglese decretò esclusivamente la secondarietà dell’intelletto rispetto all’esperienza sensoriale. La frase attribuita a Locke appartiene a San Tommaso d’Aquino.</p>
</div>
<div id="sdfootnote122">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote122anc" name="sdfootnote122sym">122</a> Lamettrie giunse infine alla conclusione dell’uomo-macchina, correggendo la famosa formula di Cartesio: <i>Io penso</i>, <i>quindi la materia pensa</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote123">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote123anc" name="sdfootnote123sym">123</a> E’ ciò che Goedel ha fatto secoli dopo. La numerazione di Goedel opera attribuendo un diverso numero primo a ogni connettivo logico, a ogni quantificatore e ad ogni variabile. Il numero di Goedel di ogni enunciato è il prodotto dei numeri primi associati ai suoi elementi. Pertanto qualunque numero intero può essere fatto corrispondere a un enunciato e ogni enunciato ammette una e una sola scomposizione in fattori primi. I paradossi logici del tipo ‘Epimenide mentitore cretese’ sono superati nell’ambito del linguaggio matematico duale o binario (che non ammette ambiguità).</p>
</div>
<div id="sdfootnote124">
<p><a href="#sdfootnote124anc" name="sdfootnote124sym">124</a> Ma anche il grandioso progetto di Russell e di Witehead di ridurre la matematica alla logica si rivelò difficilissimo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote125">
<p><a href="#sdfootnote125anc" name="sdfootnote125sym">125</a> Cit., da J. Barrow, <i>La luna nel pozzo cosmico</i>, op. cit., p. 217.</p>
</div>
<div id="sdfootnote126">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote126anc" name="sdfootnote126sym">126</a> Vedi ad es. <i>Blog Matematico</i> del prof. Umbro Cerruti, nonchè Quaderni de Le Scienze n. 60, giugno 1991, <i>Logica</i>; e n. 67, settembre 1992, <i>La matematica della complessità</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote127">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote127anc" name="sdfootnote127sym">127</a> Vedi ad es. K. Devlin, <i>I problemi del millennio</i> (<i>I sette enigmi matematici irrisolti del nostro tempo</i>), Longanesi, Milano, 2002.</p>
</div>
<div id="sdfootnote128">
<p><a href="#sdfootnote128anc" name="sdfootnote128sym">128</a> Sui limiti di questo nuovo relativismo vedi <i>Episteme</i>, sito elettronico del prof. Umberto Bartocci.</p>
</div>
<div id="sdfootnote129">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote129anc" name="sdfootnote129sym">129</a> Mi limito a menzionare due fondamentali lavori di Giovanni Reale, il massimo studioso vivente di Platone<i>: Per una</i> <i>nuova interpretazione di Platone</i>, Milano, Soc. Ed. Vita e Pensiero, 1997; <i>Platone – Alla ricerca della sapienza segreta</i>, Rizzoli, Milano, 1998. Consigliabili sono il saggio del filosofo tedesco F. Nietzsche, <i>Plato amicus sed</i> (<i>Introduzione ai</i> <i>dialoghi di Platone</i>), 1869, trad. it. 1991, Milano, Bollati Boringhieri; nonché E. Cassirer, <i>Da Talete a Platone</i>, 1925, trad. it. 1992, Laterza, Bari.</p>
</div>
<div id="sdfootnote130">
<p align="JUSTIFY"><a href="#sdfootnote130anc" name="sdfootnote130sym">130</a> A cavaliere tra maggio e giugno, nel 428 o 427 a.C. Socrate sarebbe nato il sesto giorno di questo stesso mese, il giorno della nascita di Artemide. Avremmo la diade Luna e Sole. Vedi Diogene Larezio, <i>Le vite dei filosofi</i>, testo greco a fronte, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani, 2005; <i>Tutti gli scritti di Platone</i>, cura di G. Reale, Bompiani, 2000.</p>
</div>
<div id="sdfootnote131">
<p><a href="#sdfootnote131anc" name="sdfootnote131sym">131</a> Vedi G. Reale, <i>Per una nuova interpretazione di Platone</i>, op.cit., pp. 228 ss.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Conferenza del Dott. Stefano Roncoroni su Majorana, tenuta al Circolo di Porta Santa Susanna, Perugia, il 18 ottobre 2013.</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Mar 2014 13:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[2013 10 18 &#8211; ETTORE MAJORANA, LO SCOMOARSO E LA DECISIONE IRREVOCABILE &#8211; Stefano Roncoroni e Claudio Monellini coordina Fr]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2014/03/2013-10-18-ETTORE-MAJORANA-LO-SCOMOARSO-E-LA-DECISIONE-IRREVOCABILE-Stefano-Roncoroni-e-Claudio-Monellini-coordina-Fr.mp3">2013 10 18 &#8211; ETTORE MAJORANA, LO SCOMOARSO E LA DECISIONE IRREVOCABILE &#8211; Stefano Roncoroni e Claudio Monellini coordina Fr</a></p>
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		<title>Conferenza dell&#8217;avv. Arcangelo Papi sul &#8220;caso Majorana&#8221; tenuta presso il Circolo di Porta S. Susanna a Perugia.</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Mar 2014 13:48:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[2011 02 25 &#8211; IL CASO MAJORANA &#8211; Arcangelo Papi interviene Prof. Francesco Guerra e Stefano Roncoroni Coordina Giuseppe Sev &#160;  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2014/03/2011-02-25-IL-CASO-MAJORANA-Arcangelo-Papi-interviene-Prof.-Francesco-Guerra-e-Stefano-Roncoroni-Coordina-Giuseppe-Sev.mp3">2011 02 25 &#8211; IL CASO MAJORANA &#8211; Arcangelo Papi interviene Prof. Francesco Guerra e Stefano Roncoroni Coordina Giuseppe Sev</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://misteridiassisi.it/wp-content/uploads/2014/03/2013-10-18-ETTORE-MAJORANA-LO-SCOMOARSO-E-LA-DECISIONE-IRREVOCABILE-Stefano-Roncoroni-e-Claudio-Monellini-coordina-Fr.mp3"> </a></p>
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		<title>Lineamenti di metafisica dualistica</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Feb 2014 18:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Avv. Arcangelo Papi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Età Moderna]]></category>
		<category><![CDATA[La caduta della centralità cosmica dell'esperienza umana]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Lineamenti di metafisica dualistica Alberto Donati (Morlacchi Editore, Perugia 2002) La caduta della centralità cosmica dell&#8217;esperienza umana, la discoperta dell&#8217;ordinamento termodinamico informato al principio di entropia, dell&#8217;ordinamento biologico di senso opposto, la rilevazione dell&#8217;andamento evolutivo di quest&#8217;ultimo, il venir meno della visione armonica dell&#8217;universo, l&#8217;affermazione secondo cui a fronte della realtà connotata da [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: x-large;"><b>Lineamenti di metafisica dualistica </b></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Helvetica, serif;">Alberto Donati</span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Helvetica, serif;">(Morlacchi Editore, Perugia 2002)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>La caduta della centralità cosmica dell&#8217;esperienza umana, la discoperta dell&#8217;ordinamento termodinamico informato al principio di entropia, dell&#8217;ordinamento biologico di senso opposto, la rilevazione dell&#8217;andamento evolutivo di quest&#8217;ultimo, il venir meno della visione armonica dell&#8217;universo, l&#8217;affermazione secondo cui a fronte della realtà connotata da un divenire creativo non può darsi una </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>causa prima immobilis, </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>la constatazione dell&#8217;esistenza di due ontologie etiche contrapposte, rendono inadeguata, obsoleta, la filosofia intellettualistica tradizionale. Più comprensivamente, lo studio dell&#8217;esistente (dell&#8217;</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>ens in quantum est ens) </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>rivela la presenza di due forze antagonistiche, l&#8217;una tendente verso l&#8217;ordine, l&#8217;altra, verso il </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>cháos</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>. La via ricostruttiva di una visione d&#8217;insieme razionalizzante, che non sia, quindi, semplicemente nichilistica, ovvero, che non sia retrocedente ai fondamentalismi religiosi, vale a dire, alla negazione del </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>Lógos</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b> universale (</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>o</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>k</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>o</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>i</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>n</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>o</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>V</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b> ), non può che prendere le mosse dalla descrizione di tale dualismo e dalla sua irriducibilità ad una visione monistica del trascendente.Di conseguenza non è più possibile asseverare una sola matrice metafisica, ma si deve necessariamente concludere per la presenza di due matrici metafisiche. Una volta accertato che il bene e il male hanno realtà ontologica, pertanto, che il male non è mera </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>carentia boni</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>, la </b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>reductio ad unitatem</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b> sul piano trascendentale diviene impossibile poiché, ove proposta, essa contraddirebbe questa ontologia.Ciò induce una profonda revisione del rapporto tra Dio e l&#8217;uomo, nel senso che tale rapporto assume la strutturazione propria della relazione organica. L&#8217;uomo, dunque, è &#8220;</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>instrumentum Dei</b></i></span></span><span style="font-family: Baskerville, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>&#8221; e, a seconda della matrice metafisica di cui è espressione, è volto al bene o al male, a realizzare, nel quadro di una relazione necessariamente conflittuale, la corrispondente istanza ontologica.</b></i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>Alberto Donati</b></i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>, </i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>professore straordinario di Diritto civile presso la Facoltà di</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"> Giurisprudenza dell&#8217;Università degli Studi di Perugia, conclude, con questo lavoro, i suoi studi diretti al rinvenimento di un fondamento ultimo del diritto e della giustizia. Tra i contributi precedenti di Donati, segnaliamo: </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Elementa juris naturalis,</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"> ESI, 1990; </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>La concezione della giustizia nella vigente Costituzione</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, ESI. 1998; B</span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>ioetica, Dio della filosofia, Dio della religione</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, in &#8220;Bioetica&#8221;, 1999, p. 668 sqq.: </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Etica darwiniana</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, in </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Studi in memoria di Lino Salis, </i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">Giappichelli, 2000; </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Volontarisrno e intellettualismo nella definizione della giustizia, </i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">in </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Studi in memoria di A. Giuliani</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, VoI, I, ESI. 2001, p. 145 segg.; </span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Giusnaturalismo e diritto europeo, Human Rights e Grundrechte</i></span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: large;">, Giuffrè, 2002.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>INDICE DELL’OPERA</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Introduzione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo I &#8211; L&#8217;oggetto della filosofia</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione I &#8211; I </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>prima principia speculativa</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Le modalità della conoscenza: la conoscenza intellettiva. L&#8217;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>adaequatio intellectus ad rem</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> come suo criterio di verifica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: la conoscenza deduttiva</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: la conoscenza induttiva</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Unificazione della conoscenza sensibile e della conoscenza intellettiva</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il rapporto tra il divenire e la conoscenza</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione II &#8211; L&#8217;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>ens in quantunt est ens</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Lo studio dell&#8217;&#8221;esistente in quanto tale&#8221; come trascendimento della settorialità delle singole scienze</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: dell&#8217;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>homo in quantum est homo</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sintesi dei presupposti della speculazione filosofica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione III &#8211; Le connotazioni fondamentali dell&#8217;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>ens in quantum est ens</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La veridicità e 1&#8242;unità dell&#8217;ente in quanto tale</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;inesistenza del nulla</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il tempo e la distanza</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Unità di sostanza e materia</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il movimento</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il principio di causalità e le sue specificazioni: la causalità meccanicistica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La causalità teleologica e le sue sottopartizioni: la causalità </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>per saltus</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: la causalità volontaria</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: la causalità etica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il principio di teleologicità</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il principio di causalità e la </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>causa prima</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>analogia entis</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice I &#8211; La negazione del principio di causalità in Hume</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La indefinibilità del concetto di causa</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice II &#8211; La negazione della conoscibilità dell&#8217;esistente nel pensiero di G.B. Vico</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Verum et factum convertuntur</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice III &#8211; La critica di Hegel al principio d&#8217;identità</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il primato della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>coincidentia oppositorum</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice IV &#8211; La negazione del principio di non contraddizione in Nietzsche</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;incompatibilità tra il principio di identità ed il divenire della realtà</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice V &#8211; L&#8217;idealità del pensato nella filosofia volontaristica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Esse est concipi</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Considerazioni critiche</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo II &#8211; L&#8217;esistenza di Dio nella visione intellettualistica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La rilevanza gnoseologica ed etica dell&#8217;esistenza di Dio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La dimostrazione eterologica dell&#8217;esistenza di Dio. La sua critica. Inconsistenza di quest&#8217;ultima</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Critica alla prima obiezione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Critica alla seconda obiezione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Critica alla terza obiezione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La dimostrazione ontologica dell&#8217;esistenza di Dio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo III &#8211; Limiti della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>theologia naturalis</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come pensiero che pensa se stesso</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>causa initialis</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>causa finalis</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;&#8221;eterno ritorno dell&#8217;uguale&#8221;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il male fisico</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il male morale</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La generazione della materia</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Bonum est diffusivum sui</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>ratio</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> della generazione dell&#8217;esistente</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il pluralismo delle forme</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: la loro immutabilità</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La conoscenza</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo IV &#8211; I limiti della filosofia scientifica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>I contenuti della fisica classica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>I contenuti della filosofia scientifica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Rilievi critici:</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>a) Il mancato riscontro della dimensione ontologica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>b) La reintroduzione, in contraddizione con i propri presupposti, dell&#8217;ordinamento finalistico dell&#8217;esistente</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>c) La negazione del principio di causalità</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Lo </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>iatus</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> tra la visione della natura e la visione filosofica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo V &#8211; Il dualismo teologico</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione I &#8211; La teologia veterotestamentaria: il primato del Decalogo</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Principium sapientiae timor Domini</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il peccato e la sua punizione da parte di Dio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Pentimento e ripristino del Decalogo</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;espiazione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La misericordia divina</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La dannazione dell&#8217;empio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il trionfo finale del Decalogo e dei giusti</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: l&#8217;instaurazione del regno messianico</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione II &#8211; L&#8217;etica neotestamentaria: il primato della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;Dalle opere della Legge nessuna carne verrà giustificata&#8221;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La fondazione della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> divina</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il superamento del peccato mediante la </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> divina</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Gesù di Nazareth come unico mediatore tra Dio e l&#8217;uomo</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il Decalogo come guida alla </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dalla </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> divina alla </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas humana</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Charitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>timor Domini</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione III &#8211; L&#8217;escatologia della vicenda umana nel nuovo Testamento</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;Apocalisse</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il trionfo sul Decalogo</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;estinzione dell&#8217;esistente</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La nuova creazione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il periodo di tempo tra la morte e la risurrezione: il letargo dell&#8217;anima</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La rigenerazione del corpo e dell&#8217;anima</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La sottomissione del Cristo cosmico a Dio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione IV &#8211; Momenti di contrasto tra le due teologie</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il corpo umano come fonte della moralità</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La salvezza dell&#8217;empio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;esaltazione dei &#8220;piccoli&#8221;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Nolite iudicare</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>dies Domini</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Diliges proximum tuum</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il mediatore tra Dio e l&#8217;uomo</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Le due ontologie etiche</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo VI &#8211; Metafisica intellettualistica e metafisica volontaristica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Parte I &#8211; La concezione di Dio nella visione intellettualistica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summa ratio</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summum bonum</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summum bonum diffusivum</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>, ed </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>attractivum</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La semplicità divina</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La soggezione di Dio alla propria razionalità. La fondazione dell&#8217;etica umana</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Parte II &#8211; La concezione di Dio nella visione volontaristica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione I &#8211; La teologia cristiana</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>duplex veritas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La risoluzione della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>duplex veritas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> nel </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>duplex veritatis modus</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Critica: la permanenza del contrasto</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue: la salvezza dell&#8217;empio come sua motivazione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Gli attributi del Dio della fede: Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>exsistentia</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>infinitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> come fonte della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>perfectio</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>unitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> divine.</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summa veritas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summa bonitas</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summa voluntas</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>, l&#8217;unità trinitarietà</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La fondazione dell&#8217;etica umana sul valore della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>charitas</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione II &#8211; Analisi differenziale</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summa ratio</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>summa voluntas</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La generazione &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>de ipso</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;ed &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>ex ipso</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come armonizzazione dei contrari e come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>discordantia discordantium</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La diversa definizione della giustizia</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il diverso atteggiarsi della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>imitatio Dei</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;uomo come &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>imago Dei</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8221; e come &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>imago Christi</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il libero arbitrio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La morte di Gesù di Nazareth e la morte di Socrate</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Mistica intellettualistica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Mistica volontaristica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione III &#8211; La teologia volontaristica laica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>exsistentia</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione IV &#8211; Analisi differenziale</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sintesi delle principali differenze</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il diverso atteggiarsi del rapporto tra etica e dianoetica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La concezione organica dell&#8217;esistente nelle due visioni</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice VI &#8211; </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Perfectio divina</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>creatio ex nihilo</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L&#8217;incompatibilità della </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>creatio ex nihilo</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> con la </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>perfectio divina</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo VII &#8211; Il dualismo etico e metafisico</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione I &#8211; Il </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>malum</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> nella visione intellettualistica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La materia come &#8220;primo male&#8221;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il male morale</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Limite di questa costruzione</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il benessere dell&#8217;empio</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Sezione II &#8211; Il </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>malum</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> nella visione volontaristica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il male fisico</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il male morale come male-colpa</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Malum nihil est</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice VII &#8211; La relativizzazione dell&#8217;etica nella filosofia di Hume</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La tesi della indeducibilità del dover-essere dalla sfera dell&#8217;essere</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>I suoi limiti</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Appendice VIII &#8211; Il bene ed il male nell&#8217;&#8221;a priori collettivo&#8221; di Jung</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il male come &#8220;faccia escrementizia&#8221; del &#8220;</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Deus absconditus</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>&#8220;</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Capitolo VIII &#8211; Lineamenti di metafisica dualistica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La vita come &#8220;adattamento reattivo&#8221; all&#8217;ambiente</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La dialetticità dell&#8217;esperienza umana</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Il </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>bonum</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>participatio boni</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>; il </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>malum</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>participatio mali</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Lógos</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Cháos</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>. Il dualismo metafisico come spiegazione della dialetticità del divenire</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>ratio</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> del rapporto dialettico tra </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Lógos</b></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b> e </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>Cháos</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Segue</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>potentia activa</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>L &#8216;esistente come </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>pars Dei</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Dio e l&#8217;esistente: il problema delle predicazioni che ne determinano il reciproco rapporto</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Le predicazioni nella teologia volontaristica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La risoluzione delle predicazioni nella sola predicazione univoca</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>La duplicità della predicazione univoca</b></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Principi di </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><b>ethica nova</b></i></span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>Note di chiusura</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">           </span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Helvetica, serif;">* * * * * </span></p>
<p align="JUSTIFY">           <span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>1.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Ci sono libri per così dire inerti, che lasciano del tutto passivi, in balia del testo, e libri che al contrario accendono l&#8217;attenzione del lettore, coinvolgendolo profondamente nei temi d&#8217;indagine. Di solito i primi si richiudono in se stessi, mentre i secondi aprono sorprendenti scenari, che abbisognano &#8211; al limite &#8211; dello stesso contributo di chi legge. Quest&#8217;ultimo genere di testi appare dotato d&#8217;una sorta di &#8216;motore critico&#8217;, che attiva il nostro interesse in tutte le possibili direzioni. Si tratta, in questo caso, di lavori di qualità e d&#8217;autentico spessore, come sono appunto questi </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lineamenti di</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>metafisica dualistica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> del Prof. Alberto Donati (Morlacchi Editore, Perugia, 2002, pag. 575, di cui 357 di testo, e 218 di ricchissime note).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;">Quest&#8217;ultima impegnativa fatica del Prof. Donati non solo è un&#8217;interessantissima opera di &#8216;metafisica&#8217;, ma anche un lavoro di &#8216;filosofia del diritto&#8217;, quella branca specialistica che si occupa del problema generale del &#8216;diritto&#8217; e della &#8216;giustizia&#8217;, attuale più che mai. Del resto, quest&#8217;eccellente libro fa seguito ad altri rilevanti contributi scientifici, il cui elenco e la stessa sequenza cronologica evidenziano il forte e accresciuto interesse di questo attento giurista verso l&#8217;indagine filosofica, e in particolare, nei riguardi di quella corrente di pensiero che va sotto il nome di &#8216;giusnaturalismo&#8217; (in contrapposto al &#8216;giuspositivismo&#8217; che invece emerse, come orientamento specifico, dopo le prime codificazioni europee &#8211; vale a dire il codice di Federico II di Prussia del 1794, il codice napoleonico del 1804, cui seguirono il codice civile italiano del 1865 e poi il codice del 1942, il codice belga del 1900 e il codice civile svizzero del 1901, ed anche il codice austriaco del 1811, che per la verità faceva ancora posto al c.d. &#8216;diritto naturale&#8217;).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>2.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Diciamo subito che il termine latino </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>jus </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">va qui inteso come sinonimo di &#8216;giustizia&#8217; più che di &#8216;comando&#8217; (da </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>jussu</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>jubere</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">). La filosofia del diritto (vedi per tutti Francesco Olgiati, </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Il concetto di giuridicità nella scienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>moderna del diritto</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, Vita e Pensiero, Milano, 1950) ha avuto figure di spicco tra i massimi pensatori moderni, ma è indubbio che le sue origini risalgano alla filosofia antica: cioè ai Sofisti, a Platone e ad Aristotele, agli Stoici e ai giuristi romani. Al lettore che ne voglia sapere di più, indichiamo, come riferimento assai utile, anche la </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Storia della filosofia del diritto</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (Milano, 1958) del &#8216;neokantiano&#8217; Giorgio Del Vecchio, una delle figure di massimo spicco del &#8216;giusnaturalismo&#8217; nel panorama italiano del Novecento, che aveva rivendicato, appena agli inizi del secolo scorso, e cioè in epoca di imperante positivismo, il valore &#8216;universale&#8217; del diritto naturale.In qualche modo, &#8216;diritto naturale&#8217; e &#8216;diritto positivo&#8217; si confrontano e si contrappongono, generando una &#8216;dualità&#8217;, proprio nel senso indicato e precisato da Donati nel suo lavoro. Sulla scorta del filosofo del diritto Guido Fassò, che riprese nel dopoguerra la tematica del giusnaturalismo, tale contrasto già si evidenzia nell&#8217;Antigone di Sofocle, versi 450-457. Propriamente, l&#8217;opposizione si rivela tra il decreto del tiranno di Tebe, Creonte, che impedisce la sepoltura di Polinice, il cui cadavere, perciò, deve essere dato in pasto agli uccelli, e il senso di giustizia riposto nel cuore umano. Sotto le mura di Tebe sono caduti, combattendo l&#8217;uno contro l&#8217;altro, i due fratelli di Antigone, Eteocle e Polinice. Polinice era schierato con i nemici del re della città ed invece Eteocle combatteva in sua difesa. Per questo Creonte ha decretato solenni onori funebri ad Eteocle, mentre ha ordinato che il cadavere di Polinice resti nell&#8217;incuria, minacciando di severissime pene chi tentasse di dargli sepoltura. Di nascosto, la pietosa Antigone ci riesce, e condotta davanti al tiranno, ella si appella al diritto naturale, alle leggi non scritte: &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Io non credei che tanta forza avessero i tuoi bandi da far sì che le leggi dei Celesti non scritte, ed incrollabili, potesse soverchiare un mortale: che non adesso furon sancite, o ieri: eterne vivono esse; e niuno conosce il dì che nacquero </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. Un esempio di leggi non scritte, cioè di rinvio al &#8216;diritto naturale&#8217;, ce lo offre lo stesso articolo 2 della nostra Costituzione, dove si afferma che &lt;&lt;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>la Repubblica riconosce e garantisce i</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>diritti inviolabili dell&#8217;uomo</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. A che cosa si riferisce questo articolo? Quali sono questi diritti? Come si fa a riconoscerli? Non sono istituiti dalla legge, perché, anzi, la Costituzione si preoccupa proprio di stabilire che le &#8216;leggi&#8217; non debbono violarli. E si possono fare tanti altri esempi: la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti di America del 1776, la Dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino del 1789 in Francia, fino alla Carta dell&#8217;ONU e alle Convenzioni umanitarie internazionali. E&#8217; pacifico che i &#8220;diritti inviolabili&#8221; dell&#8217;art. 2 della Costituzione Italiana (che sancisce tra l&#8217;altro il principio di &#8216;solidarietà&#8217;) non siano i &#8216;diritti innati&#8217; (gli &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>inherent Rights</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;) della tradizione costituzionale protestante ed illuminista, come chiarisce Donati ne </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>La concezione della giustizia nella</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>vigente Costituzione</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (1998, op. cit.). Di che cosa stiamo dunque parlando? Per San Tommaso la legge naturale è, secondo le sue precise parole, &lt;&lt;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>partecipazione della legge eterna nella creatura razionale</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. Di fronte al dilemma che Sant&#8217;Agostino aveva posto al successivo pensiero medievale &#8211; legge in quanto ragione o legge in quanto volontà &#8211; S. Tommaso non esita a indicare nella &#8216;razionalità&#8217; l&#8217;essenza stessa della legge. Questa posizione, a cui resterà fedele, nella sua grandissima maggioranza, il pensiero cattolico, fu invece combattuta da altri teologi nel tardo medioevo. Secondo S. Tommaso una legge positiva non può non essere conforme alla legge naturale. A questo principio sono legati i giusnaturaslisti di fede cattolica, che sostengono la non validità, e addirittura l&#8217;inesistenza, delle leggi &#8216;ingiuste&#8217;, cioè contrastanti col diritto naturale. Sembra tutto chiaro e invece vale l&#8217;esatto contrario. Si tratta, in effetti, di una massima incertezza. Per comprenderlo dobbiamo leggere Donati e cogliere l&#8217;essenza di questa contrapposizione &#8216;metafisica&#8217; tra bene e male, giusto ed ingiusto, e in termini ancor più generali, tra &#8216;vita-morte&#8217;, quasi nella medesima accezione poetica di Giorgio Caproni: &lt;&lt; Seguita a pullulare vita-morte, tenera ed oscura, chiara ed inconoscibile &gt;&gt;, se può valere questo suggestivo richiamo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>3.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Per rendere al lettore appena una pallidissima idea dello spessore di questa formidabile problematica, ricordiamo che una delle aspirazioni del giuspositivismo è quella della &#8220;certezza del diritto&#8221;, e che mentre i Sofisti distinguevano fra un &#8220;giusto per natura&#8221; e un &#8220;giusto per legge&#8221;, Platone (nel </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Protagora</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> 24, 337 d) mette in bocca a Ippia, uno di questi sofisti, l&#8217;affermazione che &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>la legge, tiranna degli uomini, alla natura fa molte volte violenza </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. In un altro dialogo (</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Gorgia</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, 38-39) Platone fa dire a un altro sofista, Callicle, l&#8217;esatto contrario: che il diritto di natura rifulge quando i forti &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>calpestano le legge </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;, nel preciso senso che &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>conformi alla legge di natura </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt; sono appunto &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>il dominio e la supremazia del più forte sul più</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>debole </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. Sub signo contradictionis. Già dai primordi della storia del pensiero filosofico s’incontrano tre differenti versioni della dottrina del diritto naturale, come rileva il Fassò, riconnesse ciascuna con un diverso ideale politico. Si tratta della versione &#8216;teologica&#8217; di Antigone (che può anche dirsi </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>volontaristica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, perché secondo essa, la legge naturale è posta da una volontà superiore), della versione &#8216;naturalistica&#8217; dei sofisti, e infine di quella &#8216;razionalistica&#8217;.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>4.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Le problematiche filosofiche del &#8216;giusnaturalismo&#8217; (ed anche quelle del &#8216;giuspositivismo&#8217;) sono ovviamente implicate nel grande affresco di pensiero tracciato da Donati, in chiave autenticamente &#8220;metafisica&#8221;. Per gli stoici il principio divino è dato dalla ragione ed è immanente all&#8217;universo, identificandosi con la natura. Il giusnaturalismo stoico ebbe successo a Roma, dove fu efficacemente divulgato da Cicerone. L&#8217;idea della legge naturale fu trasmessa, più tardi, al pensiero cristiano, e penetrò profondamente nella filosofia e nella teologia morale del medioevo. Nella </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lettera ai Romani</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> di San Paolo figura un passo (II, 14-15) in cui l&#8217;apostolo rimprovera agli Ebrei, che pure possedevano la legge data direttamente loro da Dio, di non essere migliori dei Gentili (cioè di tutti gli altri popoli). Dice San Paolo che costoro, i Gentili, compiono tuttavia &lt;&lt; per natura &gt;&gt; le opere della legge, così che &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>essi mostrano l&#8217;opera della legge scritta nei loro cuori </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. E siamo arrivati alla &#8220;legge eterna&#8221; di Sant&#8217;Agostino (</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>De libero arbitrio </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">I, 5) che si rivela come &#8220;legge naturale&#8221; alla &#8220;ragione dell&#8217;uomo&#8221;, poi ripresa da San Tommaso. Eppure si tratta di quel medesimo problema, già affacciato da Platone nell&#8217;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Eutifrone</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">: la legge eterna, cioè il criterio per definire ciò che è bene e ciò che è male, è posta dalla &#8220;ragione&#8221; o dalla &#8220;volontà&#8221; di Dio? Ed ecco che emergono due opposte direzioni: quella della &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>filosofia</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>volontaristica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8221; e quella della &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>filosofia intellettualistica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;, con cui si apre l&#8217;importante &#8216;introduzione&#8217; del saggio di Donati, che poi, con somma maestria, ne costata analiticamente, oggetto per oggetto, momento per momento, le rispettive inadeguatezze, per trarne le logiche conseguenze, alla fine del saggio stesso (cap. VIII).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>5. </b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">Che si tratti di un lavoro di grandissimo impegno filosofico e di solidissimo impianto concettuale, lo dimostra la stessa articolazione dei vari capitoli in cui il libro si suddivide. Dopo la chiarissima &#8216;introduzione&#8217;, che costituisce fondamentale &#8216;chiave di lettura&#8217; del saggio, seguono un&#8217;attentissima analisi dell&#8217;&#8221;oggetto della filosofia&#8221; (cap. I: dalle &#8220;modalità della conoscenza&#8221; all&#8217;ontologia e all&#8217;analisi della causalità), il problema dell&#8217;&#8221;esistenza di Dio nella visione intellettualistica&#8221; (cap. II), la disamina dei limiti della &#8220;theologia naturalis&#8221; (cap. III), i &#8220;limiti della filosofia scientifica&#8221; (cap. IV), il &#8220;dualismo telogico&#8221; (cap. V), la &#8220;metafisica intellettualistica&#8221; e la &#8220;metafisica volontaristica&#8221; (cap. VI), il &#8220;dualismo etico e metafisico&#8221; (cap. VII), e quindi le conclusioni (cap. VIII). Il lettore comprende bene che Donati fissa congruamente tutti i &#8220;paletti&#8221; del suo discorso, essenzialmente rivolto alla concettualizzazione di una &#8216;metafisica dualistica&#8217; quale autentico modello esplicativo della complessità globale dell&#8217;esperienza oggettiva che abbiamo del mondo. La complessità e compattezza di questo lavoro sono oggettivamente evidenti. Da qui l&#8217;interesse altrettanto oggettivo per un&#8217;opera di tanto impegno.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>6.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Nel dopoguerra, la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Perugia ebbe, tra i suoi illustri docenti, Massimo Severo Giannini (un giurista di prima grandezza ed una importante figura della &#8216;scuola sociologica&#8217; del diritto) che nel 1950 qui scrisse le sue </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lezioni di diritto amministrativo</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (&#8216;in nuce&#8217; la sua principale opera di giurista), noti civilisti come Adolfo Ravà e Adriano De Cupis, un costituzionalista come Giuliano Amato, uno storico del diritto italiano del calibro di Edoardo Ruffini, due filosofi del diritto di prima grandezza come Umberto Scarpelli (un &#8216;giuspositivista&#8217; proveniente dalla scuola torinese di Norberto Bobbio), e un grande &#8216;giusnaturalista&#8217; quale fu Alessandro Giuliani, legato da profonda amicizia a Donati (ed anche a Bartocci, l&#8217;anima di questa rivista alternativa).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>7.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> In quest&#8217;ambito degli studi di &#8216;filosofia del diritto&#8217;, si passò, allora, dalla </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Dottrina pura del diritto</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> di Hans Kelsen e dalla </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Teoria della norma giuridica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> o dal saggio su </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Il</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>positivismo giuridico</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> di Norberto Bobbio, in altre parole dallo statalismo e dal giuspositivismo a meditazioni più profonde sull&#8217;essenza stessa della &#8216;giustizia&#8217;. Su quest&#8217;ultima scia si pone Donati, che perviene a conclusioni del tutto straordinarie nel suo ultimo lavoro anche a proposito del &#8216;fondamento&#8217; del &#8216;diritto&#8217;. Al lettore che voglia dirigersi alla lettura di questo saggio, che qui si tenta in qualche modo di recensire, in forma alquanto limitata e angusta, affacciamo la carica di suggestione di questi pochi e rapidi esempi (mentre, ad esempio, troverà in Donati, pag. 331, un&#8217;interessantissima riflessione sulle contraddizioni inerenti all&#8217;abrogazione della legge ripresa dal gesuita spagnolo Francesco Suarez pressoché contemporaneo di Bacone, di Cartesio, di Alberico Gentili e di Grozio). Grozio (Huig de Groot, olandese, 1583-1645), autore dell&#8217;opera </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>De jure</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>belli ac pacis</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (quindi attualissima), che gli rese fama e che fu pubblicata nel 1625, è unanimemente riconosciuto come il fondatore della moderna filosofia del diritto. Grozio aveva di mira il diritto internazionale, voleva cioè determinare i rapporti giuridici che devono correre tra gli Stati in tempo di guerra, sia di pace. Alberico Gentili (nato a San Ginesio nel 1552 e che a lungo insegnò in Inghilterra) aveva scritto (nel 1588-89) il </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>De jure belli</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, un testo in cui aveva riconnesso il &#8216;diritto delle genti&#8217; (o </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>jus gentium</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">), come allora veniva chiamato il diritto internazionale, alle &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>leggi non</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>scritte</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>innate </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;, che costituiscono il diritto naturale, e sono dettate dalla ragione. Ma, Grozio, impostò e trattò il problema in modo nuovo, sulla base della sola ragione, senza alcuna premessa di carattere religioso, come invece nel medioevo. Del resto che Grozio sia il fondatore del diritto internazionale deriva da una ricostruzione riduttiva del suo pensiero, come direttamente mi fa presente il Prof. Donati. Il </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>bellum</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> trattato da Grozio individua ogni possibile conflittualità umana, e il principio di giustizia, cioè l&#8217;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>alieni abstinentia</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, che egli pone a fondamento delle relazioni intersoggettive, ha pertanto una latitudine corrispondente.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>8.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Secondo Grozio, il diritto naturale sussisterebbe ugualmente, anche se facessimo a meno dell&#8217;ipotesi di Dio. Cioè il diritto naturale è tanto immutabile che Dio stesso non può cambiarlo, così come Egli non può mutare certe verità di ragione, come &#8220;due più due fa quattro&#8221;. In realtà Grozio (secondo il Fassò) voleva soltanto confutare le opinioni dei calvinisti più accesi, che, ‘volontaristi’ com&#8217;erano, facevano dipendere le norme morali dalla pura e semplice volontà di Dio. In effetti la filosofia del Seicento, come la fisica che allora si era costituita in scienza autonoma, non ammetteva ormai altre fonti di conoscenza, che la ragione e l&#8217;esperienza. A parte ciò, dopo Grozio, il giusnaturalismo rimase a lungo la premessa e il fondamento del diritto internazionale, mentre per il giuspositivismo estremo: &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>la legge è la legge, il comando è comando </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. Sicché una tragedia toccò proprio al giurista cattolico Carl Schmitt, il teorico del nazionalsocialismo sotto il periodo nazista, a lungo sopravvissuto alle rovine della guerra mondiale e morto a tardissima età, riconosciuto, oggi, come uno dei massimi filosofi del diritto. In rapidissima sintesi, il concetto dell&#8217;essenza della politica, secondo Schmitt (ben inteso, il giovane &#8216;filosofo&#8217; che operò durante il nazismo, e non il pensatore dell&#8217;epoca successiva, che corresse il tiro), è indipendente da altri concetti, come il concetto di buono e cattivo (etica), di bello e di brutto (estetica), di utile e di dannoso (economia), ed è originario di fronte al concetto di &#8220;statale&#8221; e di &#8220;giuridico&#8221;. A questo punto la peculiare distinzione della politica, alla quale si possono ricondurre tutti i motivi e tutte le azioni umane, è soltanto la distinzione di &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>amicus</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8221; e di &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>hostis</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;. Conta questo soltanto. Ma la fine della guerra mondiale, con i suoi spettacoli di crudeltà, di inumanità, di violazione di ciò che era sentito inviolabile, fece risplendere davanti alle menti degli uomini l&#8217;ideale, forse ingenuo, ma indubbiamente sentito, di una regola universale della condotta umana, possibilmente fatta valere da istituzioni di carattere mondiale. Fu il vecchio ideale giusnaturalistico, come chiarisce il Fassò, ad ispirare la &#8220;Carta Atlantica&#8221;, proposta e firmata da Roosevelt e da Churchill nel 1941, ed a portare poi all&#8217;istituzione dell&#8217;ONU, in luogo della vecchia Società delle Nazioni. E vi è eco delle dichiarazioni &#8216;giusnaturalistiche&#8217; del Settecento nella Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo adottata il 10 dicembre 1947 dall&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite. Anche in Italia si ebbe una reazione nell&#8217;immediato dopoguerra, con la rinascita del diritto naturale, di cui voce accorata fu, ad es., il civilista cattolico Domenico Barbero (scomparso nel 1963), nell&#8217;accesa prefazione al suo </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Sistema del diritto privato italiano</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> in due volumi, che era il manuale adottato in quegli anni dagli studenti dell&#8217;Università cattolica del Sacro Cuore a Milano. In quegli stessi anni, un grandissimo e prolifico giurista, nonché straordinario avvocato, geniale e poliedrico come Francesco Carnelutti, aveva abbandonato la concezione positiva del diritto, per passare al &#8220;diritto naturale&#8221;, fino ad elaborare, negli ultimi anni della sua vita, una sorta di </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>dottrina dell&#8217;amore</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, che gli attirò anche malevoli ironie negli stessi ambienti accademici e giudiziari in cui aveva trionfato in passato. Ma, la dottrina del diritto naturale, quando non urtò col positivismo, si trovò contro lo storicismo. Benedetto Croce, studente a Roma, ebbe un giorno l&#8217;incarico dal suo professore di stendere un&#8217;esercitazione in filosofia del diritto sui &#8220;diritti innati&#8221; dell&#8217;uomo. Ma &lt;&lt; dopo avervi lavorato intorno per alcune settimane &gt;&gt; come egli scrive,&lt;&lt; mi presentai infine al professore a dichiarare, assai confuso e umiliato, che nel corso dello studio ero stato tratto a ridurre quei diritti a numero via via sempre minore, e che me n&#8217;era poi rimasto tra le mani un solo, e quel solo anch&#8217;esso, in ultimo, non so come, era sfumato &gt;&gt;. E di tale opinione egli sempre rimase, sostenendo che le teorie del diritto naturale fossero &lt;&lt; idee malamente accozzate degli scrittori e dei professori &gt;&gt;.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>9.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> A questo punto il lettore non ben introdotto vorrebbe sapere cos&#8217;è effettivamente il &#8220;diritto&#8221;, se esso non sia per caso mera prassi, cioè una regola dei rapporti di forza, oppure qualcosa di molto di più. Se, vale a dire, il diritto è &#8220;giusto&#8221;, se esso corrisponde ad una universale istanza di giustizia e di proporzione. La risposta è contraddittoria, ce lo spiega molto bene Donati. Anzi la risposta di Donati sembra, in effetti, l&#8217;unica risposta razionale che possa essere affacciata con assoluta coerenza, rispetto all&#8217;esigenza di giustizia che attiene strettamente al diritto, in quanto tale. Ma questa risposta non è, ciò va sottolineato, una risposta impossibile. Per Dante Alighieri (</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>De monarchia</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">) il diritto è relazione (come intendeva appunto Carnelutti, e ci sembra, con chiarezza, Donati). Affermava Dante che </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Jus est hominis ad hominem proportio, qua servata societatem preservat, et corrupta corrumpit</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Giustamente il Prof. Donati mi chiarisce che la definizione di giustizia, intesa come &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>virtus ad alterum</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8221; o come &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>proportio</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;, è aristotelica, e, comunque, propria di tutta la filosofia classica. E poiché l&#8217;argomento mi sta personalmente a cuore, quest’utilissima precisazione del Prof. Donati mi offre, qui di seguito, la possibilità di una breve digressione, spero utile anche al lettore.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>10.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Aristotele distingue anzitutto tra &#8220;giustizia distributiva&#8221; e “giustizia rettificatrice o riparatrice&#8221;. Quest&#8217;ultima regola i rapporti scambievoli. A prescindere dall&#8217;identificazione in due generi (commutativa e giudiziaria) della giustizia &#8216;rettificatrice&#8217;, è l&#8217;equità il vero criterio d&#8217;applicazione della legge, che permette di adattarla al caso singolo, temperandone la durezza. Per rendere chiaro questo concetto, Aristotele paragona l&#8217;equità ad una certa misura (</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>regolo lesbio</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">), fatta di una sostanza pieghevole, che permetteva di seguire le sinuosità degli oggetti da misurare. Aristotele teorizzò la &#8216;via di mezzo&#8217;, un criterio universale di equilibrio e di temperamento. Il giusto mezzo non è un criterio statico, ma deve fare i conti con ogni individuo. Aristotele giunge a dire che questa difficoltà somiglia alquanto all&#8217;indovinare il centro di un cerchio. In realtà, egli distinse tra diritto naturale e diritto positivo, e il &#8220;giusto mezzo&#8221; regola, soprattutto, le situazioni inerenti agli &#8216;eccessi&#8217; ed ai &#8216;difetti&#8217; del primo. Il criterio di mezzo ha un valore generale, e Aristotele lo applica in biologia, in politica, e persino nella logica. Il giusto mezzo nell&#8217;etica diventa, quindi, la corretta proporzione (</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Etica Nicomachea</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, II, 6, 1106 b 9). Ma è proprio in campo etico che il criterio del giusto mezzo non sembra più del tutto adeguato. Per una moderna sensibilità, etica e diritto possiedono confini labili e indefiniti. L&#8217;uno tende verso l&#8217;altra e viceversa. Si tratta di un rapporto &#8216;dialettico&#8217;, o meglio, dinamico e instabile. I rapporti del &#8220;diritto&#8221; sono fondamentalmente &#8220;interrelativi&#8221;, e la loro giustizia sostanziale e legalità formale, tra loro contrapposte in una tensione dinamica che appare inesausta, riposano tendenzialmente su istanze di proporzione e d&#8217;equilibrio, attraverso una &#8220;dualità&#8221; che esprime anche l&#8217;alterità delle situazioni di confronto, se abbiamo correttamente inteso questo aspetto, assai intenso e del tutto originalmente risolto, del notevolissimo saggio in esame. Donati ha pagine importanti anche su questo tema, affrontato, in generale, in una visione filosofica di ampio respiro, che del resto sembra l&#8217;unica soluzione proponibile nei riguardi del problema &#8216;metafisico&#8217; della giustizia. &#8216;Bene&#8217; e &#8216;male&#8217; si confrontano incessantemente, ma il male non è un &#8216;non essere&#8217;, una semplice &#8220;carentia boni&#8221;, come sosteneva S.Agostino, sulla scorta del neoplatonismo e del platonismo cristiano. Secondo Donati è invece una &#8216;realtà ontologica&#8217;, un &#8216;essere&#8217; attivo e ben presente. Quindi il problema del &#8220;libero arbitrio&#8221; deve trovare un diverso inquadramento nell&#8217;ambito di un nuovo modello. La libertà di scelta tra bene e male è forse inesistente. Ogni essere umano nasce con un </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>imprinting</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> etico (si tratta di un chiarimento che Donati stesso mi fornisce, e che pone un grandissimo argomento di riflessione), al quale non potrà che attenersi (infatti, </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Principium</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>boni aut malis a nobis et in nobis esse</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, secondo Cujacius). Il &#8216;libero arbitrio&#8217; riguarderebbe invece la scelta dei comportamenti idonei per realizzarlo. In altre parole, il bene è perseguito da chi è buono per sua natura: né per terrore di pena, né per speranza di premio. E mi sembra che Donati abbia ragione per davvero, cogliendo la verità di un fenomeno che continuamente si ripete e la cui causa egli ben individua in termini &#8216;metafisici&#8217; pregnanti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>11.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Ci siamo dilungati, ma forse non siamo andati fuori del segno. Il libro del Prof. Donati è, del resto, di tale ricchezza e spessore filosofico, che non si potevano omettere dei modesti richiami al contorno, proprio per segnalarne l&#8217;importanza e renderne ancor più palesi i contenuti. I limiti e le inconciliabili contraddizioni che Donati scorge e analizza criticamente e puntualmente, a proposito della &#8216;filosofia volontaristica&#8217; e della &#8216;filosofia intellettualista&#8217;, che tra loro si contrappongono, riguardano in definitiva un dualismo trascendente, vale a dire di carattere strettamente metafisico. Due parole occorre quindi spendere sulla &#8216;metafisica&#8217;, e sul &#8216;dualismo&#8217; contrapposto al &#8216;monismo&#8217;, a tutto vantaggio del lettore, che vogliamo immaginare essere uno studente universitario, bisognevole di un piccolo istradamento, soprattutto coi tempi che corrono, nella c.d. scuola moderna che sembra aver dimenticato, quasi del tutto, le sue vere matrici (si vedano al riguardo alcuni acutissimi rilievi nel sito del Prof. Bartocci). Com&#8217;è ovvio, si tratta, da parte nostra, soltanto di semplici e modestissime nozioni al contorno e di qualche richiamo di pura curiosità, poiché è soltanto dal vivo del testo di Donati che va rilevata, direttamente, tutta la questione, nella sua reale complessità. La &#8216;metafisica&#8217; è quella branca della filosofia, risalente a Platone e ad Aristotele, che appartiene alla &#8216;teoria della conoscenza&#8217;, e che come &#8216;filosofia prima&#8217; consiste nella &#8216;scienza del reale&#8217; considerata &#8216;al di là&#8217; delle apparenze sensibili immediate. In realtà, &#8220;metafisica&#8221; significa soltanto &#8220;dopo la fisica&#8221;, poiché un antico editore pose il libro della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Fisica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> di Aristotele &#8216;subito prima&#8217;, nella collezione delle opere di questo grande filosofo. Come rileva Bertrand Russell, non è facile discutere della &#8216;metafisica&#8217; di Aristotele, se ci riferisce a questo filosofo soltanto, in parte perché dispersa in tutte le sue opere, e in parte perché occorre una chiave interpretativa. Ma è chiaro che una fondamentale opera di Aristotele, non importa se frutto di una sorta di compilazione scolastica, anziché di prima mano come quelle platoniche, è chiamata </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Metafisica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> proprio per distinguerla dalla </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Fisica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. La si trova, oggi, in edizione italiana, disponibile per tutti, nell&#8217;ottima collana &#8220;Rizzoli&#8221; dei classici della filosofia diretta da Giovanni Reale. Giovanni Reale ed Emanuele Severino sono i massimi nomi della &#8216;storia della filosofia&#8217; in Italia. Donati si rifà alcune volte a Severino, seguendone alcuni spunti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>12.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Quando diciamo &#8216;metafisica&#8217;, intendiamo riferirci alla conoscenza ultima, alla radice fondante dei saperi. Pure in altri ambiti di pensiero, assai differenti da quello di Aristotele, la metafisica si pone &#8220;al di sopra&#8221; delle varie scienze del finito, e cioè come dottrina della &#8220;realtà assoluta&#8221;. Tale è la metafisica per Cartesio, per Spinoza, per Leibniz, per Berkeley, per Hegel, e via dicendo. Addirittura Carnot intitolò </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Riflessioni sulla metafisica del</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>calcolo infinitesimale</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> un suo saggio scritto per giustificare i procedimenti di quel calcolo &#8216;sublime&#8217;, il cui rigore, a quei tempi, era stato messo in dubbio, e la cui giustificazione di fondo si avrà soltanto alla fine dell&#8217; 800, con Frege e Dedekind. Si suole affermare che con Kant termina la filosofia antica e inizia quella moderna. La dimostrazione kantiana dell&#8217;impossibilità della metafisica come scienza, non è indiscriminatamente riferita a tutta la metafisica, ma soltanto a quella &#8216;dogmatica&#8217;, e cioè a quella metafisica che pretende di sostituirsi alla conoscenza dei sensi e dell&#8217;intelletto. &#8220;La </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Ragion pura&#8221;, </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">come rileva Pietro</span><span style="font-family: Helvetica, serif;">Emanuele, &#8220;è una profilassi contro il sorgere della metafisica&#8221;. L&#8217;ambiguo Wittgenstein, proveniente dal Circolo di Vienna del Prof. Sclick, e che poi si accostò a Russell, e, non pago, anche a George Moore, non solo si sdoppiò filosoficamente, ma preferì tacere (memorabile una sua baruffa con Popper, a Cambridge, sotto gli occhi divertiti di Russell). La &#8216;metafisica&#8217;, che era già contenuta &#8216;in nuce&#8217; nell&#8217;affermazione della &#8220;Via della Verità&#8221; della Dea di Parmenide, rispunta nonostante tutto anche nella &#8220;fenomenologia&#8221; di Husserl, dove i &#8220;fenomeni&#8221; sono autentiche manifestazioni della realtà, sinonimo di essenza, e non mere apparenze kantiane. In Heidegger, che nel 1928 tenne una famosa lezione sul significato della &#8216;metafisica&#8217; (da assistente, già dal 1919 aveva preso la cattedra del suo maestro Husserl), la metafisica è riunita nella &#8216;coscienza&#8217; dell&#8217;uomo. L&#8217;essere dell&#8217;uomo è un &#8220;essere nel mondo&#8221;, vale a dire un &#8220;esserci&#8221;. L&#8217;angoscia svela il nulla dell&#8217;esistenza. Già Parmenide aveva chiamato &#8220;essere&#8221; la realtà, suscitando la diffidenza di Aristotele, che nella </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Metafisica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> aveva cautamente constatato che &lt;&lt; l&#8217;essere si dice in molti modi &gt;&gt;. Ma, &#8220;essere&#8221;, da solo, come può significare qualcosa? Il pensiero moderno si è mostrato assai diffidente nei confronti della &#8216;metafisica&#8217;, pretendendo di espungerla dal panorama della vera conoscenza. Per Rudolf Carnap, che scriveva nel 1933, e che in questo caso si riferiva a Hegel, &lt;&lt; poiché tutte le leggi della logica sono tautologiche e vuote di contenuto, esse non possono dirci assolutamente nulla sul mondo reale. Qualsiasi legittimità è perciò negata, e tale è per gran parte per la metafisica &gt;&gt;. In precedenza (1925) C.E.M. Joad, filosofo di Oxford, aveva osservato che &lt;&lt; se Bertrand Russell ha ragione, la maggior parte della filosofia è priva di significato; se egli ha torto, possiamo ancora sperare che, grazie ai metodi seguiti tradizionalmente dalla filosofia, si possa arrivare alla conoscenza della verità dell&#8217;universo &gt;&gt;. Secondo Carnap e Russell ogni filosofia, nel senso antico della parola, sia pure che si richiami a Platone, a S. Tommaso, a Kant, a Schelling, a Hegel, e sia anche che eriga una &#8220;metafisica dell&#8217;essere&#8221; o una &#8220;filosofia dialettica&#8221;, appare, alla luce della critica inesorabile della nuova logica, come una dottrina non falsa nel suo contenuto, ma logicamente insostenibile, e quindi destituita di significato. Il senso di stroncature come queste riposa in una scelta radicale, quella almeno dell&#8217;inutilità della metafisica, se non quella della sua improponibilità. Ma vi è un sottile ed ambiguo destino di irriducibile ambivalenza, o un principio di dualità, che contrappone ad es. l&#8217;io all&#8217;es nella psicanalisi, l&#8217;io e il mondo nella filosofia, la mente e la realtà nel principio antropico in cosmologia moderna, le ragioni ultime rispetto alla &#8216;verità&#8217; che non si discopre dai suoi travestimenti, la coscienza dagli algoritmi, e la matematica computazionale dalla libera &#8216;scoperta&#8217; creativa dei teoremi (su quest&#8217;ultimo punto in particolare, si veda ancora il sito del Prof. Bartocci). Più si vorrebbe respingerla, e più la metafisica si riaccosta a noi. Non se ne può fare a meno. Avevano perciò ragione sia Platone che Cartesio. C&#8217;è un ponte oscuro tra noi e la realtà diveniente. Un turbine di mistero, che ci coinvolge integralmente. La rinuncia al discorso metafisico costituisce una &#8216;capitis deminutio&#8217; del pensiero moderno, una abiura illegittima che svuota l&#8217;indagine di ogni sua profondità, come se il mare dell&#8217;essere si riducesse a mera superficie.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>13.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Le critiche del genere accennato, sembrano aver reso inattuale la metafisica nel panorama filosofico moderno, respingendola nell&#8217;angolo di un&#8217;apparente inutilità, ma così piallando la verticalità del pensiero, con le funeste conseguenze alle quali oggi assistiamo, in modo assai diffuso ed allargato. Ciò non significa che il discorso scientifico deve soggiacere a quello metafisico, ma i due ambiti restano separati e distinti, con la loro rispettiva immagine. Si dovrebbe anzi parlare di &#8216;cattivi maestri&#8217;, almeno sotto certi aspetti, quando si introducano nella scienza forme occulte, mascheramenti metafisici. Del resto, la critica kantiana, fondata sulla razionalità, aprì le porte a correnti assai diverse: l&#8217;idealismo, la fenomenologia, ed anche al positivismo logico. Resta comunque intatto il problema &#8216;etico&#8217; del fondamento della morale, affrontato in età matura da Kant, nella </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Fondazione della metafisica dei</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>costumi</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (1785), dopo che nel 1766, ne </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>I sogni di un visionario spiegati</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>dai sogni della metafisica</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, si era interessato, in contrasto con le idee professate da Newton, alla pericolosa facilità delle ipotesi metafisico-teologiche e della loro arbitrarietà. Ma il cielo stellato si trova sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Ciò che non contraddice, affatto, al reale problema &#8216;metafisico&#8217; dei fondamenti dell&#8217;etica. Già in Platone l&#8217;aspetto etico e quello scientifico procedevano insieme. Il bene s’identifica con la conoscenza. E&#8217; l&#8217;indagine disinteressata che costituisce il bene, come rileva Russell a chiusura de </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>La saggezza dell&#8217;Occidente</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Per l&#8217;uomo una vita non meditata, egli sostiene, non è davvero degna di essere vissuta. Il &#8220;tema etico&#8221; è dunque centrale in ogni filosofia, ed indubbiamente esso si coniuga all&#8217;azione e si impasta con la realtà. L&#8217;etica è strettamente correlata al diritto e alla giustizia, come già sapeva benissimo l&#8217;audace Antigone. Secondo Aristotele, la &#8216;filosofia prima&#8217; ha il compito di mettere in luce i caratteri fondamentali dell&#8217;essere, distinguendo gli attributi necessari di esso, da quelli contingenti. In questo senso la metafisica è &#8216;ontologia&#8217;, cioè scienza dell&#8217;essere, e la sua priorità, rispetto alle altre scienze, poggia su di un fondamento puramente logico. La logica, del resto, sembra tenere in piedi il mondo. A ben guardare, il problema dell&#8217;essere, e al suo opposto quello del divenire, che rimontano alle correnti di pensiero della prima filosofia greca, quella &#8216;occidentale&#8217; di Parmenide d&#8217;Elea e quella &#8216;orientale&#8217; dello ionico Eraclito (ambedue scrissero un poema sulla Natura), non può dirsi in alcun modo risolto. Né forse mai lo sarà. Il saggio di Popper su Parmenide rivisita, modernamente, una questione fondamentale, che già si era affacciata, in tutta la sua straordinaria consistenza, in un dibattito che si era tenuto ad Atene, presente il giovanissimo Socrate, come ci fa sapere Platone, il quale affronta il tremendo problema della &#8216;conoscenza&#8217; soprattutto nel </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Parmenide</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, nel </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Teeteto</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> e nel </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Sofista</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Zenone, accompagnato dal suo vecchio maestro Parmenide, si recò dall&#8217;Italia ad Atene, per discutere in modo paradossale, attraverso una &#8216;reductio ad absurdum&#8217;, il problema dello &#8216;spazio&#8217; e del &#8216;tempo&#8217;, cioè dell&#8217;essere e del divenire, tra loro coppie irreconciliabili, ma anche complementari. Zenone formulò all&#8217;incirca una quarantina di paradossi, ma ne restano appena quattro, che ancora oggi danno luogo a sorprendenti interpretazioni &#8216;moderne&#8217;. Nel paradosso può, infatti, nascondersi un’autentica </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>&#8216;coincidentia oppositorum&#8217;</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> e si potrebbe costatare in questo senso, la paradossalità di tutta la scienza moderna. La scienza dell&#8217;essere nasceva, già a quel tempo, in modo ambiguo e contraddittorio, così come l&#8217;arcaico dio iranico Zurvan, alato ed androgino, dà alla luce due gemelli, che gli escono dalle spalle. L&#8217;antico mito di Zurvan, padre di Ohrmazd e di Ahriman, è riferito da Eudemo di Rodi, proprio in questi termini: &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>I Magi chiamano il Tutto uno e intelligibile, ora &#8216;Spazio&#8217;, ora &#8216;Tempo&#8217;; da esso sarebbero nati sia Ohrmazd e Ahriman, sia la Luce e le Tenebr</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">e &gt;&gt;. Metafisica dualistica, dunque, e non l&#8217;uno vagheggiato da Plotino, e altri filosofi ancora. E neppure si tratta della riconciliazione nella dialettica &#8216;triadica&#8217; hegeliana, che infatti appare sempre diveniente e sempre provvisoria, volgendo alla &#8216;meta&#8217; dell&#8217;autocoscienza con un rinvio &#8216;sine die&#8217;. La questione è assai complessa, ed è irrisolta. Vi abbiamo alluso, però molto da lontano, e in termini del tutto sommari e impropri, soltanto per solleticare la curiosità del lettore ad accostarsi direttamente allo straordinario e singolare &#8216;percorso concettuale&#8217; compiuto dal Prof. Donati in questo suo eccellente lavoro in cui egli pone in luce che lo studio dell&#8217;esistente (vale a dire dell&#8217;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>ens in quantum est ens</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">) rivela la presenza di due forze antagonistiche, l&#8217;una tendente verso l&#8217;ordine, o </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">Lógos</span></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, l&#8217;altra verso il </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">Cháos</span></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. I due principi sono di natura trascendente, e dal loro incessante antagonismo si produce tutta la realtà. Si tratta, perciò, di un &#8220;dualismo metafisico&#8221;, come dichiara l&#8217;Autore, che appunto esclude il &#8216;monismo&#8217;, ma non esclude affatto l&#8217;esistenza di Dio. La singolarità di questa sorprendente ed originalissima linea di pensiero appare evidente ed assai stuzzicante, non solo per l&#8217;addetto ai lavori, ma anche per il lettore colto ed informato. Con ciò vogliamo dire che si tratta di uno di quei libri che vanno assolutamente letti, non fosse altro che per studiarne i limiti (ma scommettiamo, al contrario, che se ne scoprirebbero tutti i notevolissimi pregi).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>14.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Per comprendere meglio questo percorso, è opportuno fare cenno ai temi essenziali del &#8216;monismo&#8217; e del &#8216;dualismo&#8217; in filosofia. Il monismo è il sistema filosofico che concepisce la molteplicità come manifestazione di un&#8217;unica sostanza: contrariamente al &#8216;dualismo&#8217; e al &#8216;pluralismo&#8217;, per i quali l&#8217;essere comprende, rispettivamente, due o più sostanze. Quindi, Donati, deve partire, anzitutto, dall&#8217;analisi dell&#8217;essere, e compiere una profonda indagine filosofica, utilizzando un linguaggio del tutto appropriato allo scopo, cosa che gli riesce benissimo, in termini concettuali e di chiarezza espositiva, anche se, all&#8217;apparenza, questo linguaggio definitorio sembra modulato prevalentemente su Aristotele e San Tommaso. Ma si tratta soltanto di un&#8217;impressione formale, poiché nel saggio di Donati in realtà viene impiegato un linguaggio del tutto autonomo e distinto, per quanto si accolga, in senso moderno, il concetto aristotelico di &#8220;causa finale&#8221;, come del resto hanno fatto di recente anche altri studiosi, sia in ambito filosofico che in campo scientifico.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>15</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Nella storia della filosofia greca e di quella cristiana, da Platone a Cartesio, è stata comunque prevalente la concezione dualistica, poggiando sulla distinzione tra materia e spirito, tra cielo e terra. Monista è invece Spinoza, col suo panteismo. In filosofia del diritto è monista la teoria (ad es. del Kelsen), che il complesso delle norme giuridiche costituisce un tutt&#8217;uno, mentre la teoria dualistica distingue, ad es., tra diritto internazionale e diritto interno: ma il discorso filosofico di Donati è del tutto originale. Il suo &#8216;dualismo&#8217; è compresente in modo originario e del tutto libero, ed attraversa tutte le manifestazioni del reale. Questo dualismo non contrasta con l&#8217;esistenza e l&#8217;unicità di Dio. Ed è questa la singolarità, assolutamente caratterizzante, di questo sorprendente lavoro. Anzi, Dio è, al limite, l&#8217;unificatore di tutti processi. Lo scopo finale si attualizza attimo per attimo, nella direzione evolutiva che risale al significato ultimo della contrapposta dialettica dualistica. Si perviene a questa conclusione in modo necessario, una volta che siano state costatate e verificate tutte le limitazioni che caratterizzano gli aspetti fondanti delle due filosofie possibili: quella &#8216;volontaristica&#8217; e quella &#8216;intellettualistica&#8217;. In quest’analisi, puntualmente capillare, degli accennati limiti filosofici delle due contrapposte correnti, Donati prende in esame (capitoli V e VI) anche il &#8220;dualismo teologico&#8221; nell&#8217;ambito del Vecchio e del Nuovo Testamento, nonché la concezione di Dio secondo le diverse visioni (tra l&#8217;altro, ci sono sembrate, queste, le pagine più belle, ispirate, del tutto originali ed oltremodo interessanti dell&#8217;intero lavoro di Donati, la cui consistenza non è peraltro scindibile in parti distinte, trattandosi di un discorso serratissimo, senza pause concettuali).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>16.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Ma veniamo adesso al singolare linguaggio filosofico col quale il saggio è per così dire costruito. Anzitutto Donati utilizza un pertinente linguaggio ‘definitorio’ a proposito dell&#8217; &#8220;oggetto della filosofia&#8221; (cap. I) e dell&#8217; &#8220;ontologia&#8221;, determinandone tutte le proprietà logiche ed espressive. Si può avere, a prima lettura, l&#8217;impressione, come detto del tutto superficiale, che questo &#8216;linguaggio&#8217; sia stato sostanzialmente raccolto da Aristotele e da S. Tommaso, ma in realtà non è così. Vi è, invece, la ravvisata necessità della totale chiarezza, il dover ‘reperire’ un&#8217;opportuna terminologia, posto che un testo filosofico deve escludere tutte le ambiguità semantiche del linguaggio comune. Nella creazione di questo linguaggio espressivo Donati si giova di tutta la sua sapienza di giurista, abituato alla logica ed assai esperto navigatore tra le sirene e le secche del linguaggio ordinario. Da qui, la scelta, coerente, di un linguaggio filosofico assai appropriato agli scopi. Tra l&#8217;altro non solo è ben presente nell&#8217;Autore lo sviluppo storico del pensiero fino alla modernità attuale, ma accanto a questa matrice, strettamente filosofica, si pongono, altresì, le conquiste fondamentali della scienza moderna, che dalla macro e micro fisica, arrivano a toccare la teoria della complessità e quella della matematica del &#8216;caos&#8217;. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>17.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Com&#8217;è stato ben sintetizzato nella locandina di presentazione del saggio di Donati, la tesi fondamentale è che: &lt;&lt; la caduta della centralità cosmica dell&#8217;esperienza umana, la discoperta dell&#8217;ordinamento termodinamico informato al principio di entropia, dell&#8217;ordinamento biologico in senso opposto, la rilevazione dell&#8217;andamento evolutivo di quest&#8217;ultimo, il venir meno della visione armonica dell&#8217;universo, l&#8217;affermazione secondo cui a fronte della realtà connotata da un divenire creativo non può darsi una &#8216;causa prima immobilis&#8217;, la constatazione dell&#8217;esistenza di due ontologie etiche contrapposte, rendono inadeguata, obsoleta, la filosofia intellettualistica tradizionale &gt;&gt;. Ne consegue, pertanto, che &lt;&lt; la via ricostruttiva di una visione d&#8217;insieme razionalizzante, che non sia, quindi, semplicemente nichilistica, ovvero, che non sia retrocedente ai fondamentalismi religiosi, vale a dire, alla negazione del </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">Lógos</span></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> universale, non può che prendere le mosse dalla descrizione di tale dualismo e dalla sua irriducibilità ad una visione monistica del trascendente&gt;&gt;. Dunque </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lógos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> e </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Cháos,</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> due principi contrapposti in una dialettica generativa incessante, oppure, come ama ricordare lo stesso animatore di </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Episteme</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Ordo ab chao</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;. L&#8217;interesse di questa concezione è evidente. Essa potrebbe essere trasposta nei più diversi ambiti di verifica (come in parte fa Donati stesso), ed avere, essa stessa, un solido fondamento scientifico. Non a caso Donati si rifà ai più interessanti pensatori moderni in campo scientifico, come Jung, Monod, Allègre o Prigogine. I tempi presenti sono ormai maturi per un tentativo di sintesi tra scienza e filosofia, che possa raccogliere a senso compiuto il significato della ricerca. La metafisica di Donati è rivolta in definitiva a questo scopo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>18.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> I principali autori ai quali si rifà il Prof. Donati nel ricchissimo e sapientissimo apparato di note, vanno da Platone ad Aristotele a Plotino, da S. Agostino a S. Tommaso, da Cartesio a Spinoza a Leibinz a Hume e a Kant, da Vico ad Hegel e a Croce, fino a Nietzsche, Husserl, Heidegger per citare i più importanti, e dal Suarez a Grozio a Kelsen in filosofia del diritto, su su fino a Darwin, a Jung, a Monod, a Ruelle, a Allègre, a Prigogine. Sono altresì citati svariati autori greci e latini, medievali e delle epoche successive, con straordinaria ricchezza di riferimenti e il dispiegato ventaglio di una grandissima cultura, oggi alquanto inusitata per la &#8216;nouvelle vague&#8217; dei moderni &#8216;giuristi&#8217;, rapidissimamente pragmatici e assai spesso vuoti di pensiero. Dopo una serratissima analisi delle rispettive carenze che caratterizzano la &#8216;filosofia intellettualistica&#8217; e quella &#8216;volontaristica&#8217; (una contrapposta categoria che si presenta particolarmente accentuata in filosofia del diritto, ma che attraversa tutti gli &#8216;oggetti&#8217; del pensiero filosofico: dall&#8217;ontologia alla logica, dalla filosofia della storia a quella della scienza, dall&#8217;etica alla filosofia del diritto e alla teologia), Donati – che riesce ad elaborare una straordinaria visione d&#8217;insieme, ottimamente impostata, che tocca svariate questioni filosofiche fondamentali, come l&#8217;oggetto e i limiti della conoscenza, la causalità, la filosofia della storia e la filosofia della scienza, la visione teologica vetero e neotestamentaria, il divenire, l&#8217;evoluzione, il problema del bene e del male eccetera – perviene alla conclusione (cap. VIII) che non è possibile asseverare una sola matrice metafisica, ma si deve necessariamente concludere per la presenza di </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>due</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>matrici</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Una volta accertato, come riesce a fare Donati, che il &#8216;bene&#8217; e il &#8216;male&#8217; hanno realtà ontologica, pertanto, che il male non è mera </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>&#8216;carentia boni&#8217;</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, la </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>&#8216;reductio ad unitatem</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8216; sul piano trascendentale diviene impossibile poiché, ove proposta, essa contraddirebbe questa &#8216;ontologia&#8217;. Ciò induce una profonda “revisione” del rapporto tra Dio e l&#8217;uomo, nel senso che tale rapporto assume la strutturazione propria di una relazione organica. L&#8217;uomo è dunque </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">instrumentum Dei</span></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, e, seconda la matrice metafisica di cui è espressione, egli è volto al bene o al male, a realizzare, nel quadro di una relazione necessariamente conflittuale, la corrispondente istanza ontologica. Il libero arbitrio e il principio della responsabilità individuale, che fondano i valori etici, restano in ogni caso inseriti in quest&#8217;insieme, poiché la duplicità contrapposta dei principi generativi della realtà, evoluzione ed entropia, corrispondono, in chiave etica, all&#8217;esercizio degli indirizzi dell&#8217;azione umana, che sempre si traducono in una modificazione del reale. Su di una sorta di scacchiera metafisica agiscono e interagiscono entità e forze contrapposte che potremmo definire bene e male, azione e negazione, azione e reazione, in una complessità globale che avvince tutti gli aspetti della realtà.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>19.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Il lettore si domanderà, a questo punto, come si possa giungere a queste straordinarie conclusioni. E il bello è proprio questo: che il libro occorre non solo leggerlo, ma meditarlo profondamente, farlo proprio fino in fondo. A questo punto, un invisibile motore intellettuale si accende per noi, e si è costretti a ripercorrere i passi già letti, a sviscerarli nelle loro ardite pieghe, a rivisitarli innestandovi il proprio patrimonio di sensibilità e di cultura. Il che importa, di conseguenza, non solo un approfondimento dei temi &#8216;fondamentali&#8217; della filosofia pura e della scienza moderna (quindi un percorso assai stimolante, raccomandabile anche a studenti universitari in formazione, che vogliano adeguatamente rendersi conto della complessità delle interrelazioni tra c.d. cultura umanistica e cultura scientifica); ma, anche un coinvolgimento a livello personale, appunto quali soggetti &#8216;pensanti&#8217;, interessati al problema della conoscenza ed anche a quello dell&#8217;etica, soprattutto a proposito delle nostre opinioni, dei nostri convincimenti, della nostra stessa personale &#8216;visione&#8217; del mondo. Non va, infatti, dimenticato che Donati è un autentico filosofo, e quindi anche un vero “filosofo del diritto”, oltre che un provetto giurista. Gli aspetti strettamente di &#8216;filosofia del diritto&#8217; restano perciò assorbiti, ma non per questo non affrontati o convenientemente risolti, in una visione generale e onnicomprensiva. Tale arditezza merita la massima considerazione ed ogni possibile attenzione ai massimi livelli.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>20.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Il libro del Prof. Donati si apre con la citazione di un bellissimo passo biblico tratto da </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Sapienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> 7, 30: &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;"><b>La malvagità non può prevalere sulla sapienza</b></span></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. Così viene manifestato, in modo anticipato, il significato più profondo di quell&#8217;asserzione, che chiude il saggio stesso (vedi pag. 357): &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i><span style="text-decoration: underline;">Non è l&#8217;uomo ad avere bisogno di Dio, ma è Dio ad avere bisogno dell&#8217;uomo e, più in generale, dell&#8217;esistente, per la piena realizzazione di se stesso </span></i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. Vogliamo ricordare, a chi avrà la fortuna di accostarsi a questo straordinario lavoro di Donati, che negli anni Cinquanta uscì in Francia un film, che suscitò allora molto scandalo in ambienti cattolici, dal titolo &#8220;Dio ha bisogno degli uomini&#8221;. Non si trattava certo di un film blasfemo, tutt&#8217;altro. E vogliamo pure trascrivere, per intero, le ultime righe (28-30) del passo di </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Sapienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (a proposito della &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Natura divina e attività cosmica della sapienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;), richiamato da Donati: &lt;&lt; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Nulla infatti Dio ama se non chi convive con la sapienza. Essa è più bella del sole e supera ogni costellazione; paragonata alla luce, risulta più splendida; a questa certamente succede la notte, ma la malvagità umana non può prevalere sulla sapienza </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&gt;&gt;. &#8216;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Sapienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8216; è l&#8217;ultimo libro dell&#8217;Antico Testamento. Il testo s&#8217;intitola &#8220;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Sapienza di Salomone</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">&#8220;, attribuzione però fittizia. Infatti, l&#8217;autore biblico apparteneva alla &#8216;diaspora&#8217; giudaica residente in Egitto, ad Alessandria, e il libro fu scritto verso il primo secolo avanti Cristo, in lingua greca. Nel brano che abbiamo voluto riportare poco sopra, figurano, emblematicamente contrapposti, luce e buio, bene e male. I &#8220;manichei&#8221;, alla cui setta, fondata dal persiano Mani, aderì anche Tertulliano, famoso avvocato e retore cristiano del II secolo, ammettevano la coesistenza e la lotta perpetua di due principi opposti: quello del bene, simbolizzato dalla luce e governato dal &#8220;padre della grandezza&#8221;, e quello del male, retto dal &#8220;principe delle tenebre&#8221;, rappresentato dal buio, e identificantesi con la materia. In termini moderni Donati fa giustamente presente la straordinaria importanza di quell&#8217;enigma scientifico per cui accanto alla legge di entropia si pone, in contrapposto, il principio di evoluzione, con una concezione già intravista da Theilard de Chardin e dal grande filosofo &#8216;neotomista&#8217; francese, Jacques Maritain. Ciò non toglie affatto l&#8217;unicità di Dio. Ma Dio si realizza, secondo Donati, nell&#8217;umanità, ed Egli è invischiato nel Suo atto di creazione. Il problema etico non solo è del massimo risalto, ma attraversa tutta la nostra libertà. Quindi la battaglia cosmica che si combatte su questa &#8216;scacchiera&#8217; dello &#8216;spazio-tempo&#8217;, ha un suo vero scopo e tutto il suo significato. Scopo e significato di questa lotta o contrasto ineluttabile che si svolge nel mondo, sono di carattere etico, e attengono alla crescita, all&#8217;evoluzione, al farsi della vita stessa. Tutto e tutti, la materia e il vivente, sono ricompresi e coinvolti in questa sorta di enigma metafisico, di cui scopo ultimo è il compimento d&#8217;un progetto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>21.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Non è detto che opere di così grande impegno coincidano per forza con la semplicistica etichettatura, vagamente distintiva, del &#8216;facile&#8217; e del &#8216;difficile&#8217;, secondo l&#8217;invalso criterio che purtroppo oggi deve essere risparmiata al lettore ogni fatica. Anzi, i più interessanti nel loro genere, sono proprio i cosiddetti libri &#8216;difficili&#8217;, quelli cioè che invitano a pensare, e con i quali occorre dunque confrontarsi, impegnando il proprio personale patrimonio di cultura, sensibilità e conoscenza. Lo stile di scrittura può restare, in ogni caso, chiaro e semplice, una volta penetrati nelle categorie del linguaggio utilizzato, che del resto si pone, di stretta necessità, al di fuori di quello definito come linguaggio comune. Densità e scorrevolezza non sono termini antitetici. Il che non vuole dire certamente convenzionalità e terminologia scontata, com&#8217;è oggi pratica invalsa, ma soltanto un linguaggio appropriato, strumentalmente efficace, e cioè scientificamente conformato alle necessità della comunicazione del pensiero, tanto più esso si faccia denso e fondante. Ma saranno sempre i contenuti a farla da padroni, in specie in un testo di metafisica, come appunto s&#8217;intitola l&#8217;impegnativo lavoro del Prof. Donati. E se di per sè, complessa e difficile, è la materia, chiaro e coerente dev&#8217;essere, tuttavia, il linguaggio, in grado di esprimerla. I due aspetti, anzi, debbono trovare un loro reciproco equilibrio, cosa questa assai spesso difficile da raggiungere. Donati sembra esserci riuscito, ed è questo ulteriore merito del suo attento lavoro. Una volta entrati nel testo, colte le sfumature definitorie, tutto appare molto più scorrevole, e ci si trova in definitiva a proprio agio per un confronto concettuale col testo scritto, essendo questo lo scopo implicito di ogni lavoro strettamente filosofico, destinato cioè a fornire ampia materia di pensiero critico. Ci sono libri, pur scritti in modo assai chiaro e scorrevole, nei quali, tanto per adoperare una categoria definitoria, tratta dalle famose </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lezioni Americane</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> di Italo Calvino, in cui la &#8220;pesantezza&#8221;, contrapposta alla &#8220;leggerezza&#8221;, è un pregio intrinseco, e, parimenti, una necessità ineludibile. Ma secondo Calvino, appartiene alla categoria della &#8220;leggerezza&#8221; anche la &lt;&lt; narrazione d&#8217;un ragionamento o d&#8217;un processo in cui agiscono elementi sottili &#8230; o qualunque grado di astrazione &gt;&gt;. Il testo di Donati, una volta penetrati, con qualche iniziale difficoltà, nel linguaggio da lui adoperato, scorre chiarissimo, con bellissime pagine di grande densità e profondissimo significato. Questa &#8216;chiarezza&#8217; finale nasce dall&#8217;impegno e dalla capacità logica di cui l&#8217;Autore fa bella mostra, quando si dirige alla difficile e sottile ricerca della verità, e quando scala vette arditissime, in pagine assai profonde e pensate. Nel segnalare questi aspetti formali del saggio non intendiamo tuttavia discostarci dalla sua densità, che anzi abbiamo ben presente, davanti a noi, come pregio fondamentale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>22.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Vorremmo concludere questa recensione, evidenziando, a questo punto, gli aspetti che maggiormente ci hanno colpito. Conoscevamo il Prof. Alberto Donati già dalla fine degli anni &#8217;60, quando giovane e agguerrito assistente universitario, egli frequentava l&#8217;Istituto di Diritto Privato presso il quale ci recavamo per scrivere la nostra tesi. La sua bella e giovane presenza di studioso trascorreva silenziosa, elegante e discreta. I suoi silenzi erano raccolti nel pensiero profondo, lo avevamo già intuito allora, del quale scorgiamo, oggi, tutto lo spessore. Trascriviamo da pagina 337 del saggio in argomento: &lt;&lt;Il rapporto antagonistico tra </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lógos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> e </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Cháos </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">si sviluppa in tre livelli: il primo, esprime la contrapposizione universale tra queste due entità; il secondo, si rende percettibile nella contrapposizione tra generi e specie provenienti, rispettivamente, dall&#8217;una o dall&#8217;altra delle due forze; il terzo, è riscontrabile all&#8217;interno delle specie, in particolare, in quella umana dove, infatti, è rinvenibile la ‘compresenza’ sia della componente intellettualistica che di quella volontaristica. L&#8217;armonia che regna nell&#8217;universo è solo apparente. Si tratta, piuttosto, di una disarmonia, di un processo dialettico attraverso il quale il </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lógos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> sviluppa la propria emancipazione dal </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Cháos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. L&#8217;armonia universale è il portato della concezione monistica della divinità e dell&#8217;idea di provvidenza che ad essa è correlativa. D&#8217;altra parte, la visione dualistica dell&#8217;esistente è immanente alle costruzioni teologiche e filosofiche secondo quanto si è già esposto. Nelle cosmogonie è affermata l&#8217;esistenza, o la creazione, originaria del caos dal quale Dio avrebbe, poi, tratto l&#8217;ordine dell&#8217;universo. Per altro, muovendo dalla perfezione divina, non c&#8217;è alcun bisogno di postulare la reazione del caos e, quindi, una successiva razionalizzazione di quest&#8217;ultimo (come anche ha luogo nella narrazione della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Genesi</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">). Resta, dunque, non spiegato questo doppio passaggio, il perché della mancata diretta creazione di un universo ordinato. Il caos, pertanto, è avvertito come realtà originaria, non pretermittibile, donde – a ben vedere – nasce la costruzione intrinsecamente dualistica dell&#8217;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>ens inquantm est ens</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>23.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> Euro Roscini è un originale ‘pensatore’ perugino, autore di vari testi, e convintissimo sostenitore della visione &#8220;ternaria&#8221;. Una breve comunicazione con Roscini del Prof. Umberto Bartocci, docente ordinario di geometria, suonava così: &lt;&lt; Poiché hai un po&#8217; contagiato anche me con il &#8220;ternario&#8221;, e pur non essendo d&#8217;istinto triadico (troppa abitudine a ragionamenti di tipo diadico, on/off, algoritmi ad albero ecc.), te ne spedisco alcuni che considero significativi in ordine alla matematica (et relata) che andrebbero letti e confrontati nell&#8217;ordine (ovvero &#8220;colonna per colonna&#8221;):</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">1* Reale / Pensato / Parlato</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">2* Fisica / Matematica / Semiologia</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">3* Geometria / Aritmetica / Logica</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">4* Forma / Ordine/ Struttura</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">5* Misura / Quantità / Algoritmo</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">6* Spazio / Tempo / Coscienza</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;">7* Materia / Spirito / Intelletto</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;">Anche il matematico Piergiorgio Odifreddi, nel suo </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Il vangelo secondo la scienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> (Einaudi, 1999, pag. 17: Un&#8217;indagine &#8216;logica&#8217; e &#8216;scientifica&#8217; sulle domande &#8216;religiose&#8217; che possono avere un senso) accenna ad alcune &lt;&lt; triadi storiche che sostanzialmente interdipendenti e complementari, mostrano una tripartizione della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>realtà</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> in fisica, psichica e metafisica, della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>logica </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">in induttiva, deduttiva e dialettica, della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>fisiologia </i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">in muscolare, cerebrale e viscerale, dell&#8217;</span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>esperienza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> in sensoriale, mentale e trascendente, dell&#8217; </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>attività mentale</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> in conscia, pre-conscia e inconscia, della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>conoscenza</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> in naturale, speculativa e mitica, e della </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>religiosità</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> in rituale, teologica e mistica &gt;&gt;. Non ci dilunghiamo oltre con questi rapidi accenni, segnalando &#8216;en passant&#8217;, all&#8217;attento lettore, che già Popper (in </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Congetture e</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>confutazioni</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, sottotitolo &#8220;Lo sviluppo della conoscenza scientifica&#8221;, Il Mulino, Bologna, 1972, pag. 135 segg.) aveva attentamente preso in esame le varie coppie antitetiche o diadiche del pensiero &#8216;dualistico&#8217; pitagorico, come ad es., la contrapposizione tra retto e curvo, il pari e dispari, il maschile e femminile, ecc. Ricordiamo soltanto che per Donati il rapporto antagonistico e duale tra </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lógos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> e </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Cháos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> si sviluppa sempre in </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="text-decoration: underline;">tre livelli</span></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Hegel pubblicò la </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Fenomenologia dello spirito</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> nel 1807, e nel 1821 i suoi </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lineamenti di</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>filosofia del diritto</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">. Nella &#8220;Fenomenologia&#8221; viene descritto, quale fondamentale compito della filosofia, il processo della &#8216;coscienza&#8217; per giungere alla &#8220;comprensione di sé&#8221;. Già nel mito di Antigone si rivela, per Hegel, la frattura della felice armonia tra legge non scritta e legge dell&#8217;uomo. Lo spirito cerca, allora, di conquistarsi nella &#8216;moralità&#8217; e nella &#8216;religione&#8217;, ma solo nella &#8216;filosofia&#8217; l&#8217;autocoscienza si fa &#8216;spirito assoluto&#8217;, e la realtà si risolve tutta in &#8216;autoconcetto&#8217;. La posizione di Donati è diversa: &lt;&lt; L&#8217;esistente, l&#8217;uomo, sono le propaggini del </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lógos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> e del </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Cháos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, gli strumenti della loro progressiva realizzazione, della liberazione del </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Lógos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> dal </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Cháos</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, inversamente, del suo impedimento &gt;&gt;. Con queste precise e chiarissime parole si chiude l&#8217;illustre saggio del Prof. Donati sulla &#8220;metafisica dualistica&#8221;, che in queste poche ed incerte pagine abbiamo cercato, coi nostri scarsi mezzi, di presentare, e soprattutto di far conoscere ai lettori di </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Episteme</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">, sempre molto attenti e vivamente interessati ai grandi temi della cultura e del pensiero. Il teologo Hans Kueng aveva dedicato al problema di Dio nell&#8217;età moderna, il suo notissimo </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Dio</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>esiste</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;">? (Mondadori, 1979, più volte ristampato). Donati accoglie pienamente l&#8217;esistenza di Dio, ma nega ogni valore al principio esclusivo della causalità &#8216;meccanicistica&#8217;. V&#8217;è senz&#8217;altro, ci deve essere, parimenti, un andamento &#8220;teleologico&#8221;. I mezzi ed i fini tendono a coincidere, e vi sono un piano fisico ed un piano metafisico: ma non vogliamo togliere al lettore il piacere di assaporare direttamente le più che corrette, e del tutto consequenziali, conclusioni di Donati, esposte con grande chiarezza ed essenzialità, nell&#8217;ottavo e conclusivo capitolo del suo saggio, le quali riassumono un pensiero assai profondo e molto ben articolato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><b>24.</b></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> La dialettica dell&#8217;esperienza umana concerne anche il diritto. &lt;&lt; Nessuna società umana può sussistere senza un principio di giustizia che presieda alla disciplina delle relazioni intersoggettive. Tuttavia, la filosofia della giustizia non è unitaria, scindendosi, anch&#8217;essa, nella filosofia intellettualistica e in quella volontaristica di cui si fanno portatrici le corrispondenti componenti umane. La prima, è incentrata sul primato dei precetti di diritto naturale, la seconda, su un giusnaturalismo asseverante precetti diametralmente opposti &gt;&gt; (Donati, pag. 327).Già il mondo classico aveva evidenziato la compresenza della filosofia intellettualistica e di quella volontaristica, e a tale contrapposizione si sostituisce, poi, quella tra cultura classica e teologia cristiana, quest&#8217;ultima già antagonista dell&#8217;intellettualismo &#8216;veterotestamentario&#8217;. Basterebbero già questi brevissimi accenni a far balenare, davanti agli occhi del lettore, la profondità e ricchezza degli scenari di pensiero in cui si muove Donati. Quindi, un testo di tale qualità e spessore, merita senz&#8217;altro un adeguato approfondimento seminariale, opportunamente organizzato dalle diverse Facoltà di filosofia, di giurisprudenza e quelle d&#8217;indirizzo propriamente scientifico. Ne trarrebbero grandissimo giovamento gli studenti che si accostano alla rispettive discipline universitarie senza un&#8217;affidabile guida di fondo ed un&#8217;affinata capacità di raccogliere quegli elementi critici, che fondano, realmente, il dramma, per così dire sublime, della conoscenza. Il lavoro di Donati ci è parso di grandissimo livello, assolutamente meritorio della massima considerazione nelle sedi culturali e scientifiche deputate. La nostra recensione, che compare su una rivista assai attenta a tutte le possibili &#8216;tracce&#8217; della verità, costituisce soltanto il modestissimo riconoscimento da parte di un semplice e comune lettore, il quale, tanto per concludere queste pagine di carattere puramente indicativo, ritiene, in aggiunta a quanto detto, di aver scorto alcuni elementi di contatto, ferme le rispettive diversità, con la </span><span style="font-family: Helvetica, serif;"><i>Grande sintesi</i></span><span style="font-family: Helvetica, serif;"> del conterraneo Pietro Ubaldi, un libro uscito nel lontano anteguerra per i tipi della casa editrice &#8220;Ulrico Hoepli&#8221; (ma ristampato anche di recente dalle Edizioni Mediterranee), favorevolmente recensito, in quella prima occasione, addirittura da Enrico Fermi, che si espresse in termini estremamente elogiativi sottolineandone &lt;&lt; il quadro di filosofia scientifica e di antropologia etico-sociale &gt;&gt;, &lt;&lt; che si lascia indietro i tentativi consimili esperiti nell&#8217;ultimo secolo, per l&#8217;ampiezza della trama e per la novità singolare del metodo &gt;&gt;. Con identica certezza, ovviamente quella del &#8216;lettore&#8217; interessato al tema, però fortemente incuriosito da lavori originali e anche geniali, possiamo affermare, senza dubbio di smentita, che anche questo saggio del Prof. Alberto Donati è destinato a restare negli annali della cultura migliore prodottasi in terra d&#8217;Umbria. Questo è il nostro più sincero apprezzamento e questo anche il ben fondato augurio. Infatti, nulla può oscurare &#8220;la sapienza&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: small;">(avv. Arcangelo Papi, 2002)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: small;">* Dedicato agli studenti che si accostano al primo anno delle facoltà giuridiche e umanistiche, affinché possano conservare rettitudine, innocenza e speranza, nel tesoro della loro giovinezza. </span></span></p>
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